Passa ai contenuti principali

ERA IL MESE DI SETTEMBRE di Vito Leucci, Leporano (TA)


Era il mese di settembre dell’anno 1961.
Avevo da poco terminato il corso da radiotelegrafista e mi attendeva la destinazione d’impiego.  Uno zaino di tela cerata di colore nero, dotazione per riporre indumenti, mi faceva compagnia. Con tale fardello a tracolla mi trovavo in vista della base navale di Brindisi e dovevo recarmi presso il Comando Motosiluranti. Per la prima volta in quella città mi trovai di fronte al castello Aragonese che troneggiava all’ingresso della base navale.
Pensavo a ciò che avrebbe costituito per un certo periodo il mio posto di lavoro. La motosilurante, la immaginavo quale realmente si dimostrò, null’altro che un grosso motoscafo. Essa era di una classe denominata ”Higgins” armata da: un pezzo da 40 mm, 2 siluri da 533 mm di tipo alleggerito (con agganci a tenaglia anziché i pesanti tubi), due pezzi da 20 mm.. La stazza era di sole 35 t, mentre la velocità era di 41 nodi e l'autonomia di 555 km grazie ai tre motori (avio Isotta- Fraschini) da 1500 cavalli ciascuno. Equipaggio: 17 in totale.
L’apparecchiatura per le comunicazioni comprendeva un ricetrasmettitore VHF per la radiotelegrafia ed un UHF per la radiofonia.In cima all’albero era posto il radar di scoperta navale in banda X.
L’avevano costruita, in legno, gli USA ed utilizzata nel pacifico durante la seconda guerra mondiale. L’utilizzo che ne faceva la nostra marina era quello più utile: il pattugliamento notturno. Il fatto che fosse prevalentemente costituita da legno, infatti, riduceva la possibilità di essere scoperta dai radar che all’epoca avevano caratteristiche di detenzione limitate rispetto alle moderne tecnologie. ( Non esistevano per esempio sistemi di rivelazione “Doppler”) Tenete presente che l’orizzonte radar di una nave con alberi di circa 10 mt. si aggira intorno alle 10 miglia, circa 18,5 Km. Considerate che in uno scenario di guerra nessuna nave ostile si arrischierebbe a mettere in modo i propri radar in vicinanza d’acque nemiche. Considerate le piccole dimensioni della motosilurante, essa non è più alta di tre metri dalla superficie del mare nella parte più alta dell’albero, mentre il ponte è a circa un metro e mezzo dal mare. I siluri possono essere lanciati ad una distanza di 4000 metri (per avere una possibile probabilità di intercetto) ed avevano una corsa massima di 10000 metri alla velocità di 40 nodi (circa 80 km/h). Di giorno non ci si poteva avvicinare tanto. La reazione avversaria sarebbe stata violenta e precisa a circa 8 Km.
Le nostre uscite in mare quindi erano prevalentemente notturne. All’epoca i mezzi di difesa delle unità contro tali veloci mezzi navali erano limitate alle armi leggere: le mitragliere. Le motosiluranti, quindi, costituivano una forza offensiva ancora valida per incursioni improvvise. Ovviamente impedimenti quali il mare grosso costituiva una limitazione al loro impiego. Nelle acque nostrane peraltro, il mare difficilmente supera forza tre che ancora permetteva un buon impiego, pur se limitava la manovrabilità del mezzo.
Il mio lavoro a bordo costituiva nella trasmissione e ricezione di messaggi telegrafici e nell’approntamento dei sistemi di comunicazione per radiofonia. Il locale del radiotelegrafista era un angusto spazio di circa due metri quadrati ove insistevano i mezzi di comunicazione ed un seggiola con un appoggio per scrivere. Lo spazio era ricavato dal locale di prora, accanto alla scaletta di discesa, che conteneva quattro brandine laterali, incassate nella paratia, perché parte dell’equipaggio potesse riposare.
L’aspetto era quello di un veloce motoscafo se non fosse per quei due siluri e per le mitragliere poteva passare per un motoscafo da crociera. Quale motoscafo da crociera aveva però un grosso handicap, non vi erano gabinetti a bordo. Allora, direste voi, come facevano diciassette uomini a stare dieci ore in mare senza bisogno di…? Bisognava arrangiarsi. Tutto intorno vi erano delle draglie che costituivano una protezione che s’issava in porto. In navigazione restava solo la porzione che proteggeva la poppa, non che servisse, ma proprio perché non ostacolava alcuna manovra si lasciava per chi avesse bisogno di andare al bagno; vi si poggiava o teneva per mano chinandosi a seconda del bisogno. Buffo vero?
Di cose strane ve n’erano parecchie altre. Non vi era acqua a bordo né alcuna possibilità di cucinare alcunché. La ragione era che imbarcavamo dieci tonnellate di benzina superavio (quella per gli aerei, per intenderci). Il puzzo dei vapori era tutto intorno a noi, specie se la barca era ferma. Sottocoperta verso poppa vi erano solo spazi destinati ai motori, e alla stazione radio e qualche cuccetta verso prora. In tali circostanze capirete che non era possibile avere fiamme in giro o fornelli elettrici. Per fumare bisognava andare all’aperto e porsi a poppa estrema, dopo aver chiesto il permesso al comandante. Io non fumo e quindi me ne stavo seduto alla mia sedia in ascolto sulla frequenza di collegamento con le altre “barche”. Dovevo tenermi con una mano al tavolino per non andarci a sbattere contro mentre navigavamo con mare forza uno. Figuratevi cosa accadeva con mare forza tre. I motori erano veramente potenti, quando andavano al massimo con le tre eliche la “barca” si alzava di prora mentre il ribollire formato dalle eliche innalzava il mare a livelli superiori alla linea di poppa.
Avevo per compagni di lavoro un amico del mio corso di cognome Gio., non ricordo il nome. Era nato ad Afragola, al tempo nemmeno sapevamo dove fosse. Più tardi divenne nota per fatti di cronaca legati con la camorra. Altro elemento che spiccava per esuberanza e per la sua fisicità era un nostro diretto superiore; il grado era “sottocapo” aveva appena quattro anni più di noi, ma in quell’ambiente ciò bastava per ottenere obbedienza dai meno anziani. Spiccava anzitutto perché aveva una costituzione fisica da atleta, alto circa 185 cm, di corporatura robusta sfoggiava una barbetta alla Cavour che teneva ben rasata. Era nato in un paese del leccese chiamato Cavallino e si chiamava Antonio G. Figlio del sindaco di quel paese incuteva rispetto ai sottoposti e si atteggiava con una certa aria di superiorità, vuoi per i suoi natali più illustri di noi poveri figli del popolo, vuoi per la sua istruzione che vantava avendo frequentato, ma non ultimato, il liceo classico. Io avevo frequentato la cittadina di Cavallino all’epoca della mia fanciullezza, pochi anni prima poiché vi risiedevano dei cugini di mio padre. Sapevo quindi che la famiglia possedeva un palazzo baronale posto proprio nella piazza principale del paese.
G, in marina ci si chiama per cognome, apprezzò subito le mie capacità, ovviamente a sua convenienza, giacché tutte le occasioni di lavoro di un certo impegno mi furono subito affibbiate. Mentre sulle unità navali maggiori il servizio radiotelegrafico di bordo prevedeva un ascolto continuo su di una frequenza di collegamento con la stazione IDR3/4 di Roma, da cui partivano informazioni ed ordini a tutte le unità, su quelle minori si effettuavano appuntamenti giornalieri, diurni e notturni. A me toccarono ovviamente tutti i notturni. Le uscite in mare furono anch’esse tutte a mio carico. Che ci vuoi fare ! ero l’ultimo arrivato. La cosa mi permise di districarmi nel servizio radiotelegrafico celermente e guadagnarmi la fiducia dei superiori. Essi erano tutti dei giovanotti di pochi anni più di me. Il comandante di una motosilurante aveva il grado di S.T.V. (sottotenente), l’età di inferiore ai 30 anni ed erano tutti di leva raffermati. Il più anziano di bordo era il capo cannoniere, un certo Maisto, che fungeva anche da timoniere perché in vita sua, prima di venire in marina aveva guidato i motoscafi da civile (qualcuno affermava fossero i motoscafi BLU, poiché era napoletano). Le uscite in mare con le “barche” erano piuttosto noiose. Di solito notturne per le ragioni espresse in precedenza, consistevano nel raggiungere una certa posizione in mare ed attendere il presunto passaggio di presunte navi nemiche da attaccare. Raggiunta la posizione si spegnevano tutte le luci e si attendeva. Se nei pressi si trovavano pescherecci ci si confondeva con questi ultimi..Ricordo una di queste attività alle isole Tremiti. Dovevamo intercettare delle navi in passaggio per l’Adriatico, e, giorni prima ci recammo presso l’isola di S.Nicola, ci ormeggiammo in una piccola insenatura e coprimmo la Barca con la rete mimetica. Dovemmo attendere un paio di giorni. Ci organizzammo coi pasti presso una trattoria del posto ma dovemmo dormire a bordo pochè eravamo pronti all’azione. Consegna massima di quei giorni: nessun accenno di uniforme indossata o in ogni modo esposta. Sembravamo dei bagnanti. Conservo una foto dell’evento. In vista degli obiettivi ci si lasciava avvicinare sino a che, in grado di sferrare l’attacco, sempre a luci spente ci si lanciava alla bella velocità di 41 nodi (80Km/h) e si lanciava il siluro che, ovviamente non conteneva esplosivo ed era tarato in modo che passasse al di sotto della chiglia del bersaglio. Terminato l’attacco bisognava andare a ritrovare il siluro lanciato e recuperarlo.
Le esercitazioni erano sempre le stesse e si ripeterono per un certo tempo.
Arrivava l’estate e un’aria di novità prese il sopravvento. Bisognava trasferirsi in alto adriatico. Solitamente si compiva la traversata in diverse tappe. Prima ci si fermava a Termoli, ad Ortona, quindi ad Ancona poi Rimini e infine a Porto Corsini, una cittadina in provincia di Ravenna ove, sulla riva di un canale che scaricava i reflui di un impianto petrolchimico, esisteva una “casermetta” di proprietà della locale Capitaneria di Porto con annesso porticciolo per le nostre unità, che costituiva il nostro punto d’appoggio.
Questa differenza di organizzazione di lavoro costituiva per noi marinai un piacevole intermezzo alle uscite notturne. Intanto i trasferimenti avvenivano di giorno, si alloggiava in albergo ed i pasti negli stessi o in trattorie convenzionate. La differenza con il rancio in caserma era abissale. La disciplina era allentata perché immersi in una struttura sociale non militare. Le serate erano piacevoli dato che le città in cui sostavamo, non aduse a vedere uomini in divisa, n’erano affascinati e ci avvicinavano chiedendosi e chiedendoci cosa facevamo lì; s’instaurava, quindi, un rapporto piacevole con scambi che in presenza di belle fanciulle, di cui eravamo sempre a caccia, rendevano piacevole la conversazione. Da Porto Corsini ci si trasferiva poi a Venezia ove alloggiavamo in un fabbricato dei “Lagunari” nell’isola di Sant’Andrea. Un posto infestato dalle zanzare che purtroppo non avevamo modo di evitare e ci costrinse a inventare soluzioni per evitare di essere cosparsi da punture. I più fortunati ebbero la possibilità di avere il posto branda inferiore dei due letti a castello. Essi potettero usare uno delle due lenzuola come tenda antizanzare fissandolo alle reti della branda superiore. A quelli che dormivano di sopra non rimase che attorcigliarsi nelle lenzuola nella speranza di diminuire le parti esposte.
Da Venezia ci si trasferiva a Trieste. Si dormiva presso una scuola di “Alpini” di cui non ricordo il nome. Ricordo solo che erano ben organizzati ed il rancio non era poi tanto male.
Porto Corsini restava la nostra base principale ed, infatti, lì sostammo più a lungo. La cosa strana di quel posto ricordo era che l’acqua che sgorgava dai rubinetti conteneva dei gas. Infatti, se si avvicinava una fiamma, spesso, esso s’incendiava provocando delle minute fiammate. Il luogo era tranquillo.Le spiagge frequentate anche da turisti erano a due passi e costituivano il passatempo di tutti noi. La caccia alla straniera era divenuta un’attività prevalente per i molti giovani che le affollavano, noi compresi.
In quel periodo eravamo tutti ben abbronzati. La vita in mare all’aria aperta portava i suoi vantaggi ad apparire sui nostri visi e tonificava le nostre giovani membra.
Terminata l’attività addestrativa si ritornava, alla fine dell’estate verso Brindisi, nostra base naturale. Non sempre le navigazioni si svolgevano senza problemi. Ricordate che non erano che grossi motoscafi che spesso dovevano navigare anche con mare mosso per rispettare i tempi di un’esercitazione. Una volta però ce la vedemmo proprio brutta. Eravamo usciti da Ortona di mattino per recarci ad Ancona. Sapevamo di incontrare mare forza tre o quattro. Avevamo rizzato il possibile ed eravamo pronti a prendere il mare di prora per un certo tempo per poi cercare di accostare di 180° e entrare in porto ad Ancona. Così tra sobbalzi e impennate, acqua che entrava da tutte le parti giungemmo in vista del Monte Conero. Sollevati per aver compiuto il trasferimento senza danni eravamo quasi giunti a doppiare il Conero quando fummo colti da un improvviso fortunale che da quelle parti è ben conosciuto quando soffia la Bora. Il vento infuriava ad una velocità inaudita, il mare era diventato tutto di spuma bianca, le onde crescevano e venivano da direzioni diverse. Sempre più difficile tenere la Barca in posizione sicura. Si poneva poi il problema di accostare per rientrare in porto. Niente da fare, ci toccò restare in mare per più di un’ora tenendo la stessa rotta nord perché, se avessimo tentato un’accostata, ci saremmo sicuramente ribaltati. Dopo un’ora, infatti, il fortunale diminuì ed il mare scese di conseguenza. Accostammo e rientrammo in porto a “leccarci le ferite”.
A Brindisi ci attendeva il solito tran tran dell’addestramento notturno nonché dell’annuale prova di lancio di siluro vero che si effettuava in un poligono sito in una località presso Otranto.

Commenti

Post popolari in questo blog

Autocostruzione di una barca a vela

L'insano pensiero di costruire una barca a vela attraversa spesso la mente di ogni velista.

Poi si fanno due conti, ci si guarda intorno specie nel mercato dell'usato, si chiede qualche consiglio e finalmente questo pensiero passa, almeno per un pò.
Giuseppe invece, sta percorrendo la strada più dura, l'autocostruzione di un cabinato di 8,50 metri.
Seguiremo la sua avventura pubblicando periodicamente le foto e il racconto dell'avanzamento lavori.
Auguri Peppe e speriamo di veder presto realizzato il tuo sogno.







Nifta Maiu: da Leuca a Kos

Alla fine l’ho fatto!

Nel luglio 2006 sono partito da Leuca con la mia barchetta e, percorrendo a ritroso la rotta che gli antichi naviganti Greci battevano per raggiungere le nostre coste, sono giunto fino all’isola di Kos, patria di Ippocrate, situata proprio di fronte alla citta turca di Bodrum, l’antica Alicarnasso.
Era da un po’ di anni che ci pensavo: rimettere insieme il collage delle mie innumerevoli incursioni greche per costruire un’esperienza organica non solo dal punto di vista della navigazione a vela, ma anche sotto il profilo culturale e spirituale.
Inizialmente avevo programmato di compiere questa avventura non appena fossi andato in pensione e in questi pannicelli caldi mi ero cullato per un paio d’anni senza concludere nulla di concreto.
Poi una mattina di febbraio di un anno fa, uscendo dalla doccia avvolto nell’accappatoio, mi sono piazzato di fronte alla grande carta nautica inglese n°1439, quella che rappresenta il mediterraneo dalla Sicilia alle Cicladi e che fa b…

LA VOCE DELLA SIRENA di Angela Maria Amico, Caltanissetta

Sotto l'albero d'olivo nodoso e storto all'angolo della casa del custode della tonnara, in una
notte di luna piena, Nicola e sua moglie trovarono un fagotto, e nel fagotto una neonata con gli
occhi aperti. Non chiudeva gli occhi, e non piangeva; guardava il custode e sua moglie con
un'espressione adulta e seria, quasi volesse studiare visi e mosse, prima di giudicare. I suoi capelli
chiari erano ricci, come acconciati col ferro caldo, ed erano anch'essi adulti, rigogliosi. La portarono
dentro casa, e la bimba accettò con serena condiscendenza il calore e gli indumenti asciutti che la
moglie del custode le offriva. Donna Marastella, a sua volta, accolse senza sorpresa né stupore quel
ritrovamento; piuttosto si sentiva al contempo sollevata e grata al cielo per quella maternità che era
arrivata di notte, dopo anni di grembo sterile e di lacrime ingoiate insieme ai rimedi casalinghi e alle
preghiere a Sant'Antonino, lui che libera il mare dai pesci cattivi e che …

RADICI di Mariagrazia Nemour, Borgiallo (TO)

Gli schizzi sono freddi. E il freddo a volte brucia.
Il mare è denso e muove la coda di continuo. Un animale sempre all’erta.
Questo, è il mare più bello in assoluto. Almeno tra quelli che ho visto io.
Quando il mare ti entra nel cuore, allaga tutto; mettiti tranquillo perché avrai i piedi bagnati per tutta
la vita. Così, diceva mio padre.
La costa di Lampedusa è bianca, occhieggia da lontano. La roccia sa dove aprire la braccia e farti
attraccare.
Non sembra poi tanto lontana la mattina in cui partii.
C’erano gli stessi schizzi freddi di mare.
Fu l’alba in cui conobbi la paura e le feci spazio sotto la giacca rattoppata con lo spago. Ancora me
la porto dentro, insieme al mare.
Lasciai mia figlia abbracciata a una bambola di stoffa. Addormentate, entrambe.
E lasciai mia moglie; piangeva lacrime secche sotto le palpebre tremanti, chiuse a forza. Non riuscii
a salutarla. Me ne andai di notte.
Solo mio padre mi accompagnò al molo. Lo sento ancora il suo abbraccio sulle spalle. Forse se …

Othonoi 28/12- 30/12

Chissà perchè, quando gli altri sono davanti al camino in pantofole a scaldarsi, a noi viene l'idea di trascorrere un paio di giorni su un' isola greca. La più vicina si, ma 48 miglia in una notte di dicembre possono comunque portarti a chiederti perchè lo fai.
Strani questi marinai per hobby, "strano modo di divertirsi" dice la giovane mamma che vede il marito imbarcarsi. Strano vedere altre due persone (coppia), che di vela, lei ne aveva solo sentito parlare, lui aveva avuto qualche non felice esperienza in deriva. Beh, per loro non è stato semplice, chiedetelo alla barca ( ELISSA IV)... era in pena per loro e li coccolava nonostante tutti gli sversamenti di materiale organico dentro e fuori. Moribondi dopo appena 10 miglia. Mare e vento non avevano tenuto conto dei due impavidi che si erano imbarcati.
Alle otto arriviamo, diamo àncora, si pensa di scendere col tender. OK, la pompa? A Leuca, via di bocca, a turni. In barca ci si adatta. La barca tira fuori la napolet…

Traversata Atlantico in auto

Erano anni ormai che raccontando di questa impresa agli amici, mi ritrovavo ad essere scrutato con sospetto.
All'epoca di questa atipica traversata vivevo in Liguria, terra dei protagonisti del viaggio, per cui potevo leggere gli articoli del Secolo XIX, inoltre ad impresa conclusa l'auto in questione è stata ormeggiata, per un pò, nel porto di Lerici ed ho potuto fotografarla. Ora ho finalmente trovato questo pezzo e mi rendo conto ancora una volta, rileggendolo, di quanto forti possono essere gli uomini spinti dalla passione.
Gabriele




"In mare avevamo paura della profondità, ma il mondo che ci eravamo creati era il nostro mondo, e dovevamo affrontare soltanto i nostri giudizi. Ora dobbiamo rimetterci a confronto, tutti i giorni, con le aspettative degli altri. E a prima vista, a parte la felicità di rivedere le nostre famiglie, il mondo di terra non è poi un granchè."

Il 4 maggio 1999 quattro navigatori salpano dalle Isole Canarie con l’obiettivo di raggiungere l’Am…

LA GRANDE ONDA di Vittorio Malingri

Cari Amici il 18 giugno uscirà in libreria il mio nuovo libro "La Grande Onda". In questo libro racconto dell'avventura del record Atlantico dello scorso anno e di tante altre avventure che, nel corso degli anni, ho avuto il privilegio di vivere in mare. Dovrebbe essere un buon libro, specialmente per chi ha la passione per la vela, l'avventura e i grandi viaggi. L'intento è quello di fare una fotografia del mio mondo, della vita di uno, che come me, ha dedicato tanto tempo e passione ad inseguire i sogni di navigazioni sempre diverse e più impegnative. Spero che vi piacerà, che permetta di farvi un idea più precisa di quello che è oggi la vela oceanica, di riscoprire i valori che spesso abbiamo perso nella nostra società ma che sono sempre uguali e presenti per chi vive immerso nella natura e alla ricerca di una dimensione di vita più umana e semplice. Io al momento sono a casa nel mio agriturismo vicino a Gubbio, da quando sono sceso dal mio piccolo catamarano in G…

Imbarco gratis ai Caraibi

Da Francesco Rizzi dai Caraibi:

Buongiorno carissimi. C'é la possibilità di navigare qualche giorno ( circa una settimana ) gratis in Brasile.
Un carissimo amico, Marco Volpe, che é bravissimo velista ed istruttore di vela da una vita, cerca qualcuno per trasferire la sua barca da Fortaleza a Salvador.
Qui sotto trascrivo la sua mail. Se qualcuno ha tempo e voglia, sarebbe una bellissima esperienza di vela e di navigazione.
Chi fosse interessato può contattare direttamente Marco all'indirizzo mpgvolpe@gmail.com oppure scrivere a me.Uncaro saluto a tutti e, ovviamente, Buon Vento.

Franco PICCININI
347 8062956
mailto:8062956fpicci@hotmail.com


Sono bloccato qui a Fortaleza da circa un mese, senza più equipaggio.
Qui il marina è bello ma il costo è un po' troppo elevato e non riesco nè a navigare nè ad andarmene nella direzione che vorrei, cioè verso Natal che è a sud-est perchè sono ben 250 miglia controvento e controcorrente senza nè ridossi nè affidabili punti di fermata intermedi…

Albania... orso al guinzaglio

Sabato 27 agosto 2011
Othoni - Saranda, 15 nodi di libeccio gonfiano lo spi, 25 miglia in poco più di quattro ore, con Giulio e Luigi.
C'ero già stato in Albania: Durazzo, Valona, Saseno, Porto Palermo. A Saranda due anni fa, con Lucia, Stefano, Vittoria e i bambini.
Quella volta, l'impressione di essere tornati indietro nel tempo ci aveva colto subito dopo aver lasciato il pontile della moderna stazione marittima, dove la barca era ormeggiata.
Un tempo però, che noi non avevamo mai vissuto, per fortuna. Racconti dei padri, forse.
Non molto è cambiato dopo due anni. Forse è cambiato quello che doveva rimanere intatto, il paesaggio.
Gli alberghi rubano la bellissima scogliera. Costruiti uno sull'altro, dieci aperti e cento in costruzione. Un enorme cantiere.
Muoversi il più possibile, conoscere persone e abitudini, capire. E' il modo migliore per vivere.
Albania da visitare, comunque.
Mi ha sconvolto però vedere, sul passeggiatissimo lungomare, più della bambina rom di …