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Visualizzazione dei post da Maggio, 2012

IL PESCHERECCIO SANTA MARIA di Antonio Toma, Maglie (LE)

Erano in prossimità dell’isola di Fano che da Otranto costituisce l’approdo più vicino con le coste della Grecia. Il peschereccio “Santa Maria”, ormeggiato in prossimità della battigia, taceva nel buio delle stelle pulsanti nella notte: dall’interno non proveniva il minimo suono e d’intorno, nulla muoveva, né vibrava, né un uccello in aria, né una nuvola in cielo. I prossimi sarebbero stati gli ultimi giorni di pesca e la stanchezza si era impadronita dell’equipaggio che, spossato, aveva ceduto le stanche membra all’abbraccio di Morfeo. Solo il comandante faticava a prender sonno:  il  più giovane del personale di  bordo, egli aveva  assunto il comando  poche settimane prima e continuava a chiedersi se sarebbe  stato all’altezza del compito assegnatogli. Così, pensieroso, si aggirava  in su  e in giù per il ponte preoccupato, da un lato, di conquistarsi la fiducia dell’equipaggio del quale conosceva poco o nulla, e dall’altro, per la scarsa quantità del pescato. Con le stive quasi vu

CARTOLINA DAL MARE di Anna Teresa De Santis, Bitonto

Può mille cose fare il mare, quel tale, che per profondo e vasto quale appare, sconosciuto mi rimane.  Nel narrare, la biro–barca sento oscillare, l’onda la sospinge, la incresta e la corrente la prevale. Salastra, a galla, qualcosa risale: è una prosa diversa di versi da guardare. Miro il mare incontrare l’orizzonte, in là, di fronte, posso ideare un ponte perché quel solco non è un monte che l’anima chiede di scalare, soltanto un confine tracciato e da varcare. Se di invece, oltre non riuscendo, mi finisse chiusa la vista in quella linea lontana, come saprei, dico, chi mi ruffiana una visione avuta così tanto arcana? Supplisco, e così solo posso, spaziando di immaginazione intanto che delle acque scopro ogni tonale colore. Prosegue disteso il manto del mare e si funge coperchio del suo stesso fondale. A profondità immersa, sotto coperta, ogni esistenza è segreta, perduta e dispersa. Da qui nasce l’anima del soffio vitale che di iodio e salsedine sento spirare. Spuma la

DAHUD di Nicola Orofino, Ravenna

Il vento continua impietoso a scaricare acqua in faccia ai marinai: un misto di mare, pioggia e lacrime per la fatica immane a cui gli uomini sono sottoposti. Si sa, quelle tratte non sono mai state oggetto di sicuro rifugio. Fino a qualche attimo prima, la costa era a portata di sguardo. Ora non si intravede più neanche una luce lontana. L’equipaggio è sconsolato, il capitano privo di qualsiasi inventiva e si crogiola nel suo dolore urlando sul ponte frasi incomprensibili ai pochi che ancora stanno ad ascoltarlo. Non è difficile immaginare cosa stia per succedere quando le stive si riempiono all’inverosimile nel giro di pochi istanti. Cessano le urla, incalzano le preghiere, e qualcuno si mette a cantare. Oh cielo! Chi diamine si mette a cantare con voce talmente soave andando incontro a siffatta ingloriosa fine? Gaudio celestiale! L’armonia che proviene dall’inumana voce sembra condurre dritti al paradiso. O all’inferno: forse è il demonio che aspetta tutti! È di sicuro una voce di

IL CANTO DEL MARE di Jessica Vettese, Cassino (FR)

Inutile. Una giornata inutile: è tutto ciò che riesco a pensare, seduto sulla sabbia umida, guardando mio nonno esaminare ogni angolo della sua barca - la barca di suo padre, di suo nonno, dei suoi avi - per essere sicuro di non averne tralasciato nemmeno uno in questi tre giorni di duro lavoro. Un timido raggio arancione ferisce il mio sguardo quando tento di alzare gli occhi dalla sua figura esile, china sulle assi di legno, curva sotto il peso degli anni e della fatica. Sebbene mio padre abbia un buon lavoro in paese e io abbia già trovato un impiego come garzone, mio nonno non ha mai voluto rinunciare alla pesca e al rimanere ore sotto il sole cocente, a volte senza portare a casa nulla. Finalmente, con un mezzo sorriso, si rialza e viene verso di me; il fruscio delle onde, il loro infrangersi sugli scogli poco lontano da noi, il verso stridulo dei gabbiani - che non ho mai sopportato - fanno da eco ai suoi passi pesanti sulla sabbia. «Come va, ragazzo?»mi chiede, lasci

...STESSA SPIAGGIA, STESSO MARE... di Mariangela Pede, Cellino San Marco, (BR)

Lendinuso ha sempre rappresentato il mio rifugio, il mio posto ideale dove avrei vissuto non due, ma dodici mesi l’anno. Ho trascorso qui tutta la mia adolescenza e parte della mia giovinezza; ha segnato tappe importanti della mia vita, mi ha vista protagonista di parecchi episodi. Poi, però, la vita ti conduce in vicoli stretti, senza via di fuga, dove non puoi tornare indietro, ma sei costretto a seguire una determinata rotta, che non ti saresti mai aspettato di seguire. Quante emozioni su questa spiaggia, ricordi stampati sulla pelle. Profumo di mare e di momenti indelebili. - Nonna, nonna... Michele mi tirava per il braccio e mi conduceva dove sua madre stava piantando l’ombrellone. Per alcuni istanti mi ero soffermata  a guardare il mare, a respirare quella salsedine che mi mancava e chissà cosa avrei fatto pur di respirarla negli anni passati. - Nonna, perché ti sei fermata? La sabbia scotta già… ;) Dai su togliti i vestiti come ho fatto io e andiamo a farci il bagn

ONDE di Carlotta Servidei, Roma

Il vento le alzava i capelli allungandoli nell’aria, dorati  come raggi di sole. Lei proiettava il suo sguardo sfavillante dritto sulle onde che si infrangevano lontano dalla riva. Lui era in mezzo a molti altri ma lei l’avrebbe sempre riconosciuto e  non l’avrebbe perso di vista. Lui, sdraiato sulla tavola rigida, pennellata di colori, incisa da figure tribali e serpeggianti. I capelli scuri legati, gli occhi verdi come il fondale di alghe e pesci, le braccia robuste a fendere l’acqua agitata. Nel caldo estivo, le acque brontolavano con risucchi e fragori. La sabbia,  candida come granelli di neve, era il letto morbido sul quale il mare veniva a riposare pochi secondi prima di rilanciarsi nel suo primitivo furore. Lui scavalcava i flutti con la sola forza delle braccia, si spingeva avanti sorvolando le correnti. Qualche occhiata agli altri e l’attesa dell’onda… Sdraiato sulla tavola, la vita sospesa, tesa all’orizzonte. Lo sciabordio dell’acqua sul surf, la potente pre

TI RACCONTO IL MARE di Genovese Lorenzo, Torino

Mi trovavo a sonnecchiare sul divano di casa, era un soleggiato pomeriggio di luglio, la luce filtrava tra le persiane semi abbassate del salone e intorno a me tutta la casa dava l’impressione di riposare, i colori caldi che mi circondavano e il rumore degli spruzzatori d’acqua  immersi nel verde del  giardino suscitavano una profonda pace. Sarei potuto uscire se avessi voluto,  la giornata era stupenda e Daniel era fuori che scorrazzava con la sua nuova  bicicletta ormai da un po’. Gliel’aveva regalata sua zia, quella che viveva ormai da anni  tra le affascinanti vette dei monti Kajak,  “la mia seconda mamma” l’apostrofava sempre Giorgio e nonostante non si vedessero spesso, tutti conoscevamo l'affetto che li univa.  Ora che ci penso, l’ho sempre sentita chiamare così e credo sia proprio quello il suo vero nome: "la mia seconda mamma" Venivamo qui tutti i week  end quando cominciava la “bella stagione”, non conosco bene il significato di questo modo di dire “b

ONDA NUOVA di Matteo Morsetti, Valenza (AL)

Vi racconto il mare che ho visto riaffiorare nei suoi occhi, quel giorno. Era settembre, un pomeriggio in cui il sole si faceva vanto dei suoi raggi ancora caldi. C’era anche un pizzico di vento timido e curioso insieme, che non sapeva che farsene di tutta quella spiaggia. E poi c’eravamo io e lei.  Può sembrare assurdo ma andò così: che dopo qualche bacio al volo lei mi ha guardato e mi ha detto che lo stava aspettando, che era già lì dentro, nel suo nuovo mare, un bimbo. E che forse era il momento giusto, anzi il più giusto, ora che noi eravamo tornati ad essere noi, dopo la tormenta estiva che ci aveva fatto volare come foglie. Ora che avevamo di nuovo la nostra vita tra le mani, dicevano i suoi occhi castani, ora era il momento più giusto. In fondo ci conoscevamo da quasi 7 anni, eravamo stati amanti per due e fidanzatissimi per cinque.  –Lo voglio tenere- mi disse con la semplicità con cui un’onda si mangia e torna ad infrangersi sul bagnasciuga. Così me lo disse, Annalis

SOLITUDINE di Paolo Borsoni, Ancona

Davanti a Stig c’è il mare; alle spalle di Stig una casupola di pietre, una volta abitata da una famiglia di contadini, in queste settimane solo da Stig; è una casa isolata, lontana da tutte le altre costruzioni della baia, sono solo tre stanze. Il pendio che scende verso la spiaggia, in parte sabbiosa, in parte ricoperta di scogli, è un campo incolto di stoppie gialle, rami secchi, quattro alberi di fico storti e alcuni ulivi agitati dal vento e ingrigiti di polvere. Al centro della baia una boa fa da punto di riferimento ai nuotatori: chi parte da riva si dirige verso la sfera arancione che spunta dall’acqua e quando la raggiunge le gira attorno… oppure prosegue per qualche bracciata verso il largo… finché si ferma… indeciso sul da farsi… quindi, senza alcuna eccezione, fa il tragitto inverso per tornare a riva. In questo momento due nuotatori stanno corrugando la lastra argentea del mare con le loro linee affilate. Dietro la sedia su cui si è piazzato Stig passa un gat