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LA VOCE DELLA SIRENA di Angela Maria Amico, Caltanissetta


Sotto l'albero d'olivo nodoso e storto all'angolo della casa del custode della tonnara, in una
notte di luna piena, Nicola e sua moglie trovarono un fagotto, e nel fagotto una neonata con gli
occhi aperti. Non chiudeva gli occhi, e non piangeva; guardava il custode e sua moglie con
un'espressione adulta e seria, quasi volesse studiare visi e mosse, prima di giudicare. I suoi capelli
chiari erano ricci, come acconciati col ferro caldo, ed erano anch'essi adulti, rigogliosi. La portarono
dentro casa, e la bimba accettò con serena condiscendenza il calore e gli indumenti asciutti che la
moglie del custode le offriva. Donna Marastella, a sua volta, accolse senza sorpresa né stupore quel
ritrovamento; piuttosto si sentiva al contempo sollevata e grata al cielo per quella maternità che era
arrivata di notte, dopo anni di grembo sterile e di lacrime ingoiate insieme ai rimedi casalinghi e alle
preghiere a Sant'Antonino, lui che libera il mare dai pesci cattivi e che accoglie le suppliche delle
donne che vogliono restare incinte. Nella casa del custode, costruita a ridosso della spiaggia stretta
della tonnara, il silenzio della notte era accarezzato dalle onde del mare improvvisamente calmo
dopo la burrascata che nessuno aveva previsto, e dalla cantilena di una ninna nanna antica quanto il
mondo. Donna Marastella rimirava la bimba posata sulle sue ginocchia, la guanciotta rosa
appoggiata al grande seno morbido e cascante che tutto a un tratto era divenuto fertile e materno.
“Dai gendarmi la dobbiamo portare” disse il custode, stringendo con la sua mano grande il ditino
della piccola trovatella.
“Per che fare dai gendarmi? Per farla portare all'orfanotrofio di Caltagirone?” ribatté donna
Marastella.
“E allora dalle suore...”
“Si, così la fanno monaca! Questa figlia nostra è! Tu invece domani mattina vai all'anagrafe e la vai
a denunciare. La chiamiamo Regina, come la Madonna del Mare, figlia di Nicola e Marastella
Amato”
“Ma chi ci crede che tutto d'un tratto ci è nata una figlia?
“Alla gente non gliene deve importare niente, basta che è registrata. E poi alle carte tutti ci
credono.”
La bambina stava tranquilla nella culla improvvisata da donna Marastella dentro un cassetto di
comò, su cui aveva poggiato un cuscino di piume e un lenzuolino di lino con gli angioletti ricamati,
tratti dalla credenza e odorosi di lavanda. Aveva aspettato tanto, la moglie del custode: quelle
lenzuola con le loro copertine, e anche decine di coprifasce e di bavette, li aveva ricamati anni e
anni prima, quando la speranza di uno o più figlioli sembrava una promessa che presto avrebbe
preso la forma di una pancia rotonda sotto il grembiule. Alla vista della bimba avvolta del
lenzuolino finalmente utilizzato ancora di più in Marastella si raffermò la convinzione che mai e poi
mai avrebbe rinunciato alla bambina, manco se fosse venuto il sindaco in persona a pretenderla.
Manco se fosse venuto il diavolo, perché l'aveva portata Sant'Antonino quella creatura. Inzuppando
la cocca di un tovagliolo pulito nella brocca del latte lasciava ciucciare la bambina, che gorgogliava
serena e si guardava intorno come a valutare la sua nuova casa.
Naturalmente il custode fece quanto la moglie aveva deciso, e la gente non mise in giro chiacchiere,
o, se anche le mise in giro le chiacchiere durarono il tempo di un giorno e si infransero contro la
calma risolutezza di Marastella e lo sguardo adulto della bambina.
Donna Marastella insegnò a sua figlia le filastrocche e le storie del mare. La fece crescere sana,
senza capricci o stupide paure; Regina imparò a nuotare, ad arrampicarsi sull'olivo e a pescare
telline, ma anche a rigovernare, a stirare e a ricamare. Le fu trasmessa la devozione per
Sant'Antonino e per la Vergine del Mare, a cui ogni sera prima di dormire madre e figlia
rivolgevano la preghiera della quale non tutte le parole riuscivano a comprendere, ma il cui ritmo
dava pace al cuore dopo una giornata faticosa.

Regina del mare,
che dalle stelle ti volgi quaggiù
dona un tuo sguardo di luce.
Forse nella tempesta c'è ancora una barca,
ma la luce del faro non disperde la nebbia,
non entra nel cuore di vite e uragani.
Su questa spiaggia adesso cattiva,
nelle notti di reti strappate, t'invoco:
sii porto a chi piange nel vento.
E in questo mare di sorriso e tremore
dona il tuo amore a chi naviga senza senso.
Stella del mare, guida noi poveri marinai
nella nostra rotta della vita.

L'unica cosa selvatica, in Regina, era quella chioma riccia e folta, che cresceva con una
velocità impressionante. Bastavano tre mesi, e di nuovo, nonostante fossero stati tagliati all'altezza
delle orecchie, i capelli della bambina arrivavano alla vita. In quei capelli, dalle bizzarre sfumature
colore del rame, Donna Marastella percepiva una minaccia, una paura oscura e muta che covava
sempre nel cuore: temeva che un giorno la sua bambina se ne sarebbe andata, per dove e per come
era venuta, senza una parola né un pianto, senza una spiegazione. E pure se la vita le aveva
insegnato che le cose accadono spesso senza spiegazione, perché così vuole il cielo, lo stesso
Marastella si arrovellava, chiedendosi come Regina fosse arrivata fino alla tonnara, e di chi fosse
figlia, e perché fosse stata abbandonata. Ma non ne faceva parola né con Nicola né con Regina,
temendo che la parola, una volta pronunciata, assumesse consistenza di realtà.
Regina cresceva, e Marastella e Nicola invecchiavano. Il tempo lo si leggeva dalle rughe sul viso e
dal bianco nei capelli, e anche da una certa svagatezza che offuscava a volte il carattere deciso di
donna Marastella. Era sempre stata così energica, una cummananti, come la chiamava il marito con
affetto e rispetto, e adesso pareva che la sua mente si allontanasse lungo la spiaggia bianca, mentre
il mare si portava via, piano piano, le impronte lasciate dalla vita, i ricordi, i nomi, il senso del
tempo.
“Regì, l'abbiamo pulito il pesce per la zuppa? Ma pulito bene, che non ci restano interiora?”
“Mamà, il pesce ieri l'abbiamo cucinato. Oggi fagioli ci sono.”
“Ah si...? Ma l'aglio per la zuppa l'hai spicchiato, Regì? ”
“Si, mamà. Ma quello ieri fu. State tranquilla che tutto pronto è...”
“Regina mia, la vita non vale niente senza i figli, ricordatelo.”
“Me lo dite sempre, Mamà.”
Regina sospirava desolata mentre guardava fuori dalla finestrella della cucina, affacciata sul blu del
mare e sempre opaca di schizzi e di salsedine. Si sentiva sempre più sola. Avrebbe voluto qualcuno,
una sorella magari, con cui parlare di piccole cose, con cui scambiarsi segreti e sogni. Perché, ben
oltre la concreta solidità della vita di Marastella e Nicola, lei aveva sogni senza nome e senza volti,
che la incontravano di notte e la facevano risvegliare col batticuore.
Dalla finestra vedeva le muciare in mare e da lontano poteva distinguere la maglia bianca di Nino, e
già quel puntino bianco le faceva tremare il cuore. Nino l'aveva baciata, sere prima, e lei si era
sentita rimescolare senza saper placare né il turbamento né il calore che l'aveva accesa. Ma, allo
stesso tempo, percepiva una forza che la chiamava in qualche modo straniero e impellente verso un
altro posto, verso un'altra casa. Non sapeva dare forma a quella sensazione, non comprendeva cosa
fosse. Poteva solo chiedere a Sant'Antonino di darle forza e alla Madonna del Mare di
accompagnarla, ma sentiva, comunque, di dovere andare. Solo non si capacitava di dove andare, né
di come.
Quello che le capitava, e non osava spiegarlo neanche a Marastella, era che le sue gambe si
tendevano tanto da dolerle, quando la notte giaceva nel letto; e quando provava a stenderle sotto le
lenzuola per sgranchirle, loro non obbedivano ma la portavano giù per scale anguste e di corsa
verso la spiaggia stretta, sotto la casa del custode. Lì il sale del mare le bagnava la faccia, i capelli
ondulavano nella stessa direzione del vento, come rami di acacia, e si sentiva forte. Ma sulla
spiaggia ancora di più le gambe le dolevano, le prudevano, come se si allungassero prepotenti, come
se le indicassero una fuga. Di fronte c'era solo mare. Regina del mare, pregava la ragazza, sii porto
a chi naviga senza senso. Ma nessuna risposta veniva dal mare o dal cielo, e la ragazza tornava a
casa sfinita e zitta, per non svegliare i genitori.
Poi, in una mattina in cui, a mattanza finita, si facevano le pulizie della tonnara e si preparava la
festa, donna Marastella disse a Regina:
“Prima che me lo scordo, ti devo raccontare come fu che arrivasti qui, Regì.”
“Che volete dire, mamà? Mi volete raccontare la storia della cicogna? A scuola ce lo spiegano come
arrivano i bambini...”
“E tu diversa sei, Regì. A te sotto l'olivo ti abbiamo trovato, una notte di luna piena.”
Regina si intristì; sua madre stava perdendo il senno.
“Ah si, mamà? E chi mi ci ha portato sotto l'olivo?”
“E questo non lo so, ma fu strano assai. Manco piangevi, lo sai? Stavi con gli occhi aperti come una
grande...te lo sto raccontando perché non sa mai Dio viene qualcuno a reclamarti, capace che vero
tua madre è, ed giusto che ci vai, con lei...tanto io tra poco...”
Maristella si perse di nuovo nelle sue nebbie, e riprese a spazzare il pavimento. Regina rimase
perplessa e sentì di nuovo nelle gambe quell'urgenza a muoversi, a mettersi in cammino. Il colore
del mare oltre il muro della tonnara cambiava rapidamente col vento, e milioni di colombelle
bianche increspavano l'acqua, segno di vento forte e di mare pericoloso. Anche l'odore dell'aria si
intorbidava di sabbia e sale, e i capelli della ragazza si increspavano di più. Erano lunghi e così ricci
da sembrare corde, forti e lanose da scorticare le mani.
Le pulizie erano compiute e presto le donne sarebbero arrivate dal paese per addobbare di fiori e
coperte ricamate le pareti della tonnara, quando si sollevò improvvisa la furia del maestrale che le
colombelle sull'acqua avevano preannunciato; adesso il vento umido e freddo arrivava da nord ovest
a strapazzare gli arbusti e le canne sul pantano, spingendo granelli di sabbia sotto le unghie, tra i
capelli, dentro i vestiti. Turbini di polvere e sterpi roteavano lungo la strada, e le finestre serrate
sembravano cedere all'impeto delle raffiche. Regina era corsa verso il mare e adesso stava in piedi
sulla spiaggia, senza fiato ma per nulla intimorita, quando in uno dei turbini le parve di intuire un
lampo di azzurro, una sbavatura argentea che si muoveva sinuosa. Ma era difficile vedere, in mezzo
al vento e agli schizzi d'acqua che la facevano rabbrividire. Dal turbine vennero fuori due lunghe
braccia, una chioma folta e riccia, un viso di donna. Regina non riusciva a vedere bene, e forse era
solo una visione, un'ombra nel vento. O era davvero una donna, coi lunghi capelli che le coprivano
il busto, e le mani sottili, eleganti, così simili a quelle di Regina. E le gambe, le gambe...non c'erano
gambe, ma una coda argentea e pinnata. Una sirena, era quello che Regina vedeva. La voce della
sirena fioriva come un giglio selvatico, e poi si tramutava in una bocca vorace che al cuore di regina
si avvinceva, in un morso dolcemente doloroso. La sirena in lacrime tendeva le braccia verso la
ragazza, la chiamava, la invitava ad avvicinarsi. E le gambe di Regina ripresero a dolere, come a
costringerla a camminare verso la sirena, e le sembrava che le gambe si unissero, si fondessero in
una coda, con una pinna in fondo... la vertigine che prese Regina la confuse e la disorientò.
Sembrava così facile lasciarsi andare, scivolare verso la sirena, e insieme nuotare con naturalezza
nel grande mare blu, come in un abbraccio, come nel ventre di una madre. Eppure qualcosa la
tratteneva, e non sapeva definire cosa. Aveva paura di muoversi e insieme voglia di andare, aveva
desiderio di partire ma anche nostalgia di casa.
A Regina vennero spontaneamente alle labbra le parole della preghiera che le aveva insegnato
donna Marastella. “Stella del mare, su questa spiaggia adesso cattiva, ti invoco: guidami nella rotta
della vita...”
“Vieni bambina, vieni con me...” sussurrava nel frattempo la sirena, come in controcanto alla
preghiera.
La voce melodiosa della sirena era come lo scroscio dell'acqua; ma Regina sentiva qualcosa di
stridente, di tagliente, come cocci di vetro sugli scogli. La dissonanza la confondeva e la
spaventava; eppure si sentiva attratta dal mare.
“Vieni bambina, torna nel mare con me, vieni con me...” insisteva la sirena.
Il vento, a tratti silenzioso e quieto, irrompeva con raffiche cattive e portava via la voce della sirena,
lasciando il rombo dei cavalloni a coprire ogni altro suono.
Regina esitava. Il mare era l’avventura, il fascino del viaggio, l’andare lontano e il perdersi senza
remore, senza punizioni. Ma, alle sue spalle, come un un sasso bianco solido contro il vento, la casa
del custode era l’abbraccio, l’affetto, la realtà di una vita scandita dai ritmi antichi del lavoro e della
tonnara. Le gambe spingevano, gli occhi resistevano. Regina sentiva il suo corpo dilaniarsi, la sua
volontà piegarsi. La sirena chiamava, la voce suadente perforava le orecchie. Il mare tuonava.
Poi, improvviso, il vento concesse una tregua. Come comandata dal tridente magico del dio del
mare, o come se la Madonna avesse disteso il suo manto celeste, la spiaggia tornò immobile e
silente, e il mare si acquietò. Una manciata di ragni ripresero a punteggiare il bagnasciuga e i
gabbiani si lanciarono in tuffi a capofitto nel blu, per pescare. Nel silenzio improvviso che seguì alla
burrasca, Regina udì Marastella chiamare.
“Regina, comincia la festa! Dove sei, figlia mia?”
Della sirena rimase solo un bagliore azzurro che mandava lampi deboli dietro la duna. Forse non
c’era stata nessuna sirena ed era solo il vento dispettoso che aveva ingarbugliato le immagini e i
pensieri di Regina. Forse.
Dal balcone, i panni stesi e ormai asciutti sventolavano come bandiere. Nino fischiava, di
ritorno dal paese ed era ora di prepararsi per la festa. Regina raccolse dalla rena una conchiglia
spezzata e tornò verso la casa del custode, sussurrando la sua preghiera: in questo mare di sorriso e
tremore, Regina, dona il tuo amore.

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