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Nifta Maiu: da Leuca a Kos

Alla fine l’ho fatto!

Nel luglio 2006 sono partito da Leuca con la mia barchetta e, percorrendo a ritroso la rotta che gli antichi naviganti Greci battevano per raggiungere le nostre coste, sono giunto fino all’isola di Kos, patria di Ippocrate, situata proprio di fronte alla citta turca di Bodrum, l’antica Alicarnasso.

Era da un po’ di anni che ci pensavo: rimettere insieme il collage delle mie innumerevoli incursioni greche per costruire un’esperienza organica non solo dal punto di vista della navigazione a vela, ma anche sotto il profilo culturale e spirituale.

Inizialmente avevo programmato di compiere questa avventura non appena fossi andato in pensione e in questi pannicelli caldi mi ero cullato per un paio d’anni senza concludere nulla di concreto.

Poi una mattina di febbraio di un anno fa, uscendo dalla doccia avvolto nell’accappatoio, mi sono piazzato di fronte alla grande carta nautica inglese n°1439, quella che rappresenta il mediterraneo dalla Sicilia alle Cicladi e che fa bella mostra di se in una cornice di mogano all’ingresso di casa mia.



Ho cominciato a rimuginare con espressione corrucciata ed improvvisamente ho realizzato che:In pensione bisogna prima arrivarci Bisogna poi arrivarci vivi L’unica certezza è che la vita è qui ed è adesso. E allora vai, questa volta si parte!

Chiamo Renato, l’amico di Brescia, bravissimo skipper col quale ho condiviso tante esaltanti avventure marine e gli butto là l’idea: non ha bisogno di farsi pregare ed il progetto prende forma. Partiremo io a lui a fine giugno, coprendo in un sol fiato le 240 miglia che separano ( ma forse dovrei dire uniscono) Leuca da Corinto, navigando giorno e notte. Là ci raggiungeranno mia moglie e mia figlia alle quali voglio risparmiare un simile ( per loro) stress; quindi, percorrendo il mitico stretto di Corinto, ci riverseremo in Egeo attraversandolo tutto da ovest ad est fino a fronteggiare le coste turche.

Per preparare la mia barchetta all’evento non ho badato a spese: pannelli solari, terza batteria, un’infinità di carte nautiche, due GPS e, soprattutto, un corredo di vele nuove per affrontare le zampate del Meltemi, una sorta di monsone estivo che picchia duro in Egeo dai quadranti nord. E’ stato un po’ come confezionarle l’abito da sposa per il primo vero viaggio di nozze insieme: per qualcuno son soldi buttati perché quell’abito si usa una volta sola ( sì, perché anche se ci si risposa generalmente si è ingrassati di almeno 25 kg ed il vecchio abito non entra più), ma son contento di averla fatta sentire una regina!

Ma adesso, amici miei, non vorrei tediarvi con la cronaca del viaggio se non per accennare ad alcuni momenti topici. Potrei giusto far cenno all’emozione che ci ha ammutoliti nell’attraversamento dello stretto di Corinto nel trovarci sprofondati in uno stretto budello cinto da arditissime pareti friabili, preceduti da un puzzolente bastimento albanese che ci faceva assomigliare ad un topolino al seguito di un cammello macilento.

Potrei rammentare il violento groppo, con raffiche fino a 50 nodi, che ci ha beccato sotto Egina e ci ha accompagnato per buona parte della notte fino a quando stravolti, alla luce maligna di una livida alba, non siamo giunti in vista dell’isola di Sifnos con il suo villaggio di cupolette azzurre e mulini a vento, la Chora, pigramente ammiccante sul crinale del cupo monte che domina il porto. Ma più che parlarvi dei singoli luoghi vorrei piuttosto soffermarmi sugli aspetti emotivi, sulle suggestioni sensoriali e, soprattutto, sul continuo Deja vu che ha contrassegnato l’intero viaggio; non tanto un deja vu personale, quanto culturale, etnico…

Mi spiego meglio: questo viaggio ( volutamente non lo definisco, riduttivamente, crociera) è stato un tuffo nella memoria, una nuotata verso la sorgente della mia storia di uomo mediterraneo e, segnatamente, salentino. I colori, i suoni e gli odori di quelle isole profumate di timo; e le vecchiette vestite di nero; le torme di ragazzini e gli asinelli impastoiati in mezzo ai campi arsi; e la luce, la luce soprattutto, che sfavilla imperiosa e gaia su ogni cosa animata e non… Bene, tutto questo mi appartiene, attiene alla mia infanzia salentina quando, dalla finestra della mia casa di via Giotto, vedevo la vecchietta vestita di nero della casa di fronte e i miei compagni di scuola giocare a “bbulla-bbulla”; o il vecchio Uccio col suo asinello, giardiniere nella campagna di mio zio; e poi Torre Mozza, che nel ’66 si presentava con una spiaggia bianca immensa, la torre cinquecentesca, una chiesetta bianca ed un negozietto di alimentari e cianfrusaglie varie ed avrebbe potuto benissimo essere un villaggio su un’isoletta greca.


Perché, infine, questa è la convinzione che si trae: Salentini e Greci siamo tutti figli della stessa Dea Madre Mediterranea e quando ripenso ai miei studi liceali ormai lontani mi rendo conto che quell’arte e quell’epica, quell’estetica e quell’etica non potevano che nascere in quel mondo di profumi e di luce di cui il nostro Salento è in definitiva, seppur con le sue peculiarità storiche e culturali, l’estrema propaggine occidentale. Una volta, durante una passeggiata per le colline di Fanò, un vecchietto a cui avevo chiesto a gesti di poter bere, mentre mi versava in un bicchiere della fresca acqua di cisterna mi chiese da quale parte d’Italia provenissi;

“Leuca!” risposi, non senza enfasi e, per farmi capire, disegnai per terra con un ramoscello il profilo del tacco italiano indicandone poi la punta estrema.


Il suo viso cotto dal sole allora si illuminò. A gesti mi fece capire che dall’alto di Fanò , quando l’aria è tersa, loro ci vedono molto bene perché la nostra costa è più bassa e regolare rispetto alle loro aspre scogliere. Poi, mettendomi paternamente una mano su una spalla ed indicando prima il suo volto e poi il mio, mi disse con il suo buffo accento: “Una facia, una raza”.

Bene, non mi vergogno a dire che mi sono profondamente commosso e che da allora io, pur europeista convinto, mi son reso conto che la nostra integrazione alla casa europea non può avvenire che attraverso il pieno recupero della nostra identità, spesso negletta, che è un’identità mediterranea o, per essere più precisi, mediterranea orientale capace di evocare identiche emozioni e suggestioni da Torre Mozza a Cipro.

Infine un ultimo episodio. Levitha, minuscola isola delle Cicladi orientali dotata di una splendida baia naturale ridossata dal Meltemi , presenta nel suo cuore una minuscola radura coltivabile circondata da una corona di rocce impervie brulicanti di caprette nane.

Qui, in una masseria bianca con finestrelle azzurre e pergolato, vive un patriarca pescatore che con la sua paranzetta esce a pesca ogni dì mentre i suoi due figli maschi, con le rispettive famiglie traboccanti di bambini, si son riconvertiti imprenditori. Infatti uno di loro ha posizionato dieci gavitelli nella baia e li affitta per 5 modesti euro ai velisti che giungono al tramonto, stanchi dopo una impegnativa navigazione alla volta del Dodecaneso. Si avvicina alle barche in transito a bordo di una lancia con a prua un bambino di circa sette anni che gestisce la manovra di accostamento. Chiede gentilmente se si è interessati al gavitello, se sì riscuote e quindi raccoglie prenotazioni per il “restoràn”, cioè per la masseria dove l’altro fratello e le due mogli hanno organizzato dei tavolini sotto il pergolato e dove servono il pesce pescato dal nonno, carne di capretto, olive nere e i prodotti dell’orto.

L’energia elettrica è garantita da una batteria di pannelli solari e da un grosso generatore eolico, più che sufficienti al fabbisogno energetico in un posto dove sole e vento non mancano mai…

Ecco, nella loro primitiva semplicità questa piccola comunità mi ha dimostrato come sia possibile acquisire una mentalità imprenditoriale nel settore turistico senza dover minimamente rinunciare alle proprie prerogative identitarie .

Quando passeggio sul lungomare di Torre San Giovanni, che sembra il corso principale di Honk-Kong, mi viene in mente il modello greco e penso che, per il Grande Salento, ancora tanta strada dobbiamo fare…

Forse tutti dovremmo cominciare a riflettere un po’.


Michele P.

Commenti

  1. Bella storia. Non immagini quanto il mio pensiero sia vicino al tuo. Partirò sulle stesse rotte seguendo il filo della nostra identità, tornando alla madre Grecia. Sono felice di sapere che esistono persone come te. Magari ci incontreremo sui pontili a Leuca. B.V.
    Carlo

    RispondiElimina
  2. Ciao Carlo,
    al ritorno, mandaci un tuo racconto sul viaggio che stai per intraprendere, lo pubblicheremo.

    RispondiElimina

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