martedì 19 aprile 2016

Elissa IV raccontata a Damir Babic

“Bene, se continua a soffiare così, in sei ore saremo all’imboccatura del canale…
Bisogna stare con gli occhi aperti qui. Troppe navi e di notte è molto difficile valutare la loro distanza e velocità.
In pochi minuti ti puoi trovare col naso sotto la prua di qualche bestione d’acciaio.
Sono ormai quattro anni che ho questa barca, è un macigno.
E’ stata costruita nel 1971, in Francia, da Michel Dufour. E’ un Sortilege 41 piedi sloop, dodici metri e mezzo di lunghezza.
E’ una di quelle barche concepite per macinare miglia e miglia senza fretta ma con grande sicurezza.
Ha grandi serbatoi d’acqua e gasolio, una cucina funzionale e un enorme tavolo da carteggio.
Sulle barche di oggi, il tavolo da carteggio è ridotto al minimo, si preferisce dare invece spazio ad enormi cuccette matrimoniali e a bagni con doccia e confort di ogni genere.
In mare però c’è bisogno di poco, se si naviga, e spesso le nuove barche sono più adatte a stare in porto e non in mare aperto.
Ora sono molto più leggere, hanno scafi plananti e raggiungono velocità pazzesche, questa invece è lenta ma nel suo pozzetto centrale ti senti sicuro e forse incarna il vero spirito della navigazione a vela.
I legni poi, vivono, sono pregiati, tutto teak all’interno… credo che attualmente ci sono pochi cantieri che riescono a costruire barche di questi livelli, con questi materiali e con queste rifiniture, e se ci sono hanno una produzione di pochissimi esemplari l’anno e vengono venduti ad un prezzo sensibilmente più alto rispetto alle barche comuni.
Qui è tutto estremamente semplice, c’è sempre da fare, vele di prua con garrocci, salpancora manuale, poca elettronica, e tanta fatica.
Non ti annoi su una barca vecchia, anche se a me non piace chiamarla vecchia, potrei dire d’epoca ma preferisco un termine che non la confonda con un qualcosa da lucidare ed esibire. Questa è una barca che ha navigato e spero che possa farlo per tanto tempo ancora. Una barca con tanta esperienza. Ahahah…
Lo sai che si dice che sono le barche a scegliere il loro padrone? Beh, penso proprio che in questo caso sia stato proprio così.
Elissa IV, è arrivata a S. Maria di Leuca alla fine di un lungo viaggio che era iniziato da Plymouth, a sud dell’Inghilterra. Era “abitata” da una coppia di pensionati, innamoratissimi, ti dirò poi com’è che lo sò, che dopo aver scorrazzato per tutto il Mediterraneo, proprio a Leuca hanno deciso di terminare il loro viaggio.
In quel periodo, spesso, o forse è meglio dire sempre, ero sulle banchine del porto a trafficare con la mia vecchia barca che grazie a Dio non ha mai smesso di farmi dannare col suo maledetto motore.
Elissa IV era ormeggiata proprio dall’altro lato del pontile, costantemente sotto i miei occhi.
Passano uno, due , tre mesi e comincio veramente ad essere attratto da questa barca che i figli del proprietario della barca a lato della mia chiamavano “la barca dei fantasmi” per lo stato di abbandono in cui versava.
Il colore blu sbiadito dello scafo, per anni cotto dal sole, e tutto l’armamento che era stato diligentemente riposto all’interno, in previsione di una lunga sosta, ai bambini suscitava la sensazione di terrore.
Così un giorno, ero sul gommone della scuola vela, preso dalla curiosità mi avvicino alla fiancata e comincio a sbirciare all’interno.
Fui subito colpito dalla quantità di libri che vi erano stipati sui mobili della dinette, dai legni di colore scuro e dalla tendine arricciate che facevano tanto casa.
Ero già innamorato.
Poco dopo ero negli uffici del porto a chiedere informazioni sul proprietario di Elissa.
“Mi fate parlare col proprietario di quella barca blu abbandonata? Sapete cosa vuole farne? Mi fate avere il numero di telefono?”
Ma niente, mi dicono che a breve verrà a riprenderla.
“Se vuole vendere fatemelo sapere”.
Era la fine di agosto dell’anno successivo quando rivedo il suo proprietario trafficare sulla barca.
Nel porto, io sono quella persona che tutti i velisti che arrivano con qualche piccolo problema tecnico, vorrebbero incontrare.
Lo faccio perché mi piace, mi piace parlare con gli stranieri, aiutarli, far sembrare bello e accogliente il Salento, aiutare la gente che ha deciso di viaggiare per mare nonostante tutti i sacrifici che esso richiede.
E poi, tante volte io mi sono trovato al loro posto e l’immagine delle persone che mi hanno aiutato ce l’ ho fissata indelebilmente nei miei bei ricordi.
Comunque chissà perché, con Alan, questo il suo nome, non c’è stato nessun contatto.
Dopo qualche giorno mi chiamano dal porto. Ero alla scuola vela “vieni, c’è il tizio della barca blu che forse vuole venderla ma parla in inglese, non sto capendo molto”.
Neanch’io parlo bene inglese, ma riesco a comunicare.
Aveva deciso di lasciare la barca a chiunque avesse pagato il periodo di sosta trascorso nel porto di Leuca.
Non potevo crederci. Non era certo quello il valore. Per un attimo da buon italiano ho pensato ad una "sola", la classica "sola". Poi, un inglese che viene a Leuca per tirare un pacco, mi è sembrato veramente improbabile. Bastava guardarli, lui e la moglie, per percepire la loro onestà.
Avrebbe potuto certamente chiedere il doppio o il triplo se avesse voluto fregarmi. Probabilmente l’avrei presa comunque. Non che avessi quei soldi a disposizione, ma avrei fatto carte false per trovarli.
Siamo andati a bordo e mi ha fatto vedere gli interni, l’equipaggiamento e spiegato le manovre principali.
Mi sembrava un sogno...
Ad un certo punto ho cominciato a chiedermi il perché avessero deciso di mollare tutto in quel modo.
Mi fa: “Dalla barca porto via solo una cosa”, apre l’anta di uno stipetto del tavolo da carteggio e tira fuori un vecchio binocolo con la sua custodia in cuoio.
Vendere una barca è piuttosto normale anche per il marinaio più romantico. Prima o poi succede.
Vendere una barca in un giorno e consegnare tutto il suo contenuto di vita, effetti personali, foto, libri, lettere d’amore, tantissime, ecco perché innamoratissimi, ricordi di ogni tipo, vestiti, ad uno sconosciuto qual’ero io, normale non lo è per niente.
Non l’ho mai capito.
Elissa, dopo un anno di lavori e tre di navigazioni piccole o grandi, mi regala tutti i giorni la sensazione di non essere su un oggetto inanimato.
La frase che, vent’anni fa, quando ero un allievo della Marina Militare, leggendo un libro ho copiato su un fogliettino di carta ed ho custodito nel portafogli fino ad oggi è questa:
“Chi non sa che un veliero è una creatura viva, non capirà mai niente delle barche e del mare”.
Elissa, per me, ne è la prova.

Gabriele Scorrano 2008