venerdì 1 giugno 2012

IL MIO PEZZO DI MARE di Samuele Bovini, Villa Pitignano (PG)


Una volta quel pezzo di mare era mio. E io suo.
Adesso sono costretto a guardarlo da quassù, sopra questo
pezzo di ferro che mi fa sentire vuoto e impotente, manco
fossi l’omino di latta del mago di Oz.
Dicono che proprio laggiù, sotto questa scogliera, ci sia
il punto esatto dove si incrociano l’Adriatico e lo Ionio.
Dicono che c’è una sorta di meccanismo rotatorio,
una specie di frullatore subacqueo naturale, che mescola
di continuo le acque dei due mari. Dicono che il senso di
questo grande mulinello cambi con una cadenza fra i sette
e i dieci anni. L’effetto è una sorta di costante dialogo,
uno scambio di nutrienti, sostanze, esseri viventi
che popolano due mondi apparentemente distanti e diversi.
Sembra la metafora perfetta per un mondo perfetto,  un
mondo di pace.
Di sicuro qui c’era la mia, di pace.
Qui ero me.
La spiaggetta, laggiù, di mattina è battuta dalle barchette
che con venticinque euro accompagnano i turisti
più avventurosi. Di pomeriggio cambia la marea e la gente
diminuisce. Fino al tramonto, quando non rimane nessuno,
oppure soltanto i più solitari tra i surfisti. Come lo
ero io. Come lo è lei.
La osservo da più di un mese ormai. Sarebbe bello dire
che trascino la mia sedia a rotelle fin qui almeno  due
volte la settimana perché mi piace guardare lei e rivive-re
le stesse emozioni. Sarebbe ipocrita, non bello.
Vengo qui perché mi manca, perché su quella tavola
vorrei esserci io. Vorrei sentirla io l’acqua in faccia, cadere in
mare, resistere alle onde più inaspettate. Riempirmi gli
occhi di emozioni allo stato selvaggio. Fare un pieno che
dura giorni. Sentirmi gli occhi che si arrossano ma anche
che crescono, fisicamente, per contenere tanta semplice
perfezione e voglia di vivere.
E invece quella tavola non è la mia. Quello non sono io.
È lei. Io sono qui. Ogni volta che ne ho voglia il  mio
amico Andrea, quello che quel maledetto giorno era laggiù
con me, mi accompagna in macchina fin quassù, poi guida
la mia fuoriserie delle sedie a rotelle tra i massi per
lasciarmi qui, nel punto in cui vedo tutto ciò che ho bisogno
di rivedere: il mare, anzi i due mari; il cielo,
che ad essi si fonde con rispetto; le poche e lontane
barche; le rarissime tavole da surf; lei.
Il sole è prossimo al tramonto. Manca poco al momento più
bello.
Dicono che quaggiù, in estate, il mare inghiotte il sole
in due soli minuti. Due minuti.
Io avevo imparato che non appena il sole sfiorava il dorso
dell’acqua, dovevo tornare a riva, prepararmi, e sbrigarmi
a tornare su, sulla scogliera, dove sono adesso.
Il sentiero è ripido, spigoloso, scomodissimo da percorrere
con una tavola da surf sottobraccio. Ma ne vale la pena.
Si che la vale. Sono in pochi quelli come me e come lei
che osano spingersi laggiù; ma quei pochi sanno che poi
laggiù si diventa liberi per davvero.
Lei è tornata a riva. Si è fermata un minuto a riprendere
fiato sul bagnasciuga e poi si è infilata nella spiaggia
sotto la scogliera, scomparendo dal mio campo visivo.
Di solito ci mette tra gli otto e i dieci minuti per sbucare
quassù. Mi piace pensare che questa variazione sia dovuta
non solo al suo livello di stanchezza, ma anche a quante
volte si gira a osservare estasiata questo tramonto irreale
dai colori troppo saturi, come un video musicale.
Mi sbrigo a srotolare la tela che ho sotto la seggiola.
Prendo i colori. Il mio quadro è quasi completo. Questo e
un altro paio di tramonti e ce l’ho. Avrò catturato uno
degli elementi che mi rendevano libero.
In quegli otto o dieci minuti che dipingo, riesco a entrare
talmente in contatto con il mio pezzo di mare che
mi riesco a dimenticare quel vincolo di ferro, plastica e
stoffa che mi tiene bloccato.
Sento i passi. Lei sta per arrivare da giù con la solita
andatura che, nonostante appare stremata, non perde i
tratti di leggerezza e femminilità che lo contraddistinguono.
Valentina è di dieci anni troppo giovane per potermene
innamorare e almeno dieci o quindici anni più
vecchia per poter sentire verso di lei una qualsivoglia
forma di istinto paterno.
Eccola. Il momento perfetto di oggi è distante da me solo
pochi attimi.
Non è ancora sbucata del tutto che già protende la  mano
in segno di saluto; segno a cui segue puntuale il solito
“Ciao”, che lei vorrebbe far uscire squillante ma rimane
irrimediabilmente graffiato dal fiatone.
“Ciao”, rispondo io.
Eccola, sta per guardarmi dritto negli occhi.
L’istante in cui le sue pupille affaticate e grandi entrano
in contatto con le mie, mi raccontano le emozioni di cui
hanno appena fatto il pieno. Me le riversano dentro con
estremo impeto, come se fossero stipate sul cassone di un
camion che all’improvviso aziona il ribaltamento;
allo stesso tempo, però, c’è gentilezza nel suo
gesto, come se Valentina avesse capito di essere
il tramite tra me e il mio pezzo di mare.
Oggi mi pare addirittura che si soffermi un istante in
più indugiare lo sguardo, e ho la sensazione che esso si
faccia più stretto e cupo, come se attraverso di lei il
mio mare volesse chiedermi scusa per quella volta in cui
mi ha tirato giù dalla tavola e mi ha rubato un bel pezzo
di vita.
E io non riesco a lanciargli addosso la mia ira. Anzi, la
mia bocca si incurva in un sorriso genuino, pacato, sereno.
Non penso al pezzo di vita che il mio mare mi ha tolto, no.
Penso ai pezzetti più piccoli che continua a regalarmi.
E lo perdono.  

Nessun commento:

Posta un commento