venerdì 22 giugno 2012

FERIAE TUAE, MORS MEA di "TRAP" Mario Trapletti, Roma


Sorbole, cos’è ‘sto casino?! La terra vibra, vibra come se una mandria di bisonti ubriachi stesse ballando il tip tap con gli scarponi da sci. Fosse un terremoto? Devo aspettarmi di essere scosso dai conati di vomito dello tsunami? No, un sisma non dura così a lungo, non ha frequenze sonore così minacciose.
Che giorno è oggi, o Nettuno tridentato Signore degli abissi? Sabato 21 giugno…?  
Primo  giorno d’estate…? PRIMO GIORNO D’ESTATE?!
Per Poseidone scuotitore della terra, il tempo fugge così veloce che non lascia tracce nemmeno sulla sabbia più tenera, e il Sole non riesce a cavarci un’ombra né all’alba né al tramonto. Cullato dalle soporifere maree, quest’anno nemmeno me n’ero accorto, dell’incombere della ciclica tortura. Meccanismo di difesa, lo chiamerebbero i succhia-anima umani: ho completamente rimosso anche il solo ricordo dell’esistenza di parole come ferie, vacanze, Orda di barbari… Come quando, l’avrete presente, le onde cancellano le scritte che gli amanti hanno inciso nella sabbia. indelebili come i loro amori.
Porca paletta e santa Cunegonda, ricomincia come tutti gli anni che Zeus manda in terra: un autentico supplizio della ruota, di una ruota affetta da moto perpetuo. Eccoli che arrivano, come in preda a isterismo collettivo: donne, uomini, gay e ogni altro genere che son riusciti a inventarsi; ricchi e poveri; di ogni razza e colore; belli e brutti; sani e malati. L’Armata Brancaleone del popolo dei vacanzieri. Guardali là, sporchi del loro smog di città, con addosso quella poltiglia di afrori vari e vari profumi da supermercato, e creme protettive e lenitive. Plebaglia!
Arrivano in massa, come greggi veicolate da invisibili cani pastore. Fanno tutti le stesse identiche cose, come marionette telecomandate: urlano, e fanno urlare le loro radio, i loro mangia-CD, le loro televisioni portatili. Calpestano la sabbia senza riguardo, come fosse il pavimento di casa loro; la feriscono con i loro ombrelloni. E poi, poi… AIUTO, MI VENGONO DENTRO!
Tutti al mare, tutti al mare / a mostrar le chiappe chiare!, diceva bene Gabriella Ferri buonanima.
Bimbi, adulti, anziani, alcuni supportati e sopportati da badanti di umore luciferino, perché non possono godersi le amenità della vita da spiaggia (sic!). Tutti, senza distinzione, baccanti in preda ai fumi della salsedine, abbacinati dal miraggio della sana vita all’aria aperta, dei benefici del nuotare in ambiente marino e non nella solita piscina fetida di cloro. E capace che ci credono pure, quei cervelli di medusa. Marasma brulicante di lombrichi bianchicci che strisciano tutti insieme verso… VERSO DI ME!
Le legioni dei vacanzichenecchi è su di me che marciano caoticamente bellicose. Gli ombrelloni, nelle mani di questi donchisciotte da suburra si trasformano in temibili lance e durlindane; lettini e sdraio e materassini diventano per sortilegio farseschi scudi che non li proteggono nemmeno da se stessi.
Mi vengono addosso, mi sciamano dentro con le loro repellenti poltiglie di sudore, creme abbronzanti, puzza di piedi, ascelle in putrefazione, aliti da fossa biologica in abbandono. Scivolano nelle mie acque trepidanti e impotenti; calpestano le mie onde le mie alghe le mie sabbie i miei sassi. Terrorizzano le mie piccole creature, che vivono nel mio grande ventre sentendosi protette e non sanno come difendersi. Non si contano, quando piombano qui gli zombi della città, gli infarti e i collassi.
Si immergono, loro; si rilassano, loro. Rilassano tutto, per dirla fino in fondo: stuprano le mie fragranze con le loro flatulenze; contaminano l’azzurro immacolato delle mie correnti con il giallo paglierino (quando va bene) delle loro urine. I più audaci, i più laidi, si lasciano andare a subacquei amori solitari, confondendo il loro seme con quello dei pesci. Poi dice che l’ospite puzza come il pesce…  Per la barba del dio Nettuno, è il pesce che puzza come l’ospite, per chi conosce i miei ospiti!
Vedete come sono ridotto, io che un tempo cullavo le Nereidi, civettavo con le Potameidi, giocavo a rimpiattino con le Pleiadi, offrivo loro rifugio quando Orione le inseguiva… Io ora vengo profanato dalle emorroidi dei vacanzieri. Turpe macchinazione del Fato, invidioso della mia maestosità, dell’essere io il vero Signore dell’orbe terracqueo. Io, che ho visto nascere dalle mie acque Venere, una bellezza che placava anche le risse fra le più bizzose delle mie onde; io ora godo una sterminata, inesorabile panoramica di trippe femminili degne dell’attenzione più di un Fellini che di un Botticelli. Se la trippa è democratica, io sono un vecchio aristocratico conservatore, perdutamente innamorato del Bello classico. Al punto che - e nessuno, per Zeus Pantocratore, osi mettere in dubbio la mia maschia natura! - io, vinto dalla loro bellezza, stentai non poco a cedere i Bronzi di Riace alla razza degli Umani.
Come compenso che fanno le femmine di quella specie ingrata? Mettono in ammollo qui i frutti dei loro stravizi, della loro depravazione: galleggiano sulla mia superficie seni e posteriori siliconati, tali da ben figurare in un museo della plastica. Trippe organiche e inorganiche! Che schifo, per Tritone! Mi sento, dopo un solo giorno, già tutto appiccicaticcio e fetente, con l’urgenza di farmi una doccia come si deve. Ma questa non è stagione di piogge: Giove Pluvio, invidioso come sempre, non mi è alleato nella mia epica battaglia contro la marmaglia zozzona. Non piove, Olimpo ladro, hanno anche fortuna, quelli!
Se penso che andranno avanti per almeno altri tre mesi a inzuppare le loro miserie nelle mie liquide carni e indifese…
Vacanze, le chiamano; ferie! per loro, mica per me! Dopo centinaia di migliaia d’anni di quieto e sano vivere – giusto qualche disturbo geologico ogni po’ di secoli - m’è toccato aggiungere al mio vocabolario il sostantivo stress. Io, che a Debussy ispirai ‘La mer’. Io, nel quale il Leopardi trovava dolce naufragare! Oggi, solo le petroliere provano gusto a fare naufragio, tanto per guastare la festa a questi vandali delle spiagge. Che ci proverei pure gusto, non fosse che l’olio minerale mi uccide fin nelle fibre mie più profonde, deprime ogni spirito vitale che in me si agita.
Dov’è più Capitan Nemo, impavido cavaliere a bordo dei suo Nautilus, curioso di conoscere i miei misteri, ma ventimila leghe lontano dal violare la mia più intima natura?
Dov’è più quell’Achab che si strugge per Moby Dick di un amore così inconfessabile da costringerlo a organizzarne la caccia perpetua pur di starle sempre vicino? Fino alla morte, come in tutti i grandi amori della Letteratura.
I grandi Capitani oggi sono stati sostituiti dagli skipper, prezzolati autisti di imbelli nababbi che mi sfruttano solo come passerella per pavoneggiare le loro smodate ricchezze e vanità.
Ma al presente… ma i vacanzieri… ma l’Orda… di giorno è uno strazio continuo per le mie carni. E la notte, quando io dovrei dormire cullato dallo sciabordio delle mie onde, vegliato da Luna e stelle, questi vengono in coppie numerose e sparse, non già a dedicarsi ispirati sonetti amorosi, languidi e romantici canti che vanno dritti al cuore. No! vengono qui, sulle mie sabbie, a scopare, come dicono loro con cinica prosa da operatore ecologico.
E come non bastasse, quando hanno consolidato le loro prodezze amatorie, insozzano le mie incolpevoli e disgustate acque lanciandovi quei viscidi palloncini grevi della loro lascivia. Nemmeno i Radicali hanno mai osato tanto su piazza S. Pietro! (Questa frase, tengo a precisarlo, non è certo opera mia, bensì dell’autore, porco eretico. Nota del Mare).
Credete non lo sappia, perché gli umani provano tanto gusto a fiondarsi dentro di me? Perché non di gusto si tratta, ma di istintiva impellenza: essi da me sono usciti, e in me bramano rientrare per tornare nella Casa primordiale. Allo stesso modo che i maschi della specie sempre anelano a tornare nell’utero materno. O in suoi succedanei. Ma io non ce li voglio, nel mio ventre! Non tutti insieme, per lo meno.
Vacanze… ferie…. non vedo l’ora che passino, che riaprano le fabbriche, gli uffici, le scuole, i negozi. Che arrivino l’autunno… l’inverno…
L’inverno, ecco: con la sua solitudine, i suoi silenzi, la sua pace. Come cantava il poeta Ruggeri con struggenti note, vagando solingo sul lungomare di una Rimini novembrina:
“Il mare d'inverno
è un concetto che il pensiero non considera.
E' poco moderno,
è qualcosa che nessuno mai desidera.”

Inshallah!

domenica 10 giugno 2012

TI RACCONTO IL MARE: i vincitori della prima edizione



Il racconto vincitore della prima edizione del concorso di narrativa "TI RACCONTO IL MARE", organizzato da "Smarè Scuola Vela" e "Salento Factory", è: 

RADICI di Mariagrazia Nemour, Borgiallo (TO)



RADICI ha vinto
per aver saputo trattare un tema attuale e di cronaca con una grande umanità e attraverso l’uso di una scrittura lineare, incisiva e mai banale, priva di formule stereotipate sul mare.






Secondo classificato:
LA VOCE DELLA SIRENA di Angela Maria Amico, Caltanissetta



LA VOCE DELLA SIRENA vince
Per l’originalità della storia e l’atmosfera degli ambienti e dei paesaggi, che sembrano familiari anche a chi quei luoghi non li ha mai visti.



I vincitori saranno presto contattati dagli organizzatori.
Grazie di cuore a tutti gli autori e ai lettori di questo blog.



venerdì 1 giugno 2012

Quarantadue autori per il concorso "Ti racconto il Mare"

Sta per concludersi il nostro lungo viaggio nelle emozioni che ci avete regalato permettendoci di guardare il mare attraverso i vostri occhi.
Un numero così grande di autori non ce lo aspettavamo e non sapevamo nemmeno che, leggendo i vostri racconti, saremmo entrati, un pò, nelle vostre vite.
Siamo davvero felici.
Adesso a noi rimane il compito più difficile, quello di dover decidere a chi assegnare i premi in palio.
Inutile dire che la scelta, non decreterà il racconto più bello ma solo quello che a noi avrà suscitato più emozioni.
Abbiamo dieci giorni per rileggere, riflettere, decidere e... sognare ancora, con le vostre storie, con voi.
Grazie a tutti



SCRIVERTI di Sara Malpetti, Varese


Mi è sempre stato detto che di notte l’acqua del mare è calda e morbida e che infilarvi dentro un piede è come sentire un piacevole solletico sulla pelle.
A Buolouris, di notte, l’acqua del mare è fredda.
A piedi nudi, con le scarpe in mano, sono entrato lentamente nel mare fino a quando l’acqua arrivava alle mie ginocchia. Speravo di sentire quel solletico caldo, di rabbrividire dolcemente dentro me, ma soltanto un tremore freddo ha percorso il mio corpo.
Sono stato qualche secondo con le gambe immerse in mare, immobile. L’acqua mi accarezzava.
Poi ho iniziato a camminare.
L’acqua scivolava tra le dita dei miei piedi. La guardavo. Era limpida.
Ho provato a calpestarla ma non ci sono riuscito. L’acqua si muoveva dolcemente sopra i miei piedi, mentre io continuavo a guardarli –i miei piedi nudi, che si muovevano in quell’acqua salata di mare.
Guardavo i miei piedi accarezzati dall’acqua. E pensavo a te.
Sulla sabbia umida, fuori dall’acqua, i miei piedi lasciavano orme. Mi sentivo leggero. Leggero e libero.
Ho camminato sulla sabbia ascoltando il rumore del vento, il rumore del mare.
Ho respirato il profumo di pace, il profumo dell’acqua che sapeva dei tuoi occhi.
Ho pensato a te. Il tuo nome mi è stato urlato nella testa.
Ora tutto è finito. Tutto mi è scivolato sulla pelle come l’acqua del mare sui miei piedi, e si è allontanato da me.
La tua voce calma, la tua vita senza me. Tutto è passato.
Non importa. Ormai sei soltanto un ricordo.
Ho inseguito le onde calme del mare, camminando. Un passo, poi un altro sulla spiaggia umida.
Sapevo che l’onda che mi bagnava i piedi forse non me li avrebbe bagnati mai più, forse sarebbe stata sommersa da un’onda più veloce, catturata e poi sarebbe tornata indietro nel mare, oppure semplicemente si sarebbe adagiata sulla spiaggia –facendola diventare ancora più umida.
Non importava. Era bello pensarlo.
Un passo più veloce, poi un altro. Ho iniziato a correre verso il mare. Inseguivo quelle onde che continuavano a rincorrersi, che calpestavano la spiaggia umida, che cancellavano le mie orme.
Un passo, poi un altro nel mare. Rincorrevo le onde.
Le rincorrevo, anche se sapevo che mai le avrei inseguite come loro si inseguivano, veloci, imperterrite, sicure.
E continuavo a rincorrerle.
Un passo, poi un altro verso il mare, sempre con la speranza di catturarle, anche solo per qualche istante.
Rincorrevo le onde. Anzi, correvo nelle onde. E le guardavo, le osservavo, le catturavo -e mi ritrovavo a nuotare in un mare di ricordi.

IL MIO PEZZO DI MARE di Samuele Bovini, Villa Pitignano (PG)


Una volta quel pezzo di mare era mio. E io suo.
Adesso sono costretto a guardarlo da quassù, sopra questo
pezzo di ferro che mi fa sentire vuoto e impotente, manco
fossi l’omino di latta del mago di Oz.
Dicono che proprio laggiù, sotto questa scogliera, ci sia
il punto esatto dove si incrociano l’Adriatico e lo Ionio.
Dicono che c’è una sorta di meccanismo rotatorio,
una specie di frullatore subacqueo naturale, che mescola
di continuo le acque dei due mari. Dicono che il senso di
questo grande mulinello cambi con una cadenza fra i sette
e i dieci anni. L’effetto è una sorta di costante dialogo,
uno scambio di nutrienti, sostanze, esseri viventi
che popolano due mondi apparentemente distanti e diversi.
Sembra la metafora perfetta per un mondo perfetto,  un
mondo di pace.
Di sicuro qui c’era la mia, di pace.
Qui ero me.
La spiaggetta, laggiù, di mattina è battuta dalle barchette
che con venticinque euro accompagnano i turisti
più avventurosi. Di pomeriggio cambia la marea e la gente
diminuisce. Fino al tramonto, quando non rimane nessuno,
oppure soltanto i più solitari tra i surfisti. Come lo
ero io. Come lo è lei.
La osservo da più di un mese ormai. Sarebbe bello dire
che trascino la mia sedia a rotelle fin qui almeno  due
volte la settimana perché mi piace guardare lei e rivive-re
le stesse emozioni. Sarebbe ipocrita, non bello.
Vengo qui perché mi manca, perché su quella tavola
vorrei esserci io. Vorrei sentirla io l’acqua in faccia, cadere in
mare, resistere alle onde più inaspettate. Riempirmi gli
occhi di emozioni allo stato selvaggio. Fare un pieno che
dura giorni. Sentirmi gli occhi che si arrossano ma anche
che crescono, fisicamente, per contenere tanta semplice
perfezione e voglia di vivere.
E invece quella tavola non è la mia. Quello non sono io.
È lei. Io sono qui. Ogni volta che ne ho voglia il  mio
amico Andrea, quello che quel maledetto giorno era laggiù
con me, mi accompagna in macchina fin quassù, poi guida
la mia fuoriserie delle sedie a rotelle tra i massi per
lasciarmi qui, nel punto in cui vedo tutto ciò che ho bisogno
di rivedere: il mare, anzi i due mari; il cielo,
che ad essi si fonde con rispetto; le poche e lontane
barche; le rarissime tavole da surf; lei.
Il sole è prossimo al tramonto. Manca poco al momento più
bello.
Dicono che quaggiù, in estate, il mare inghiotte il sole
in due soli minuti. Due minuti.
Io avevo imparato che non appena il sole sfiorava il dorso
dell’acqua, dovevo tornare a riva, prepararmi, e sbrigarmi
a tornare su, sulla scogliera, dove sono adesso.
Il sentiero è ripido, spigoloso, scomodissimo da percorrere
con una tavola da surf sottobraccio. Ma ne vale la pena.
Si che la vale. Sono in pochi quelli come me e come lei
che osano spingersi laggiù; ma quei pochi sanno che poi
laggiù si diventa liberi per davvero.
Lei è tornata a riva. Si è fermata un minuto a riprendere
fiato sul bagnasciuga e poi si è infilata nella spiaggia
sotto la scogliera, scomparendo dal mio campo visivo.
Di solito ci mette tra gli otto e i dieci minuti per sbucare
quassù. Mi piace pensare che questa variazione sia dovuta
non solo al suo livello di stanchezza, ma anche a quante
volte si gira a osservare estasiata questo tramonto irreale
dai colori troppo saturi, come un video musicale.
Mi sbrigo a srotolare la tela che ho sotto la seggiola.
Prendo i colori. Il mio quadro è quasi completo. Questo e
un altro paio di tramonti e ce l’ho. Avrò catturato uno
degli elementi che mi rendevano libero.
In quegli otto o dieci minuti che dipingo, riesco a entrare
talmente in contatto con il mio pezzo di mare che
mi riesco a dimenticare quel vincolo di ferro, plastica e
stoffa che mi tiene bloccato.
Sento i passi. Lei sta per arrivare da giù con la solita
andatura che, nonostante appare stremata, non perde i
tratti di leggerezza e femminilità che lo contraddistinguono.
Valentina è di dieci anni troppo giovane per potermene
innamorare e almeno dieci o quindici anni più
vecchia per poter sentire verso di lei una qualsivoglia
forma di istinto paterno.
Eccola. Il momento perfetto di oggi è distante da me solo
pochi attimi.
Non è ancora sbucata del tutto che già protende la  mano
in segno di saluto; segno a cui segue puntuale il solito
“Ciao”, che lei vorrebbe far uscire squillante ma rimane
irrimediabilmente graffiato dal fiatone.
“Ciao”, rispondo io.
Eccola, sta per guardarmi dritto negli occhi.
L’istante in cui le sue pupille affaticate e grandi entrano
in contatto con le mie, mi raccontano le emozioni di cui
hanno appena fatto il pieno. Me le riversano dentro con
estremo impeto, come se fossero stipate sul cassone di un
camion che all’improvviso aziona il ribaltamento;
allo stesso tempo, però, c’è gentilezza nel suo
gesto, come se Valentina avesse capito di essere
il tramite tra me e il mio pezzo di mare.
Oggi mi pare addirittura che si soffermi un istante in
più indugiare lo sguardo, e ho la sensazione che esso si
faccia più stretto e cupo, come se attraverso di lei il
mio mare volesse chiedermi scusa per quella volta in cui
mi ha tirato giù dalla tavola e mi ha rubato un bel pezzo
di vita.
E io non riesco a lanciargli addosso la mia ira. Anzi, la
mia bocca si incurva in un sorriso genuino, pacato, sereno.
Non penso al pezzo di vita che il mio mare mi ha tolto, no.
Penso ai pezzetti più piccoli che continua a regalarmi.
E lo perdono.