giovedì 24 maggio 2012

VECCHIE EMOZIONI di Francesco Melozzi, Tuscania ROMA


Chiese una camera con la vista sul golfo. Libera ce n’era una, e solo per quella notte.
Pagò e poi chiese, aggiungendo una mancia, di essere svegliato prima dell’ora delle pulizie. Stava
per salire le scale quando discretamente il portiere si raccomandò di non uscire dalla camera dopo
la mezzanotte.
- E cos'è, è un albergo stregato? - chiese sorridendo.
- No - rispose il portiere, solenne - è un albergo vuoto. Non c’è servizio al di là di quell’ora, signore,
perciò la reception e l’ingresso vengono chiusi.
- Bella fiducia nei clienti -
- Lasciamo Rotari, signore -
- Un suo collega? -
L’uomo accese un sorriso solenne.
- Di più, signore. Il mio terranova.
- Beh, spero che mi lascerà andare al bagno.
Non udì la risata e nemmeno il commento del portiere, che aveva preso la frase come un sarcasmo.
Era troppo stanco. Cominciò a salire e mentre saliva mano a mano si accorgeva dei quadri alle
pareti. Diede un'occhiata, ma indifferente. Si trattava di quattro tele. Non capiva se fossero state
create tutte da un unico autore; a dare retta alla disposizione delle scene pareva di sì – seguivano la
salita verso le camere con delle scene che sembravano di naufragio, piuttosto che la solita tempesta
che trovi sempre nelle stampe d’albergo. Nel primo dipinto, un olio su tela, c'era l'onda.
Obliqua, eterna. Uno sbrego marrone di fianco all'onda poteva essere tanto il sartiame spezzato
quanto l'intero corpo dell'uomo travolto. Nel secondo quadro, bevuto dal mare e liberato dall'onda
- sicuramente un'altra, non quella di prima - l'uomo risaliva insieme alla chiglia della barca
marcita, in una strana armonia deforme. Nel terzo quadro esisteva solo il naufrago. Tutto assisteva
allo sforzo del derelitto, nella rinuncia all'abbandono supremo: ma con una certa ironia. L'uomo
cavalcava uno scaldabagno bianco di plastica con una scritta verde che lo circondava, aggrappato a
quel cilindro come a un albero.
"L'albero della sua morte"- pensò.
L'ultima tela era stata appesa di fronte alle scale, nel pianerottolo. Da lì partiva il corridoio che
portava alle stanze. Il naufrago pareva morto, ma non se ne aveva la certezza. Un particolare
aggiungeva pietà alla fatica. Il corpo era sulla corrente appiattita, chino verso un filo di fumo
distinto, ma distante. Stava morendo o si stava salvando?
Entrò nella camera. Si spogliò da seduto, davanti al letto. Stanco. Cominciò a vederla lì, nella posa
di chi non prende sonno e aspetta. Si alzò lentamente con la sensazione di ripetere il gesto, toccò il
letto, ci si sedette e attese che la visione si sciogliesse da sè.
Preparò il bagno caldo in silenzio. Riempì la vasca di ceramica fino all'orlo con l'acqua bollente e vi
fece cadere da un sacchetto da viaggio tutte le perle di sandalo. S'infilò quando le vide sfaldate. Se
ne stette sepolto per almeno un'ora. Di tanto in tanto dai bordi faceva scolare rivoli schiumosi.
Cercò di addormentarsi, ma sentiva due gambe frusciargli vicino alle mani appese nell'aria fuori
della vasca. Quando uscì dal bagno fu colpito, nudo, dalla sera del golfo.
Dall'unica finestra della camera si mise a osservare le rocce nella luce finale, e sembravano altre, si
sforzò di ricordare asciugandosi le orecchie, le ascelle, con un po' di fatica la schiena, e riconobbe
che se non fosse stato per il clima il nome e il dialetto del posto, chi sa se avrebbe ricordato. Stava
cominciando la notte.
Guardò la spiaggia e vide il chiosco del pesce, di fronte alle cabine di legno. Più giù c'era l'insegna
del ristorante scavato in una grotta addobbata a taverna, alle pareti reti corrose e cappelli da mare,
lì un cameriere una sera era cascato sul loro tavolo con il vassoio delle aragoste e lei, inondata dal
sugo, al principio sembrava una furia panica poi nel bel mezzo era scoppiata a ridere istericamente
sempre di più, coinvolgendolo, fino ad allora non avevano mai riso insieme.
La prima risata è come eccitarsi, come un istinto a vedersi nudi, a godere della vista dell'altro
prima di unirsi. "L'hai detto tu, questo te lo devi ricordare", pensò. Vide il ponte all'uscita della
città, dove le coppie di tanti anni passati insieme sostavano e le nuove si recavano, abbracciate
vicino agli alberi o in piedi a prendere il vento e gli spruzzi. Sorrise.
Chiamò il suo nome col pensiero, si sentì stordito dalla memoria. Si preparò a riposare. Ripeteva a
se stesso sei sciocco per aver preso la provinciale, per avere imboccato l'uscita, per aver scelto la
camera. Sistemandosi tra le lenzuola cercò l'interruttore che spegnesse la spia rossa notturna.
Sospirò e si sfilò dalle coperte, si alzò, ispezionò i muri. Lo notò solo allora. La parete più grande
della camera, di fronte al letto, non era vuota. Da un lato regnava il comò, con una specchiera
sicuramente adatta a epoche più volgari; dall'altro lato la porta, dirimpetto la finestra, e il bagno.
Il quinto quadro era sul lato morto, in penombra, centrato come una di quelle immagini sacre che
stanno lì per vegliare il credente che dorme.
Il naufrago camminava tra un filare di pini marittimi, i piedi invasi dalle alghe morte, il viso
ammorbidito dall'alba e a guardare la sua espressione, sorpreso da qualcosa che soltanto lui
vedeva, sulla spiaggia che si andava già riempiendo. Si girò a metà e si toccò il viso. Stava
piangendo come poche volte aveva fatto, e con una sola lacrima.
La versione che poi mi fece ascoltare era questa.
Erano stati in vacanza nella provincia molto più a sud, sul mare ma a dieci chilometri dal centro
storico di una cittadina dal nome rinascimentale. Lì gli aveva detto di essere stanca. Di sapere
come sarebbe andata da quel giorno in poi e che non ce l'avrebbe fatta con lui neanche un giorno di
più. Non esisteva nessun chiosco del pesce che fumigava le cabine di legno e i vestiti all'interno. Se
si era fermato era stato per una di quelle baracche circondate da panchine e sfibrate palme.
Vendevano gelati e bevande gelide, dal sapore identico. Si era rinfrescato, aveva ragionato, perché
dopotutto non gli rimaneva che questo. Lei era rimasta caparbiamente in macchina, col caldo.
Sudando sembrava di cera. La baracca non era vicina alla spiaggia, ma a una pompa di benzina
raccolta in una u di asfalto e cespugli che poteva fare pensare a un golfo. Né la taverna con le pareti
in pietra scavate dai ricordi del mare, non il ponte per le coppiette, non il vento. Era partita
dall'albergo la mattina dopo, nemmeno tanto presto, se ne era andata con calma. Si era lavata su
un lavandino dietro la porta, perché la camera era senza bagno e si era vestita coperta da un'anta
dell'armadio. Aveva finto di svegliarsi in quel momento, l'aveva chiamata a se come sapeva sempre
fare. Ma se ne era accorta subito, si accorgeva delle cose prima di lui. Le bastava per sopravvivere.
Spiegare e capire glie li lasciava sempre volentieri.
Aveva cominciato a dirle che fai mi lasci solo, tu sei solo quando sei con me, e da tempo, gli aveva
risposto, e fa male. Che tu lo sappia o no, è per questo che voglio andarmene. No, è per te, è la
quotidianità che ti distrugge e ti spaventa. È più facile così, no? Più facile cambiare pelle e faccia
all'uomo che ti sta davanti, piuttosto che all'uomo che ti sta dentro. E non è vero che con il tempo
può diventare giusto, il tempo non è mai giusto, se ne frega, è reale, più reale di me e di te cara.
Cara... Lo aveva guardato.
Quando non ebbe più possibilità di rivederla, e non ne avrebbe più voluta, mi disse credimi in
quell'istante ci siamo scambiati i pensieri. Aveva continuato a parlare e a gridare, a gridare, fino a
insultare la porta chiusa.
Da allora aveva avuto solo la forza necessaria per essere debole, si era trattato come un naufrago, il
sopravvissuto a se stesso cui dopo la speranza rimane da nutrire la delusione, e si aspetta che ogni
mattina il vento del mondo gli si alzi contro. Il portiere di lì a poco avrebbe bussato. Uscì con la
borsa a tracolla, scese le scale, guardò i quattro quadri in ordine inverso, scavalcò Rotari che
russava, e aprì l'ingresso con la chiave dorata che le reception nascondono nei loro cassetti.
Infilando il lungomare camminò verso la fine del paese, via costa, a piedi nudi perché la rena era
già tiepida a quell'ora.
Ogni tanto, mi disse, provava un'incredibile soddisfazione. Mi chiese prima di salutarci, se avessi
mai avuto paura delle mie emozioni più vecchie, quelle che si sono adagiate di più dentro di
noi e che sembrano ormai delle idee. Non ci ho mai pensato, gli risposi.

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