giovedì 24 maggio 2012

SOLITUDINE di Paolo Borsoni, Ancona


Davanti a Stig c’è il mare; alle spalle di Stig una casupola di pietre, una
volta abitata da una famiglia di contadini, in queste settimane solo da Stig; è
una casa isolata, lontana da tutte le altre costruzioni della baia, sono solo tre
stanze. Il pendio che scende verso la spiaggia, in parte sabbiosa, in parte
ricoperta di scogli, è un campo incolto di stoppie gialle, rami secchi, quattro
alberi di fico storti e alcuni ulivi agitati dal vento e ingrigiti di polvere.
Al centro della baia una boa fa da punto di riferimento ai nuotatori: chi parte
da riva si dirige verso la sfera arancione che spunta dall’acqua e quando la
raggiunge le gira attorno… oppure prosegue per qualche bracciata verso il
largo… finché si ferma… indeciso sul da farsi… quindi, senza alcuna
eccezione, fa il tragitto inverso per tornare a riva.
In questo momento due nuotatori stanno corrugando la lastra argentea del
mare con le loro linee affilate.
Dietro la sedia su cui si è piazzato Stig passa un gattino.
Al richiamo il micio si è fermato, guarda chi l’ha chiamato, tenta di decifrare
le possibilità offerte da quel tizio sulla sua sedia. Quindi, visto che a quanto
pare non c’è proprio nulla da guadagnare né da capire da chi continua a
modulare solo versi strambi con la bocca, riprende a caracollare lungo il
muro sventolando in alto la sua coda come uno stendardo di sfida.
Al largo sfreccia un motoscafo. Con una corda tira un canotto dove due
ragazzi e due ragazze strepitano trepidamente tra i sussulti e gli
sballottamenti tenendosi alle corde, ridono, gridano di gioia (e anche un po’
di paura) mentre vengono sbattuti su e giù a pelo d’acqua fra onde e spruzzi
a tutta velocità sulla superficie corrugata del mare.
Folate di vento fanno frusciare i rami del pino marittimo e dell’eucalipto tra i
quali Stig ha piazzato la sua sedia, è un vento fresco, a tratti forte che spira
in continuazione, fa risuonare come cornamuse cupe i tubi delle case sparse
nella campagna.
Le bandiere di un distributore di benzina sulla strada asfaltata lontana
sventolano frenetiche e il loro battito ritmato “tac tac tac” arriva giù giù fino
alla baia, alla casa di Stig.
Il silenzio freme del frinire delle cicale. A tratti echeggiano belati che
sembrano lamenti. Non c’è nessuno in giro. E una sensazione singolare
s’insinua nell’anima di Stig: d’immobilità silenziosa dell’anima.
Dal viottolo che sale tra i campi risuonano dei passi. Stig è contento
che arrivi qualcuno, ha voglia di vedere e sentire qualche essere umano a
poca distanza.
Ma i due gitanti appena si sono accorti che il sentiero che stavano
percorrendo conduceva solo a una casa isolata dove un tizio seduto su una
sedia li guardava con uno sguardo un po’ strano, si sono fermati… Con una
piroetta fanno dietrofront, tornano verso riva, alla spiaggia.
Non è timore quello che prova Stig a vivere isolato in mezzo alla campagna
in un’isola spersa in mezzo all’immensità del mare, tanto lontana dal
continente, nessuno in fondo lo sta minacciando, è come sentire che tutti gli
altri esseri umani siano troppo lontani, una solitudine che non nasce neppure
dal fatto di essere soli, ma da qualcosa che si è infisso in uno spigolo intimo.
Le cicale non si stancano di frinire. Un asino raglia e sembra un grido di
dolore. Dalla strada asfaltata arriva il rombo di una motoretta.
Tutti i rumori del mondo appaiono fuori luogo a Stig, solo il silenzio e il
frusciare lieve dei rami al vento si accordano alla sua disposizione d’animo.
Lo spazio attorno alla piccola casa è delimitato sulla sinistra da un
fazzoletto di terra coltivato. Verso la baia si stende il vasto campo incolto con
i quattro ulivi e i fichi storti; al centro di questo terreno spunta una
costruzione bassa cilindrica di pietra, coperta da una lastra di ferro
arrugginito.
Ormai Stig ha imparato a conoscere i padroni dei due campi che confinano
con la sua abitazione. Il padrone del terreno coltivato una mattina all’alba,
invece di passare sul sentiero, ha attraversato direttamente in diagonale il
patio della casa di Stig per abbreviare il tragitto. «Kalimera!» ha salutato il
vecchio. Stig, che era già piazzato sul margine del patio davanti alla
immensità estatica del mare, è sobbalzato, non si era accorto di chi si
avvicinava senza fare rumore e gli camminava alle spalle a passo felpato.
Questo vecchio arriva sempre la mattina presto; lavora, zappa, continua
instancabile a curare il suo campo. Se ne va prima di mezzogiorno. Ritorna il
pomeriggio tardi quando lo sfolgorare del sole è meno rovente; indossa
calzoni con toppe, una camicia di tela ruvida; innaffia, sistema con dedizione
le sue piante. È stato lui per primo a salutare, ma ora Stig si premura di
rivolgere ogni volta il saluto appena si incontrano.
A Stig piacerebbe parlare con questo vecchio, conoscere la sua vita, la sua
storia, gli avvenimenti accaduti in quest’isola, le vicende della famiglia che ha
abitato per chissà quanto tempo la casa in mezzo alla baia in cui Stig ha
preso alloggio, ma non esistendo una lingua in comune i dialoghi si limitano a
ripetuti «Kalispera!», «Kalimera!» pronunciati con enfasi, con atteggiamenti
ed espressioni del viso diverse a seconda del tempo, dell’ora del giorno, delle
condizioni atmosferiche, con sguardi rivolti al cielo o al mare quasi a
esprimere significati che travalicano la semplice sequenza usuale di suoni.
Il padrone del grande campo incolto verso la spiaggia ha un’aria del
tutto diversa dal suo vicino: è vestito sempre di bianco con ricercatezza,
porta occhiali dalla montatura massiccia, una catena argentea gli adorna il
collo, ha un grande panzone simile a un barilotto che gli sporge sopra la
cintura dei pantaloni sotto la camicia candida stirata alla perfezione.
Messi a confronto i due anziani, da come sono vestiti, sembrano l’uno il
padrone vero, l’altro un dimesso lavorante al suo servizio.
«Kalimera!» ha esclamato Stig quando ha visto passare per la prima volta sul
viottolo davanti al patio il possidente agghindato come un armatore.
Al saluto il panzone si è fermato. Ha girato con lentezza il capo verso il punto
da dove proveniva la voce; il suo viso esprimeva sorpresa per il fatto che
qualcuno gli avesse rivolto la parola senza preavviso e senza permesso. Da
quello sguardo, da quell’espressione traspariva anche sconcerto per la novità
che fosse stata di nuovo riaperta la casa in mezzo alla baia, ormai rimasta
senza abitanti per tanto tempo, una casa a cui era legata chissà quale storia
di persone del luogo che ci avevano vissuto per decenni con fortune, gioie,
amarezze, traversie.
«Yasas!» ha grugnito cupamente l’anziano riprendendo a camminare con gli
occhi rivolti al suolo, caracollando da una gamba all’altra con le mani
intrecciate dietro la schiena.
Questo signore non ha orari: a volte è già nel suo terreno quando Stig apre
la porta la mattina presto, in certi giorni non si fa vedere.
I comportamenti del contadino del campo coltivato sono quanto di più
ragionevole uno possa attendersi: appena arriva va subito verso un capanno
di legno, prende una zappa, una cesoia, una vanga, e comincia a curare, a
potare con assiduità le sue aiuole, le sue piante. Alla fine della mattinata se
ne va con un sacchetto di plastica da cui spuntano cespi d’insalata, foglioline
di pomodori, frutta appena colta dagli alberi, che fa venire l’acquolina in
bocca a Stig.
I comportamenti del vecchio padrone vestito con eleganza invece sono
quanto di più sconcertante possa apparire agli occhi di Stig: s’aggira per ore
nel suo appezzamento di terra, va da una parte all’altra, da un muretto di
cinta a quello opposto, osserva, controlla, ispeziona. Di quando in quando si
ferma sul limite di un muretto, osserva la casa di Stig… guata il suo vicino
che lavora… La sua preoccupazione, la sua occupazione sembrano quelle di
controllare, di esaminare tutt’attorno.
“Forse il vecchio è così attento a quanto lo circonda e a quello che gli
appartiene ‒ pensa Stig, ‒ perché qualcuno gli ha rubato qualcosa da quel
campo oppure c’è un segreto che cova sotto la brace di immota tranquillità di
quest’isola, un’ostilità sottaciuta fra i due vecchi tanto diversi. Il panzuto
sembra ossessionato dall’assillo che nessuno gli rubi più nulla da quel campo,
dove in verità non c’è proprio niente da portare via perché a eccezione dei
quattro ulivi e degli alberi di fico storti in quel terreno ci sono solo polvere e
un pozzo disseccato, forse una volta l’unica fonte d’acqua della baia.
Il vecchio occhialuto vestito come un armatore sta attraversando anche ora
in diagonale il suo campo, si ferma davanti alla cisterna dismessa, solleva il
coperchio, guarda all’interno della costruzione cilindrica, continua a
esaminare.
“Chissà cosa cerca in quel buco? ‒ si chiede Stig. ‒ Chissà cosa sta guatando
in quel pozzo?”.
Il panzuto richiude il coperchio, cambia direzione, va verso il mare, verso la
spiaggia; dal margine del suo muretto osserva i bagnanti e le bagnanti. Poi
meditabondo, con chissà quali pensieri e visioni più stampate nella mente e
negli occhi, riprende il suo cammino a ritroso quasi a calcolare e ricalcolare
accuratamente il suo campo.
“Forse sta facendo dei rilevamenti! ‒ viene in mente a Stig. ‒ Magari sta
valutando qualche progetto da realizzare in quell’appezzamento di terra,
forse una rivendita di bibite per le turiste e i turisti stesi bocconi sulla riva del
mare, riarsi di sete, sfiancati dal sole!”.
Il panzuto sembra contare e ricontare a una a una le pietre dei suoi muri
come a sincerarsi che non succeda mai che ne manchi neppure una; si ferma
di nuovo in mezzo al campo, solleva il coperchio della cisterna, guarda giù in
fondo, nel buco.
“Che ci sia nascosto un tesoro in quella cisterna?!” si chiede tra sé con un
sorriso Stig. E il passare e ripassare monotono della figura del vecchio
davanti agli occhi fa venire in mente a Stig un metronomo che segni lo
scorrere di ogni giorno, di ogni attività sia quella produttiva sia quella senza
frutto.
Alle spalle di Stig sibila un fruscio: è il vecchio del piccolo campo coltivato
che ha preso a innaffiare le sue piante.
Il padrone del terreno incolto raccoglie fascine, le trasporta per vari metri, si
ferma… abbandona le fascine in un angolo.
Il vento disegna sul mare una linea d’onda che si spinge verso il largo.
I bagnanti e le bagnanti sulla riva scherzano, ridono, giocano, alzano spruzzi,
attraversano con leggerezza questa estate della loro vita. Le loro orme sulla
sabbia verranno cancellate dalla risacca e spariranno definitivamente - come
il loro ricordo, come se non ci fossero mai state - dopo le mareggiate
d’autunno.
A grande distanza lungo la strada asfaltata, un uomo, una donna e una
bambina camminano affiancati mano nella mano sotto il sole a picco.
“Chissà dove vanno con questo caldo?!” si sorprende Stig all’ombra del suo
pino marittimo e dell’eucalipto.
Un caprone bela. Una capretta gli risponde con una vocetta più acuta.
S’intromette subito nel dialogo fra i due adulti un agnellino con il suo
petulante "beeeeee".
Piazzato sulla sua sedia all’ombra, Stig continua a osservare, a lasciarsi
permeare e impressionare da quanto lo circonda come una pellicola di una
macchina fotografica, quasi a calcolare in una sequenza di istantanee il
trascorrere e il pulsare dentro la mente di una sensazione singolare: di
immobilità silenziosa dell’anima.
Il sole sta scivolando via, verso l’altra parte del mare, va a illuminare e
surriscaldare città di un continente tanto lontano quanto convulso e
brulicante di un’umanità che agli occhi di Stig appare estranea.
Sono le 19 e 30. Si sentono colpi ritmati sul terreno. È il vecchio del
campo coltivato che continua a zappare con vigore.
Sul sentiero di fronte alla casa sta arrivando proprio ora il padrone del campo
giallo di stoppie, vestito da armatore.
«Yasas!» esclama l’anziano, ma senza alzare lo sguardo da terra,
caracollando con le mani intrecciate dietro la schiena. Ha salutato con gli
occhi rivolti al suolo come se salutasse un sasso o un filo d’erba, un rospo o
una radice. con un tono di voce così autoritario, con il suo atteggiamento
risoluto sembra un comandante di una nave che saluti il suo equipaggio e
una sentinella sempre all’erta.
«Kalispera!» risponde Stig con un tono amichevole dalla sua postazione di
osservazione sul limitare del patio.
“Ha salutato per primo” si dice Stig. “Anche se non mi ha degnato di uno
sguardo la mia presenza è stata accettata, sono entrato a far parte anch’io
del paesaggio di quest’isola spersa in mezzo al mare”.
Il vecchio panzuto si ferma per riposarsi della camminata, si abbandona su
una pietra piatta del muretto che delimita il sentiero non lontano da Stig. Ma
non è con Stig che il vecchio vuole parlare, del resto sarebbe impossibile.
L’altro contadino interrompe subito il suo lavoro, posa la zappa, lascia la sua
occupazione indefessa, va incontro al suo vicino. E i due prendono a parlare
fitto fitto, intavolano una conversazione animata di cui Stig non capisce una
parola, ma di cui ascolta con attenzione l’intreccio delle frasi, l’intercalare
delle esclamazioni, il sovrapporsi di interventi dell’uno e dell’altro, con le
bocche che ripetutamente si aprono e si chiudono per replicare alle
espressioni del proprio interlocutore, quasi a modulare con concitazione i
messaggi che si susseguono e a sottolinearne l’importanza.
Dalla spiaggia erompe un grido: «Leave me! Leave me!»; e sembra davvero
che ci sia una ragazza minacciata da qualcuno da qualche parte. I due vecchi
si alzano di scatto; sono due uccelli appollaiati sui rami di un albero, l’uno
fianco all’altro, con occhi acuti stanno scrutando tutt’attorno quello che
accade.
Anche Stig ha rialzato lo sguardo dal libro, preoccupato per le grida …
Ma dopo un silenzio denso d’incertezza tutto si risolve nell’erompere di una
risata a cui segue una cascata di altre risate, di frizzi e di lazzi tra corse e
rincorse lungo la riva del mare con parole e strilli sul filo della lastra che
riflette a specchio lo sfolgorare del sole.
Sono le 20 e 30. L’ortolano se ne è già andato. Il padrone del campo
incolto si aggira ancora all’interno dei suoi muretti di cinta, non smette di
controllare i suoi ulivi, i suoi fichi rinsecchiti, si china, raccoglie fascine per
trascinarle da una parte all’altra, da un angolo a quello opposto… per poi fare
il tragitto inverso.
L’altro vecchio ha trasformato un piccolo appezzamento di terra in un
angolino del Giardino dell’Eden. Il padrone del terreno ricoperto di sterpi non
smette di aggirarsi fino a tardi senza pace, senza quiete tra gli arbusti e la
polvere della sua zolla riarsa. Anche ora si ferma in mezzo al suo campo e
appare l’essere più solo, più sperso di tutta la baia…
“Ecco ‒ pensa Stig ‒ io sono l’uno e l’altro: io sono più solo dell’essere
più solo che i miei occhi con ansietà stanno ora scrutando; il mio campo
rigoglioso è alle mie spalle, il mio terreno riarso io ce l’ho qui dentro al cuore,
il mio pozzo inaridito è un buco dentro l’anima”.
La notte scende di colpo e avvolge Stig e ogni cosa e ogni essere: la baia,
una casa, il patio, la sedia tra l’eucalipto e il pino marittimo, e un’isola
nell’immensità sterminata del mare.

Nessun commento:

Posta un commento