lunedì 14 maggio 2012

QUARTA PARETE DI Antonio Antonelli, Roma


“Faccia lunghe passeggiate per rivascolarizzare il cuore”, gli avevano consigliato i medici nel dimetterlo dal reparto di cardiochirurgia  dopo l’ infarto e l'impianto dei bypass. ”Clima temperato,altitudine collinare,non oltre 6- 700 metri ”, si erano ulteriormente raccomandati.
Alla fine, scarta questo e scarta quello, per la convalescenza aveva scelto una cittadina affacciata sull’ Adriatico: non era collina, ma ne  ricordava un buon albergo sul lungomare e soprattutto una lunga pista ciclo-pedonale, adatta a dar corso alle indicazioni  dei medici.
Era un fine maggio un po’ freddo, verso le dieci del mattino iniziava la sua passeggiata lungo la pista che orlava la spiaggia, bigia, piatta, animata solo da qualche turista dell’ est che si illudeva di abbronzarsi a quel sole  anemico.
Ripensava a un altro mare.

Ventanni appena compiuti, Paolo, in quel remoto autunno,  e aveva smarrito il bandolo della matassa, senza progetti si aggirava a tentoni nell'atona  periferia della sua vita.
In poco tempo, un anno su per giù, da padrone del mondo  se n'era  sentito respinto.
Imprigionato nella propria  impotenza.
Il risveglio lo sorprendeva,erano albe crude che tra gli interstizi delle persiane annunciavano giornate inerti, strette tra  l’angustia opprimente della sua vita  e l’ incapacità di crearsene un' altra. L’unica via di fuga era il mare, lo sentiva istintivamente.
Andava  ad Anzio, la raggiungeva nel pomeriggio con un’ora di treno da Roma-Termini, poi dalla stazione un viale di villette liberty conduceva al lungomare.
Non amava il mare d’estate,  si sentiva opprimere dalla folla dei bagnanti.
Però adesso era diverso, gli piaceva quel litorale  spoglio, incrociava  pochissime persone, strette  come lui  nel cappotto - faceva freddo in quel primo imbrunire dell'aria  -, le folate di vento che vorticavano mulinelli di sabbia.
Guadagnava l’arenile passando tra le file di cabine chiuse, e poi passeggiava a lungo sulla battigia, giocando qualche volta con le onde che gli  lambivano le scarpe.
Ricordava quasi a memoria l’inizio di un racconto di Cesare Pavese, “Il carcere”, che aveva letto un paio di anni prima, suggeritogli  dal professore d’italiano.
Era autobiografico: Stefano, il protagonista, confinato durante il fascismo in un paese della Calabria ” era felice del mare… lo immaginava come la quarta parete della sua prigione, una vasta parete di colori e di frescura, dentro la quale... inoltrarsi e scordare la cella ”.
 Forse  il confino non era  stato  il primo mare di Pavese. Immaginava un viaggio dalle Langhe alla Liguria, da  S.Stefano Belbo a dove?  - Savona, Varazze, quale poteva esserne lo sbocco ? – emozionante come un’iniziazione, dove la distesa del mare si spalancava d’un tratto dal crinale delle colline che lo sovrastavano, fascinante come una visione; aveva studiato sulla cartina geografica quale poteva essere il percorso più diretto in linea d’aria, progettava di costruirsi  un itinerario pavesiano e un giorno ripeterlo.
Anche per lui  il mare conservava il  profumo di fuga, di libertà, era veramente una quarta parete.
La linea dell'acqua increspata dalle onde si congiungeva all’orizzonte con il cielo che illividiva nel pomeriggio autunnale. Non c’era nessun  confine terrestre ad assediarlo nella sua mediocrità.
Lì  ritrovava un po’ di  futuro, la capacità di progettare, forse anche di costruire sogni,di volare alto (se lo diceva talvolta ), slegandosi per qualche ora da  quell’esistenza che lo soffocava come una camicia di forza.

Un giorno  aveva incontrato Marta, anche lei passeggiava sulla battigia., le scarpe con i tacchi in mano e i piedi protetti da spessi calzini di lana, come di chi badi al  pratico senza curarsi troppo delle forme. Calzava una specie di basco, una berretta di velluto nero; sul viso un’ espressione tra annoiata e rassegnata, il mite sorriso di chi è stato sconfitto, gli era tornata  in mente una poesia, anche questa di Pavese, il suo autore di culto.
Era sulla trentina, abitava anche lei a Roma e insegnava storia e filosofia nel liceo locale, nelle giornate di sole le piaceva impiegare l'intervallo  tra due lezioni respirando la salsedine dell’aria marina, fuori dalle chiacchiere e dal fumo della sala professori, come poi gli aveva confidato.
Si erano guardati, e a lui era venuto naturale di salutarla e presentarsi, con un fare rilassato e quasi familiare, che lei aveva ricambiato. Ma prima lo aveva fissato , intensamente, per qualche attimo che a lui era sembrato un’eternità.
L’ aveva definita dentro di sé la donna dagli occhi squallidi,  non tanto per quel loro celeste scialbato, ma soprattutto per il  tono spento, come se esprimessero una sorta di rinuncia, una lontananza immedicabile da qualcuno o qualcosa.
Ormai andava al mare tutti i giorni , lei gli aveva dato il suo orario settimanale  ,comprensivo di tutti i “buchi”e lui si faceva trovare  puntuale sulla spiaggia, senza dissimulare l’ansia e la contentezza di vederla, andandole incontro con un sorriso (hai reimparato a sorridere, aveva osservato lei, sorridendogli a sua volta) quando la vedeva arrivare  dopo aver scrutato con ansia l’orologio, a misurare qualsiasi suo minimo ritardo.
Non prendevano nessun appuntamento da un incontro all’altro.
Lui giungeva  con una sottile trepidazione, ma fiducioso di incontrarla, e lei infatti ogni volta era li, col suo basco di velluto scuro, il  viso lungo, affilato in un magro cenno di sorriso
La quarta parete della sua prigione adesso era diventata Marta, quando lei rientrava a scuola a lui restava il ricordo del suo profumo, un sentore di cenere e agrumi  rappreso sul dorso della mano, gli piaceva annusarlo mentre si avviava solitario verso il treno del ritorno, il viale verso la stazione adesso era scandito di lampioni accesi, anche se ancora non era buio del tutto (lei non gradiva che lui l’ aspettasse alla fine delle lezioni, tornava a Roma con un gruppetto di colleghi).
Gli raccontò di se, camminando un po’ assorta sulla spiaggia,  come se stesse ricapitolando la lezione per gli studenti, senza girarsi a guardarlo. Frasi brevi, secche, che si sforzavano di non tradire rimpianti.
 La sua vita aveva seguito un doppio binario: laurea in lettere in corso, facilità ad entrare nel mondo della scuola come insegnante.
Per contro, una vita affettiva deludente.
Una relazione con un uomo sposato l’ aveva allontanata dalla famiglia; conclusa quella storia, anche a causa di un aborto, non si capiva bene se spontaneo o procurato, ne erano seguite altre, tutte finite in maniera squallida; insomma, sembrava  che Marta avesse puntato troppe volte, con generosità avventata, sulla ruota di un’improbabile fortuna, che difatti non le aveva regalato nessun numero vincente. Con sua madre e suo padre aveva ripreso a sentirsi ogni tanto, respingendo però la proposta,ripetuta ogni volta , di tornare con loro. “Da certi passi non si torna indietro”, aveva affermato, con una risolutezza ch'era anch'essa un azzardo.

Lui le  aveva parlato di Pavese; lei lo detestava, aveva usato proprio questo verbo, detestare: non le piacevano i suoi  romanzi, le sue scelte di vita, la scelta di morte: più facile suicidarsi – affermava con durezza, anche nella voce – che tirare la carretta, giorno per giorno.
Qualche giorno dopo, mostrandogli una vecchia fotografia  a colori, aveva aggiunto: non c’è bisogno del tuo  Pavese per immaginare il mare come una quarta parete.
La ricordava quella fotografia, lei non gliela aveva voluta neppure prestare, “è un caro ricordo” gli aveva detto, e non poteva rischiare che si perdesse o si sciupasse.
Era stata scattata dall’ interno di una stanza immersa nel buio. L’ ora, doveva essere quella del tramonto. Il vetro di una finestra, aperta verso l’ interno, rifletteva un sussulto di sole incendiato. E poi la finestra spalancata, i suoi  contorni netti incorniciavano un brano di mare cobalto, che nella linea dell’orizzonte trascoloriva in una calda sbavatura di rossastro. . 
Risaliva a   molti anni prima, lei ne aveva 13-14, una villeggiatura estiva trascorsa in  Toscana con i genitori, in un albergo sul lungomare,  e loro avevano una stanza all’ultimo piano da dove la vista poteva spaziare verso il mare, da lì  avevano scattato quella foto, era stata proprio lei a farla, e ci si era anche classificata terza a un premio scolastico.
Aveva conosciuto un ragazzetto quell’ estate , e quella finestra regalava ai suoi sogni una  leggera sensazione di ebbrezza,  come se potesse uscire da quella stanza e intrecciare il suo volo con quello dei gabbiani che oltre il davanzale ricamavano arabeschi leggeri tra cielo e mare.

 Si fermò a sedere su una panchina , si sentiva un po’ affaticato e poi i medici , sempre nel loro prontuario di consigli per la rivascolarizzazione, gli avevano raccomandato di intervallare ogni quaranta- quarantacinque  minuti di passeggiata con una pausa di cinque.
Pensava come era stato importante il mare nella sua vita, e questo benché continuasse a non amarlo, qualche volta che ci si era trovato in piena estate, magari solo per cortesia , per accettare un invito di conoscenti ,si era sentito a disagio – come sempre in mezzo alla gente, del resto – e aveva atteso con impazienza il momento di venire via.
E però si sentiva attratto dal  fascino di lambire un mondo diverso: un desiderio ricorrente, quando da giovane era inchiodato sui libri universitari, era un viaggio stile “Sorpasso”, una corsa scombinata  lungo l’Aurelia senza una mèta  precisa dove dirigersi. Ricordava il finale del film, lui quale ruolo avrebbe recitato, Trintignant o Gassman ?.

“Perché  non vieni a stare con me?” gli aveva chiesto lei un pomeriggio, quasi alla fine della passeggiata. Era un dicembre freddissimo, sulla spiaggia l’aria gelida sferzava la pelle del viso quasi a bruciarla. 
Era rimasto sbalordito , senza parole, nulla giustificava una convivenza tra loro.
Lei se ne era accorta, e aveva aggiunto, quasi a giustificarsi :” Possiamo aiutarci a ricominciare. Non significa che dobbiamo sposarci o stare insieme a vita. L’ importante è uscire dalle secche” .
Aveva anche pensato agli aspetti pratici: lei aveva il suo stipendio di insegnante,a lui , tramite un’amica vicepreside in una scuola  media, poteva procurare qualche “spezzone” di educazione fisica, che messi insieme potevano  coprire quasi per  intero un anno scolastico.
“Ci penso, domani ti darò una risposta” , le rispose , e già le leggeva negli occhi la quieta disperazione di un’altra puntata perdente.
E infatti ci aveva pensato , al ritorno, mentre il treno si addentrava verso la campagna inondata dal buio e la linea del mare si allontanava sempre più, sino a scomparire dietro file di basse casette .
Più che pensarci , era  colpito, come stordito, da qualcosa che percepiva come una sorta di  vuoto totale: possibile che nella vita di Marta non ci fosse nessun’altra possibilità di attracco  di una persona di dieci anni più giovane , con cui aveva avuto solo lunghe conversazioni? Era possibile, evidentemente, e lui era atterrito da quella scelta a cui lei lo chiamava.

Cominciava a provare un’ attrazione fisica per Marta. Si accorgeva di un corpo armonioso, ben modellato dallo sport– aveva fatto molto nuoto da ragazza, al mare ma anche in piscina - , che non si era palesato subito, coperto com’era , in quella stagione di tardo autunno, dal cappotto o dal trench, ma soprattutto da quel suo sembiante triste, perdente, che era stato l’aspetto di lei che più aveva lo colpito inizialmente, e forse lo aveva spinto ad avvicinarsi a Marta , quella prima volta sulla spiaggia, si era specchiato in una persona che aveva sentito sconfitta come lui.
Ma adesso l’ attrazione cedeva il passo al terrore – autenticamente, di questo si trattava – suscitato dalla proposta  di “fare ditta”, di spalleggiarsi  a  vicenda in un confronto con la vita che aveva già lasciato segni in entrambi.

Lei si era suicidata , sei anni dopo.
L’ aveva saputo in circostanze fortuite, gettando gli occhi sulla cronaca nera, estrema risorsa di lettura in un viaggio su treni secondari per raggiungere alcuni amici in una località di montagna.
Persa  una coincidenza, per la successiva aveva  due ore  da trascinare nella minuscola sala d’aspetto di una sperduta stazioncina. Si era stravaccato su una delle due panche in legno addossate ai muri– per più di un’ora era stato l’unico occupante della sala - poi, giusto per ingannare il tempo, aveva raccattato sulla panca dirimpetto  un giornale gualcito, del giorno prima,  e aveva iniziato a sfogliarlo con indolenza.
Un servizio aveva calamitato quasi a sorpresa la sua attenzione, riferiva di un’operazione condotta in collaborazione tra le squadre mobili di Firenze e di Grosseto, che aveva consentito di sgominare una banda di spacciatori attiva tra Toscana e alto Lazio. “Tra i fermati  - proseguiva l’ articolo – figura anche…, lo spacciatore che avrebbe fornito la dose di eroina tagliata, risultata letale, che ha stroncato Marta G., la 36enne professoressa romana che come si ricorderà la scorsa settimana è stata rinvenuta cadavere in un albergo di Castiglione della Pescaia”.
Nulla parlava di suicidio, certo. Ma era stata un’autodistruzione progressiva, così l’aveva subito definita, realizzata man mano che le puntate di Marta si rivelavano perdenti, e ogni perdita si sommava alle precedenti, e tutte insieme diventavano insostenibili .
Se  non era stato un suicidio intenzionale, sicuramente  non aveva fatto niente per evitarlo.
Gli erano tornati in mente i discorsi su Pavese, e aveva pensato a quanto doveva essere diventata pesante ,per Marta, la carretta della vita, se non ce l’aveva più fatta a trascinarla.
Aveva sentito un dolore sordo ruminargli dentro, un rimorso opaco :non riusciva a soffocarlo, anche se si ripeteva che non esisteva alcun nesso tra la sua fuga e il suicidio di Marta, erano passati troppi anni tra le due cose. Era iniziato allora il suo infarto, altro che ansia da carriera e da successo, come aveva cercato di far credere ai medici , con scarsa convinzione.
 “Ha cercato di volare con me, - si era detto, - e al mio rifiuto ha pensato di spiccare il volo da quella finestra dalla quale si erano affacciati i suoi sogni di ragazza, magari in compagnia di quell’antico fidanzatino”: la droga poteva servire anche a questo, ad illudersi di riacciuffare il passato, come le lucciole in una notte d’estate.
Ma forse quello che più lo aveva logorato era il deserto di notizie su di lei da cui di colpo si era sentito assediato.
Per sei anni si era completamente dimenticato di lei, l’aveva come espulsa dalla memoria.
Però –se ne era reso conto solo molto tempo dopo -, al mare in quegli anni non era più andato; non per scelta, aveva obbedito a un istinto inconfessato, era come se, per un’ubiquità della memoria, Marta  potesse inseguirlo in ogni posto di mare, su ogni costiera lambita dalle onde, e chiedergli ragione di quella risposta mancata.
Ora, invece,ogni  giorno si aggirava  intorno a lei, nei suoi paraggi, non c’era mattina o sera in cui non si imbattesse  nella sua immagine, in quel suo sguardo senza attese che scivolava sui giorni come un presagio.
Aveva  cercato di saperne di più, di catturare qualche indizio che lo aiutasse a ricostruire  cosa era successo in quegli  anni.
Ma aveva cozzato contro muri di silenzio: né la famiglia, che era riuscito a rintracciare, né la scuola-  era ancora quella di Anzio–gli avevano voluto fornire la minima notizia, che servisse a riallacciare qualche filo con l’incontro di sei anni prima, a riempire quell’arco di tempo che adesso gli appariva più  vuoto e desolato dei suoi risvegli giovanili;  come se qualche frammento di notizie potesse aiutarlo nell’illusione di esserle stato accanto in quel torno di anni che avevano macinato  la sua resa alla vita. Sembravano volerlo escludere persino dal rimpianto, persino dalla nostalgia.

E lui, lui aveva avuto la presunzione di voler attraversare la vita da solo, senza di lei.
 La sua vita era stata un continuo saltabeccare di qua e di la, senza mai perseguire con determinazione uno scopo preciso; rare avanzate e molti ripiegamenti tattici, leggi sconfitte.
Erano passati  pochi treni, decisivi, e lui non vi era mai salito, li aveva rincorsi quando già erano ripartiti ed erano lontani, irraggiungibili, se ne scorgeva solo l’ultimo vagone che si allontanava velocemente.
Non era detto che con lei sarebbe andata diversamente. Ma almeno provarci. Provare a credere, provare a vivere in prima persona, come lei gli aveva chiesto in quel lontano pomeriggio di dicembre, con quella domanda rimasta in sospeso. Forse  avrebbero anche avuto un figlio, si capiva che Marta sentiva quel suo aborto come una ferita non rimarginata, che era possibile lenire solo con un’ altra maternità, portata a compimento, questa volta. E per lui una paternità – adesso lo capiva – sarebbe stata una radice, un chiodo fissato su un’ esistenza che gli si era dileguata in mano senza neppure accorgersene: perché, si diceva, che cos’è una paternità se non un atto di fede nella vita, un dispiegare le vele per salpare verso lidi nuovi ?
 E aveva pagato, la vita gli aveva presentato un acconto di morte, leggeva così quell’ infarto che nella normalità di  un tardo pomeriggio  domenicale  - seguiva le partite di calcio alla televisione, in attesa di scendere nella trattoria sotto casa – gli aveva squassato il petto con un dolore indicibile ,” come se il mio torace fosse stretto in una morsa da falegname”, aveva raccontato ai medici del pronto soccorso.
O forse era stato qualcosa di peggio, la fine delle attese, doversi rassegnare a una definitiva impossibilità di cambiamento. In fin dei conti la vita non offre molte possibilità, e lui il suo messaggio in bottiglia l’ aveva trovato , molti anni prima, al mare di Anzio, ed era stato incapace di leggerlo. Non c’erano più vele da armare per farle sospingere dal vento di un giorno nuovo che annunciasse speranza.

Guardava a quel mare piatto, tranquillo, per famigliole, sarebbero arrivate tra poche settimane, alla chiusura delle scuole.
Lo sentiva estraneo, ostile, non gli offriva nessuna via di fuga, sembrava fatto apposta per rinserrarlo nel pensiero di Marta, in una nostalgia crudele che mordeva le giornate.
In gioventù aveva letto tutto di Pavese, romanzi, racconti, poesie, diario, e in gran parte l’ aveva dimenticato. Solo l’ immagine del mare come quarta parete gli era rimasta impressa, una finestra spalancata su una promessa di vita diversa, su un volo di gabbiani come quelli che avevano  intessuto i sogni di Marta in quell’estate lontana.
E certe fitte acute al cuore. Reali, o frutto di autosuggestione? ( i medici gliene avevano parlato come di un postumo inevitabile). Fatto è che si risvegliava la notte in preda al terrore di soffocare.  
Decise di ripartire l’indomani, avrebbe tacitato il prevedibile disappunto dell'albergatrice pagandole qualche giorno di più.
Il mare non era più la sua quarta parete.

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