giovedì 24 maggio 2012

ONDE SELVAGGE di Mariateresa La Porta, Venafro (IS)


“Onde selvagge”
Vi era scritto sulla prima pagina di una carta opaca e rinsecchita dal tempo.
Le pagine scorrevano sulle mie dita come onde leggere e rapide.
Il cielo terso splendeva in tutto il suo bagliore, solo due gabbiani come punti bianchi
avevano preso il volo lungo la scogliera ruvida e rovente.
La finestra della mia camera d’albergo affacciava sul mare.
Quando tornavamo dalle lunghe giornate trascorse in spiaggia, la mia stanza diventava il mio rifugio e lì non esisteva più nessuno.
Io e Amaranta eravamo gli unici ad accorgerci di quanto fossero belle le vacanze,
c’alzavamo presto e guardavamo i primi raggi dell’alba immergersi nell’acqua più azzurra e pulita che avessimo mai visto prima.
Le palme di un verde intenso brillavano ad ogni fruscio di vento.
La strada ghiaiosa comunicava con l’unico lido dell’isola.
Quando il sole raggiungeva il picco nascondevamo i piedi sotto la sabbia, in profondità, come a cercare il punto più umido e ci coprivamo la testa con bandane colorate.
Amaranta mi osservava con i suoi grandi occhi verdi, faceva cenno di no con la testa quando si arrabbiava e il viso si oscurava se cercavo di convincerla ad andare in acqua. Aveva la paura del mare quando da bambina si ritrovò risucchiata improvvisamente da onde gigantesche.
Jack veniva ad aiutarci ogniqualvolta ne avevamo bisogno.
Il marinaio dell’isola, è così che tutti lo chiamavano, portava lunghi capelli neri che gli scendevano sulle spalle e aveva il viso di chi ha affrontato numerose battaglie.
Era nato per fare il marinaio, suo padre faceva il marinaio il nonno era marinaio, il nonno del bisnonno era marinaio, e lui si sentiva di appartenere più all’oceano che alla terra ferma.
Jack conosceva tutta la storia del posto, il numero degli abitanti, il numero delle barche che ogni giorno partiva da Baia Bianca avventurandosi in mare aperto e controllava il loro ritorno.
Jack conosceva perfino i voli dei gabbiani, li seguiva nel loro percorso fino a quando non li vedeva scomparire all’orizzonte.
Ci divertivamo molto io e Amaranta.  Passavamo le nostre giornate immersi in un’oasi di pace e tranquillità.
Ogni tanto partivo per qualche ora, remavo sulla mia barca e lì sentivo recuperare poco a poco le energie.
Questo accadeva ogni anno, a fine stagione, quando i turisti ripartivano in città.
Baia Bianca si sfollava nuovamente fino a diventare meta per surfisti e uomini di mezza età.
Chiusi il libro. Quelle foto in bianco e nero e la carta squamosa, mi avevano riportato nel passato.
Questa volta tornavo sulla tavola da surf, l’aria era fresca e il giorno sopra di me moriva lentamente nel punto più lontano. Fu allora che mi accorsi di quanto fosse bello condividere paure, angosce, sensazioni intense con ciò che ti circonda.
Mi ero sentito libero, vivo, come se il respiro di vita dipendesse dall’ultima onda che ti sorregge in equilibrio.  Avevo dimenticato per un attimo il lungo tunnel che stava scavando dentro di me, come una piccola talpa si stava facendo strada tra radici, rami secchi, prati dove non sarebbero mai più nati fiori. La talpa stava per arrivare sempre più in profondità, sarebbero passati anni, ma inevitabilmente avrebbe raggiunto il mio cuore.
Le onde mi avvolgevano come una coperta di cashmere, Amaranta mi osservava a pochi metri dalla riva con il cuore in gola, ed io mi chiedevo se avesse superato mai la paura dell’acqua e se fosse riuscita un giorno a provare tutte queste emozioni.
Il timore più grande non era, che io non sarei stato qui a vederla, perché qualunque angolo dell’universo mi fosse stato concesso io le avrei dato coraggio e forza per affrontare qualunque battaglia.
La mia paura più grande era che non avrebbe superato le sue paure.
Quando mi rintanavo nella mia stanza, come un lupo stanco e affaticato la sentivo piangere.
Lei  si mostrava forte, mi dava gioia con i suoi sorrisi, mi preparava il caffè, si preoccupava quando andavo in barca a vela, eppure celava un senso d’angoscia. Amaranta mi nascondeva le sue lacrime, le affogava nel cuscino, tra quei sogni che probabilmente non sarebbe mai riuscita a realizzare. Quanto avrei voluto aprire quella porta, stringerla fra le mie braccia e dirle che non l’avrei mai abbandonata, ma non ce la facevo, mi sentivo debole.
Lontano dalle onde del mare, chiuso nella mia stanza, io ritornavo me stesso.
Nonostante il  cielo azzurro e l’aria asciutta, la mia malattia non mi permetteva  ogni giorno di godere di quel paradiso. Restavo addormentato per ore durante il giorno, solo qualche insetto veniva a disturbare ogni tanto il mio riposo.
Quella sera di colpo i dolori alle ossa si placarono. Fissavo dalla finestra il punto più lontano, dove neanche i gabbiani riuscivano ad arrivare. Pensai alla prima volta che incontrai Amaranta.
Fin da bambino andavo in villeggiatura in un posto di montagna, mi dicevano che l’aria  in quei posti faceva bene e andava respirata a pieni polmoni. I miei genitori soprattutto ne facevano una scorta, dovevano pur sopravvivere allo smog della città. Non ero un ragazzino viziato, ma alle escursioni nei boschi in cerca di funghi o  castagne preferivo andare a pesca con il nonno o in barca a vela.
Fu un’estate di tanti anni fa, che vidi per la prima volta Amaranta, anzi fu lei a notare me, per poco non le finivo addosso con la mia minimoto. Mi fu subito antipatica con il suo accento americano e l’aria di chi “so tutto io”.
Quel giorno non avevo la più pallida idea che di lì a poco me ne sarei innamorato perdutamente e che lei sarebbe diventata la mia unica ragione di vita.
Come opposti che si attraggono, io sentivo d’appartenere al mare..
Amaranta alla terra, ai prati colorati, ai boschi colmi di frutti, agli alberi secolari o alle viti colme d’uva.
Io invece mi  sentivo d’essere vissuto in un’altra vita in cui probabilmente ero un delfino o un cavalluccio marino e nuotavo felice sulla barriera corallina.
Come potevano amarsi due anime tanto diverse e come potevano rincorrersi  inseguendo sogni e passioni lontane.
Un amore vero non pretende nulla, non chiede, dona tutto se stesso
senza aspettarsi niente.
Un amore nato dall’unione tra terra e mare.
Cieli di gabbiani e rondini che s’uniscono in sintonia.
Io e la mia tavola da surf.
Amaranta e la sua bici sul prato.
Chiusi di nuovo il libro. Una fitta al petto mi aveva lasciato senza respiro per qualche secondo. Mi asciugai le lacrime.
La stanza era poco illuminata, l’uomo accanto a me  respirava attraverso un tubicino, aveva gli occhi rivolti verso il cielo, fissava un punto bianco, uno qualunque.
Jack venne a trovarmi quel giorno e il giorno successivo e tutti i giorni, veniva a portarmi conforto, ci regalò un’ancora d’argento che apparteneva al bisnonno.
L’aveva ereditata poco prima che morisse naufrago su qualche isola. Era un’ancora speciale. Ogni goccia di mare, ogni luccichio d’onde, ogni giro di boa, ogni medaglia ottenuta era merito di quel portafortuna minuscolo, ma tanto prezioso.
“Lo lascio a te, perché ne avrai bisogno quando remerai verso il tuo angolo di paradiso, verso quel cielo che ti vedrà un marinaio fiero e un surfista felice”.
L’ultima pagina del diario.
La vita è come un’onda selvaggia che ti trascina in un vortice di emozioni.
Sentirò a lungo tutta la forza del mare, farò tutti miei i segreti dell’oceano e mi cullerò tra i sospiri d’onde.
L’ultimo giorno stava per morire all’orizzonte. La fine dell’estate, la fine di tutto.. che segnerà l’inizio di un’altra stagione e di una nuova vita.









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