venerdì 25 maggio 2012

ONDA NUOVA di Matteo Morsetti, Valenza (AL)


Vi racconto il mare che ho visto riaffiorare nei suoi occhi, quel giorno. Era settembre, un pomeriggio in cui il
sole si faceva vanto dei suoi raggi ancora caldi. C’era anche un pizzico di vento timido e curioso insieme, che
non sapeva che farsene di tutta quella spiaggia. E poi c’eravamo io e lei.  Può sembrare assurdo ma andò così:
che dopo qualche bacio al volo lei mi ha guardato e mi ha detto che lo stava aspettando, che era già lì dentro,
nel suo nuovo mare, un bimbo. E che forse era il momento giusto, anzi il più giusto, ora che noi eravamo
tornati ad essere noi, dopo la tormenta estiva che ci aveva fatto volare come foglie. Ora che avevamo di nuovo la nostra vita tra le mani, dicevano i suoi occhi castani, ora era il momento più giusto. In fondo ci
conoscevamo da quasi 7 anni, eravamo stati amanti per due e fidanzatissimi per cinque.  –Lo voglio tenere-
mi disse con la semplicità con cui un’onda si mangia e torna ad infrangersi sul bagnasciuga. Così me lo disse,
Annalisa, che aspettavamo un bambino: davanti al mare. Io ero diventato piccolo come un granello di sabbia
ad una notizia tanto grande ed il mio volto probabilmente tradiva un’emozione di paura perché lei mi chiese:
-Cosa c’è che non va?- ma non poteva ancora sapere che la mia era gioia pura, disciolta come sale nelle vene.
La baciai e le tolsi ogni dubbio e lei lo tolse a me, e fu da quel preciso momento che iniziammo a pensare
soltanto a noi due che diventavamo tre. Dopo la tempesta. Dopo che lei mi aveva urlato addosso le sue
preghiere di restare, quando io di restare non ne avevo assolutamente voglia e forse nemmeno il coraggio.  Era giugno e il caldo era insopportabile. Me ne andai sbattendo forte la porta di casa nostra, poi presi la macchina e andai dai miei in pianura, giusto per macinare chilometri di asfalto. Lei non mi aveva in realtà fermato, mi aveva lasciato proseguire sulla strada che ci portava verso direzioni opposte senza muovere un muscolo, nemmeno un tessuto, niente. Avevo scoperto che lei mi aveva tradito. Avevo letto degli sms, delle puttanate così ed ero fuggito. Perché non avevo il coraggio di essere messo all’angolo, di essere abbandonato.
Allora era più facile abbandonarsi da soli, e come finiva, finiva. Erano stati giorni così, in cui il mare era lontano dal mio cuore, giorni in cui tutto ciò in cui avevo sempre creduto si era arenato nel deserto e lei chissà che faceva, lei chissà se era tornata da lui.
Vi racconto il mare che ho cercato di recuperare, quel luglio terribile. Quando lei mi rifiutava ed io le
vomitavo addosso il mio terrore di perderla sul più bello, ora che abitavamo finalmente insieme, ora che il
nostro amore aveva finalmente un ingresso, delle tende color crema e qualche soprammobile orientale che a
noi piaceva tanto. Proprio ora che tutto era diventato tangibile, la bellezza aveva lasciato spazio all’esitazione.
Lei ci era andata a letto non più di due volte, col suo collega: me lo aveva giurato. Ed io non le credevo e lei
non mi lasciava spazio di crederle ed era colpa sua ed era colpa mia e non era colpa di nessuno ed era colpa di tutti e due.
Mi volevo avvicinare ancora alla sua bocca, quell’estate, in quel giorno maledetto, ma lei mi
guardava con occhi che non erano più del suo colore, lei mi stava sfuggendo dalle dita e sembrava che non si
opponesse nemmeno. I giorni dell’abbandono sono terribili, neanche il mare sa spiegarli. Lui che sa ogni cosa,
lui che però mi guardava e non poteva che compatirmi in silenzio, con il fruscio delle cose non dette e
l’azzurro dell’estate che moriva.
Vi racconto il suo viso. Lei era bella di sole sin dal primo giorno in cui la conobbi, quando la sua frangia
castana lasciava il posto alla pelle della fronte più meravigliosa, e poi giù fino al naso sottile e quelle labbra che
mi cercavano dal primo istante. Annalisa. Che schiude gli occhi, quando si sveglia, cercando le carezze che
non le ho mai negato. Che si accuccia accanto a me sul divano quando guardo la Champions e lei si mostra
interessata  come una piuma alla guerra. Che mi ha detto, in Agosto, -Torna da me- ed io non ho fatto altro
che tornare e tacere, perché quando anche il mare non sa cosa dire, significa che non c’è bisogno di
spiegazioni, ma basta immergersi in una nuova felicità da raggiungere come boa in mezzo all’oceano.
Ho superato quell’oceano e ci siamo amati e abbiamo vinto.
-Lo voglio tenereE subito ricordo la notte in cui abbiamo guadagnato l’immortalità di nuova vita. Avevamo ordinato una pizza al volo: erano le dieci e mezza di sera e avevamo paura che il ragazzo delle consegne non trovasse la palazzina.
Abbiamo mangiato la pizza come fosse stata la cosa più buona del mondo, mangiando nello stesso tempo i
momenti persi che non avevamo vissuto insieme, in cui –distanti-  non avevamo potuto raccontarci le cose
che solitamente facevamo, tutte le nostre cavolate, le nuove pessime canzoni che la radio trasmetteva come hitestive oppure i film in uscita alla Mostra di Venezia. Ne parlavamo mangiando la pizza più buona della
galassia e ridevamo di noi e della nostra stupidità. La stavo perdonando, trovando in me stesso il coraggio di
chiudere fuori il passato dal presente, confinandolo in uno spazio di vuoto. Lei mi aveva tradito, ma ci
amavamo. Un tradimento non è mai più forte dell’amore. E il nostro amore lo trovavamo nelle immagine
riflesse dai nostri specchi e anche nei suoi aloni, lasciati lì da troppa non curanza. Anche quello era amore:
non solo l’immagine ma anche lo sbaglio che aveva oscurato tale incanto. Abbiamo fatto l’amore sul divano
come non lo facevamo da tempo, e mentre la sentivo mia, avevo la certezza consapevole che mia lo era sempre stata, perché un’onda che si allontana dal centro dell’oceano e si distrugge sulla riva, tornerà ad essere il centro e sarà sempre mare.
 Vi racconto l’oceano che sento muoversi sotto la sua pancia, ora che siamo a Natale e pian piano cresce,
cresce la consapevolezza come un’onda che si fa più forte con le nuove ansie che mi avvolgono sotto il
piumone quando sento i suoi piedi freddi in fondo al letto e ho paura di tutto. Il nostro amore è cambiato, è
diventato altra-cosa: ora il nostro amore ha un cuoricino che è un tamburo in piena notte ed è lungo qualche
centimetro. Il nostro amore è un maschietto e si chiamerà Flavio.
E’ bello sentire Annalisa, nel pieno di un gelido Febbraio, suonare il campanello e rispondere –Noi!- ed
ancora più bello è quando mi guarda a Marzo e sentendolo scalciare dice che mi sta salutando.  Perché
Maggio si avvicina e con una nuova estate arriverà anche l’onda più bella. E’ questa la vita, in fondo. Un mese
o una stagione non esiste di per sé stessa, esiste solo in relazione ad un disegno più grande, che ti mostra
magnificamente quanto stupidi siamo a lamentarci delle cose che ci fanno sul momento dannare, non
rendendoci conto che altro non sono che un preludio di un momento infinito, il primo tassello di un puzzle
definito e che ci appagherà come mai. L’estate scorsa avevo perso tutto solo per riguadagnare ogni cosa e
trovare soprattutto lui,quel fagotto di sogni che mi ride in faccia quando provo a cullarlo, che si addormenta
quando gli dico che ha gli occhi di sua madre. E’solo un’onda, questa vita, e con lei tutti i momenti che
sprechiamo a urlarle addosso il nostro rancore. Perché  basta un attimo e l’onda non c’è più, e poi torna e sarà sempre uguale, ma non sarà mai più la stessa.
Vi racconto il mare parlandovi dei loro occhi. Mi ci tuffo ed esplodo di sogni.
Fine

2 commenti:

  1. Meraviglioso.
    Bravo Matteo!

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  2. Complimenti Matteo!! Se in un "PICCOLO" grande tesoro!

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