mercoledì 23 maggio 2012

LA MITICA ESTATE DEL 1982 di Gianluca Nocenti Pontedera (PI)


Ho sempre adorato il salmastro sulla mia pelle una volta uscito dal consueto bagno pomeridiano estivo.
Ricordo che dovevo aspettare ogni giorno con impazienza le 16, prima che mia madre mi desse il
consenso di raggiungere gli altri bambini in acqua. Si era fissata con il fatto della digestione e che
sarei potuto morire inseguito ad una congestione se non avessi aspettato tre ore dopo aver pranzato.
Ai miei amici, che cominciavano a farsi il bagno in mare quando ancora avevano la bocca piena di
pasta fredda, non era mai successo nulla. Odiavo mia madre per questo.
“Francesco, dai vieni a fare il bagno” mi gridavano gli altri bambini mentre io stavo con la faccia
imbrocciata sotto l’ombrellone guardando costantemente il mio orologio subacqueo a polso.
Quando scattava l’ora X, potevo finalmente tuffarmi in quell’acqua blu che tanto desideravo.
I nostri genitori poi ci dovevano tirare fuori con la forza, quando il nostro corpo era ormai
completamente vizzo e si faceva l’ora di andare via.
Non dimentico tra le altre cose quel sapore di riso freddo misto a salsedine che ogni mattino mio
padre preparava con cura alla nostra casetta sul mare.
Per uno che come me era abituato a vivere in città, nello smog e nella nebbia milanese, l’estate
aveva sempre rappresentato il mio desiderio di libertà.
Come ogni anno, a metà giugno, aspettavo con trepidazione il suono della campanella che sanciva
la fine della mia prigionia e l’inizio dell’estate.
Con i miei genitori, passavamo sempre un paio di settimane in montagna, isolati dal resto del
mondo, all’aria fresca, lontani da Milano che in Giugno raggiungeva temperature elevatissime.
Mio padre, che lavorava per 9 mesi ininterrottamente a ritmi serrati e stressanti, aveva bisogno di
rimanere in isolamento per un po’ di tempo, ma puntualmente il primo di Luglio di ogni anno,
partivamo per la Versilia, dove a Viareggio possedevamo una casa che a suo tempo era stata di mio
nonno.
Sin da quando ho dei ricordi, ogni estate eravamo lì, alla nostra piccola ed accogliente casetta.
Avendo frequentato da sempre Viareggio, i nostri genitori, come noi bambini, avevamo fatto
gruppo.
Ogni anno ci ritrovavamo a passare due mesi insieme con i miei amichetti estivi e io godevo di una
libertà senza precedenti che la città non mi avrebbe mai permesso.
Mi era concesso stare al mare a correre per tutto il giorno. Questo a Milano non succedeva. Tra gli
impegni di lavoro dei miei genitori, l’aria irrespirabile della città, la scuola  e l’alto tasso di
criminalità, mi impedivano di godermi i miei pomeriggi con gli amici.
Avevamo tutti una provenienza geografica diversa, spesso stentavamo a capirci l’un l’altro, ma il
fatto di poter far tutto quello che non ci era concesso fare per gli altri dieci mesi dell’anno ci faceva
abbattere queste barriere.
Martina aveva la mia età, anche lei era un 1966 e viveva a Venezia.
Matteo e Claudio, rispettivamente 1967 e 1969 erano due fratelli di Roma, precisamente del
quartiere della Magliana. I loro genitori erano i più loquaci nel gruppo e raccontavano spesso agli
altri i lori disagi e le loro paure di vivere quegli anni in quel territorio. Qualche anno più tardi,
quando mi feci più grande, capii il perché delle loro paure.
Carlotta era un anno più piccola di me ed era abruzzese dell’Aquila. Aveva un modo veramente
strano di parlare, ma ogni volta che mi si avvicinava mi sentivo in imbarazzo. Sin da piccolo sono
stato attratto da lei.
Infine c’era Mario, lui veniva da Firenze ed era il più grande della compagnia. Non lo era solo di
età, ma anche fisicamente. Sin da piccolo era sempre stato molto alto e quando dovevamo litigare
con altri ragazzi mandavamo avanti sempre lui.
Fin quando eravamo piccoli, eravamo divisi tra maschietti e femminucce. Troppo diversi i nostri
interessi, troppa distanza a quel tempo ci separava. A noi piaceva giocare a calcio, fare le piste con
le biglie e giocare nelle sale giochi che rappresentavano in quegli anni una novità non indifferente.
Litigavamo, ci picchiavamo per un gol e ci prendevamo in giro chi perdeva.
Loro invece giocavano a fare le mamme con le loro schifosissime Barbie.
Ogni due estati poi, noi maschi eravamo presi dagli europei e dai mondiali di calcio.
Guardavamo le partite tutti insieme con i nostri genitori.
Anche le mamme e soprattutto mia madre sembravano interessate al calcio, una cosa strana visto
che ogni inverno si incazzava con mio padre se andava al Meazza a vedere il Milan.
Io, Mario, Matteo e Claudio ci incollavamo davanti lo schermo con dietro i nostri padri che
consumavano innumerevoli litri di birra.
Carlotta e Martina invece, disinteressate all’evento giocavano in un’altra stanza. Come ogni anno
però, la delusione era cocente e puntualmente l’Italia doveva soccombere a metà della
competizione.
Noi bambini piangevamo la sconfitta, mentre le ragazze ci prendevano in giro. Sembrava che
godessero a veder perdere l’Italia.
Qualche anno più tardi però, nella mitica estate del 1982, ci saremmo finalmente presi una grande
rivincita.
Il 31 agosto di ogni anno, arrivava puntuale il momento dei saluti.
Ognuno imboccava la propria strada e arrivederci al prossimo anno. A quel tempo non esistevano i
social network, internet o i telefoni cellulari e il nostro unico modo di comunicare era tramite posta.
Le nostre famiglie si scambiavano lettera di auguri per Natale e per Pasqua.
Ricordo che al rientro a Milano cadevo in una sorta di depressione post vacanza. Mi mancano i miei
amici, mi mancava la libertà, ma soprattutto mi mancava correre in costume sotto il sole estivo
toscano e bagnarmi in quel mare che per dieci mesi non avrei più rivisto.
Ogni successivo Luglio, noi bambini cominciavamo a farci sempre più grandi. Man a mano che
passava il tempo, le divergenze fra maschi e femmine si stavano affievolendo. Cominciavamo ad
avere più interessi in comune, ma soprattutto, con l’incombere dell’adolescenza, i nostri ormoni
necessitavano di un contatto femminile.
Avevamo cominciato nell’estate del 1980 a frequentare anche altre persone. Litigavamo sempre, ma
adesso per le ragazze. Il gruppo storico però, nonostante qualche ovvia divergenza era rimasto
unito.
Quello che ci sapeva fare di più con le ragazze era Matteo e già quell’anno, nonostante avesse la
fidanzatina a Roma, riuscì a baciare un paio di ragazze. Io e gli altri provavamo invidia nei suoi
confronti. Era il più bello e il più talentuoso con il pallone. Tutti avremmo desiderato essere al suo
posto.
Anche le ragazze erano cresciute e sia Martina che Carlotta si stavano facendo donne.
C’era un gruppo di ragazzi più grandi di noi che cominciò a ronzare intorno alle “nostre donne”.
Eravamo gelosi, incazzati.
Ma quel che ci faceva andare ancor più in bestia era il fatto che  ricambiavano le loro attenzioni e
spesso uscivano con loro senza coinvolgerci.
Il mio interesse per Carlotta adesso era diventato qualche cosa in più. Mi erano cresciuti i peli
pubici ed iniziai ad avere pensieri erotici su di lei e sulle altre ragazze della mia età che vedevo in
costume.
Tramite Mario, che sembrava più grande della sua età, quell’estate, quando eravamo soli,
riuscivamo a noleggiare dei VHS porno ed organizzavamo una volta a settimana, spesso il lunedì,
delle proiezioni in casa dei fratelli romani.
Pochi giorni prima di andare via, quell’estate vidi qualcosa che mi fece star male per qualche mese.
Mentre percorrevo il viale che mi conduceva a casa, una sera vidi Carlotta che si baciava con un
ragazzo più grande e figo di me. Fu un’immane delusione tanto che a stento la salutai il giorno della
partenza.
Ma tutti questi anni di infanzia, di inizio adolescenza, di divertimenti e desideri di libertà, di partite
a calcio sulla spiaggia e di gettoni sprecati in sala giochi, di risate e di delusioni calcistiche e
amorose non avrebbero avuto niente a che vedere con quello che sarebbe successo nella mitica
estate del 1982. L’estate che nel bene e nel male cambiò per sempre la mia vita.
La campanella che sanciva la fine della scuola suonò puntuale come ogni anno il 10 giugno.
Avevo 16 anni e non vedevo l’ora di rimettermi il costume e correre in mare.
Come da routine, passammo le classiche due settimane in montagna. Nonostante abbia passato lì
ogni inizio della mia estate, stento ancora a ricordarmi l’impronunciabile nome di origine tedesca
dove alloggiavamo.
Fu il 29 giugno che iniziò la mia estate al mare del 1982. Era il giorno della partita del mondiale di
calcio fra Italia e Argentina e tutto il popolo azzurro era terrorizzato da Maradona. Tutti noi
pensavamo già a un’ennesima delusione.
Gli altri ragazzi erano arrivati a Viareggio già dalla settimana precedente e ricordo ancora
l’emozione che provai nel vedere Carlotta. Durante quell’inverno si era ormai fatta donna, il seno le
era cresciuto e vedere la sua terza in quel costume color rosso fuoco mi mandava su di giri. Mario
aveva raggiunto i 190 cm e aveva messo su delle discrete spalle.
Anche Martina si era decisamente sviluppata, ma rispetto a Carlotta era decisamente più bruttina.
Non che l’avrei rifiutata per carità. Avevo 16 anni e ancora non avevo baciato nessuna ragazza. Mi
sarei accontentato di tutto pur di potermi sbloccare.
I due romanacci erano invece identici all’anno precedente. Sembrava che per loro il tempo non
fosse passato.
La sera assistemmo tutti insieme alla partita dell’Italia. Anche Carlotta aveva cominciato a
interessarsi alla nazionale. E portò fortuna. Quella sera Gentile cancellò Maradona e l’Italia vinse
per 2-1.
Quattro giorni più tardi, il 2 luglio, ci ritrovammo davanti il fortissimo Brasile.
Contro ogni più rosea previsione, l’Italia vinse 3-2 e Paolo Rossi si sbloccò segnando una tripletta.
Non fu l’unico a sbloccarsi quella sera però. Durante il carosello che si protrasse fino a tarda notte,
quel giorno conobbi Ludovica. Fu attrazione istantanea e fu lei a chiedermi se avevo voglia di
passare un po’ di tempo con lei sulla spiaggia. Sotto gli occhi increduli dei miei amici, mi ero
finalmente appartato con una ragazza e prendemmo posto su un lettino a guardare il mare e le stelle.
Parlammo per circa un’ora, poi con il cuore che sembrava uscirmi dal petto per l’emozione, presi
coraggio e la baciai.
Avevo appena dato il mio primo bacio e le stelle e il mare illuminato dalla luna piena ne erano
appena stati testimoni.
Da quel giorno Carlotta si era legata particolarmente a me. Sembrava che la presenza di Ludovica la
infastidisse, fortuna per lei, un po’ meno per me le sue vacanze terminarono pochi giorni più tardi e
fece ritorno a Perugia.
La mia prima ragazza se ne era andata. Chissà se mai l’avrei rivista.
L’11 luglio 1982, io, Claudia, Martina, Matteo, Claudio e Mario ci sistemammo davanti lo schermo
alle ore 20. Andava in scena sulla Rai, la finale della coppa del mondo di calcio fra Italia e
Germania.
Noi e i nostri genitori passammo un’ora e mezzo con il fiato sospeso in trepidante attesa del triplice
fischio finale che arrivò intorno alle 21.35. L’Italia aveva vinto 3-1 e si era appena laureata
campione del mondo.
Inutile dire che i festeggiamenti andarono avanti per tutta la notte e tutti noi ragazzi ottenemmo il
permesso dai genitori di non avere orari.
Avevamo preso di soppiatto prima di uscire di casa, delle birre e del vino dai nostri genitori. Non lo
avevamo mai fatto, ma quella sera bevemmo così tanto fino a vomitare. In spiaggia, ubriachi per la
prima volta nella nostra vita, facemmo il bagno in mare di notte su quella spiaggia che ci aveva
conosciuto quando ancora eravamo ancora dei bambini innocenti.
Quella era l’estate delle novità. Tutti noi avevamo dato il bacio ad almeno una ragazza, ci eravamo
ubriacati ed eravamo andati a ballare. Era il momento di andare oltre.
Una sera di metà agosto, in riva al mare, nel posto dove eravamo soliti stenderci il pomeriggio a
prendere il sole e giocare a pallone in battigia, Mario aveva comprato un pacchetto di sigarette. Era
lui l’esperto fra di noi, era lui che già nella sua vita aveva fumato.
Ci insegnò a farlo e tutti insiemeintorno ad un falò fumammo la nostra prima sigaretta.
Eravamo cresciuti, quell’estate del 1982eravamo cambiati. Eravamo diventati adulti.
Il fumo che usciva dalla bocca di Carlotta mi faceva impazzire. Era di una sensualità che mai nella
mia vita mi è più capitata di vedere. Quella sera la accompagnai a casa, ma ero ancora troppo
timido. Forse quella era l’occasione buona per baciarla, ma non ero ancora troppo esperto e persi
una grande occasione. Mi salutò facendomi una carezza, poi con imbarazzo mi baciò sulla guancia.
Sentivo ancora il sapore del fumo della sigaretta sulle sue labbra nonostante masticasse un chewing
gum per nascondere l’odore ai genitori.
Il count down della fine dell’estate cominciava a farsi sentire su tutti noi. Era da poco passato
ferragosto e quello per noi significava che stava per giungere il momento di tornare in città.
Era il 31 agosto, io e gli amici avevamo deciso di fare una cenetta sul mare. Da soli, senza genitori.
Il giorno seguente saremmo tornati tutti in città e per altri dieci mesi non avremmo più potuto stare
a piedi nudi sulla sabbia fine della Versilia.
Mia madre aveva preparato panini per tutti mentre Mario aveva pensato a fare spesa di alcolici.
Avevamo da poco preso posto ai nostri ombrelloni quando assistemmo al tramonto. Il sole, davanti
a noi appariva gigantesco come non mai aveva iniziato la sua lenta discesa. Decidemmo di attendere
ancora qualche minuto per mangiare. Claudio e Martina stapparono le birre e le passarono a tutti gli
altri. Ci sistemammo seduti sulla spiaggia in contemplazione sorseggiando la nostra birra. Il sole si
immerse lentamente in mare dando origini ad uno spettacolo di rara bellezza che nessuno di noi
avrebbe mai visto in città. Nessuno di noi si era mai reso conto di quanto fosse stato bello il
tramonto. Pian piano il sole sparì sotto il livello del mare e calò la notte. Quello fu in assoluto il
tramonto più bello della nostra vita.
Quella fu veramente una notte indimenticabile.
Davanti al fuoco illegale che avevamo acceso, passammo la serata a bere, ridere e a parlare. Non
eravamo più bambini, intraprendevamo discussioni serie sulla vita. Spesso mi assentavo un attimo
dalla conversazione e guardavo gli altri parlare e muoversi come delle persone adulte. Non potevo
credere che quelli eravamo davvero noi.
L’ultima notte di quella estate però aveva ancora da riservare le emozioni più grandi.
A Carlotta era decisamente piaciuto fumare. Non come a me. A me il fumo delle sigarette nei
polmoni faceva tossire e se non fosse stato per Carlotta  non ne avrei più accesa una in tutta la mia
vita.
Vederle sputare il fumo mi rendeva la persona più felice del mondo. Il cuore mi batteva come non
mai, ancora di più di quella notte in cui avevo dato il mio primo bacio a Ludovica.
Carlotta era seduta accanto a me, ed esausta, probabilmente a causa della birra, si sdraiò
appoggiando la testa sulle mie gambe.
Non passò molto tempo prima che si addormentasse.
Si dice che ci si accorge di amare una persona quando la vedi dormire davanti al fuoco. Ed è vero.
Quella sera mi accorsi veramente che provavo qualcosa di più forte di una semplice attrazione. Mi
ero innamorato.
A interrompere quel mio momento di riflessione ci aveva pensato Matteo che con uno dei suoi soliti
scherzi, bagnò con un gavettone Carlotta mandandola su tutte le furie.
Fu solo il preludio al bagno di mezzanotte. Trascinai Matteo per i piedi con l’intento di gettarlo in
mare vestito. Era pesante e mai ci sarei riuscito. Fortuna che ci pensò Mario con il suo fisico ad
aiutarmi. In un attimo, Matteo si ritrovò in acqua, seguito da Martina che era stata caricata di forza
da Claudio.
Non mi importava in quel momento dei consigli di mia madre, lei non c’era a fare le sue stupide
paranoie della digestione. Anche io mi gettai nell’acqua e il mitico gruppetto dei sei stava facendo il
bagno di notte.  Urlavamo a più non posso, cantavamo a squarcia gola “Una splendida giornata” di
Vasco Rossi che quell’estate era in voga in tutti i Juke box della Versilia. E quella giornata era
splendida davvero. Erano i migliori anni della nostra vita, niente e nessuno ce le avrebbero tolti.
I momenti dei saluti erano arrivati. Quell’anno ognuno di noi aveva versato una lacrima. Non
eravamo mai stati legati come quell’estate.
Ancora bagnato fradicio, avevo appena salutato tutti i miei amici. Tutti tranne una. Io e Carlotta
eravamo appena rimasti soli visto che le nostre case erano dalla stessa parte.
Non ci sembrò il caso di rientrare in casa ancora bagnati, così di comune accordo decidemmo di
allungare il tragitto e fare un’ultima passeggiata sulla spiaggia
I cappelli di Carlotta che umidi si erano arricciolati la rendevano irresistibile. Mi prese la mano e
camminammo in silenzio a piedi nudi sulla battigia.
Sapevo che quella era un occasione che forse mai più mi sarebbe ricapitata. Presi coraggio e la
baciai.
Il bacio fu lungo e bellissimo. Le nostre lingue si intrecciarono per ore. Ma quella sera andammo
anche oltre.
Carlotta si distese sulla spiaggia e mi invitò a raggiungerla. Poco tempo dopo eravamo nudi.
Senza neanche accorgermene stavamo facendo l’amore. Nudi, con la sabbia che ci entrava nei
capelli e rimaneva attaccata ai nostri corpi umidi. Non ero esperto, ma me la cavai lo stesso. Anche
lei come me sembrava avere atteso quel momento dall’inizio di quell’estate.
Erano da poco passate le 6 del mattino di quel primo settembre che io e i miei genitori salimmo in
macchina alle volte di Milano. Ricordo che avevo la testa appoggiata al finestrino e con le lacrime
agli occhi fissavo quella spiaggia che quell’estate mi aveva dato tutto.
Era appena terminata la mitica estate del 1982: quella del mio primo bacio, della mia prima
sigaretta e della mia prima sbronza. L’estate in cui l’Italia divenne campione del mondo e quella del
bagno di mezzanotte. Era l’estate in cui mi ero innamorato, l’estate che ho fatto l’amore con
Carlotta.
Avevamo appena imboccato l’autostrada quando lanciai il mio ultimo sguardo in direzione del mare
illuminato in tutto il suo splendore dalle prime luci del mattino. Quello fu il mio ultimo ricordo.
Poi un forte boato, un impatto tremendo. Infine solo il buio.
Mi risvegliai in un letto di ospedale tutto intorpidito. Erano passati due mesi da quel terribile
incidente e io non ricordavo niente. 2 mesi di coma dove sognavo di correre lungo le spiagge della
Versilia come facevo da bambino. Un sogno che realizzai di non poter più vivere proprio dopo aver
aperto gli occhi.
Le mie gambe, così come i miei genitori non c’erano più. Quell’incidente se le era portati via senza
preavviso e senza un briciolo di pietà.
Non ho più rivisto il mare da quel lontano primo settembre di 30 anni fa. L’ultima nitida immagine
che ho nella mia mente prima del coma era proprio il mare in lontananza.
Quel mare che mi rendeva il corpo vizzo, quel mare che rappresentava la mia trepidante attesa delle
ore 16, quel mare dove ho passato la mia infanzia e la mia adolescenza in compagnia di Carlotta,
Martina, Mario, Matteo e Claudio, quel mare dove ho pianto, gioito, fumato, bevuto, dato il mio
primo bacio e fatto l’amore. Quel mare dove ho trascorso la mia mitica estate del 1982.
Ora sono qui, seduto sulla mia carrozzina in un appartamento periferico di Milano che guardo fuori
dalla  finestra di camera che si affaccia sul cortile di una scuola elementare. I bambini, gioiosi come
non mai, aspettano il suono della campanella che sancisce la fine della scuola e l’inizio delle loro
vacanze.
Per quanto mi riguarda, non resta che augurare loro che il mare possa dargli tutto quello che ha dato
a me, che a distanza di trent’anni riesco ancora a sentire il sapore di salsedine quando mangio un
piatto di riso freddo, che mi fa sentire ricoperto di salmastro al solo pensiero di tuffarmi
nell’immenso blu e che mi fa immaginare di vedere il tramonto più bello della mia vita anche se
davanti a me ci sono solo alti palazzi circondati da nebbia e smog.

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