giovedì 31 maggio 2012

IL PESCHERECCIO SANTA MARIA di Antonio Toma, Maglie (LE)



Erano in prossimità dell’isola di Fano che da Otranto costituisce l’approdo più vicino con le
coste della Grecia. Il peschereccio “Santa Maria”, ormeggiato in prossimità della battigia, taceva nel
buio delle stelle pulsanti nella notte: dall’interno non proveniva il minimo suono e d’intorno, nulla
muoveva, né vibrava, né un uccello in aria, né una nuvola in cielo. I prossimi sarebbero stati gli
ultimi giorni di pesca e la stanchezza si era impadronita dell’equipaggio che, spossato, aveva ceduto
le stanche membra all’abbraccio di Morfeo.
Solo il comandante faticava a prender sonno:  il  più giovane del personale di  bordo, egli
aveva  assunto il comando  poche settimane prima e continuava a chiedersi se sarebbe  stato
all’altezza del compito assegnatogli. Così, pensieroso, si aggirava  in su  e in giù per il ponte
preoccupato, da un lato, di conquistarsi la fiducia dell’equipaggio del quale conosceva poco o nulla,
e dall’altro, per la scarsa quantità del pescato. Con le stive quasi vuote e gli uomini che nel corso
della navigazione avevano diffidato  dei suoi  comandi, si trovava alla stretta  finale:  nei giorni
seguenti avrebbe perciò conquistato la loro fiducia oppure il suo nome sarebbe stato dileggiato. La
tensione  tra i marinai, poi,  era arrivata alle stelle:  uomini resi coriacei dalle continue traversate,
abituati a  lottare con la furia degli elementi, consapevoli del fatto di  poter precipitare  da un
momento all’altro in mare, di scomparire per sempre tra le onde e, ciononostante, messi in uno stato
di prostrazione  per via della prolungata assenza  da  casa. Le prossime  quarantott’ore, dunque,
sarebbero state decisive: nonostante le condizioni del tempo non promettessero nulla di buono, il
comandante decise di levare le ancore di primo mattino.
Fin dalla partenza, uno stormo di gabbiani seguì l’imbarcazione quasi senza sbattere le ali;
volteggiando in ogni  dove e puntando verso il mare aperto, alla fine si ricongiunsero con il
peschereccio, per poi scomparire.
L’imbarcazione continuava a spingersi verso l’orizzonte, ove il cielo forma una linea ideale
con il mare: d’intorno non vi era traccia di terra emersa e quanto più si procedeva al largo, tanto più
il giovane capitano si arrovellava in mille e mille pensieri. Mentre era così assorto, il suo secondo,
notò una frotta di gabbiani che, in prossimità di una secca, si muoveva cambiando continuamente
direzione, segno inequivocabile della presenza di pesci. Il comandante ordinò, quindi, di tenersi
pronti: di lì a poco avrebbero calato  il lunghissimo palamito. La concitazione  cominciò  a
impadronirsi dell’intero equipaggio  che nei giorni passati  aveva inutilmente battuto in lungo e in
largo le coste italiane  sino a lambire  quelle della Grecia, senza  alcun risultato. Se sino a quel
momento ogni giorno trascorso in mare, era parso congiurare contro il giovane comandante le ore a
venire, invece, avrebbero avuto un sapore del tutto diverso.
Improvvisamente  però, si alzò il vento e l’imbarcazione fu costretta a  rientrare. Il mare
agitato rendeva  difficile qualsiasi  avvicinamento alla costa greca e l’imboccatura  dei moli,
avvolgendo di schiuma, rumore e pericolo tutti gli approdi al riparo. Nel momento in cui il vento
sembrò essersi calmato, il peschereccio tentò nuovamente di allontanarsi, ma una tempesta sorprese
l’imbarcazione che fu costretta a dimenarsi tra i flutti, scossa, sballottata, schiaffeggiata dalle onde.
Il cielo e il mare si unirono al punto che non fu possibile distinguere l’uno dall’altro elemento: fu
questione di un attimo e un’enorme massa d’acqua,  accompagnata da chicchi  di grandine grossi
come noci, si abbatté sulla nave.
Come Ulisse e i suoi uomini, dopo aver superato le insidie dell’isola delle Sirene, s’imbattono al
largo delle coste della Sicilia, in Cariddi, orrendo mostro che sconvolgendo l’acqua del mare
terrorizza i compagni di Ulisse (1), allo stesso modo i marinai del peschereccio sconvolti, ridevano e
piangevano, come impazziti, sballottati come birilli, innanzi alla furia dei marosi. Trascinata dalle
onde alte diversi metri, a un certo punto la tempesta parve avere la meglio sulla Santa Maria che,
con lo stridore delle lamiere, aveva dato l’impressione di cedere, lacerandosi.
D’improvviso, com’era sopraggiunta, la tempesta si placò. Il comandante, sebbene il mare
non fosse del tutto calmo, ordinò di calare il palamito. I marinai dopo giorni e giorni di attesa, non
stavano più nella pelle: dopo aver innestato a uno a uno i grossi ami, li fecero scorrere attraverso un
occhiello per stendere la lunga lenza in mare.
Fatto sta che uno di essi, durante le operazioni di pesca, forse per stanchezza o sbadataggine,
rimase impigliato con l’amo  in un braccio. Il poveretto, contorcendosi tra mille spasmi, si trovò
catapultato fuori dal peschereccio e trascinato dalla corrente, urlò con tutto il fiato che aveva in
corpo.
«Maledizione!  Questa è la peggiore sciagura che possa capitare …» – pensò e  sé il
comandante. 
Immediatamente  fu lanciata una cima  per soccorrere il malcapitato. Le operazioni non
furono facili per via del mare agitato. Una volta issato a bordo, il comandante non fu tenero con
l’uomo il quale fu investito dalle parole del superiore che come una furia tuonò:
«Ma  che accidenti ti salta in mente? Armeggiare con quei grossi ami come se fossero
stuzzicadenti? Non hai pensato che ogni azione a bordo  deve essere ben ponderata? Soprattutto
nelle fasi della pesca?».
«Si … ma io veramente … » fece quello.
Il superiore non gli diede il tempo di rispondere, ma a bruciapelo chiese:
«Dimmi, piuttosto, da quanto tempo sei marinaio?».
            «Da vent’anni» fu la risposta.
«E in tutto questo tempo … eh? … non ti è mai venuto in mente  che, con questo tipo di
pesca, basta un nonnulla per cadere in mare, rischiando di annegare?».
«Ha ragione, comandante ….. ma … ma …  dopo  giorni e giorni  di navigazione, i miei
riflessi …».
«Ah,  questa  poi,  è davvero bella!. E gli altri? … Credi forse che non si trovino nelle tue
stesse condizioni? … E soprattutto: non hai considerato che col tuo comportamento sconsiderato hai
rischiato di mandare all’aria giorni e giorni di duro lavoro?».
«Si, ma …
«Basta discussioni».
            E poi, rivolgendosi al resto dell’equipaggio:
           «Sia ben chiaro che, da questo momento in poi, non tollererò più alcuna leggerezza!». 
Dopo questa lavata di testa, utile per stabilire i paletti tra chi comandava e chi era tenuto a
eseguire i comandi, si ripresero le ricerche  per rintracciare  la boa di segnalazione che, nelle
concitate operazioni di  soccorso del malcapitato,  si era allontanata  di  qualche miglio. Con  un
rampino, fu recuperata la lenza tagliata  e agganciata al palamito. Le operazioni  di recupero della
lenza richiesero del tempo.
Intanto il sole, come una palla infuocata, emanava gli ultimi bagliori all’orizzonte e le acque
del mare, che andavano  assumendo  varie  sfumature, dal rosso fiammante a quello più tenue,
finirono per incupirsi.
Nelle ore che separarono quella notte dall’alba del nuovo giorno, il comandante riuscì ad
addormentarsi. Avendo tratto in salvo l’imbarcazione dalla tempesta e recuperato sano e salvo uno
degli uomini dell’equipaggio, consapevole  di avere svolto sino in fondo il suo dovere,  di buon
mattino ordinò di calare il palamito. I marinai erano in fermento; tra l’altro parecchi di essi, in una
sorta di gioco, si sfidarono  a scommettere sul pesce più grosso che, nelle  attese di tutti, doveva
essere di dimensioni non inferiori ai cinque chili. 
All’imbrunire, col verricello si  cominciò a raccogliere la lenza. All’inizio la pesca fu
deludente: soltanto piccoli pesci di passo e squali di piccole dimensioni gettarono nello sconforto
quanti si erano prodigati in quella che avrebbe dovuto costituire il riscatto, la rivincita di tanti
patimenti e sofferenze vissute sino a quei giorni.
«Lo sapevo, lo sapevo» – fece un marinaio – «queste sono acque maledette da Dio e dagli
uomini. Che cosa diranno mia moglie e soprattutto  i miei figli?  Sono  giorni che percorriamo in
lungo e in largo la Penisola senza riuscire a pescare  qualcosa che sia degno di tale nome. Basta,
rinuncio a questo gioco!».
Il poveretto, evidentemente esasperato  da tante ore di navigazione aveva abbandonato il ponte
quando intervenne il comandante che, senza mezzi termini, gli intimò  di riprendere quanto stava
facendo.
«Marinaio, riprendi subito il tuo posto. E non provarci più, altrimenti sarai messo sotto
coperta».
Il giovane capitano avvertiva che quello non era un caso isolato. Il malumore cominciava a
serpeggiare nell’equipaggio; doveva fare qualcosa prima che la situazione a bordo degenerasse. Si
sentì, perciò, di fare un discorso. Chiamati a raccolta quanti erano sul ponte, cominciò col dire:
«Ascoltatemi,  perché  queste saranno le ultime parole  che sentirete pronunciare dalle mie
labbra. Tutti voi avete un bel modo di affrontare le difficoltà della navigazione e l’impetuosità dei
venti e delle tempeste!. Quanti nei giorni scorsi ho avuto modo di conoscere meglio, consideravo
marinai di lungo corso,  abituati alla furia  degli elementi e perciò in grado di  affrontare il mare
grosso che ci ha investito al largo della costa della Grecia. E invece no! All’infuori di pochi, tutti a
disperarsi come agnellini! In quei giorni sembrava di avere a che fare con una ciurma di disperati!
Se non fosse stato  per  un pugno di voi che non  hanno  mai perso  il controllo della situazione,
probabilmente oggi questo peschereccio sarebbe uno dei tanti relitti a giacere nel Canale d’Otranto.
Non nego che anch’io, in passato, ho avuto a che fare con cicloni, trombe d’aria e burrasche; e ogni
volta  ricordo, come fosse oggi, quali pene e tormenti ho dovuto sopportare nella speranza, mai
abbandonata, di vedere spuntare la luce di un nuovo giorno. Ciò che vi rimprovero è che in mare
non bisogna mai perdere il controllo e anche quando la situazione è disperata occorre essere sempre
presenti a se stessi perché la lucidità di uno di voi può voler dire la salvezza di un altro compagno in
difficoltà. Più di qualcuno, poi, al momento del recupero del palamito, si è spinto a maledire queste
acque, lamentandosi dell’esiguità del pescato. Ma non è forse vero che voi tutti e i vostri Padri, da
tempo immemore, hanno tratto sostentamento dal mare, portatore di vita e di abbondanza? Si è poi
detto che il Mediterraneo non è più pescoso come una volta e non nego che ciò corrisponda al vero:
ricordo ancora, come fosse ieri, il tempo in cui, con i miei amici, aspettavo in riva al molo, l’arrivo
dei grossi pescherecci, che preceduti da frotte di gabbiani, rientravano con le stive colme di pesci.
Anche a quei tempi  però,  non tutto ciò che  luccicava, era oro; quante volte capivamo dal volto
segnato e fiero di quegli uomini che  non  sempre  la pesca non  si era svolta secondo le  attese.
Tuttavia, anche allora, non vi era alcun cenno  d’ingratitudine  o livore nei confronti di
quell’immenso custode di civiltà verso il quale la comunità tutta era ossequiosa.
Però adesso dovete credermi,  perché questa sarà la volta buona!  Quella moltitudine di gabbiani
rivela  la presenza di un enorme banco e, a  costo di  diffidare delle comuni  regole applicate in
marineria,  vorrà dire che, quanto è vero Iddio, sono pronto a giocarmi la reputazione di
comandante!  Forza!  Del resto non sono stati recuperati che i  primi metri di lenza! Non bisogna
perdere tempo, dunque, perché ci attende un duro lavoro».
I marinai, sebbene non del tutto convinti dalle parole del comandante, ripresero ad avvolgere
il palamito e, in effetti, dopo una ventina di metri, nel bagliore dei flutti, cominciarono a intravedere
uno spada di almeno quindici chili di peso. Il morale degli uomini cambiò repentinamente, facendo
dimenticare il peso delle fatiche e degli sforzi vissuti sino a quel momento.
«Dai, dammi una mano Pagliara, per tirare su questo bestione».
«Ci vuole un altro raffio» - fece  Del Toma, uno dei più esperti  maneggiatori di
quest’attrezzo a bordo del peschereccio.
L’eccitazione  a bordo  era palpabile.  Gli stessi marinai  che fino a poco tempo  prima  erano parsi
abulici e rassegnati, ridevano sguaiatamente, avventandosi l’uno dopo l’altro sulle prede per evitare
che queste si slamassero.
«Mai visto tanta grazia di Dio» - disse un altro marinaio.
           «Attento a non distrarti; altrimenti sarà molto difficile venire a recuperarti in mare» - replicò
un compagno.
Da quel momento le catture seguirono copiose: lecce, spada, ricciole,  pesci di passo  e  poiché  le
grosse taglie aumentavano una dopo l’altra, allo stesso modo cresceva l’eccitazione a bordo.
L’euforia era tale che i marinai non avvertivano più le ferite alle mani, che sebbene impregnate di
salsedine, parevano anestetizzate. Era una lotta senza esclusione di colpi: da una parte, gli uomini
impegnati, nello sciabordio delle onde,  nel tirare a bordo quei bestioni dalla livrea lucente, dagli
occhi vitrei e dai colori argentei e, dall’altra, questi ultimi che si contorcevano, dimenandosi, scossi
da spasmi di morte. Nel bottino rientrò anche  un calamaro che, una volta addentata l’esca, trovò
riparo sotto la chiglia del peschereccio avviluppandosi così saldamente con i tentacoli, che una volta
issato a bordo, inondò da capo a piedi d’inchiostro lo sciagurato marinaio che per primo l’ebbe tra
le mani.  Nel frattempo, durante le fasi del recupero, un pesante olezzo di sangue e di bile aveva
ricoperto il ponte.
Ciascun marinaio conosceva i  compiti assegnatigli: chi si occupava di ripulire il ponte da
quel fetore nauseabondo, chi era addetto a  eviscerare  e  a  tranciare testa e coda, chi  a spingere
sottocoperta i pesci, chi a riempirne di ghiaccio il ventre, chi infine a provvedere alla sistemazione
del pescato in colonne perfettamente parallele nella stiva.
Nel momento in cui fu recuperata la lenza, il capitano decise che fosse giunto il momento di
rientrare definitivamente in porto, nonostante il malumore di qualche membro dell’equipaggio che
innanzi a tanta grazia piovuta dal Cielo, era disposto a prolungare la permanenza in mare.
Sulla rotta del rientro, il mare tornò a incresparsi, a farsi minaccioso, a incupirsi ma nessuno parve
curarsene nonostante il procedere a fatica del peschereccio a pieno carico.
Fu una giornata memorabile: in sole due ore furono stipate tonnellate di pesce che una volta
sistemate nella ghiacciaia, fecero ritorno al porto di Otranto.
L’orgoglio dell’intero equipaggio fu una spada di oltre cento chili che richiese l’intervento
di quattro uomini per essere issato a bordo.
Quella pesca miracolosa sopravvive nel ricordo di un anziano marinaio, unico testimone
che, ogni sera, sulla stessa banchina del molo di Otranto, con lo sguardo rivolto verso il mare, scruta
l’orizzonte.  Quel vecchio lupo di mare  dall’età indefinibile,  con  gli occhi blu cobalto,  il volto
rugoso segnato dal vento e dalla salsedine, la spalla curva dal trascorrere degli anni, non si stanca
mai di  narrare l’esperienza vissuta a bordo della  “Santa Maria”.  Il suo racconto  si sofferma
immancabilmente sulla “fortuna di aver fatto parte dell’equipaggio di quel peschereccio, ormai
entrato nella storia della marineria” e sul rispetto “tra subalterni e comandante quando era di prassi
dare del “signore”, e non come oggi, dove si è persa qualsiasi forma di considerazione e di stima”.
E, d’improvviso, gli occhi di quell’anziano marinaio si riempiono di un pizzico di nostalgia
e gratitudine, al ricordo di quel comandante dagli occhi chiari, allora neanche quarantenne e della
memorabile impresa a bordo della “Santa Maria”.  

(1) Odissea –Scilla e Cariddi- Libro XII, vv. 253-284.



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