mercoledì 30 maggio 2012

IL CANTO DEL MARE di Jessica Vettese, Cassino (FR)


Inutile. Una giornata inutile: è tutto ciò che riesco a pensare, seduto sulla sabbia umida, guardando mio
nonno esaminare ogni angolo della sua barca - la barca di suo padre, di suo nonno, dei suoi avi - per
essere sicuro di non averne tralasciato nemmeno uno in questi tre giorni di duro lavoro.
Un timido raggio arancione ferisce il mio sguardo quando tento di alzare gli occhi dalla sua figura esile,
china sulle assi di legno, curva sotto il peso degli anni e della fatica.
Sebbene mio padre abbia un buon lavoro in paese e io abbia già trovato un impiego come garzone, mio
nonno non ha mai voluto rinunciare alla pesca e al rimanere ore sotto il sole cocente, a volte senza
portare a casa nulla.
Finalmente, con un mezzo sorriso, si rialza e viene verso di me; il fruscio delle onde, il loro infrangersi
sugli scogli poco lontano da noi, il verso stridulo dei gabbiani - che non ho mai sopportato - fanno da
eco ai suoi passi pesanti sulla sabbia.
«Come va, ragazzo?»mi chiede, lasciandosi cadere accanto a me.
«Bene. Domani avrò il mio primo salario. Voi invece siete troppo affaticato a mio parere.»
Un altro sorriso gli tende la pelle scura e secca, evidenziando le rughe sul viso scarno.
«La vecchia Mary mi ha fatto preoccupare, stavolta.»
«Forse è il caso di abbandonarla, o di farne legna per l'inverno. Non può reggere ancora per molto.»
Una smorfia gli indurisce il volto, mentre un raggio di sole illumina i profondi tagli che ha sulle mani.
«Maledetto sia colui che abbandona la sua nave, ragazzo. Per te, che sei giovane e hai trovato la pace
nella terraferma, è difficile capire: un marinaio resta sempre a fianco della sua barca, anche a costo di
morire con essa.»
Scuoto la testa, mentre il forte odore di salsedine penetra nelle mie narici, portato dal vento che mi
scompiglia i capelli.
La mano di mio nonno mi sfiora il ginocchio. Mi volto e trovo davanti i suoi occhi, azzurri come i miei,
lucidi e tristi.
«È perché non ti ha ancora chiamato.» mi dice tremante.
«Chi?»
«Il mare. È difficile capire, finché non ti chiama. Sono stato anche io giovane e forte, tempo fa. E
anch’io mi annoiavo, quando mio padre mi portava con sé a pescare e rimanevamo soli in mezzo al
mare, giorno e notte. Preferivo rimanere a terra, occuparmi delle reti con i miei amici, corteggiare le
ragazze.
Elise, per esempio. Dio mi perdoni, quanto ho fatto soffrire quella donna; perdevo giorni interi a
pescare e lei mi aspettava, ha rifiutato cinque buoni partiti per aspettarmi.
Quando finalmente riuscii a sposarla, avevo solo la mia barca. Ogni giorno la spingevo in mare con
rabbia e inveivo contro la mia sfortuna.»
Fa una pausa, sospirando. Il vento scuote i suoi capelli bianchi. Lo stridio dei gabbiani si fa più forte.
«E poi?» chiedo, ansioso di conoscere una storia che nessuno mi aveva raccontato.
«Un giorno - una domenica mi pare  - passeggiavamo qui vicino.  Elise  mi stava raccontando della
settimana in cui ero mancato, accarezzandosi la pancia che avevo visto crescere troppo rapidamente.
Improvvisamente mi resi conto che non la stavo ascoltando: c’era uno strano canto che copriva la sua
voce, un suono familiare che però non riuscivo a riconoscere. Qualcosa che mi attirava verso sé. Solo il
tocco di Elise mi risvegliò.»
«Che suono era?»
«Mille campanelli. Un canto celestiale. Un grido di dolore. Il pianto di un bambino abbandonato.»
Fa una pausa, reggendosi la testa con le mani.«No, non ero pazzo. Solo che non riesco a spiegarlo.
Il richiamo del mare è qualcosa di indescrivibile, lo senti e basta.
Il giorno dopo sono tornai a pescare: non trovai nulla. Mentre borbottavo lo sentii di nuovo. Identico al
giorno prima.  Alzai  lo sguardo e non vidi nulla intorno a me.  Solo  le onde che si alzavano  e si
abbassavano, sospingendomi dolcemente verso il largo.
Eppure sentivo di non essere solo. Sentivo una sorta di pace riempirmi il cuore.
Rimasi lì ad ascoltare, guardando il blu, chiedendomi cosa si stesse muovendo sotto di me, senza che
me ne accorgessi, mentre quel canto mi svuotava la mente.
Quando la sera tornai a casa, sentii la nostalgia invadermi l’animo.
Cominciai a svegliarmi sempre prima e a tornare sempre più tardi, anche quando la pesca mi portava
più guadagni del solito. Uscivo  la mattina presto, sotto lo sguardo triste di Elise, e ammiravo l’alba
insieme ai delfini. Rientravo dopo il tramonto, e trovavo la povera Elise già addormentata.
Non ho nemmeno visto tuo padre nascere. Ho solo ritrovato Elise, esausta e circondata da donne, che
reggeva un fagottino in braccio.»
Sorride debolmente, mentre una piccola lacrima brillante gli scende sul viso.
«Tentai di rimanere insieme a lei, per aiutarla nei primi giorni; ma dopo una settimana non riuscivo più
a trattenermi chiuso dentro, il rumore delle onde mi faceva restare sveglio la notte e inquieto il giorno:
fu la stessa Elise a dirmi di andare e io non opposi resistenza.
In tutta la mia debolezza uscii e andai a pescare, calmandomi unicamente quando rimasi solo in mezzo
a questa grande distesa d’acqua e inspirai a fondo il suo odore»
Si passa lentamente la mano sul volto, per asciugarsi gli occhi
«Una settimana dopo Elise fu colpita da un’emorragia. Tornai in tempo solo per darle l’ultimo saluto:
vederla morire tra le mie braccia fu la punizione divina per il mio egoismo.
Quando tuo padre raggiunse i quattro anni, decisi di accettare una proposta che da tempo mi
affascinava, ma che prima non potevo permettermi: esplorare l’oceano, spingermi oltre l’infinito su un
veliero che portava merci in Europa.»
«E quindi?»
«Mi imbarcai su un clipper diretto in Inghilterra, insieme a tuo padre.
Fu il periodo più felice della mia vita: non riuscivo a credere di essere uscito dalla baia e di essere così
totalmente immerso nell’oceano.
L’immensa distesa d’acqua, le albe, i tramonti, i giochi dei delfini, la maestosità delle balene… ti
toglievano il fiato, ogni volta, tanto che non credevi di poter riuscire a respirare di nuovo, se non per il
vento che ti scuoteva i capelli e penetrava con forza nelle tue narici; il vento che gonfiava le vele e
rendeva il viaggio più semplice; il vento che faceva volare la nave sulle onde, tanto veloce e silenziosa
da fare a gara con delfini e gabbiani.
Il vento che scuoteva le onde e ti veniva contro, costringendoti ad aggrapparti con tutte le tue forze per
non cadere; e se il cielo si riempiva di nuvole grigie e le onde raggiungevano altezze che qui non si
sono mai viste, allora non rimaneva altro che pregare: pregare e lottare, sebbene sia una lotta persa in
partenza.»
Fa un lungo sospiro, mentre il cielo sopra di noi si tinge di rosso.
«Non puoi lottare contro l’oceano, ragazzo: è come se volessi lottare contro un gigante dalle cento
braccia, non importa quanto grande o resistente sia la tua armatura, o quanto tu sia esperto nella lotta;
se vuole, ti vincerà. Anzi, farà di più: ti mostrerà la sua potenza, chiamerà il cielo a testimoniare della
sua forza, urlerà talmente forte da gelarti il sangue nelle vene e i tuoi sensi si offuscheranno tanto che
non riuscirai più a parlare, per la paura che ti invaderà il cuore e che ti ricorderà ogni istante quanto tu
sia piccolo e debole.
Non ti resterà che pregare: pregano le donne a casa, perché i loro mariti facciano ritorno, e pregano i
marinai sulle loro navi, per calmare l’oceano.  Pregano  affinché si calmi o  affinché li trascini con
dolcezza nei suoi abissi, perché davanti a tanta forza potresti anche desiderare di morire, perso nel suo abbraccio.»
«E tu per cosa pregavi?»
Non risponde. Si alza a fatica, zoppicando, e si dirige verso la sua barca. Lo vedo spingere con la poca
forza che gli è rimasta. La  vecchia Mary non oppone resistenza. Scivola silenziosa nell’acqua. Mio
nonno sale a bordo e comincia a remare.
A un tratto diventa un piccolo punto nero sul grande cerchio di luce rossa che si specchia nelle onde.
Silenzio, solo l’infrangersi delle onde sulla sabbia e sugli scogli.
E un canto che rompe il silenzio, ma che lentamente svanisce, soffocato dal grido dei gabbiani.

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