martedì 22 maggio 2012

ERA IL MESE DI SETTEMBRE di Vito Leucci, Leporano (TA)


Era il mese di settembre dell’anno 1961.
Avevo da poco terminato il corso da radiotelegrafista e mi attendeva la destinazione d’impiego.  Uno zaino di tela cerata di colore nero, dotazione per riporre indumenti, mi faceva compagnia. Con tale fardello a tracolla mi trovavo in vista della base navale di Brindisi e dovevo recarmi presso il Comando Motosiluranti. Per la prima volta in quella città mi trovai di fronte al castello Aragonese che troneggiava all’ingresso della base navale.
Pensavo a ciò che avrebbe costituito per un certo periodo il mio posto di lavoro. La motosilurante, la immaginavo quale realmente si dimostrò, null’altro che un grosso motoscafo. Essa era di una classe denominata ”Higgins” armata da: un pezzo da 40 mm, 2 siluri da 533 mm di tipo alleggerito (con agganci a tenaglia anziché i pesanti tubi), due pezzi da 20 mm.. La stazza era di sole 35 t, mentre la velocità era di 41 nodi e l'autonomia di 555 km grazie ai tre motori (avio Isotta- Fraschini) da 1500 cavalli ciascuno. Equipaggio: 17 in totale.
L’apparecchiatura per le comunicazioni comprendeva un ricetrasmettitore VHF per la radiotelegrafia ed un UHF per la radiofonia.In cima all’albero era posto il radar di scoperta navale in banda X.
L’avevano costruita, in legno, gli USA ed utilizzata nel pacifico durante la seconda guerra mondiale. L’utilizzo che ne faceva la nostra marina era quello più utile: il pattugliamento notturno. Il fatto che fosse prevalentemente costituita da legno, infatti, riduceva la possibilità di essere scoperta dai radar che all’epoca avevano caratteristiche di detenzione limitate rispetto alle moderne tecnologie. ( Non esistevano per esempio sistemi di rivelazione “Doppler”) Tenete presente che l’orizzonte radar di una nave con alberi di circa 10 mt. si aggira intorno alle 10 miglia, circa 18,5 Km. Considerate che in uno scenario di guerra nessuna nave ostile si arrischierebbe a mettere in modo i propri radar in vicinanza d’acque nemiche. Considerate le piccole dimensioni della motosilurante, essa non è più alta di tre metri dalla superficie del mare nella parte più alta dell’albero, mentre il ponte è a circa un metro e mezzo dal mare. I siluri possono essere lanciati ad una distanza di 4000 metri (per avere una possibile probabilità di intercetto) ed avevano una corsa massima di 10000 metri alla velocità di 40 nodi (circa 80 km/h). Di giorno non ci si poteva avvicinare tanto. La reazione avversaria sarebbe stata violenta e precisa a circa 8 Km.
Le nostre uscite in mare quindi erano prevalentemente notturne. All’epoca i mezzi di difesa delle unità contro tali veloci mezzi navali erano limitate alle armi leggere: le mitragliere. Le motosiluranti, quindi, costituivano una forza offensiva ancora valida per incursioni improvvise. Ovviamente impedimenti quali il mare grosso costituiva una limitazione al loro impiego. Nelle acque nostrane peraltro, il mare difficilmente supera forza tre che ancora permetteva un buon impiego, pur se limitava la manovrabilità del mezzo.
Il mio lavoro a bordo costituiva nella trasmissione e ricezione di messaggi telegrafici e nell’approntamento dei sistemi di comunicazione per radiofonia. Il locale del radiotelegrafista era un angusto spazio di circa due metri quadrati ove insistevano i mezzi di comunicazione ed un seggiola con un appoggio per scrivere. Lo spazio era ricavato dal locale di prora, accanto alla scaletta di discesa, che conteneva quattro brandine laterali, incassate nella paratia, perché parte dell’equipaggio potesse riposare.
L’aspetto era quello di un veloce motoscafo se non fosse per quei due siluri e per le mitragliere poteva passare per un motoscafo da crociera. Quale motoscafo da crociera aveva però un grosso handicap, non vi erano gabinetti a bordo. Allora, direste voi, come facevano diciassette uomini a stare dieci ore in mare senza bisogno di…? Bisognava arrangiarsi. Tutto intorno vi erano delle draglie che costituivano una protezione che s’issava in porto. In navigazione restava solo la porzione che proteggeva la poppa, non che servisse, ma proprio perché non ostacolava alcuna manovra si lasciava per chi avesse bisogno di andare al bagno; vi si poggiava o teneva per mano chinandosi a seconda del bisogno. Buffo vero?
Di cose strane ve n’erano parecchie altre. Non vi era acqua a bordo né alcuna possibilità di cucinare alcunché. La ragione era che imbarcavamo dieci tonnellate di benzina superavio (quella per gli aerei, per intenderci). Il puzzo dei vapori era tutto intorno a noi, specie se la barca era ferma. Sottocoperta verso poppa vi erano solo spazi destinati ai motori, e alla stazione radio e qualche cuccetta verso prora. In tali circostanze capirete che non era possibile avere fiamme in giro o fornelli elettrici. Per fumare bisognava andare all’aperto e porsi a poppa estrema, dopo aver chiesto il permesso al comandante. Io non fumo e quindi me ne stavo seduto alla mia sedia in ascolto sulla frequenza di collegamento con le altre “barche”. Dovevo tenermi con una mano al tavolino per non andarci a sbattere contro mentre navigavamo con mare forza uno. Figuratevi cosa accadeva con mare forza tre. I motori erano veramente potenti, quando andavano al massimo con le tre eliche la “barca” si alzava di prora mentre il ribollire formato dalle eliche innalzava il mare a livelli superiori alla linea di poppa.
Avevo per compagni di lavoro un amico del mio corso di cognome Gio., non ricordo il nome. Era nato ad Afragola, al tempo nemmeno sapevamo dove fosse. Più tardi divenne nota per fatti di cronaca legati con la camorra. Altro elemento che spiccava per esuberanza e per la sua fisicità era un nostro diretto superiore; il grado era “sottocapo” aveva appena quattro anni più di noi, ma in quell’ambiente ciò bastava per ottenere obbedienza dai meno anziani. Spiccava anzitutto perché aveva una costituzione fisica da atleta, alto circa 185 cm, di corporatura robusta sfoggiava una barbetta alla Cavour che teneva ben rasata. Era nato in un paese del leccese chiamato Cavallino e si chiamava Antonio G. Figlio del sindaco di quel paese incuteva rispetto ai sottoposti e si atteggiava con una certa aria di superiorità, vuoi per i suoi natali più illustri di noi poveri figli del popolo, vuoi per la sua istruzione che vantava avendo frequentato, ma non ultimato, il liceo classico. Io avevo frequentato la cittadina di Cavallino all’epoca della mia fanciullezza, pochi anni prima poiché vi risiedevano dei cugini di mio padre. Sapevo quindi che la famiglia possedeva un palazzo baronale posto proprio nella piazza principale del paese.
G, in marina ci si chiama per cognome, apprezzò subito le mie capacità, ovviamente a sua convenienza, giacché tutte le occasioni di lavoro di un certo impegno mi furono subito affibbiate. Mentre sulle unità navali maggiori il servizio radiotelegrafico di bordo prevedeva un ascolto continuo su di una frequenza di collegamento con la stazione IDR3/4 di Roma, da cui partivano informazioni ed ordini a tutte le unità, su quelle minori si effettuavano appuntamenti giornalieri, diurni e notturni. A me toccarono ovviamente tutti i notturni. Le uscite in mare furono anch’esse tutte a mio carico. Che ci vuoi fare ! ero l’ultimo arrivato. La cosa mi permise di districarmi nel servizio radiotelegrafico celermente e guadagnarmi la fiducia dei superiori. Essi erano tutti dei giovanotti di pochi anni più di me. Il comandante di una motosilurante aveva il grado di S.T.V. (sottotenente), l’età di inferiore ai 30 anni ed erano tutti di leva raffermati. Il più anziano di bordo era il capo cannoniere, un certo Maisto, che fungeva anche da timoniere perché in vita sua, prima di venire in marina aveva guidato i motoscafi da civile (qualcuno affermava fossero i motoscafi BLU, poiché era napoletano). Le uscite in mare con le “barche” erano piuttosto noiose. Di solito notturne per le ragioni espresse in precedenza, consistevano nel raggiungere una certa posizione in mare ed attendere il presunto passaggio di presunte navi nemiche da attaccare. Raggiunta la posizione si spegnevano tutte le luci e si attendeva. Se nei pressi si trovavano pescherecci ci si confondeva con questi ultimi..Ricordo una di queste attività alle isole Tremiti. Dovevamo intercettare delle navi in passaggio per l’Adriatico, e, giorni prima ci recammo presso l’isola di S.Nicola, ci ormeggiammo in una piccola insenatura e coprimmo la Barca con la rete mimetica. Dovemmo attendere un paio di giorni. Ci organizzammo coi pasti presso una trattoria del posto ma dovemmo dormire a bordo pochè eravamo pronti all’azione. Consegna massima di quei giorni: nessun accenno di uniforme indossata o in ogni modo esposta. Sembravamo dei bagnanti. Conservo una foto dell’evento. In vista degli obiettivi ci si lasciava avvicinare sino a che, in grado di sferrare l’attacco, sempre a luci spente ci si lanciava alla bella velocità di 41 nodi (80Km/h) e si lanciava il siluro che, ovviamente non conteneva esplosivo ed era tarato in modo che passasse al di sotto della chiglia del bersaglio. Terminato l’attacco bisognava andare a ritrovare il siluro lanciato e recuperarlo.
Le esercitazioni erano sempre le stesse e si ripeterono per un certo tempo.
Arrivava l’estate e un’aria di novità prese il sopravvento. Bisognava trasferirsi in alto adriatico. Solitamente si compiva la traversata in diverse tappe. Prima ci si fermava a Termoli, ad Ortona, quindi ad Ancona poi Rimini e infine a Porto Corsini, una cittadina in provincia di Ravenna ove, sulla riva di un canale che scaricava i reflui di un impianto petrolchimico, esisteva una “casermetta” di proprietà della locale Capitaneria di Porto con annesso porticciolo per le nostre unità, che costituiva il nostro punto d’appoggio.
Questa differenza di organizzazione di lavoro costituiva per noi marinai un piacevole intermezzo alle uscite notturne. Intanto i trasferimenti avvenivano di giorno, si alloggiava in albergo ed i pasti negli stessi o in trattorie convenzionate. La differenza con il rancio in caserma era abissale. La disciplina era allentata perché immersi in una struttura sociale non militare. Le serate erano piacevoli dato che le città in cui sostavamo, non aduse a vedere uomini in divisa, n’erano affascinati e ci avvicinavano chiedendosi e chiedendoci cosa facevamo lì; s’instaurava, quindi, un rapporto piacevole con scambi che in presenza di belle fanciulle, di cui eravamo sempre a caccia, rendevano piacevole la conversazione. Da Porto Corsini ci si trasferiva poi a Venezia ove alloggiavamo in un fabbricato dei “Lagunari” nell’isola di Sant’Andrea. Un posto infestato dalle zanzare che purtroppo non avevamo modo di evitare e ci costrinse a inventare soluzioni per evitare di essere cosparsi da punture. I più fortunati ebbero la possibilità di avere il posto branda inferiore dei due letti a castello. Essi potettero usare uno delle due lenzuola come tenda antizanzare fissandolo alle reti della branda superiore. A quelli che dormivano di sopra non rimase che attorcigliarsi nelle lenzuola nella speranza di diminuire le parti esposte.
Da Venezia ci si trasferiva a Trieste. Si dormiva presso una scuola di “Alpini” di cui non ricordo il nome. Ricordo solo che erano ben organizzati ed il rancio non era poi tanto male.
Porto Corsini restava la nostra base principale ed, infatti, lì sostammo più a lungo. La cosa strana di quel posto ricordo era che l’acqua che sgorgava dai rubinetti conteneva dei gas. Infatti, se si avvicinava una fiamma, spesso, esso s’incendiava provocando delle minute fiammate. Il luogo era tranquillo.Le spiagge frequentate anche da turisti erano a due passi e costituivano il passatempo di tutti noi. La caccia alla straniera era divenuta un’attività prevalente per i molti giovani che le affollavano, noi compresi.
In quel periodo eravamo tutti ben abbronzati. La vita in mare all’aria aperta portava i suoi vantaggi ad apparire sui nostri visi e tonificava le nostre giovani membra.
Terminata l’attività addestrativa si ritornava, alla fine dell’estate verso Brindisi, nostra base naturale. Non sempre le navigazioni si svolgevano senza problemi. Ricordate che non erano che grossi motoscafi che spesso dovevano navigare anche con mare mosso per rispettare i tempi di un’esercitazione. Una volta però ce la vedemmo proprio brutta. Eravamo usciti da Ortona di mattino per recarci ad Ancona. Sapevamo di incontrare mare forza tre o quattro. Avevamo rizzato il possibile ed eravamo pronti a prendere il mare di prora per un certo tempo per poi cercare di accostare di 180° e entrare in porto ad Ancona. Così tra sobbalzi e impennate, acqua che entrava da tutte le parti giungemmo in vista del Monte Conero. Sollevati per aver compiuto il trasferimento senza danni eravamo quasi giunti a doppiare il Conero quando fummo colti da un improvviso fortunale che da quelle parti è ben conosciuto quando soffia la Bora. Il vento infuriava ad una velocità inaudita, il mare era diventato tutto di spuma bianca, le onde crescevano e venivano da direzioni diverse. Sempre più difficile tenere la Barca in posizione sicura. Si poneva poi il problema di accostare per rientrare in porto. Niente da fare, ci toccò restare in mare per più di un’ora tenendo la stessa rotta nord perché, se avessimo tentato un’accostata, ci saremmo sicuramente ribaltati. Dopo un’ora, infatti, il fortunale diminuì ed il mare scese di conseguenza. Accostammo e rientrammo in porto a “leccarci le ferite”.
A Brindisi ci attendeva il solito tran tran dell’addestramento notturno nonché dell’annuale prova di lancio di siluro vero che si effettuava in un poligono sito in una località presso Otranto.

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