giovedì 31 maggio 2012

DAHUD di Nicola Orofino, Ravenna


Il vento continua impietoso a scaricare acqua in faccia ai marinai: un misto di mare, pioggia e lacrime per la fatica immane a cui gli uomini sono sottoposti. Si sa, quelle tratte non sono mai state oggetto di sicuro rifugio.
Fino a qualche attimo prima, la costa era a portata di sguardo. Ora non si intravede più neanche una luce lontana. L’equipaggio è sconsolato, il capitano privo di qualsiasi inventiva e si crogiola nel suo dolore urlando sul ponte frasi incomprensibili ai pochi che ancora stanno ad ascoltarlo.
Non è difficile immaginare cosa stia per succedere quando le stive si riempiono all’inverosimile nel giro di pochi istanti.
Cessano le urla, incalzano le preghiere, e qualcuno si mette a cantare.
Oh cielo! Chi diamine si mette a cantare con voce talmente soave andando incontro a siffatta ingloriosa fine?
Gaudio celestiale! L’armonia che proviene dall’inumana voce sembra condurre dritti al paradiso. O all’inferno: forse è il demonio che aspetta tutti!
È di sicuro una voce di donna, il capitano non ha dubbi; qualcun altro ha bevuto bourbon e sente il medesimo cristallino canto?
“Ho fatto uno strano sogno.” disse, svegliandosi di soprassalto.
La vecchia signora lo guardò bonariamente, poi gli chiese di raccontarle.
Lui e il suo equipaggio si trovavano a largo delle coste bretoni, allorché la tempesta li aveva costretti a manovre d’emergenza per non distruggere gli alberi: avevano così perduto la rotta e si erano incagliati in una scogliera quasi invisibile che aveva affondato loro la nave. In quel momento, mentre erano tutti prossimi alla morte, gli angeli del paradiso avevano promesso loro la vita eterna accogliendoli con meravigliosi cori celesti.
L’anziana donna si fece seria; tossì, si passò una mano tra i capelli, esitò qualche istante e disse: “Non devi per nessun motivo intraprendere questo viaggio. Vedi, quello che ti è apparso in sogno è un monito del destino e guai a chi osa non prestargli ascolto. Il canto che tu hai indubbiamente sentito era quello di una o più sirene, le quali vi hanno trascinato con loro negli inferi. Devi impedire che questa partenza avvenga!” sentenziò infine.
“Gli uomini hanno una famiglia da mantenere, il viaggio non comporta alcun pericolo conosciuto e non posso ritirarmi dal comando della nave in virtù di un sogno. Non sai da quanti anni navigo i mari e gli oceani? E dovrei preoccuparmi di un tranquillo viaggio nelle acque del Mediterraneo? Suvvia, non farmi ridere! L’avvertimento di stare attento alle sirene è lontano dalle mie preoccupazioni. Grazie dei tuoi saggi consigli, ma un sogno è solo un sogno. E, che Dio ce la mandi buona, stasera la nave salperà. E speriamo che le sirene siano almeno di bell’aspetto, così da risultare cosa gradita per i miei uomini”.
Bevve la sua acqua, o qualunque cosa fosse il liquido all’interno del bicchiere nel suo comodino, poi congedò la donna che aveva iniziato a mormorare qualcosa tra sé.
La navigazione procedeva tranquilla: non vi era nessuna perturbazione atmosferica, la visibilità dell’orizzonte era discreta, il moto ondoso non particolarmente vivace. Il cuoco annunciò che la cena era pronta e tutti si recarono a tavola. L’equipaggio aveva tutte le intenzioni di mangiare il più possibile poiché, si sa, durante una navigazione si mangia bene solo i primi giorni: poi diventa tutto scatolame e conserve varie…
A un certo punto sembrò più buio del solito; il comandante bestemmiò e tutti erano d’accordo mentre diceva che c’è la vita eterna per starsene in penombra. Tuttavia, nessuno diede a ciò molta importanza e il pasto proseguì, lasciando ignari i marinai di quanto stesse invece accadendo di fuori.
Il primo che decise di andare sul ponte per respirare a pieni polmoni qualche zaffata di tabacco chiamò urlando il capitano, scongiurandolo di accorrere tempestivamente.
Si ritrovarono sperduti non si sa dove; la bussola non funzionava più, attorno c’erano solo tenebre e il vento sembrava non fosse mai passato da quelle parti, tanto che anche i capelli più lunghi restavano immobili, come i pensieri del gruppo nell’accorgersi dell’assurdità dell’avvenimento.
“Tutto nella norma!” esclamò il capitano. “Stiamo andando nella giusta direzione. Per giungere a destinazione bisogna percorrere una tratta in cui il sole non arriva e, a causa dei golfi vicini, le correnti si annullano a vicenda e sembra quasi non tiri un soffio di vento. Ricordo bene che da ragazzo, le prime volte che viaggiavo e passavo di qui, il terrore mi attanagliava, quindi comprendo che qualcuno di voi abbia avuto un attimo di sbandamento. Direi che è alquanto normale, ma non preoccupatevi! Tra qualche ora lasceremo questa desolazione e torneremo a panorami a voi più familiari.”
Non so in quanti cedettero alle sue parole. Non che fosse un equipaggio di gente inesperta, ma se lui diceva così ne sapeva certamente più di tutti.
Qualcuno titubò nel sentirlo raccomandare prudenza ai mozzi nello scrutare con la massima attenzione ogni lato della nave per evitare collisioni con ostacoli o altre imbarcazioni, ma in quella notte scura come la pece era anche comprensibile. Ordinò di procedere a velocità regolare e si ritirò.
Il nostromo Manuel, però, che aveva navigato per decenni e godeva di molta stima tra i membri dell’equipaggio, restò a riflettere immobile sul cassero. Non poteva capacitarsi del fatto che il capitano non ne avesse parlato prima.
Se le cose stavano realmente così, perché non aveva rassicurato l’equipaggio in un momento antecedente a quello in cui tutti sarebbero giustamente caduti in preda allo sconforto?
Si convinse che era una mossa dettata dall’esigenza di non seminare il panico prima che ci si potesse rendere effettivamente conto della situazione, quindi scese in coperta e si addormentò.
Non passò molto tempo prima che i sensi gli imponessero di svegliarsi. Lì per lì fece fatica a capire perché si fossi destato di soprassalto, poi si accorse del rumore che sentiva in sottofondo. Un lamento. Qualcuno che chiedeva aiuto, pensò Manuel.
Ancora semi-addormentato, si recò sul ponte come in trance, cercando di raggiungere quella voce che cominciava a pensare esistesse solo nelle sue orecchie.
Quand’ecco, nell’immobile incresparsi del mare mentre la nave procedeva regolare, sembrò che le onde tornassero indietro, come se avessero trovato un ostacolo. Le parole risultavano incomprensibili, ma ora la voce era chiara, nitida, distinta.
L’urlo disumano del nostromo richiamò il capitano in una manciata di secondi. La nave si arrestò, probabilmente a seguito di un suo ordine. Le onde continuavano a sbatterci contro. Era chiaro: coperto alla loro visuale, qualcosa provocava quelle onde che venivano a infrangersi contro la chiglia.

Non si poteva procedere. Se si era in prossimità di una costa era ragionevole pensare che si fosse vicini a una collisione o comunque all’incaglio. La pessima visibilità non lasciava spazio ad altre opzioni: bisognava essere sicuri di dove si trovassero. L’aria sembrava leggera e pulita, eppure non si capiva se c’era nebbia o soltanto buio.
Non c’era altro da fare: occorreva calare una scialuppa e fare un giro di perlustrazione, prima d‘incorrere in problematiche molto serie, considerato anche che – nonostante quanto dicesse il capitano – in molti restavano convinti che nessuno avesse la più pallida idea di dove si trovassero.
Non riuscendo a trovare un volontario per la spedizione, il capitano che fosse il nostromo a presidiare la spedizione, visto che s’era accorto lui del rilevante particolare del ritorno delle onde. Ad accompagnarlo nel suo fortunato premio di merito, i due mozzi che invece non si erano ravveduti di nulla, come una sorta di punizione (il che rendeva il premio di difficile comprensione).
La scialuppa fu calata, a Manuel fu affidata una lanterna, e i tre si ritrovarono in mezzo a quella fitta “notte”.
Doveva essere all’incirca mezzogiorno.

Nel silenzio tombale cui i tre uomini erano avvolti, un suono li colpì, melodioso. Era la voce di una fanciulla che intonava un triste canto, ne erano certi.
D’improvviso, la scialuppa urtò qualcosa e si ritrovarono tutti e tre in mare, ma nessuno ebbe la forza, o la voglia, di urlare e richiamare l’attenzione della nave: il canto era troppo piacevole da interrompere.
Mentre la piccola imbarcazione si eclissava dalla vista, il nostromo e i suoi due malcapitati compagni si ritrovarono seduti su quello che a prima vista pareva uno scoglio, ma non lo era. Sembrava più simile al merlo di un castello, tanto erano regolari gli intervalli di roccia su cui si adagiarono.
Ed ecco, bella come una Venere, si presentò ai loro occhi una figura di donna dal corpo perfetto, le labbra sottili e armoniose, e un raggio di luce sembrò l’accompagnasse nella sua apparizione. Si avvicinò a loro e, con voce rassicurante, iniziò a parlare: “Giovani esploratori del mare e della vita, mi presento a voi. Abito questa terra da tempo immemore. Anni fa ero una giovane fanciulla che tutti amavano. Mio padre regnava sulle popolazioni che qui abitavano, con sapienza e magnanimità, ma un giorno, a causa dell’invidia di una giovane donna invaghitasi di mio padre, io venni accusata dei più turpi sotterfugi perché, fu detto, volevo impossessarmi del trono del mio amato genitore. Questi, oscurato dalla delusione e da un sortilegio effettuato dalla mia antagonista, volle credere a quell’estranea e condannò me, la sua adorata figlia, nelle segrete, a pane e acqua. Il mio dolore fu ineguagliabile, e mai gli dei assistettero a scena più pietosa della mia che, col cuore infranto, giorno dopo giorno cantavo, supplicando il mio amato padre di tornare in sé, e verificare le accuse che mi erano state mosse. Gli dei s’impietosirono e inviarono nella nostra bella isola un giovane straniero, il quale, seguendo il mio canto, giunse alla mia prigione sotterranea. Venuto a conoscenza della mia triste storia, decise di liberarmi; ma, senza nessuna voglia di vendicarmi per il trattamento subito, pregai il ragazzo di non fare del male al re, e che se era stato il Fato ad aver deciso che quella donna maligna dovesse stare accanto a lui, allora che il destino si compisse. Il mio salvatore decise quindi di portarmi nella terra che abitava lui. Insieme montammo a cavallo e ci avviammo, ma c’è un particolare che voi dovete sapere. La città  sulla quale ora sedete era edificata al di sotto del livello del mare. I mercanti e gli stranieri potevano accedervi solo una volta a settimana, quando mio padre apriva le dighe che ci proteggevano dalle acque del mare, sempre troppo calmo per assicurarci un rifugio sicuro; va da sé che con la stessa frequenza era concesso uscire, giacché chi si fosse trattenuto sull’isola oltre la bassa marea avrebbe dovuto aspettare la successiva apertura, ovvero trascorsa una settimana. Ora, a causa della mia situazione di prigioniera, era impossibile sperare di restare nascosti per così tanto tempo e fuggire indisturbati durante l’apertura ordinaria. Bisognava dunque rischiare e lasciare immediatamente questo luogo che tanto amavo. Per farlo, occorreva venire in possesso delle chiavi delle dighe, che solo il mio amato padre possedeva. Non fu difficile per me presentarmi dalla mia vecchia nutrice, spiegarle la situazione e farmi accompagnare nella camera del re; quindi afferrai le chiavi e tornai di corsa dal mio salvatore. Ma l’aiuto degli dei era stato effimero: difatti, una volta giunti alle porte, ci rendemmo conto che il livello del mare era troppo alto per sperare di fuggire e le avversità non finivano qui.”
Si fermò un istante, visibilmente commossa. I tre uomini non proferivano parola, quindi proseguì: “La perfida donna che aveva ammaliato mio padre, avendomi visto allontanare a cavallo dal castello, aveva deciso di seguirmi e me la ritrovai di fronte prestissimo. Io e il mio giovane cavaliere, spediti, tentammo di allontanarci ma ahimè! Stupidamente avevo lasciato le chiavi nella toppa della serratura. Allora lei, incurante dei pericoli a cui esponeva il nostro regno, come per punirmi e farmi annegare, girò rapidamente la chiave e le dighe si aprirono: subito litri e litri di acqua marina invasero le nostre strade e le nostre case, sommergendole. Tornata a castello informai subito mio padre dell’accaduto il quale, senza pensarci due volte, mi caricò sul suo cavallo e veloci fuggimmo verso la costa, abbandonando colui che mi aveva sottratto alla prigionia ma anche tutto il nostro popolo a un evidente destino. Giunti sul punto più alto dell’isola, una voce parlò a mio padre, e ne ricordo ancora la demoniaca intensità. Gli disse che io ero stata la causa della distruzione del suo regno e che il demonio in persona s’era impossessato della mia anima. Lo ammonì infine che un sacrificio gli era richiesto, se voleva salvarsi: doveva liberare il mondo dal male e quindi da me. Ancora una volta il mio amato padre, senza curarsi della verità, mi afferrò tra le sue braccia e mi scaraventò al di sotto della scogliera, per purificare la sua isola dal male che vi aveva dominato. Ma il dio delle acque, resosi edotto degli avvenimenti, volle intervenire. Mosso a compassione, considerata la mia abnegazione nei confronti di mio padre e i sentimenti puri che vivevano in me, mi donò la vita eterna tramutandomi in sirena e ponendomi a custodia di questo tratto di Mediterraneo e della nostra cara isola ormai sommersa; ma non ci furono preghiere che lo fecero desistere dal suo intento di punire colui che mi aveva condannato a morte. Pare che anche a lui sia stata donata l’immortalità, ma non come una sorta di premio. Si dice che il dolore lo accompagnerà per l’eternità e mai il suo senso di colpa avrà termine. Non so in che forma di essere vivente o non vivente sia stato mutato, se in pianta o in scoglio, in animale o in statua; sta di fatto che per sempre conserverà la sua coscienza e il ricordo di quei tristi avvenimenti. Per questo voi mi sentite sempre cantare: spero che la mia voce possa giungere al mio amato padre, cosicché lui sappia che io l’ho perdonato e che passerò la vita a fargli compagnia.”
Tacque. Nessuno era in grado di proferire parola.
Allora la sirena chiese: “E voi, perché mai vi trovate a passare da queste parti fuori da ogni rotta? È forse finita per incagliarsi la vostra nave? Io posso aiutarvi se così fosse! Basterebbe che mi portaste vicino a essa e mi inabisserò a liberarla dagli ostacoli che la trattengono, cosicché possiate riprendere la rotta.”
Mentre riflettevano sul fatto che non fossero sicuri di ritrovare la strada, anche perché il racconto li aveva parecchio disorientati e non sapevano con certezza quanto si fossero spostati dal punto di partenza, scorsero la scialuppa legata accanto a loro.
Eppure erano tutti e tre sicuri di averla vista affondare… Non vi era altra soluzione, per cui fecero capire alla stupenda creatura di seguirli e si rimisero a remare.
Lei li anticipava, come se li guidasse verso il posto dove dovevano condurla loro. I tre uomini, intanto, restavano in silenzio senza scambiarsi neanche uno sguardo.
Dopo un certo lasso di tempo impossibile da definire, tanto era difficile calcolare il passare del tempo, il gruppo giunse alla nave. Non si sentiva battere ciglio a bordo, tanto da lasciar pensare ai marinai di essere mancati troppo e aver costretto qualcuno a calare una seconda scialuppa per andarli a cercare.
Ma le scialuppe erano tutte al loro posto e l’atmosfera divenne surreale.
“Capitano!” chiamarono, ma nessuno rispose.
Nel silenzio più spettrale che mai orecchio umano abbia percepito, alcuni membri dell’equipaggio si sporsero dal ponte. Furono calate le cime e recuperati a bordo gli uomini, ma il capitano continuava a fissarli in silenzio.
Poi, d’improvviso, parlò: “Queste acque sono la dimora di Dahud. Costei era una giovane fanciulla che parecchi anni fa viveva in un’isola sotto il livello del mare, dove regnava Gradlon, re del Bosforo, sovrano amato e rispettato. Dahud era la figlia di Gradlon, ma di simile al padre non aveva nulla: era una fanciulla senza valori, che maltrattava la servitù e dava spettacolo con orge e bagordi ogni giorno, tanto che il popolo cominciò a mormorare che Gradlon, se non era in grado di crescere una figlia, non poteva certo essere la persona adatta a guidare un regno. Fu così che il popolo decise di spodestarlo, affidando il trono a un giovane marinaio straniero, che un tempo aveva amato Dahud. Lei si era divertiva solo a umiliarlo e sbeffeggiarlo e più volte l’aveva deriso davanti agli altri ragazzi, tanto che per vergogna quel ragazzo aveva lasciato l’isola per ritornarci solo parecchi anni più tardi, in qualità di pescatore. Nell’apprendere la notizia, l’ira della fanciulla fu talmente sproporzionata che decise di punire questo irriconoscente popolo e, impossessatasi delle chiavi della città, aprì le dighe che custodivano l’isola dalle acque del Mediterraneo, lasciando che venisse sommersa. Re Gradlon, che tanto amava la figlia, cercò di mettersi in salvo con lei, ma il dio delle acque, adirato per l’accaduto, ammonì il sovrano dicendogli che di sua figlia era ormai rimasta solo un’illusione, poiché il suo corpo e la sua anima erano già da tempo tempio del demonio. Così, se intendeva salvare la propria vita, avrebbe dovuto abbandonare la figlia al suo triste destino. Il re vide la figlia annegare, ma questo non è tutto. Colto dal rimorso e da un ineffabile dolore per l’omicidio commesso,  si racconta che l’uomo non abbia ancora trovato il riposo eterno, e vaghi alla ricerca della figlia così da poterle chiedere perdono per quanto accaduto e poter raggiungere il regno della felicità perpetua. È risaputo che anche Dahud non abbia trovato pace e sia stata condannata dal demonio a adescare le anime dei marinai per portarle agli inferi e accrescere il numero dei dannati, in modo da riscattare la propria libertà. Nessuno conosce nemmeno vagamente il numero esatto dei disgraziati che dovrà consegnare all’inferno!”
Il capitano si avvicinò così alla prua, e si sporse aldilà della polena.
La sirena che aveva ricondotto nostromo e mozzi alla nave era lì, che lo fissava.
Tutti restavano in silenzio.
“Sarò libera prima o poi, non preoccupatevene: mancano poche consegne, molto poche!” sogghignò lei; poi, guardando con aria di sfida il capitano, aggiunse: “Salve, padre!” e cominciò a cantare.

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