giovedì 31 maggio 2012

IL PESCHERECCIO SANTA MARIA di Antonio Toma, Maglie (LE)



Erano in prossimità dell’isola di Fano che da Otranto costituisce l’approdo più vicino con le
coste della Grecia. Il peschereccio “Santa Maria”, ormeggiato in prossimità della battigia, taceva nel
buio delle stelle pulsanti nella notte: dall’interno non proveniva il minimo suono e d’intorno, nulla
muoveva, né vibrava, né un uccello in aria, né una nuvola in cielo. I prossimi sarebbero stati gli
ultimi giorni di pesca e la stanchezza si era impadronita dell’equipaggio che, spossato, aveva ceduto
le stanche membra all’abbraccio di Morfeo.
Solo il comandante faticava a prender sonno:  il  più giovane del personale di  bordo, egli
aveva  assunto il comando  poche settimane prima e continuava a chiedersi se sarebbe  stato
all’altezza del compito assegnatogli. Così, pensieroso, si aggirava  in su  e in giù per il ponte
preoccupato, da un lato, di conquistarsi la fiducia dell’equipaggio del quale conosceva poco o nulla,
e dall’altro, per la scarsa quantità del pescato. Con le stive quasi vuote e gli uomini che nel corso
della navigazione avevano diffidato  dei suoi  comandi, si trovava alla stretta  finale:  nei giorni
seguenti avrebbe perciò conquistato la loro fiducia oppure il suo nome sarebbe stato dileggiato. La
tensione  tra i marinai, poi,  era arrivata alle stelle:  uomini resi coriacei dalle continue traversate,
abituati a  lottare con la furia degli elementi, consapevoli del fatto di  poter precipitare  da un
momento all’altro in mare, di scomparire per sempre tra le onde e, ciononostante, messi in uno stato
di prostrazione  per via della prolungata assenza  da  casa. Le prossime  quarantott’ore, dunque,
sarebbero state decisive: nonostante le condizioni del tempo non promettessero nulla di buono, il
comandante decise di levare le ancore di primo mattino.
Fin dalla partenza, uno stormo di gabbiani seguì l’imbarcazione quasi senza sbattere le ali;
volteggiando in ogni  dove e puntando verso il mare aperto, alla fine si ricongiunsero con il
peschereccio, per poi scomparire.
L’imbarcazione continuava a spingersi verso l’orizzonte, ove il cielo forma una linea ideale
con il mare: d’intorno non vi era traccia di terra emersa e quanto più si procedeva al largo, tanto più
il giovane capitano si arrovellava in mille e mille pensieri. Mentre era così assorto, il suo secondo,
notò una frotta di gabbiani che, in prossimità di una secca, si muoveva cambiando continuamente
direzione, segno inequivocabile della presenza di pesci. Il comandante ordinò, quindi, di tenersi
pronti: di lì a poco avrebbero calato  il lunghissimo palamito. La concitazione  cominciò  a
impadronirsi dell’intero equipaggio  che nei giorni passati  aveva inutilmente battuto in lungo e in
largo le coste italiane  sino a lambire  quelle della Grecia, senza  alcun risultato. Se sino a quel
momento ogni giorno trascorso in mare, era parso congiurare contro il giovane comandante le ore a
venire, invece, avrebbero avuto un sapore del tutto diverso.
Improvvisamente  però, si alzò il vento e l’imbarcazione fu costretta a  rientrare. Il mare
agitato rendeva  difficile qualsiasi  avvicinamento alla costa greca e l’imboccatura  dei moli,
avvolgendo di schiuma, rumore e pericolo tutti gli approdi al riparo. Nel momento in cui il vento
sembrò essersi calmato, il peschereccio tentò nuovamente di allontanarsi, ma una tempesta sorprese
l’imbarcazione che fu costretta a dimenarsi tra i flutti, scossa, sballottata, schiaffeggiata dalle onde.
Il cielo e il mare si unirono al punto che non fu possibile distinguere l’uno dall’altro elemento: fu
questione di un attimo e un’enorme massa d’acqua,  accompagnata da chicchi  di grandine grossi
come noci, si abbatté sulla nave.
Come Ulisse e i suoi uomini, dopo aver superato le insidie dell’isola delle Sirene, s’imbattono al
largo delle coste della Sicilia, in Cariddi, orrendo mostro che sconvolgendo l’acqua del mare
terrorizza i compagni di Ulisse (1), allo stesso modo i marinai del peschereccio sconvolti, ridevano e
piangevano, come impazziti, sballottati come birilli, innanzi alla furia dei marosi. Trascinata dalle
onde alte diversi metri, a un certo punto la tempesta parve avere la meglio sulla Santa Maria che,
con lo stridore delle lamiere, aveva dato l’impressione di cedere, lacerandosi.
D’improvviso, com’era sopraggiunta, la tempesta si placò. Il comandante, sebbene il mare
non fosse del tutto calmo, ordinò di calare il palamito. I marinai dopo giorni e giorni di attesa, non
stavano più nella pelle: dopo aver innestato a uno a uno i grossi ami, li fecero scorrere attraverso un
occhiello per stendere la lunga lenza in mare.
Fatto sta che uno di essi, durante le operazioni di pesca, forse per stanchezza o sbadataggine,
rimase impigliato con l’amo  in un braccio. Il poveretto, contorcendosi tra mille spasmi, si trovò
catapultato fuori dal peschereccio e trascinato dalla corrente, urlò con tutto il fiato che aveva in
corpo.
«Maledizione!  Questa è la peggiore sciagura che possa capitare …» – pensò e  sé il
comandante. 
Immediatamente  fu lanciata una cima  per soccorrere il malcapitato. Le operazioni non
furono facili per via del mare agitato. Una volta issato a bordo, il comandante non fu tenero con
l’uomo il quale fu investito dalle parole del superiore che come una furia tuonò:
«Ma  che accidenti ti salta in mente? Armeggiare con quei grossi ami come se fossero
stuzzicadenti? Non hai pensato che ogni azione a bordo  deve essere ben ponderata? Soprattutto
nelle fasi della pesca?».
«Si … ma io veramente … » fece quello.
Il superiore non gli diede il tempo di rispondere, ma a bruciapelo chiese:
«Dimmi, piuttosto, da quanto tempo sei marinaio?».
            «Da vent’anni» fu la risposta.
«E in tutto questo tempo … eh? … non ti è mai venuto in mente  che, con questo tipo di
pesca, basta un nonnulla per cadere in mare, rischiando di annegare?».
«Ha ragione, comandante ….. ma … ma …  dopo  giorni e giorni  di navigazione, i miei
riflessi …».
«Ah,  questa  poi,  è davvero bella!. E gli altri? … Credi forse che non si trovino nelle tue
stesse condizioni? … E soprattutto: non hai considerato che col tuo comportamento sconsiderato hai
rischiato di mandare all’aria giorni e giorni di duro lavoro?».
«Si, ma …
«Basta discussioni».
            E poi, rivolgendosi al resto dell’equipaggio:
           «Sia ben chiaro che, da questo momento in poi, non tollererò più alcuna leggerezza!». 
Dopo questa lavata di testa, utile per stabilire i paletti tra chi comandava e chi era tenuto a
eseguire i comandi, si ripresero le ricerche  per rintracciare  la boa di segnalazione che, nelle
concitate operazioni di  soccorso del malcapitato,  si era allontanata  di  qualche miglio. Con  un
rampino, fu recuperata la lenza tagliata  e agganciata al palamito. Le operazioni  di recupero della
lenza richiesero del tempo.
Intanto il sole, come una palla infuocata, emanava gli ultimi bagliori all’orizzonte e le acque
del mare, che andavano  assumendo  varie  sfumature, dal rosso fiammante a quello più tenue,
finirono per incupirsi.
Nelle ore che separarono quella notte dall’alba del nuovo giorno, il comandante riuscì ad
addormentarsi. Avendo tratto in salvo l’imbarcazione dalla tempesta e recuperato sano e salvo uno
degli uomini dell’equipaggio, consapevole  di avere svolto sino in fondo il suo dovere,  di buon
mattino ordinò di calare il palamito. I marinai erano in fermento; tra l’altro parecchi di essi, in una
sorta di gioco, si sfidarono  a scommettere sul pesce più grosso che, nelle  attese di tutti, doveva
essere di dimensioni non inferiori ai cinque chili. 
All’imbrunire, col verricello si  cominciò a raccogliere la lenza. All’inizio la pesca fu
deludente: soltanto piccoli pesci di passo e squali di piccole dimensioni gettarono nello sconforto
quanti si erano prodigati in quella che avrebbe dovuto costituire il riscatto, la rivincita di tanti
patimenti e sofferenze vissute sino a quei giorni.
«Lo sapevo, lo sapevo» – fece un marinaio – «queste sono acque maledette da Dio e dagli
uomini. Che cosa diranno mia moglie e soprattutto  i miei figli?  Sono  giorni che percorriamo in
lungo e in largo la Penisola senza riuscire a pescare  qualcosa che sia degno di tale nome. Basta,
rinuncio a questo gioco!».
Il poveretto, evidentemente esasperato  da tante ore di navigazione aveva abbandonato il ponte
quando intervenne il comandante che, senza mezzi termini, gli intimò  di riprendere quanto stava
facendo.
«Marinaio, riprendi subito il tuo posto. E non provarci più, altrimenti sarai messo sotto
coperta».
Il giovane capitano avvertiva che quello non era un caso isolato. Il malumore cominciava a
serpeggiare nell’equipaggio; doveva fare qualcosa prima che la situazione a bordo degenerasse. Si
sentì, perciò, di fare un discorso. Chiamati a raccolta quanti erano sul ponte, cominciò col dire:
«Ascoltatemi,  perché  queste saranno le ultime parole  che sentirete pronunciare dalle mie
labbra. Tutti voi avete un bel modo di affrontare le difficoltà della navigazione e l’impetuosità dei
venti e delle tempeste!. Quanti nei giorni scorsi ho avuto modo di conoscere meglio, consideravo
marinai di lungo corso,  abituati alla furia  degli elementi e perciò in grado di  affrontare il mare
grosso che ci ha investito al largo della costa della Grecia. E invece no! All’infuori di pochi, tutti a
disperarsi come agnellini! In quei giorni sembrava di avere a che fare con una ciurma di disperati!
Se non fosse stato  per  un pugno di voi che non  hanno  mai perso  il controllo della situazione,
probabilmente oggi questo peschereccio sarebbe uno dei tanti relitti a giacere nel Canale d’Otranto.
Non nego che anch’io, in passato, ho avuto a che fare con cicloni, trombe d’aria e burrasche; e ogni
volta  ricordo, come fosse oggi, quali pene e tormenti ho dovuto sopportare nella speranza, mai
abbandonata, di vedere spuntare la luce di un nuovo giorno. Ciò che vi rimprovero è che in mare
non bisogna mai perdere il controllo e anche quando la situazione è disperata occorre essere sempre
presenti a se stessi perché la lucidità di uno di voi può voler dire la salvezza di un altro compagno in
difficoltà. Più di qualcuno, poi, al momento del recupero del palamito, si è spinto a maledire queste
acque, lamentandosi dell’esiguità del pescato. Ma non è forse vero che voi tutti e i vostri Padri, da
tempo immemore, hanno tratto sostentamento dal mare, portatore di vita e di abbondanza? Si è poi
detto che il Mediterraneo non è più pescoso come una volta e non nego che ciò corrisponda al vero:
ricordo ancora, come fosse ieri, il tempo in cui, con i miei amici, aspettavo in riva al molo, l’arrivo
dei grossi pescherecci, che preceduti da frotte di gabbiani, rientravano con le stive colme di pesci.
Anche a quei tempi  però,  non tutto ciò che  luccicava, era oro; quante volte capivamo dal volto
segnato e fiero di quegli uomini che  non  sempre  la pesca non  si era svolta secondo le  attese.
Tuttavia, anche allora, non vi era alcun cenno  d’ingratitudine  o livore nei confronti di
quell’immenso custode di civiltà verso il quale la comunità tutta era ossequiosa.
Però adesso dovete credermi,  perché questa sarà la volta buona!  Quella moltitudine di gabbiani
rivela  la presenza di un enorme banco e, a  costo di  diffidare delle comuni  regole applicate in
marineria,  vorrà dire che, quanto è vero Iddio, sono pronto a giocarmi la reputazione di
comandante!  Forza!  Del resto non sono stati recuperati che i  primi metri di lenza! Non bisogna
perdere tempo, dunque, perché ci attende un duro lavoro».
I marinai, sebbene non del tutto convinti dalle parole del comandante, ripresero ad avvolgere
il palamito e, in effetti, dopo una ventina di metri, nel bagliore dei flutti, cominciarono a intravedere
uno spada di almeno quindici chili di peso. Il morale degli uomini cambiò repentinamente, facendo
dimenticare il peso delle fatiche e degli sforzi vissuti sino a quel momento.
«Dai, dammi una mano Pagliara, per tirare su questo bestione».
«Ci vuole un altro raffio» - fece  Del Toma, uno dei più esperti  maneggiatori di
quest’attrezzo a bordo del peschereccio.
L’eccitazione  a bordo  era palpabile.  Gli stessi marinai  che fino a poco tempo  prima  erano parsi
abulici e rassegnati, ridevano sguaiatamente, avventandosi l’uno dopo l’altro sulle prede per evitare
che queste si slamassero.
«Mai visto tanta grazia di Dio» - disse un altro marinaio.
           «Attento a non distrarti; altrimenti sarà molto difficile venire a recuperarti in mare» - replicò
un compagno.
Da quel momento le catture seguirono copiose: lecce, spada, ricciole,  pesci di passo  e  poiché  le
grosse taglie aumentavano una dopo l’altra, allo stesso modo cresceva l’eccitazione a bordo.
L’euforia era tale che i marinai non avvertivano più le ferite alle mani, che sebbene impregnate di
salsedine, parevano anestetizzate. Era una lotta senza esclusione di colpi: da una parte, gli uomini
impegnati, nello sciabordio delle onde,  nel tirare a bordo quei bestioni dalla livrea lucente, dagli
occhi vitrei e dai colori argentei e, dall’altra, questi ultimi che si contorcevano, dimenandosi, scossi
da spasmi di morte. Nel bottino rientrò anche  un calamaro che, una volta addentata l’esca, trovò
riparo sotto la chiglia del peschereccio avviluppandosi così saldamente con i tentacoli, che una volta
issato a bordo, inondò da capo a piedi d’inchiostro lo sciagurato marinaio che per primo l’ebbe tra
le mani.  Nel frattempo, durante le fasi del recupero, un pesante olezzo di sangue e di bile aveva
ricoperto il ponte.
Ciascun marinaio conosceva i  compiti assegnatigli: chi si occupava di ripulire il ponte da
quel fetore nauseabondo, chi era addetto a  eviscerare  e  a  tranciare testa e coda, chi  a spingere
sottocoperta i pesci, chi a riempirne di ghiaccio il ventre, chi infine a provvedere alla sistemazione
del pescato in colonne perfettamente parallele nella stiva.
Nel momento in cui fu recuperata la lenza, il capitano decise che fosse giunto il momento di
rientrare definitivamente in porto, nonostante il malumore di qualche membro dell’equipaggio che
innanzi a tanta grazia piovuta dal Cielo, era disposto a prolungare la permanenza in mare.
Sulla rotta del rientro, il mare tornò a incresparsi, a farsi minaccioso, a incupirsi ma nessuno parve
curarsene nonostante il procedere a fatica del peschereccio a pieno carico.
Fu una giornata memorabile: in sole due ore furono stipate tonnellate di pesce che una volta
sistemate nella ghiacciaia, fecero ritorno al porto di Otranto.
L’orgoglio dell’intero equipaggio fu una spada di oltre cento chili che richiese l’intervento
di quattro uomini per essere issato a bordo.
Quella pesca miracolosa sopravvive nel ricordo di un anziano marinaio, unico testimone
che, ogni sera, sulla stessa banchina del molo di Otranto, con lo sguardo rivolto verso il mare, scruta
l’orizzonte.  Quel vecchio lupo di mare  dall’età indefinibile,  con  gli occhi blu cobalto,  il volto
rugoso segnato dal vento e dalla salsedine, la spalla curva dal trascorrere degli anni, non si stanca
mai di  narrare l’esperienza vissuta a bordo della  “Santa Maria”.  Il suo racconto  si sofferma
immancabilmente sulla “fortuna di aver fatto parte dell’equipaggio di quel peschereccio, ormai
entrato nella storia della marineria” e sul rispetto “tra subalterni e comandante quando era di prassi
dare del “signore”, e non come oggi, dove si è persa qualsiasi forma di considerazione e di stima”.
E, d’improvviso, gli occhi di quell’anziano marinaio si riempiono di un pizzico di nostalgia
e gratitudine, al ricordo di quel comandante dagli occhi chiari, allora neanche quarantenne e della
memorabile impresa a bordo della “Santa Maria”.  

(1) Odissea –Scilla e Cariddi- Libro XII, vv. 253-284.



CARTOLINA DAL MARE di Anna Teresa De Santis, Bitonto


Può mille cose fare il mare, quel tale, che per profondo e vasto quale
appare, sconosciuto mi rimane.  Nel narrare, la biro–barca sento oscillare,
l’onda la sospinge, la incresta e la corrente la prevale. Salastra, a galla,
qualcosa risale: è una prosa diversa di versi da guardare. Miro il mare
incontrare l’orizzonte, in là, di fronte, posso ideare un ponte perché quel
solco non è un monte che l’anima chiede di scalare, soltanto un confine
tracciato e da varcare.
Se di invece, oltre non riuscendo, mi finisse chiusa la vista in quella linea
lontana, come saprei, dico, chi mi ruffiana una visione avuta così tanto
arcana? Supplisco, e così solo posso, spaziando di immaginazione intanto
che delle acque scopro ogni tonale colore. Prosegue disteso il manto del
mare e si funge coperchio del suo stesso fondale. A profondità immersa,
sotto coperta, ogni esistenza è segreta, perduta e dispersa. Da qui nasce
l’anima del soffio vitale che di iodio e salsedine sento spirare. Spuma la
schiuma, si alza il maestrale, mi incanto stupita: che bel contemplare!

DAHUD di Nicola Orofino, Ravenna


Il vento continua impietoso a scaricare acqua in faccia ai marinai: un misto di mare, pioggia e lacrime per la fatica immane a cui gli uomini sono sottoposti. Si sa, quelle tratte non sono mai state oggetto di sicuro rifugio.
Fino a qualche attimo prima, la costa era a portata di sguardo. Ora non si intravede più neanche una luce lontana. L’equipaggio è sconsolato, il capitano privo di qualsiasi inventiva e si crogiola nel suo dolore urlando sul ponte frasi incomprensibili ai pochi che ancora stanno ad ascoltarlo.
Non è difficile immaginare cosa stia per succedere quando le stive si riempiono all’inverosimile nel giro di pochi istanti.
Cessano le urla, incalzano le preghiere, e qualcuno si mette a cantare.
Oh cielo! Chi diamine si mette a cantare con voce talmente soave andando incontro a siffatta ingloriosa fine?
Gaudio celestiale! L’armonia che proviene dall’inumana voce sembra condurre dritti al paradiso. O all’inferno: forse è il demonio che aspetta tutti!
È di sicuro una voce di donna, il capitano non ha dubbi; qualcun altro ha bevuto bourbon e sente il medesimo cristallino canto?
“Ho fatto uno strano sogno.” disse, svegliandosi di soprassalto.
La vecchia signora lo guardò bonariamente, poi gli chiese di raccontarle.
Lui e il suo equipaggio si trovavano a largo delle coste bretoni, allorché la tempesta li aveva costretti a manovre d’emergenza per non distruggere gli alberi: avevano così perduto la rotta e si erano incagliati in una scogliera quasi invisibile che aveva affondato loro la nave. In quel momento, mentre erano tutti prossimi alla morte, gli angeli del paradiso avevano promesso loro la vita eterna accogliendoli con meravigliosi cori celesti.
L’anziana donna si fece seria; tossì, si passò una mano tra i capelli, esitò qualche istante e disse: “Non devi per nessun motivo intraprendere questo viaggio. Vedi, quello che ti è apparso in sogno è un monito del destino e guai a chi osa non prestargli ascolto. Il canto che tu hai indubbiamente sentito era quello di una o più sirene, le quali vi hanno trascinato con loro negli inferi. Devi impedire che questa partenza avvenga!” sentenziò infine.
“Gli uomini hanno una famiglia da mantenere, il viaggio non comporta alcun pericolo conosciuto e non posso ritirarmi dal comando della nave in virtù di un sogno. Non sai da quanti anni navigo i mari e gli oceani? E dovrei preoccuparmi di un tranquillo viaggio nelle acque del Mediterraneo? Suvvia, non farmi ridere! L’avvertimento di stare attento alle sirene è lontano dalle mie preoccupazioni. Grazie dei tuoi saggi consigli, ma un sogno è solo un sogno. E, che Dio ce la mandi buona, stasera la nave salperà. E speriamo che le sirene siano almeno di bell’aspetto, così da risultare cosa gradita per i miei uomini”.
Bevve la sua acqua, o qualunque cosa fosse il liquido all’interno del bicchiere nel suo comodino, poi congedò la donna che aveva iniziato a mormorare qualcosa tra sé.
La navigazione procedeva tranquilla: non vi era nessuna perturbazione atmosferica, la visibilità dell’orizzonte era discreta, il moto ondoso non particolarmente vivace. Il cuoco annunciò che la cena era pronta e tutti si recarono a tavola. L’equipaggio aveva tutte le intenzioni di mangiare il più possibile poiché, si sa, durante una navigazione si mangia bene solo i primi giorni: poi diventa tutto scatolame e conserve varie…
A un certo punto sembrò più buio del solito; il comandante bestemmiò e tutti erano d’accordo mentre diceva che c’è la vita eterna per starsene in penombra. Tuttavia, nessuno diede a ciò molta importanza e il pasto proseguì, lasciando ignari i marinai di quanto stesse invece accadendo di fuori.
Il primo che decise di andare sul ponte per respirare a pieni polmoni qualche zaffata di tabacco chiamò urlando il capitano, scongiurandolo di accorrere tempestivamente.
Si ritrovarono sperduti non si sa dove; la bussola non funzionava più, attorno c’erano solo tenebre e il vento sembrava non fosse mai passato da quelle parti, tanto che anche i capelli più lunghi restavano immobili, come i pensieri del gruppo nell’accorgersi dell’assurdità dell’avvenimento.
“Tutto nella norma!” esclamò il capitano. “Stiamo andando nella giusta direzione. Per giungere a destinazione bisogna percorrere una tratta in cui il sole non arriva e, a causa dei golfi vicini, le correnti si annullano a vicenda e sembra quasi non tiri un soffio di vento. Ricordo bene che da ragazzo, le prime volte che viaggiavo e passavo di qui, il terrore mi attanagliava, quindi comprendo che qualcuno di voi abbia avuto un attimo di sbandamento. Direi che è alquanto normale, ma non preoccupatevi! Tra qualche ora lasceremo questa desolazione e torneremo a panorami a voi più familiari.”
Non so in quanti cedettero alle sue parole. Non che fosse un equipaggio di gente inesperta, ma se lui diceva così ne sapeva certamente più di tutti.
Qualcuno titubò nel sentirlo raccomandare prudenza ai mozzi nello scrutare con la massima attenzione ogni lato della nave per evitare collisioni con ostacoli o altre imbarcazioni, ma in quella notte scura come la pece era anche comprensibile. Ordinò di procedere a velocità regolare e si ritirò.
Il nostromo Manuel, però, che aveva navigato per decenni e godeva di molta stima tra i membri dell’equipaggio, restò a riflettere immobile sul cassero. Non poteva capacitarsi del fatto che il capitano non ne avesse parlato prima.
Se le cose stavano realmente così, perché non aveva rassicurato l’equipaggio in un momento antecedente a quello in cui tutti sarebbero giustamente caduti in preda allo sconforto?
Si convinse che era una mossa dettata dall’esigenza di non seminare il panico prima che ci si potesse rendere effettivamente conto della situazione, quindi scese in coperta e si addormentò.
Non passò molto tempo prima che i sensi gli imponessero di svegliarsi. Lì per lì fece fatica a capire perché si fossi destato di soprassalto, poi si accorse del rumore che sentiva in sottofondo. Un lamento. Qualcuno che chiedeva aiuto, pensò Manuel.
Ancora semi-addormentato, si recò sul ponte come in trance, cercando di raggiungere quella voce che cominciava a pensare esistesse solo nelle sue orecchie.
Quand’ecco, nell’immobile incresparsi del mare mentre la nave procedeva regolare, sembrò che le onde tornassero indietro, come se avessero trovato un ostacolo. Le parole risultavano incomprensibili, ma ora la voce era chiara, nitida, distinta.
L’urlo disumano del nostromo richiamò il capitano in una manciata di secondi. La nave si arrestò, probabilmente a seguito di un suo ordine. Le onde continuavano a sbatterci contro. Era chiaro: coperto alla loro visuale, qualcosa provocava quelle onde che venivano a infrangersi contro la chiglia.

Non si poteva procedere. Se si era in prossimità di una costa era ragionevole pensare che si fosse vicini a una collisione o comunque all’incaglio. La pessima visibilità non lasciava spazio ad altre opzioni: bisognava essere sicuri di dove si trovassero. L’aria sembrava leggera e pulita, eppure non si capiva se c’era nebbia o soltanto buio.
Non c’era altro da fare: occorreva calare una scialuppa e fare un giro di perlustrazione, prima d‘incorrere in problematiche molto serie, considerato anche che – nonostante quanto dicesse il capitano – in molti restavano convinti che nessuno avesse la più pallida idea di dove si trovassero.
Non riuscendo a trovare un volontario per la spedizione, il capitano che fosse il nostromo a presidiare la spedizione, visto che s’era accorto lui del rilevante particolare del ritorno delle onde. Ad accompagnarlo nel suo fortunato premio di merito, i due mozzi che invece non si erano ravveduti di nulla, come una sorta di punizione (il che rendeva il premio di difficile comprensione).
La scialuppa fu calata, a Manuel fu affidata una lanterna, e i tre si ritrovarono in mezzo a quella fitta “notte”.
Doveva essere all’incirca mezzogiorno.

Nel silenzio tombale cui i tre uomini erano avvolti, un suono li colpì, melodioso. Era la voce di una fanciulla che intonava un triste canto, ne erano certi.
D’improvviso, la scialuppa urtò qualcosa e si ritrovarono tutti e tre in mare, ma nessuno ebbe la forza, o la voglia, di urlare e richiamare l’attenzione della nave: il canto era troppo piacevole da interrompere.
Mentre la piccola imbarcazione si eclissava dalla vista, il nostromo e i suoi due malcapitati compagni si ritrovarono seduti su quello che a prima vista pareva uno scoglio, ma non lo era. Sembrava più simile al merlo di un castello, tanto erano regolari gli intervalli di roccia su cui si adagiarono.
Ed ecco, bella come una Venere, si presentò ai loro occhi una figura di donna dal corpo perfetto, le labbra sottili e armoniose, e un raggio di luce sembrò l’accompagnasse nella sua apparizione. Si avvicinò a loro e, con voce rassicurante, iniziò a parlare: “Giovani esploratori del mare e della vita, mi presento a voi. Abito questa terra da tempo immemore. Anni fa ero una giovane fanciulla che tutti amavano. Mio padre regnava sulle popolazioni che qui abitavano, con sapienza e magnanimità, ma un giorno, a causa dell’invidia di una giovane donna invaghitasi di mio padre, io venni accusata dei più turpi sotterfugi perché, fu detto, volevo impossessarmi del trono del mio amato genitore. Questi, oscurato dalla delusione e da un sortilegio effettuato dalla mia antagonista, volle credere a quell’estranea e condannò me, la sua adorata figlia, nelle segrete, a pane e acqua. Il mio dolore fu ineguagliabile, e mai gli dei assistettero a scena più pietosa della mia che, col cuore infranto, giorno dopo giorno cantavo, supplicando il mio amato padre di tornare in sé, e verificare le accuse che mi erano state mosse. Gli dei s’impietosirono e inviarono nella nostra bella isola un giovane straniero, il quale, seguendo il mio canto, giunse alla mia prigione sotterranea. Venuto a conoscenza della mia triste storia, decise di liberarmi; ma, senza nessuna voglia di vendicarmi per il trattamento subito, pregai il ragazzo di non fare del male al re, e che se era stato il Fato ad aver deciso che quella donna maligna dovesse stare accanto a lui, allora che il destino si compisse. Il mio salvatore decise quindi di portarmi nella terra che abitava lui. Insieme montammo a cavallo e ci avviammo, ma c’è un particolare che voi dovete sapere. La città  sulla quale ora sedete era edificata al di sotto del livello del mare. I mercanti e gli stranieri potevano accedervi solo una volta a settimana, quando mio padre apriva le dighe che ci proteggevano dalle acque del mare, sempre troppo calmo per assicurarci un rifugio sicuro; va da sé che con la stessa frequenza era concesso uscire, giacché chi si fosse trattenuto sull’isola oltre la bassa marea avrebbe dovuto aspettare la successiva apertura, ovvero trascorsa una settimana. Ora, a causa della mia situazione di prigioniera, era impossibile sperare di restare nascosti per così tanto tempo e fuggire indisturbati durante l’apertura ordinaria. Bisognava dunque rischiare e lasciare immediatamente questo luogo che tanto amavo. Per farlo, occorreva venire in possesso delle chiavi delle dighe, che solo il mio amato padre possedeva. Non fu difficile per me presentarmi dalla mia vecchia nutrice, spiegarle la situazione e farmi accompagnare nella camera del re; quindi afferrai le chiavi e tornai di corsa dal mio salvatore. Ma l’aiuto degli dei era stato effimero: difatti, una volta giunti alle porte, ci rendemmo conto che il livello del mare era troppo alto per sperare di fuggire e le avversità non finivano qui.”
Si fermò un istante, visibilmente commossa. I tre uomini non proferivano parola, quindi proseguì: “La perfida donna che aveva ammaliato mio padre, avendomi visto allontanare a cavallo dal castello, aveva deciso di seguirmi e me la ritrovai di fronte prestissimo. Io e il mio giovane cavaliere, spediti, tentammo di allontanarci ma ahimè! Stupidamente avevo lasciato le chiavi nella toppa della serratura. Allora lei, incurante dei pericoli a cui esponeva il nostro regno, come per punirmi e farmi annegare, girò rapidamente la chiave e le dighe si aprirono: subito litri e litri di acqua marina invasero le nostre strade e le nostre case, sommergendole. Tornata a castello informai subito mio padre dell’accaduto il quale, senza pensarci due volte, mi caricò sul suo cavallo e veloci fuggimmo verso la costa, abbandonando colui che mi aveva sottratto alla prigionia ma anche tutto il nostro popolo a un evidente destino. Giunti sul punto più alto dell’isola, una voce parlò a mio padre, e ne ricordo ancora la demoniaca intensità. Gli disse che io ero stata la causa della distruzione del suo regno e che il demonio in persona s’era impossessato della mia anima. Lo ammonì infine che un sacrificio gli era richiesto, se voleva salvarsi: doveva liberare il mondo dal male e quindi da me. Ancora una volta il mio amato padre, senza curarsi della verità, mi afferrò tra le sue braccia e mi scaraventò al di sotto della scogliera, per purificare la sua isola dal male che vi aveva dominato. Ma il dio delle acque, resosi edotto degli avvenimenti, volle intervenire. Mosso a compassione, considerata la mia abnegazione nei confronti di mio padre e i sentimenti puri che vivevano in me, mi donò la vita eterna tramutandomi in sirena e ponendomi a custodia di questo tratto di Mediterraneo e della nostra cara isola ormai sommersa; ma non ci furono preghiere che lo fecero desistere dal suo intento di punire colui che mi aveva condannato a morte. Pare che anche a lui sia stata donata l’immortalità, ma non come una sorta di premio. Si dice che il dolore lo accompagnerà per l’eternità e mai il suo senso di colpa avrà termine. Non so in che forma di essere vivente o non vivente sia stato mutato, se in pianta o in scoglio, in animale o in statua; sta di fatto che per sempre conserverà la sua coscienza e il ricordo di quei tristi avvenimenti. Per questo voi mi sentite sempre cantare: spero che la mia voce possa giungere al mio amato padre, cosicché lui sappia che io l’ho perdonato e che passerò la vita a fargli compagnia.”
Tacque. Nessuno era in grado di proferire parola.
Allora la sirena chiese: “E voi, perché mai vi trovate a passare da queste parti fuori da ogni rotta? È forse finita per incagliarsi la vostra nave? Io posso aiutarvi se così fosse! Basterebbe che mi portaste vicino a essa e mi inabisserò a liberarla dagli ostacoli che la trattengono, cosicché possiate riprendere la rotta.”
Mentre riflettevano sul fatto che non fossero sicuri di ritrovare la strada, anche perché il racconto li aveva parecchio disorientati e non sapevano con certezza quanto si fossero spostati dal punto di partenza, scorsero la scialuppa legata accanto a loro.
Eppure erano tutti e tre sicuri di averla vista affondare… Non vi era altra soluzione, per cui fecero capire alla stupenda creatura di seguirli e si rimisero a remare.
Lei li anticipava, come se li guidasse verso il posto dove dovevano condurla loro. I tre uomini, intanto, restavano in silenzio senza scambiarsi neanche uno sguardo.
Dopo un certo lasso di tempo impossibile da definire, tanto era difficile calcolare il passare del tempo, il gruppo giunse alla nave. Non si sentiva battere ciglio a bordo, tanto da lasciar pensare ai marinai di essere mancati troppo e aver costretto qualcuno a calare una seconda scialuppa per andarli a cercare.
Ma le scialuppe erano tutte al loro posto e l’atmosfera divenne surreale.
“Capitano!” chiamarono, ma nessuno rispose.
Nel silenzio più spettrale che mai orecchio umano abbia percepito, alcuni membri dell’equipaggio si sporsero dal ponte. Furono calate le cime e recuperati a bordo gli uomini, ma il capitano continuava a fissarli in silenzio.
Poi, d’improvviso, parlò: “Queste acque sono la dimora di Dahud. Costei era una giovane fanciulla che parecchi anni fa viveva in un’isola sotto il livello del mare, dove regnava Gradlon, re del Bosforo, sovrano amato e rispettato. Dahud era la figlia di Gradlon, ma di simile al padre non aveva nulla: era una fanciulla senza valori, che maltrattava la servitù e dava spettacolo con orge e bagordi ogni giorno, tanto che il popolo cominciò a mormorare che Gradlon, se non era in grado di crescere una figlia, non poteva certo essere la persona adatta a guidare un regno. Fu così che il popolo decise di spodestarlo, affidando il trono a un giovane marinaio straniero, che un tempo aveva amato Dahud. Lei si era divertiva solo a umiliarlo e sbeffeggiarlo e più volte l’aveva deriso davanti agli altri ragazzi, tanto che per vergogna quel ragazzo aveva lasciato l’isola per ritornarci solo parecchi anni più tardi, in qualità di pescatore. Nell’apprendere la notizia, l’ira della fanciulla fu talmente sproporzionata che decise di punire questo irriconoscente popolo e, impossessatasi delle chiavi della città, aprì le dighe che custodivano l’isola dalle acque del Mediterraneo, lasciando che venisse sommersa. Re Gradlon, che tanto amava la figlia, cercò di mettersi in salvo con lei, ma il dio delle acque, adirato per l’accaduto, ammonì il sovrano dicendogli che di sua figlia era ormai rimasta solo un’illusione, poiché il suo corpo e la sua anima erano già da tempo tempio del demonio. Così, se intendeva salvare la propria vita, avrebbe dovuto abbandonare la figlia al suo triste destino. Il re vide la figlia annegare, ma questo non è tutto. Colto dal rimorso e da un ineffabile dolore per l’omicidio commesso,  si racconta che l’uomo non abbia ancora trovato il riposo eterno, e vaghi alla ricerca della figlia così da poterle chiedere perdono per quanto accaduto e poter raggiungere il regno della felicità perpetua. È risaputo che anche Dahud non abbia trovato pace e sia stata condannata dal demonio a adescare le anime dei marinai per portarle agli inferi e accrescere il numero dei dannati, in modo da riscattare la propria libertà. Nessuno conosce nemmeno vagamente il numero esatto dei disgraziati che dovrà consegnare all’inferno!”
Il capitano si avvicinò così alla prua, e si sporse aldilà della polena.
La sirena che aveva ricondotto nostromo e mozzi alla nave era lì, che lo fissava.
Tutti restavano in silenzio.
“Sarò libera prima o poi, non preoccupatevene: mancano poche consegne, molto poche!” sogghignò lei; poi, guardando con aria di sfida il capitano, aggiunse: “Salve, padre!” e cominciò a cantare.

mercoledì 30 maggio 2012

IL CANTO DEL MARE di Jessica Vettese, Cassino (FR)


Inutile. Una giornata inutile: è tutto ciò che riesco a pensare, seduto sulla sabbia umida, guardando mio
nonno esaminare ogni angolo della sua barca - la barca di suo padre, di suo nonno, dei suoi avi - per
essere sicuro di non averne tralasciato nemmeno uno in questi tre giorni di duro lavoro.
Un timido raggio arancione ferisce il mio sguardo quando tento di alzare gli occhi dalla sua figura esile,
china sulle assi di legno, curva sotto il peso degli anni e della fatica.
Sebbene mio padre abbia un buon lavoro in paese e io abbia già trovato un impiego come garzone, mio
nonno non ha mai voluto rinunciare alla pesca e al rimanere ore sotto il sole cocente, a volte senza
portare a casa nulla.
Finalmente, con un mezzo sorriso, si rialza e viene verso di me; il fruscio delle onde, il loro infrangersi
sugli scogli poco lontano da noi, il verso stridulo dei gabbiani - che non ho mai sopportato - fanno da
eco ai suoi passi pesanti sulla sabbia.
«Come va, ragazzo?»mi chiede, lasciandosi cadere accanto a me.
«Bene. Domani avrò il mio primo salario. Voi invece siete troppo affaticato a mio parere.»
Un altro sorriso gli tende la pelle scura e secca, evidenziando le rughe sul viso scarno.
«La vecchia Mary mi ha fatto preoccupare, stavolta.»
«Forse è il caso di abbandonarla, o di farne legna per l'inverno. Non può reggere ancora per molto.»
Una smorfia gli indurisce il volto, mentre un raggio di sole illumina i profondi tagli che ha sulle mani.
«Maledetto sia colui che abbandona la sua nave, ragazzo. Per te, che sei giovane e hai trovato la pace
nella terraferma, è difficile capire: un marinaio resta sempre a fianco della sua barca, anche a costo di
morire con essa.»
Scuoto la testa, mentre il forte odore di salsedine penetra nelle mie narici, portato dal vento che mi
scompiglia i capelli.
La mano di mio nonno mi sfiora il ginocchio. Mi volto e trovo davanti i suoi occhi, azzurri come i miei,
lucidi e tristi.
«È perché non ti ha ancora chiamato.» mi dice tremante.
«Chi?»
«Il mare. È difficile capire, finché non ti chiama. Sono stato anche io giovane e forte, tempo fa. E
anch’io mi annoiavo, quando mio padre mi portava con sé a pescare e rimanevamo soli in mezzo al
mare, giorno e notte. Preferivo rimanere a terra, occuparmi delle reti con i miei amici, corteggiare le
ragazze.
Elise, per esempio. Dio mi perdoni, quanto ho fatto soffrire quella donna; perdevo giorni interi a
pescare e lei mi aspettava, ha rifiutato cinque buoni partiti per aspettarmi.
Quando finalmente riuscii a sposarla, avevo solo la mia barca. Ogni giorno la spingevo in mare con
rabbia e inveivo contro la mia sfortuna.»
Fa una pausa, sospirando. Il vento scuote i suoi capelli bianchi. Lo stridio dei gabbiani si fa più forte.
«E poi?» chiedo, ansioso di conoscere una storia che nessuno mi aveva raccontato.
«Un giorno - una domenica mi pare  - passeggiavamo qui vicino.  Elise  mi stava raccontando della
settimana in cui ero mancato, accarezzandosi la pancia che avevo visto crescere troppo rapidamente.
Improvvisamente mi resi conto che non la stavo ascoltando: c’era uno strano canto che copriva la sua
voce, un suono familiare che però non riuscivo a riconoscere. Qualcosa che mi attirava verso sé. Solo il
tocco di Elise mi risvegliò.»
«Che suono era?»
«Mille campanelli. Un canto celestiale. Un grido di dolore. Il pianto di un bambino abbandonato.»
Fa una pausa, reggendosi la testa con le mani.«No, non ero pazzo. Solo che non riesco a spiegarlo.
Il richiamo del mare è qualcosa di indescrivibile, lo senti e basta.
Il giorno dopo sono tornai a pescare: non trovai nulla. Mentre borbottavo lo sentii di nuovo. Identico al
giorno prima.  Alzai  lo sguardo e non vidi nulla intorno a me.  Solo  le onde che si alzavano  e si
abbassavano, sospingendomi dolcemente verso il largo.
Eppure sentivo di non essere solo. Sentivo una sorta di pace riempirmi il cuore.
Rimasi lì ad ascoltare, guardando il blu, chiedendomi cosa si stesse muovendo sotto di me, senza che
me ne accorgessi, mentre quel canto mi svuotava la mente.
Quando la sera tornai a casa, sentii la nostalgia invadermi l’animo.
Cominciai a svegliarmi sempre prima e a tornare sempre più tardi, anche quando la pesca mi portava
più guadagni del solito. Uscivo  la mattina presto, sotto lo sguardo triste di Elise, e ammiravo l’alba
insieme ai delfini. Rientravo dopo il tramonto, e trovavo la povera Elise già addormentata.
Non ho nemmeno visto tuo padre nascere. Ho solo ritrovato Elise, esausta e circondata da donne, che
reggeva un fagottino in braccio.»
Sorride debolmente, mentre una piccola lacrima brillante gli scende sul viso.
«Tentai di rimanere insieme a lei, per aiutarla nei primi giorni; ma dopo una settimana non riuscivo più
a trattenermi chiuso dentro, il rumore delle onde mi faceva restare sveglio la notte e inquieto il giorno:
fu la stessa Elise a dirmi di andare e io non opposi resistenza.
In tutta la mia debolezza uscii e andai a pescare, calmandomi unicamente quando rimasi solo in mezzo
a questa grande distesa d’acqua e inspirai a fondo il suo odore»
Si passa lentamente la mano sul volto, per asciugarsi gli occhi
«Una settimana dopo Elise fu colpita da un’emorragia. Tornai in tempo solo per darle l’ultimo saluto:
vederla morire tra le mie braccia fu la punizione divina per il mio egoismo.
Quando tuo padre raggiunse i quattro anni, decisi di accettare una proposta che da tempo mi
affascinava, ma che prima non potevo permettermi: esplorare l’oceano, spingermi oltre l’infinito su un
veliero che portava merci in Europa.»
«E quindi?»
«Mi imbarcai su un clipper diretto in Inghilterra, insieme a tuo padre.
Fu il periodo più felice della mia vita: non riuscivo a credere di essere uscito dalla baia e di essere così
totalmente immerso nell’oceano.
L’immensa distesa d’acqua, le albe, i tramonti, i giochi dei delfini, la maestosità delle balene… ti
toglievano il fiato, ogni volta, tanto che non credevi di poter riuscire a respirare di nuovo, se non per il
vento che ti scuoteva i capelli e penetrava con forza nelle tue narici; il vento che gonfiava le vele e
rendeva il viaggio più semplice; il vento che faceva volare la nave sulle onde, tanto veloce e silenziosa
da fare a gara con delfini e gabbiani.
Il vento che scuoteva le onde e ti veniva contro, costringendoti ad aggrapparti con tutte le tue forze per
non cadere; e se il cielo si riempiva di nuvole grigie e le onde raggiungevano altezze che qui non si
sono mai viste, allora non rimaneva altro che pregare: pregare e lottare, sebbene sia una lotta persa in
partenza.»
Fa un lungo sospiro, mentre il cielo sopra di noi si tinge di rosso.
«Non puoi lottare contro l’oceano, ragazzo: è come se volessi lottare contro un gigante dalle cento
braccia, non importa quanto grande o resistente sia la tua armatura, o quanto tu sia esperto nella lotta;
se vuole, ti vincerà. Anzi, farà di più: ti mostrerà la sua potenza, chiamerà il cielo a testimoniare della
sua forza, urlerà talmente forte da gelarti il sangue nelle vene e i tuoi sensi si offuscheranno tanto che
non riuscirai più a parlare, per la paura che ti invaderà il cuore e che ti ricorderà ogni istante quanto tu
sia piccolo e debole.
Non ti resterà che pregare: pregano le donne a casa, perché i loro mariti facciano ritorno, e pregano i
marinai sulle loro navi, per calmare l’oceano.  Pregano  affinché si calmi o  affinché li trascini con
dolcezza nei suoi abissi, perché davanti a tanta forza potresti anche desiderare di morire, perso nel suo abbraccio.»
«E tu per cosa pregavi?»
Non risponde. Si alza a fatica, zoppicando, e si dirige verso la sua barca. Lo vedo spingere con la poca
forza che gli è rimasta. La  vecchia Mary non oppone resistenza. Scivola silenziosa nell’acqua. Mio
nonno sale a bordo e comincia a remare.
A un tratto diventa un piccolo punto nero sul grande cerchio di luce rossa che si specchia nelle onde.
Silenzio, solo l’infrangersi delle onde sulla sabbia e sugli scogli.
E un canto che rompe il silenzio, ma che lentamente svanisce, soffocato dal grido dei gabbiani.

...STESSA SPIAGGIA, STESSO MARE... di Mariangela Pede, Cellino San Marco, (BR)


Lendinuso ha sempre rappresentato il mio rifugio, il mio posto ideale dove avrei
vissuto non due, ma dodici mesi l’anno. Ho trascorso qui tutta la mia adolescenza e
parte della mia giovinezza; ha segnato tappe importanti della mia vita, mi ha vista
protagonista di parecchi episodi. Poi, però, la vita ti conduce in vicoli stretti, senza
via di fuga, dove non puoi tornare indietro, ma sei costretto a seguire una determinata
rotta, che non ti saresti mai aspettato di seguire. Quante emozioni su questa spiaggia,
ricordi stampati sulla pelle. Profumo di mare e di momenti indelebili.
- Nonna, nonna...
Michele mi tirava per il braccio e mi conduceva dove sua madre stava piantando
l’ombrellone. Per alcuni istanti mi ero soffermata  a guardare il mare, a respirare
quella salsedine che mi mancava e chissà cosa avrei fatto pur di respirarla negli anni
passati.
- Nonna, perché ti sei fermata? La sabbia scotta già… ;) Dai su togliti i vestiti
come ho fatto io e andiamo a farci il bagno. Dai dai… ;)
Il suo sorriso mi faceva impazzire, mi metteva un’allegria che difficilmente si può
spiegare a parole. E, solo per un attimo, ho dimenticato tutto e mi son tolta i vestiti, in
procinto di prendere il bel caldo sole di inizio luglio. Da un paio di anni a questa
parte è sempre così: ogni volta che metto piede su  questa bellissima e semplice
spiaggia, vengo avvolta dai ricordi, e, improvvisamente, un sorriso si colora sul mio
viso.
- Michele, lo sai che la nonna non può farsi sempre il bagno. Tu vai in acqua, ti
aspetterò qui, così quando tornerai giocheremo un po’, ok?
- Ok, va bene nonna. Mamma vado a farmi il bagno, vieni subito!
- Si vai pure Michele, ma non allontanarti dalla riva. Ora arrivo.
Francesca, mia nuora, una donna unica, una donna tale e quale a me; mi amava da
impazzire, sapeva capire quando stavo mentendo e quando no, quando c’era qualcosa
che non andava. Ed infatti subito dopo aver risposto a suo figlio, volgendosi a me
soggiunse:
- Mamma, che ti prende? Ti vedo cupa… a cosa pensi?
- Mah… niente di che… alla mia giovinezza… sai che ho trascorso qui alcuni
anni della mia vita…- Si lo so… vado a fare il bagno con Michele, appena torno mi racconti. ;)
E con un sorriso si dirigeva verso l’acqua; sapeva benissimo che al suo ritorno io non
avrei più parlato della mia vita, né tantomeno di ciò che stava riaffiorando nella mia
mente. Sdraiandomi sull’asciugamano steso pocanzi sulla sabbia, iniziai a prendere
un po’ di sole.
Il richiamo di Michele unito ad una spruzzata di acqua sul mio corpo, mi hanno
svegliata. Non che stessi dormendo, ma quel sole caldo e quel frastuono di gente, mi
avevano messo una tranquillità tale che stavo per prender sonno. Ovviamente non
potevo sottrarmi alla promessa fatta prima al bambino; e così, mentre lui iniziava a
scavare un pozzo, suo fratello minore, Davide, iniziava a costruire, tutt’intorno al
pozzo, delle belle mura di un castello. Il castello non c’era, vi era solo un pozzo, ma
la fantasia dei bambini supera ogni barriera, perché, nelle loro menti, il castello era
rappresentato da loro due, dalla loro madre e da me.
Francesca prendeva il sole, mentre io ed i bambini  giocavamo sulla sabbia. Ad un
certo punto si avvicina incuriosito un bambino, ad  occhio e croce aveva l’età di
Michele. Io lo invito ad aiutarci a costruire le mura del castello, ma nel momento in
cui lo sto invitando  ad aiutarci, si avvicina la madre e lo porta via, rimproverandolo
per essersi allontanato senza il suo consenso. Resto ammutolita, ma è pur sempre una
madre, giustamente, preoccupata. Ripensando al bambino, mi tornano in mente i suoi
occhi, e tutto il suo viso. Era molto familiare. Poco dopo il bambino ritorna, questa
volta accompagnato dal nonno. Ed è quando vedo il nonno che capisco tutto, ed
istintivamente esclamo:
- Michele!
Ed in men che non si dica, tre uomini mi guardano:  mio nipote, il bambino
sconosciuto e quell’anziano signore. Io inizio a ridere divertita, quell’Arcangelo ci
stava unendo nuovamente, come aveva fatto tanti e tanti anni prima su quella
spiaggia. Lui non stava capendo nulla, era un uomo, e gli uomini si sa, neppure se
una cosa gli viene spiegata la capiscono! Figuriamoci non spiegata… La mia
intuizione si era rivelata fondata e giusta. Ci avevo azzeccato alla grande, e me la
ridevo divertita. I bambini tornano a giocare, fanno amicizia e si divertono con poco.
Lui invece inizia a fissarmi, ed io distolgo il suo sguardo guardando il mare. Ridendo
e giocando, i miei nipoti e quel bambino col quale  hanno subito fatto amicizia, si
spostano sul bagnasciuga per inventarsi una nuova storia, per fantasticare e per
abbronzarsi, a loro insaputa. Lui, così, si avvicina incuriosito a me. Ma prima di
iniziare a parlare, continua a studiarmi. Col piede gioca sulla sabbia, poi guarda i
bambini, poi si rigira verso di me. Io, divertita,  continuavo a guardare il mare,
guardavo anch’io i bambini, e ricordavo quell’estati trascorse a rincorrerlo con lo
sguardo, a capire la sua vita piena sempre di donne, ad ammirarlo, a soffrire perché
ero l’unica donna in quella spiaggia che lui non vedeva e non guardava.
Ad un certo punto, attacca bottone brutalmente, facendomi sussultare:
- Ti ricordi di me?
Stupida domanda, quasi scontata di un uomo. Se non mi fossi ricordata di te, ti avrei
chiamato per nome? Ma ricordiamoci che è pur sempre un uomo, e, non sapendo che
dire, (perché anche lui iniziava a ricordare tutto), ha detto la prima cosa banale che gli
è venuta in mente.
- Si, certo che mi ricordo di te! Come potrei non farlo, hai segnato la mia vita, le
mie estati…
Lui scoppia in una fragorosa risata. Ovviamente non vi era nulla da ridere, ma non
sapendo che dire, rise. In realtà, la sua risata era giustificata, e per capirlo dobbiamo
fare un salto indietro, e ritornare a quella famosa estate dove tutto ebbe inizio.
Ferragosto. Ore 12 circa. Il sole picchiava assai.  Si stava benissimo in acqua, in
spiaggia l’aria era irrespirabile. In acqua, però, c’erano centinaia di persone, donne,
uomini, bambini che giocavano, ragazzi che facevano tuffi, ragazze che giocavano
con la palla. Non si riusciva a stare tranquilli da nessuna parte. Ma, in fondo, era il 15
agosto, il picco dell’estate, uno degli ultimi giorni per parecchia gente, quindi, come
si dice dalle mie parti “oggi oggi, tanto poi domani tutti lavoreranno”. In questo gran
caos, mentre ero con due mie amiche in acqua, ad un certo punto sento qualcosa sulle
gambe: pensando fosse un pesce, istintivamente mi metto a galla e sollevo le gambe
dal fondale marino. Ma, perdendo l’equilibrio, bevo e d’istinto, riappoggio le gambe
a  terra. Tossendo un po’ per l’acqua bevuta, mi ritrovo accanto un ragazzo che mi
dice:
- Tutto bene? Non volevo farti spaventare. Scusami tanto. Stavo facendo una
gara di nuovo con un mio amico.
Un po’ arrabbiata gli rispondo:
- Ma ti sembra la giornata adatta per fare una gara di nuoto? Non vedi quanta
gente c’è?
- Si si, scusami ancora…
E va via. Io e le mie amiche scoppiamo a ridere per l’accaduto, ed inizio a non
perderlo di vista. Lo osservo, lo ammiro. Era bellissimo. Moro, mediterraneo,
carnagione scura, occhi verde scuro, uno sguardo che faceva impazzire, ed un sorriso
che illuminava anche la più triste giornata. Caspita, rivoglio uno spavento peggio del
precedente! Ma non ci fu.
I giorni trascorrevano ed io continuavo ad ammirarlo. Era fidanzato, o almeno così mi
sembrava. Aveva, comunque, una ragazza che gli girava attorno. Lui non mi notava
mai. Quasi fossi trasparente. Quell’estate terminò  così, col ricordo dei suoi occhi e
del suo sorriso.
Le successive estati trascorsero come da copione, sin quando, una notte di San
Lorenzo, sempre sulla solita spiaggia, avvenne che i suoi occhi incrociarono i miei e
fu lì che scattò la scintilla: lui prese ad avvicinarsi a me e a non mollarmi più. In
quell’estate non esisteva più nessuna ragazza per lui, ma vi ero solo io, finalmente.
Una frequentazione durata pochi mesi, ma molto intensa, di quelle che ti segnano per
l’eternità, quelle che vorresti rivivere sempre, quelle che non ti lasciano né ferite e né
cicatrici una volta che finiscono, ma ti stampano un sorriso in faccia ogni volta che
pensi a lui. Né una lacrima né un rimpianto e/o rimorso, ma tanta allegria per il
traguardo raggiunto: far innamorare, anche solo per poco tempo, il ragazzo per il
quale ti batteva forte il cuore ogni volta che veniva, anche per sbaglio, pronunciato il
suo nome.
Non sapevo, però, che, in quei mesi in cui sognavo ad occhi aperti, lui era fidanzato,
sempre con la tipa dell’estate in cui lo conobbi.
- Vedo che i nostri nipoti hanno gli stessi nomi: il mio ha preso da me, ed il tuo?
- Il mio ha preso dal mio consuocero, il padre di mia nuora, scomparso
prematuramente…
- Capisco… comunque, se ti interessa, insomma se ti fa piacere…
- Dimmi…
- Sono vedovo da anni… :D
Risata di entrambi. Come si sa, il lupo cambia il pelo, ma non il vizio! Ed un dolce
sguardo ci avvolse risvegliando dolci emozioni mai tramontate.

ONDE di Carlotta Servidei, Roma


Il vento le alzava i capelli allungandoli nell’aria, dorati  come
raggi di sole. Lei proiettava il suo sguardo sfavillante dritto
sulle onde che si infrangevano lontano dalla riva. Lui era in
mezzo a molti altri ma lei l’avrebbe sempre riconosciuto e  non
l’avrebbe perso di vista. Lui, sdraiato sulla tavola rigida,
pennellata di colori, incisa da figure tribali e serpeggianti. I
capelli scuri legati, gli occhi verdi come il fondale di alghe e
pesci, le braccia robuste a fendere l’acqua agitata.
Nel caldo estivo, le acque brontolavano con risucchi e fragori. La
sabbia,  candida come granelli di neve, era il letto morbido sul
quale il mare veniva a riposare pochi secondi prima di rilanciarsi
nel suo primitivo furore. Lui scavalcava i flutti con la sola
forza delle braccia, si spingeva avanti sorvolando le correnti.
Qualche occhiata agli altri e l’attesa dell’onda…
Sdraiato sulla tavola, la vita sospesa, tesa all’orizzonte.
Lo sciabordio dell’acqua sul surf, la potente presenza del mare
fremente.
Il cuore di lei pulsava, ticchettando con quello di lui. Le mani
incrociate sulle ginocchia, i relitti di conchiglie, i vapori
salini  che le penetravano, intensi, nelle narici. L’attesa era
dolce, carica di promesse  eteree. Il cielo muto ed impenetrabile
mischiava il suo opaco azzurro con quello delle acque giocando con
i riflessi del sole ormai morente. Lei si scosse in un sussulto
impercettibile. L’onda si stava arcuando  lievemente, sempre più.
Lui si  lanciò con decisione, spingendosi con le braccia in un
movimento  ritmico, carico di energia. La cresta si alzava e lui,
con uno scatto sicuro, balzò in piedi sulla tavola allargando un
poco le braccia rigide. La tavola rimase sospesa un attimo e poi
precipitò giù insieme alla valanga di mare schiumoso. Lui solcava
le acque lasciandosi dietro una scia lucente. Il respiro di lei
era fermo nella sua gola. Lui assecondava i fluidi capricci del
mare scivolando su di esso, piegava le ginocchia, girava la
tavola, tagliava le ondate che si susseguivano. Lei sorrideva, 2
pervasa fin nel midollo da un amore  sgargiante. Quando lui
scomparve nel tunnel d’acqua che schiumava bianco come una nuvola
gigantesca, lei chiuse gli occhi e l’ebbrezza che lui provava la
raggiunse scendendole nel petto e travolgendolo di estatico
piacere.
Il mare vibrava dentro di lei come uno strumento divino. Il mare
le scorreva nelle vene come sangue salmastro. Si sentiva parte di
esso in un modo naturale e unico.
Lui uscì dall’acqua mentre goccioline brillanti colavano dai suoi
capelli arricciati. I loro occhi erano specchi di sorrisi e,
quando le loro labbra si sfiorarono, una scintilla si accese nei
loro cuori. Si voltarono verso il mare, tenendosi per mano. Esso
mormorava placidamente, gorgogliante di vita. Si avviarono per il
sentiero tra le palme, i loro passi in sincronia, la tenera notte
nei loro pensieri e un altro domani semplice e perfetto ad
attenderli.

martedì 29 maggio 2012

TI RACCONTO IL MARE di Genovese Lorenzo, Torino


Mi trovavo a sonnecchiare sul divano di casa, era un soleggiato pomeriggio di luglio, la luce filtrava tra le
persiane semi abbassate del salone e intorno a me tutta la casa dava l’impressione di riposare, i colori caldi
che mi circondavano e il rumore degli spruzzatori d’acqua  immersi nel verde del  giardino suscitavano una
profonda pace.
Sarei potuto uscire se avessi voluto,  la giornata era stupenda e Daniel era fuori che scorrazzava con la sua
nuova  bicicletta ormai da un po’. Gliel’aveva regalata sua zia, quella che viveva ormai da anni  tra le
affascinanti vette dei monti Kajak,  “la mia seconda mamma” l’apostrofava sempre Giorgio e nonostante
non si vedessero spesso, tutti conoscevamo l'affetto che li univa.  Ora che ci penso, l’ho sempre sentita
chiamare così e credo sia proprio quello il suo vero nome: "la mia seconda mamma"
Venivamo qui tutti i week  end quando cominciava la “bella stagione”, non conosco bene il significato di
questo modo di dire “bella stagione” , fatto stà che da quando il sole si faceva caldo fino ai primi venti di
pioggia tutta la famiglia ogni  fine settimana si trasferiva tra il verde delle valli di Sanzo. Il giardino circonda
tutta la casa , è decorato da piccole aiuole colorate di profumatissimi fiori; e' Mary che se ne occupa. Io
quando ancora ero un cucciolo adoravo scorazzarci dentro non curante dei vigorosi rimproveri che mi
spettavano non appena lei o Giorgio se ne accorgevano….
Ho sempre adorato venire qui, viaggiare con l’auto di Giorgio mi da la possibilità di vedere il mondo fuori
dal finestrino senza correre alcun rischio, i  colori mi hanno sempre affascinato, si passa dal grigio della città
al verde dei campi, dal giallo delle balle di fieno ai coloratissimi fiori di campagna, tutto quanto racchiuso
nel bianco e  azzurro del cielo.
Non sono mai stato un tipo particolarmente coraggioso, ho sempre preferito osservare piuttosto che agire ma
come dice Giorgio “so il fatto mio” e quando qualcuno mi critica per la mia apparente sedentarietà lui
puntualmente  tira  fuori la storia di  quella volta che Daniel mentre mi portava a spasso, scivolò in un dirupo
ed io abbaiai talmente  forte  che in pochi minuti arrivarono i soccorsi a salvarci. Beh io stavo bene certo,
però Danny nella caduta si ruppe una gamba  e quando lo riportarono sù ammaccato ma salvo,  io divenni
l’eroe della famiglia...
“Coraaaallll, Coraaaaalllllll, Coraaaaaaalllllllll” d’un tratto sentii urlare dal giardino. Proprio mentre le mie
stanche palpebre si stavano chiudendo, era  arrivato il momento di sradicarmi dal divano e uscire; anche se
in fondo non mi  sarebbe dispiaciuto riposare un altro po’. Avanzai per tutto il salotto fino ad arrivare alla
porta che dava sul giardino, c’era un passaggio  creato apposta per me, anche se feci comunque fatica ad
uscire. Negli ultimi anni avevo preso qualche kilo e quel passaggio ormai mi andava  un po'stretto.
Quando fui fuori sentii subito l’odore dell’erba fresca e la sensazione di calpestare quel  magnifico prato
verde era  piacevolissima, non ho un andatura particolarmente elegante ed agile ma il mio colore marrone a
chiazze nere mi danno un'aria d’autorevolezza, o almeno così dice Mary. Lei e Giorgio sono sposati ormai
da diverso tempo e all’inizio quando arrivò Danny, io fui subito un po’ geloso ma non ci misi troppo tempo
a ricambiare l’affetto che invece  lui provava  per me.
Mary era seduta per terra, sull’erba, lei è così, un po’ distratta e sempre con la testa  tra le nuvole, ma
Giorgio ed io adoriamo questo suo modo di essere, semplice e genuino. Mi resi subito conto della sua intenzione di giocare con me, nascondeva dietro la schiena il braccio sinistro e quando faceva così voleva
significare solo una cosa: giocare con la palla! Lei la lanciava ed io dovevo riportargliela indietro…non
capisco bene perché agli umani piaccia così tanto questo gioco, per quello che mi riguarda Mary è  felice
quando lo facciamo e poi mi riempie di baci e carezze ogni volta che le riporto la pallina indietro quindi,
tutti buoni motivi per smorzare la mia proverbiale pigrizia e  buttarmi a capofitto nel gioco.
Le ore passano in fretta quando ci si diverte e a poco a poco il sole stava scendendo dietro le morbide colline
all’orizzonte.
Era un’esplosione di colori fantastica, tutte le tonalità del giallo e dell’arancio erano proprio lì  davanti ai
nostri occhi ed  io ne rimanevo sempre incantato, restavo immobile ad ammirare quello spettacolo fino a che
il sole non calava del tutto dietro la valle.
“Coraaaalll Cooooraaaallll su vieni dentro daiiiiiii!!!” era sempre Mary che mi chiamava per la cena.
Fu proprio durante quella sera che Giorgio ci diede la notizia che, col senno di poi, cambiò in qualche modo
la vita di tutti noi.
La cara vecchia zia ci aveva abbandonato e non avendo altri eredi al di fuori di Giorgio la sua eredità venne
divisa in due parti, la casa dove viveva e tutto il suo denaro andarono  in beneficenza al dannato gattile di
Moncalvo dove lei amava fare la volontaria, mentre la casa al mare fu ereditata da noi.
A dire il vero la cara vecchia zia non ci aveva mai parlato di questa casa al mare, nessuno era a conoscenza
di dove fosse e del perché l'aveva tenuta  nascosta per tutto questo tempo, fatto stà che improvvisamente ne
eravamo i  proprietari. Non  avevo mai visto il mare prima, o comunque non avevo  memoria di esso, se non
in quei documentari in televisione dove si vedono sempre tutti quei coloratissimi pesci che lo popolano.
L’idea di trovarmelo di fronte per la prima volta creava in me un mix di paura ed eccitazione, ero curioso ma
diffidente di una cosa così immensa che mi era del tutto estranea.
Siccome nessuno di noi era  amante del mare, subito Giorgio ebbe  l’idea di metterla in vendita senza
neanche interessarsi molto all’affare. In quel momento però tuonò Danny, anche lui non aveva mai visto il
mare e come ogni bambino, ops!  ragazzino della sua età era eccitatissimo all’idea di fare tutti quei giochi da
spiaggia, di farsi il bagno e divertirsi a correre sul bagnasciuga proprio come gli raccontavano i compagni di
scuola al ritorno dalle vacanze estive.”E daaaai papà ci andiamo, daaai per favore ci andiamo??? Daaai ci
andiamoooo??”Quando Danny ci si metteva ti prendeva per sfinimento, però bisogna dire che la cosa
funzionò, perché fu cosi che Giorgio si fece convincere.
In fondo  un week end al mare  non avrebbe certo fatto male a nessuno, pensava...
Qualche giorno più tardi Giorgio incontrò l'avvocato della zia, lo stesso che aveva telefonato la settimana
precedente e che ci aveva avvisato della brutta notizia. Gli diede le chiavi della casa e gli svelò il luogo in
cui si trovava: "Santa Maria di Leucis in regione Salentis" disse, sarebbe stata a circa quattro ore di auto da
casa nostra, o comunque così proferiva l'avvocato.
L'idea era quella approfittare di qualche giorno di vacanza la settimana seguente e di partire tutti insieme alla
volta di S.Maria. Per tutti i giorni che precedettero la partenza Giorgio fu stranamente irrequieto e nervoso, proprio lui che
non si agitava mai e che riusciva sempre ad avere un atteggiamento cauto e distaccato in ogni situazione. La
cosa in famiglia passò' abbastanza inosservata per tutti  tranne che per me.
Finalmente arrivò il giorno della partenza, Danny ed io eravamo a dir poco entusiasti, Giorgio
apparentemente sembrava tornato in sè, mentre Mary a metà viaggio si accorse di essersi dimenticata il
sacchetto del pranzo sopra il tavolo della cucina. Non era una novità, ogni viaggio con lei era così, si
scordava sempre qualcosa, una volta complice anche l'assenza di Giorgio si dimenticò addirittura Denny a
casa, solo dopo svariati tentativi nell'attirare la sua attenzione verso di me, si voltò per guardare il sedile
posteriore dell'auto e si accorse che ero da solo, a quel punto mi fissò in una maschera di terrore e mi chiese
"Coral, dov'è Danny?? te lo sarai mica mangiato???!!" Fortunatamente Danny stava ancora sotto le coperte
nel mondo dei sogni e quando tornammo in dietro  a prenderlo stava ancora dormendo.
Ci fermammo quindi per un pranzo veloce in uno di quei chioschi che si trovano in prossimità delle strade di
mare ma  ripartimmo velocemente. Non passò troppo tempo che incominciammo a intravedere l'oceano. Era
enorme fu la prima cosa che pensai. Mi resi conto che  più distava dalla riva e più le tonalità di blu si
facevano scure. Non avevo mai visto niente del genere.
Arrivati in Santa Maria non fu semplice trovare la casa, Ci fermammo più volte a chiedere indicazioni ma
sembrava che nessuno conoscesse Via delle Primule 19. Dopo svariati tentativi imboccammo una stradina
sterrata dove evidentemente nessuno passava mai e dopo aver attraversato qualche chilometro in mezzo alla
pineta arrivammo finalmente a destinazione.
Si presentò davanti a noi uno spettacolo davvero suggestivo, la casa era piccolina ma graziosa e  poi si
trovava proprio di fronte ad una spiaggetta privata. Sembrava che in quell'angolo di terra il tempo si fosse
fermato.
Giorgio si avviò all'ingresso e aprì la porta di casa, all'interno era tutto incredibilmente in ordine, ci
trovammo subito in un modesto salotto con un grosso e antico armadio polveroso che ricopriva per intero
tutta  la parete, davanti ad esso  erano posizionati un piccolo divano e due poltroncine, mentre la tv ancora in
bianco e nero era poggiata su una mobiletto di fronte. Nell’altra stanza c'era una piccola cucina mentre al
piano di sopra erano sistemate due camere da letto e il bagno.
Giorgio e Mary si rimboccarono le maniche e a fine serata la casa  brillava come uno specchio, loro due poi
si sistemarono nella camera più grande mentre Danny e io dormimmo nell'altra.
Il mattino seguente ci alzammo presto e dopo colazione corremmo subito in spiaggia, c’era un bel sole caldo
che ci aspettava e noi iniziammo a perlustrare la zona. Mentre camminavamo lungo il  bagnasciuga vidi a
non più di cento passi da noi qualcosa che ondeggiava al ritmo lento delle onde, richiamai l’attenzione di
Danny che mi seguì incuriosito; con nostro grande stupore trovammo una piccola imbarcazione di legno, era
attraccata con una vecchia cima ad un piccolo albero poco distante dalla riva, dava l’idea di essere
abbandonata, ma nonostante questo sembrava ancora del tutto agibile. Salimmo dentro e trovammo un
salvagente sgonfio, un solo remo e delle bottiglie di vino vuote ma nulla più. La cosa mi incuriosiva parecchio: chi aveva portato lì quella barchetta? Per gli abitanti del paese quel posto era semi sconosciuto e
poi la casa era abbandonata ormai da anni.
Dovevo scoprire cosa c’era sotto.
La sera dopo cena  salimmo subito in cameretta, Danny aveva voglia di giocare con la pallina e quando
quest'ultima dopo vari passaggi andò a finire sotto il letto, io notai un vecchio baule impolverato, con l'aiuto
di Danny lo tirammo fuori, all'interno erano sparse centinaia di fotografie in bianco e nero, la nostra
attenzione fu catturata da alcune  di esse  nelle quali era ritratto  un bambino che somigliava in modo
sorprendente a Danny, fu una scoperta incredibile ma non avemmo il tempo di approfondire  la questione
perché sentimmo i passi di Mary  che stava salendo per darci la buonanotte; così in fretta e furia riponemmo
il baule nuovamente sotto il letto. Il mattino seguente  dopo una veloce   colazione   andammo in spiaggia,
Danny si diresse subito verso la barchetta, salimmo nuovamente su di essa con l'intenzione di  giocare a fare
i marinai, ma in un attimo la vecchia corda che teneva legata la barca all'albero si spezzò e in men che non si
dica ci trovammo in balia delle onde.
Mary, che intanto era salita in camera nostra per rifare i letti si accorse del baule, anche lei incuriosita
sbirciò all'interno e non poté non accorgersi della somiglianza che notammo noi la sera precedente: quel
bambino era identico a Danny!!
Mary chiese subito spiegazioni a Giorgio che dirigendosi verso la finestra della camera si comportava come
se stesse nascondendo qualcosa, rimase qualche istante in silenzio ma con lo sguardo perso nel profondo blu
del mare come a volergli chiedere supporto; d'un tratto però gli si gelarono le vene. ”Dov'è la barca??!!
Dov'è Danny??!!”. In un batter d'occhio i due si trovarono sull'uscio della porta e subito iniziarono a cercarci
per tutta la spiaggia, ma noi ormai eravamo a un centinaio di metri dalla costa su una vecchia barca e
assolutamente incapaci di tornare a riva.
Il cielo si stava annuvolando, il vento soffiava forte e le prime gocce d'acqua mi bagnarono il muso.
Giorgio e Mary nel frattempo erano arrivati al porticciolo del paese, c'era solo un marinaio che stava tirando
sù le reti da una piccola barchetta, Giorgio gli spiegò la situazione e in un baleno i tre presero la barca e
vennero a cercarci.
La pioggia aumentò la sua intensità e Danny in preda alla paura fece un movimento brusco e cadde in acqua,
urlava come un forsennato, non sapeva nuotare e si dimenava in preda al panico, stava affogando.
Mi tuffai senza pensarci un attimo di più e con i denti lo presi per la maglietta  proprio un istante prima che
andasse a fondo, lo feci salire sulla mia schiena ma la barca in balia della corrente  era troppo lontana ormai,
mi guardai attorno e mi accorsi di una fioca luce lontana in mezzo a quell'oceano nero. Abbaiai come mai
nella vita per catturare l'attenzione di quella presunta  imbarcazione, ma purtroppo nessuno sembrava
accorgersene. Faceva freddo, ero stanco e le forze mi stavano abbandonando.
Giorgio intanto  non staccava gli occhi dall'acqua quando a un certo punto  riconobbe la nostra barchetta , si
avvicinarono velocemente ad essa  ma fu una terrificante sorpresa scoprire che all'interno non c'era nessuno!
Abbaiai ancora più forte, forse mi avevano sentito perché la barca venne verso di noi, sempre pù
vicino...sempre più vicino....sempre più vicino.“Papà aiutami ti prego!!” Giorgio ci aveva trovati! tirò su Danny e poi me, eravamo salvi!! eravamo salvi!!
Mary abbracciò  Danny così forte che pensavo lo soffocasse.
Quando arrivammo a riva  Danny non aveva ancora finito di scusarsi per tutto quello che aveva combinato.
Tornammo a casa e Giorgio si sentì in obbligo di dare qualche spiegazione al resto della famiglia.
Le sorprese non erano finite; “Il ritratto del bambino che assomiglia a Danny sulle foto trovate nel baule  era
mio fratello!” tuonò Giorgio.
Incredibile!
Restammo tutti sbigottiti, nessuno ne sapeva niente.
“Sì, mia madre non morì in un incidente d'auto come vi ho sempre fatto credere,    ma disgraziatamente
durante il mio parto ci furono delle complicazioni e nonostante l'intervento dei medici non superò la notte.
Mio padre che all'epoca era un modesto pescatore  non si riprese più e dopo la tragedia trovò nell'alcool
l'unica effimera consolazione. Col passare degli anni la rabbia e il dolore si trasformarono in rancore  e odio
nei miei confronti; per lui e per mio fratello maggiore divenni il responsabile della scomparsa di nostra
madre, per anni fui costretto a  subire i maltrattamenti di entrambi senza una reale motivazione e senza poter
mai reagire perché come dicevano loro: era mia la colpa se la mamma era morta. Solo la zia, che dopo la
scomparsa della  sorella venne a vivere con noi, era l'unica che mi voleva veramente  bene.
Fu in una notte di agosto che mio padre, dopo essersi  nuovamente ubriacato, ebbe la malaugurata idea di
uscire in barca insieme a mio fratello, qualche ora dopo ci fu un forte temporale simile a quello di questa
sera e  il mattino seguente ritrovammo la barca arenata sulla spiaggia,  ma di loro due non vi era più traccia.
La zia per evitare ulteriori problemi alla nostra famiglia e per zittire il mormorio della gente che giorno dopo
giorno si faceva sempre più forte, decise di inscenare la loro partenza verso l'Australia. Inventò così la storia
che una parente lontano ci aveva lasciato una grossa somma  in eredità  da riscuotere sul posto e che quanto
prima anche io  e lei li avremmo raggiunti per ricominciare una nuova vita in quel lontano paese.
Ovviamente non andò così perché io e la zia si ci trasferimmo, ma sui monti Kajak, dove portammo con noi
il peso di questo segreto che fino ad oggi era rimasto inviolato”.
Seguirono attimi interminabili di silenzio, per tutti questi anni Giorgio non ne aveva mai parlato con
nessuno, finalmente poté liberarsi di questo enorme peso sul cuore. Mary senza dire niente ma con le
lacrime agli occhi gli si avvicinò e  i due si strinsero in un abbraccio che non aveva bisogno di altre
spiegazioni perché in quel gesto era racchiuso tutto il loro amore.
Da allora è trascorso quasi un anno,  Giorgio non se l'è sentita di abbandonare nuovamente questa casa. Il
fato l'ha fatto tornare per fargli fare i conti con il proprio passato, ed ora vuole ricominciare a vivere il mare
e, come lui, Danny che ormai ha imparato a nuotare meglio di un delfino e Mary che è diventata un'amante
della tintarella solare.
Per quanto riguarda me invece sono sempre  l'unico e insostituibile cane di famiglia e l'idea di passare le
vacanze estive qui non mi dispiace affatto.
“Coraaaalllll,Corrraaaaaallll è pronta la cena dai muoviti vieni dentro!!!”
Huff!! Huff!!

venerdì 25 maggio 2012

ONDA NUOVA di Matteo Morsetti, Valenza (AL)


Vi racconto il mare che ho visto riaffiorare nei suoi occhi, quel giorno. Era settembre, un pomeriggio in cui il
sole si faceva vanto dei suoi raggi ancora caldi. C’era anche un pizzico di vento timido e curioso insieme, che
non sapeva che farsene di tutta quella spiaggia. E poi c’eravamo io e lei.  Può sembrare assurdo ma andò così:
che dopo qualche bacio al volo lei mi ha guardato e mi ha detto che lo stava aspettando, che era già lì dentro,
nel suo nuovo mare, un bimbo. E che forse era il momento giusto, anzi il più giusto, ora che noi eravamo
tornati ad essere noi, dopo la tormenta estiva che ci aveva fatto volare come foglie. Ora che avevamo di nuovo la nostra vita tra le mani, dicevano i suoi occhi castani, ora era il momento più giusto. In fondo ci
conoscevamo da quasi 7 anni, eravamo stati amanti per due e fidanzatissimi per cinque.  –Lo voglio tenere-
mi disse con la semplicità con cui un’onda si mangia e torna ad infrangersi sul bagnasciuga. Così me lo disse,
Annalisa, che aspettavamo un bambino: davanti al mare. Io ero diventato piccolo come un granello di sabbia
ad una notizia tanto grande ed il mio volto probabilmente tradiva un’emozione di paura perché lei mi chiese:
-Cosa c’è che non va?- ma non poteva ancora sapere che la mia era gioia pura, disciolta come sale nelle vene.
La baciai e le tolsi ogni dubbio e lei lo tolse a me, e fu da quel preciso momento che iniziammo a pensare
soltanto a noi due che diventavamo tre. Dopo la tempesta. Dopo che lei mi aveva urlato addosso le sue
preghiere di restare, quando io di restare non ne avevo assolutamente voglia e forse nemmeno il coraggio.  Era giugno e il caldo era insopportabile. Me ne andai sbattendo forte la porta di casa nostra, poi presi la macchina e andai dai miei in pianura, giusto per macinare chilometri di asfalto. Lei non mi aveva in realtà fermato, mi aveva lasciato proseguire sulla strada che ci portava verso direzioni opposte senza muovere un muscolo, nemmeno un tessuto, niente. Avevo scoperto che lei mi aveva tradito. Avevo letto degli sms, delle puttanate così ed ero fuggito. Perché non avevo il coraggio di essere messo all’angolo, di essere abbandonato.
Allora era più facile abbandonarsi da soli, e come finiva, finiva. Erano stati giorni così, in cui il mare era lontano dal mio cuore, giorni in cui tutto ciò in cui avevo sempre creduto si era arenato nel deserto e lei chissà che faceva, lei chissà se era tornata da lui.
Vi racconto il mare che ho cercato di recuperare, quel luglio terribile. Quando lei mi rifiutava ed io le
vomitavo addosso il mio terrore di perderla sul più bello, ora che abitavamo finalmente insieme, ora che il
nostro amore aveva finalmente un ingresso, delle tende color crema e qualche soprammobile orientale che a
noi piaceva tanto. Proprio ora che tutto era diventato tangibile, la bellezza aveva lasciato spazio all’esitazione.
Lei ci era andata a letto non più di due volte, col suo collega: me lo aveva giurato. Ed io non le credevo e lei
non mi lasciava spazio di crederle ed era colpa sua ed era colpa mia e non era colpa di nessuno ed era colpa di tutti e due.
Mi volevo avvicinare ancora alla sua bocca, quell’estate, in quel giorno maledetto, ma lei mi
guardava con occhi che non erano più del suo colore, lei mi stava sfuggendo dalle dita e sembrava che non si
opponesse nemmeno. I giorni dell’abbandono sono terribili, neanche il mare sa spiegarli. Lui che sa ogni cosa,
lui che però mi guardava e non poteva che compatirmi in silenzio, con il fruscio delle cose non dette e
l’azzurro dell’estate che moriva.
Vi racconto il suo viso. Lei era bella di sole sin dal primo giorno in cui la conobbi, quando la sua frangia
castana lasciava il posto alla pelle della fronte più meravigliosa, e poi giù fino al naso sottile e quelle labbra che
mi cercavano dal primo istante. Annalisa. Che schiude gli occhi, quando si sveglia, cercando le carezze che
non le ho mai negato. Che si accuccia accanto a me sul divano quando guardo la Champions e lei si mostra
interessata  come una piuma alla guerra. Che mi ha detto, in Agosto, -Torna da me- ed io non ho fatto altro
che tornare e tacere, perché quando anche il mare non sa cosa dire, significa che non c’è bisogno di
spiegazioni, ma basta immergersi in una nuova felicità da raggiungere come boa in mezzo all’oceano.
Ho superato quell’oceano e ci siamo amati e abbiamo vinto.
-Lo voglio tenereE subito ricordo la notte in cui abbiamo guadagnato l’immortalità di nuova vita. Avevamo ordinato una pizza al volo: erano le dieci e mezza di sera e avevamo paura che il ragazzo delle consegne non trovasse la palazzina.
Abbiamo mangiato la pizza come fosse stata la cosa più buona del mondo, mangiando nello stesso tempo i
momenti persi che non avevamo vissuto insieme, in cui –distanti-  non avevamo potuto raccontarci le cose
che solitamente facevamo, tutte le nostre cavolate, le nuove pessime canzoni che la radio trasmetteva come hitestive oppure i film in uscita alla Mostra di Venezia. Ne parlavamo mangiando la pizza più buona della
galassia e ridevamo di noi e della nostra stupidità. La stavo perdonando, trovando in me stesso il coraggio di
chiudere fuori il passato dal presente, confinandolo in uno spazio di vuoto. Lei mi aveva tradito, ma ci
amavamo. Un tradimento non è mai più forte dell’amore. E il nostro amore lo trovavamo nelle immagine
riflesse dai nostri specchi e anche nei suoi aloni, lasciati lì da troppa non curanza. Anche quello era amore:
non solo l’immagine ma anche lo sbaglio che aveva oscurato tale incanto. Abbiamo fatto l’amore sul divano
come non lo facevamo da tempo, e mentre la sentivo mia, avevo la certezza consapevole che mia lo era sempre stata, perché un’onda che si allontana dal centro dell’oceano e si distrugge sulla riva, tornerà ad essere il centro e sarà sempre mare.
 Vi racconto l’oceano che sento muoversi sotto la sua pancia, ora che siamo a Natale e pian piano cresce,
cresce la consapevolezza come un’onda che si fa più forte con le nuove ansie che mi avvolgono sotto il
piumone quando sento i suoi piedi freddi in fondo al letto e ho paura di tutto. Il nostro amore è cambiato, è
diventato altra-cosa: ora il nostro amore ha un cuoricino che è un tamburo in piena notte ed è lungo qualche
centimetro. Il nostro amore è un maschietto e si chiamerà Flavio.
E’ bello sentire Annalisa, nel pieno di un gelido Febbraio, suonare il campanello e rispondere –Noi!- ed
ancora più bello è quando mi guarda a Marzo e sentendolo scalciare dice che mi sta salutando.  Perché
Maggio si avvicina e con una nuova estate arriverà anche l’onda più bella. E’ questa la vita, in fondo. Un mese
o una stagione non esiste di per sé stessa, esiste solo in relazione ad un disegno più grande, che ti mostra
magnificamente quanto stupidi siamo a lamentarci delle cose che ci fanno sul momento dannare, non
rendendoci conto che altro non sono che un preludio di un momento infinito, il primo tassello di un puzzle
definito e che ci appagherà come mai. L’estate scorsa avevo perso tutto solo per riguadagnare ogni cosa e
trovare soprattutto lui,quel fagotto di sogni che mi ride in faccia quando provo a cullarlo, che si addormenta
quando gli dico che ha gli occhi di sua madre. E’solo un’onda, questa vita, e con lei tutti i momenti che
sprechiamo a urlarle addosso il nostro rancore. Perché  basta un attimo e l’onda non c’è più, e poi torna e sarà sempre uguale, ma non sarà mai più la stessa.
Vi racconto il mare parlandovi dei loro occhi. Mi ci tuffo ed esplodo di sogni.
Fine

giovedì 24 maggio 2012

SOLITUDINE di Paolo Borsoni, Ancona


Davanti a Stig c’è il mare; alle spalle di Stig una casupola di pietre, una
volta abitata da una famiglia di contadini, in queste settimane solo da Stig; è
una casa isolata, lontana da tutte le altre costruzioni della baia, sono solo tre
stanze. Il pendio che scende verso la spiaggia, in parte sabbiosa, in parte
ricoperta di scogli, è un campo incolto di stoppie gialle, rami secchi, quattro
alberi di fico storti e alcuni ulivi agitati dal vento e ingrigiti di polvere.
Al centro della baia una boa fa da punto di riferimento ai nuotatori: chi parte
da riva si dirige verso la sfera arancione che spunta dall’acqua e quando la
raggiunge le gira attorno… oppure prosegue per qualche bracciata verso il
largo… finché si ferma… indeciso sul da farsi… quindi, senza alcuna
eccezione, fa il tragitto inverso per tornare a riva.
In questo momento due nuotatori stanno corrugando la lastra argentea del
mare con le loro linee affilate.
Dietro la sedia su cui si è piazzato Stig passa un gattino.
Al richiamo il micio si è fermato, guarda chi l’ha chiamato, tenta di decifrare
le possibilità offerte da quel tizio sulla sua sedia. Quindi, visto che a quanto
pare non c’è proprio nulla da guadagnare né da capire da chi continua a
modulare solo versi strambi con la bocca, riprende a caracollare lungo il
muro sventolando in alto la sua coda come uno stendardo di sfida.
Al largo sfreccia un motoscafo. Con una corda tira un canotto dove due
ragazzi e due ragazze strepitano trepidamente tra i sussulti e gli
sballottamenti tenendosi alle corde, ridono, gridano di gioia (e anche un po’
di paura) mentre vengono sbattuti su e giù a pelo d’acqua fra onde e spruzzi
a tutta velocità sulla superficie corrugata del mare.
Folate di vento fanno frusciare i rami del pino marittimo e dell’eucalipto tra i
quali Stig ha piazzato la sua sedia, è un vento fresco, a tratti forte che spira
in continuazione, fa risuonare come cornamuse cupe i tubi delle case sparse
nella campagna.
Le bandiere di un distributore di benzina sulla strada asfaltata lontana
sventolano frenetiche e il loro battito ritmato “tac tac tac” arriva giù giù fino
alla baia, alla casa di Stig.
Il silenzio freme del frinire delle cicale. A tratti echeggiano belati che
sembrano lamenti. Non c’è nessuno in giro. E una sensazione singolare
s’insinua nell’anima di Stig: d’immobilità silenziosa dell’anima.
Dal viottolo che sale tra i campi risuonano dei passi. Stig è contento
che arrivi qualcuno, ha voglia di vedere e sentire qualche essere umano a
poca distanza.
Ma i due gitanti appena si sono accorti che il sentiero che stavano
percorrendo conduceva solo a una casa isolata dove un tizio seduto su una
sedia li guardava con uno sguardo un po’ strano, si sono fermati… Con una
piroetta fanno dietrofront, tornano verso riva, alla spiaggia.
Non è timore quello che prova Stig a vivere isolato in mezzo alla campagna
in un’isola spersa in mezzo all’immensità del mare, tanto lontana dal
continente, nessuno in fondo lo sta minacciando, è come sentire che tutti gli
altri esseri umani siano troppo lontani, una solitudine che non nasce neppure
dal fatto di essere soli, ma da qualcosa che si è infisso in uno spigolo intimo.
Le cicale non si stancano di frinire. Un asino raglia e sembra un grido di
dolore. Dalla strada asfaltata arriva il rombo di una motoretta.
Tutti i rumori del mondo appaiono fuori luogo a Stig, solo il silenzio e il
frusciare lieve dei rami al vento si accordano alla sua disposizione d’animo.
Lo spazio attorno alla piccola casa è delimitato sulla sinistra da un
fazzoletto di terra coltivato. Verso la baia si stende il vasto campo incolto con
i quattro ulivi e i fichi storti; al centro di questo terreno spunta una
costruzione bassa cilindrica di pietra, coperta da una lastra di ferro
arrugginito.
Ormai Stig ha imparato a conoscere i padroni dei due campi che confinano
con la sua abitazione. Il padrone del terreno coltivato una mattina all’alba,
invece di passare sul sentiero, ha attraversato direttamente in diagonale il
patio della casa di Stig per abbreviare il tragitto. «Kalimera!» ha salutato il
vecchio. Stig, che era già piazzato sul margine del patio davanti alla
immensità estatica del mare, è sobbalzato, non si era accorto di chi si
avvicinava senza fare rumore e gli camminava alle spalle a passo felpato.
Questo vecchio arriva sempre la mattina presto; lavora, zappa, continua
instancabile a curare il suo campo. Se ne va prima di mezzogiorno. Ritorna il
pomeriggio tardi quando lo sfolgorare del sole è meno rovente; indossa
calzoni con toppe, una camicia di tela ruvida; innaffia, sistema con dedizione
le sue piante. È stato lui per primo a salutare, ma ora Stig si premura di
rivolgere ogni volta il saluto appena si incontrano.
A Stig piacerebbe parlare con questo vecchio, conoscere la sua vita, la sua
storia, gli avvenimenti accaduti in quest’isola, le vicende della famiglia che ha
abitato per chissà quanto tempo la casa in mezzo alla baia in cui Stig ha
preso alloggio, ma non esistendo una lingua in comune i dialoghi si limitano a
ripetuti «Kalispera!», «Kalimera!» pronunciati con enfasi, con atteggiamenti
ed espressioni del viso diverse a seconda del tempo, dell’ora del giorno, delle
condizioni atmosferiche, con sguardi rivolti al cielo o al mare quasi a
esprimere significati che travalicano la semplice sequenza usuale di suoni.
Il padrone del grande campo incolto verso la spiaggia ha un’aria del
tutto diversa dal suo vicino: è vestito sempre di bianco con ricercatezza,
porta occhiali dalla montatura massiccia, una catena argentea gli adorna il
collo, ha un grande panzone simile a un barilotto che gli sporge sopra la
cintura dei pantaloni sotto la camicia candida stirata alla perfezione.
Messi a confronto i due anziani, da come sono vestiti, sembrano l’uno il
padrone vero, l’altro un dimesso lavorante al suo servizio.
«Kalimera!» ha esclamato Stig quando ha visto passare per la prima volta sul
viottolo davanti al patio il possidente agghindato come un armatore.
Al saluto il panzone si è fermato. Ha girato con lentezza il capo verso il punto
da dove proveniva la voce; il suo viso esprimeva sorpresa per il fatto che
qualcuno gli avesse rivolto la parola senza preavviso e senza permesso. Da
quello sguardo, da quell’espressione traspariva anche sconcerto per la novità
che fosse stata di nuovo riaperta la casa in mezzo alla baia, ormai rimasta
senza abitanti per tanto tempo, una casa a cui era legata chissà quale storia
di persone del luogo che ci avevano vissuto per decenni con fortune, gioie,
amarezze, traversie.
«Yasas!» ha grugnito cupamente l’anziano riprendendo a camminare con gli
occhi rivolti al suolo, caracollando da una gamba all’altra con le mani
intrecciate dietro la schiena.
Questo signore non ha orari: a volte è già nel suo terreno quando Stig apre
la porta la mattina presto, in certi giorni non si fa vedere.
I comportamenti del contadino del campo coltivato sono quanto di più
ragionevole uno possa attendersi: appena arriva va subito verso un capanno
di legno, prende una zappa, una cesoia, una vanga, e comincia a curare, a
potare con assiduità le sue aiuole, le sue piante. Alla fine della mattinata se
ne va con un sacchetto di plastica da cui spuntano cespi d’insalata, foglioline
di pomodori, frutta appena colta dagli alberi, che fa venire l’acquolina in
bocca a Stig.
I comportamenti del vecchio padrone vestito con eleganza invece sono
quanto di più sconcertante possa apparire agli occhi di Stig: s’aggira per ore
nel suo appezzamento di terra, va da una parte all’altra, da un muretto di
cinta a quello opposto, osserva, controlla, ispeziona. Di quando in quando si
ferma sul limite di un muretto, osserva la casa di Stig… guata il suo vicino
che lavora… La sua preoccupazione, la sua occupazione sembrano quelle di
controllare, di esaminare tutt’attorno.
“Forse il vecchio è così attento a quanto lo circonda e a quello che gli
appartiene ‒ pensa Stig, ‒ perché qualcuno gli ha rubato qualcosa da quel
campo oppure c’è un segreto che cova sotto la brace di immota tranquillità di
quest’isola, un’ostilità sottaciuta fra i due vecchi tanto diversi. Il panzuto
sembra ossessionato dall’assillo che nessuno gli rubi più nulla da quel campo,
dove in verità non c’è proprio niente da portare via perché a eccezione dei
quattro ulivi e degli alberi di fico storti in quel terreno ci sono solo polvere e
un pozzo disseccato, forse una volta l’unica fonte d’acqua della baia.
Il vecchio occhialuto vestito come un armatore sta attraversando anche ora
in diagonale il suo campo, si ferma davanti alla cisterna dismessa, solleva il
coperchio, guarda all’interno della costruzione cilindrica, continua a
esaminare.
“Chissà cosa cerca in quel buco? ‒ si chiede Stig. ‒ Chissà cosa sta guatando
in quel pozzo?”.
Il panzuto richiude il coperchio, cambia direzione, va verso il mare, verso la
spiaggia; dal margine del suo muretto osserva i bagnanti e le bagnanti. Poi
meditabondo, con chissà quali pensieri e visioni più stampate nella mente e
negli occhi, riprende il suo cammino a ritroso quasi a calcolare e ricalcolare
accuratamente il suo campo.
“Forse sta facendo dei rilevamenti! ‒ viene in mente a Stig. ‒ Magari sta
valutando qualche progetto da realizzare in quell’appezzamento di terra,
forse una rivendita di bibite per le turiste e i turisti stesi bocconi sulla riva del
mare, riarsi di sete, sfiancati dal sole!”.
Il panzuto sembra contare e ricontare a una a una le pietre dei suoi muri
come a sincerarsi che non succeda mai che ne manchi neppure una; si ferma
di nuovo in mezzo al campo, solleva il coperchio della cisterna, guarda giù in
fondo, nel buco.
“Che ci sia nascosto un tesoro in quella cisterna?!” si chiede tra sé con un
sorriso Stig. E il passare e ripassare monotono della figura del vecchio
davanti agli occhi fa venire in mente a Stig un metronomo che segni lo
scorrere di ogni giorno, di ogni attività sia quella produttiva sia quella senza
frutto.
Alle spalle di Stig sibila un fruscio: è il vecchio del piccolo campo coltivato
che ha preso a innaffiare le sue piante.
Il padrone del terreno incolto raccoglie fascine, le trasporta per vari metri, si
ferma… abbandona le fascine in un angolo.
Il vento disegna sul mare una linea d’onda che si spinge verso il largo.
I bagnanti e le bagnanti sulla riva scherzano, ridono, giocano, alzano spruzzi,
attraversano con leggerezza questa estate della loro vita. Le loro orme sulla
sabbia verranno cancellate dalla risacca e spariranno definitivamente - come
il loro ricordo, come se non ci fossero mai state - dopo le mareggiate
d’autunno.
A grande distanza lungo la strada asfaltata, un uomo, una donna e una
bambina camminano affiancati mano nella mano sotto il sole a picco.
“Chissà dove vanno con questo caldo?!” si sorprende Stig all’ombra del suo
pino marittimo e dell’eucalipto.
Un caprone bela. Una capretta gli risponde con una vocetta più acuta.
S’intromette subito nel dialogo fra i due adulti un agnellino con il suo
petulante "beeeeee".
Piazzato sulla sua sedia all’ombra, Stig continua a osservare, a lasciarsi
permeare e impressionare da quanto lo circonda come una pellicola di una
macchina fotografica, quasi a calcolare in una sequenza di istantanee il
trascorrere e il pulsare dentro la mente di una sensazione singolare: di
immobilità silenziosa dell’anima.
Il sole sta scivolando via, verso l’altra parte del mare, va a illuminare e
surriscaldare città di un continente tanto lontano quanto convulso e
brulicante di un’umanità che agli occhi di Stig appare estranea.
Sono le 19 e 30. Si sentono colpi ritmati sul terreno. È il vecchio del
campo coltivato che continua a zappare con vigore.
Sul sentiero di fronte alla casa sta arrivando proprio ora il padrone del campo
giallo di stoppie, vestito da armatore.
«Yasas!» esclama l’anziano, ma senza alzare lo sguardo da terra,
caracollando con le mani intrecciate dietro la schiena. Ha salutato con gli
occhi rivolti al suolo come se salutasse un sasso o un filo d’erba, un rospo o
una radice. con un tono di voce così autoritario, con il suo atteggiamento
risoluto sembra un comandante di una nave che saluti il suo equipaggio e
una sentinella sempre all’erta.
«Kalispera!» risponde Stig con un tono amichevole dalla sua postazione di
osservazione sul limitare del patio.
“Ha salutato per primo” si dice Stig. “Anche se non mi ha degnato di uno
sguardo la mia presenza è stata accettata, sono entrato a far parte anch’io
del paesaggio di quest’isola spersa in mezzo al mare”.
Il vecchio panzuto si ferma per riposarsi della camminata, si abbandona su
una pietra piatta del muretto che delimita il sentiero non lontano da Stig. Ma
non è con Stig che il vecchio vuole parlare, del resto sarebbe impossibile.
L’altro contadino interrompe subito il suo lavoro, posa la zappa, lascia la sua
occupazione indefessa, va incontro al suo vicino. E i due prendono a parlare
fitto fitto, intavolano una conversazione animata di cui Stig non capisce una
parola, ma di cui ascolta con attenzione l’intreccio delle frasi, l’intercalare
delle esclamazioni, il sovrapporsi di interventi dell’uno e dell’altro, con le
bocche che ripetutamente si aprono e si chiudono per replicare alle
espressioni del proprio interlocutore, quasi a modulare con concitazione i
messaggi che si susseguono e a sottolinearne l’importanza.
Dalla spiaggia erompe un grido: «Leave me! Leave me!»; e sembra davvero
che ci sia una ragazza minacciata da qualcuno da qualche parte. I due vecchi
si alzano di scatto; sono due uccelli appollaiati sui rami di un albero, l’uno
fianco all’altro, con occhi acuti stanno scrutando tutt’attorno quello che
accade.
Anche Stig ha rialzato lo sguardo dal libro, preoccupato per le grida …
Ma dopo un silenzio denso d’incertezza tutto si risolve nell’erompere di una
risata a cui segue una cascata di altre risate, di frizzi e di lazzi tra corse e
rincorse lungo la riva del mare con parole e strilli sul filo della lastra che
riflette a specchio lo sfolgorare del sole.
Sono le 20 e 30. L’ortolano se ne è già andato. Il padrone del campo
incolto si aggira ancora all’interno dei suoi muretti di cinta, non smette di
controllare i suoi ulivi, i suoi fichi rinsecchiti, si china, raccoglie fascine per
trascinarle da una parte all’altra, da un angolo a quello opposto… per poi fare
il tragitto inverso.
L’altro vecchio ha trasformato un piccolo appezzamento di terra in un
angolino del Giardino dell’Eden. Il padrone del terreno ricoperto di sterpi non
smette di aggirarsi fino a tardi senza pace, senza quiete tra gli arbusti e la
polvere della sua zolla riarsa. Anche ora si ferma in mezzo al suo campo e
appare l’essere più solo, più sperso di tutta la baia…
“Ecco ‒ pensa Stig ‒ io sono l’uno e l’altro: io sono più solo dell’essere
più solo che i miei occhi con ansietà stanno ora scrutando; il mio campo
rigoglioso è alle mie spalle, il mio terreno riarso io ce l’ho qui dentro al cuore,
il mio pozzo inaridito è un buco dentro l’anima”.
La notte scende di colpo e avvolge Stig e ogni cosa e ogni essere: la baia,
una casa, il patio, la sedia tra l’eucalipto e il pino marittimo, e un’isola
nell’immensità sterminata del mare.