martedì 17 aprile 2012

VITAMARE di Natalia Marraffini, Osnago (LC)


Sabbia tiepida sotto la schiena. Ammiro il cielo da questa riva ascoltando le onde
carezzare la spiaggia. Suono familiare. Lo stesso di quel giorno, su quegli scogli. Sale
sulle labbra e lui al mio fianco. Quanto lo desideravo. L'acqua rabbiosa si scagliava
contro le rocce, su quel tiepido ruggito il nostro primo bacio.
Il sole pigro mi scalda. Oggi, anni lontani da quegli scogli. Attendo. Le onde mormorano
la loro presenza e ogni tanto mi schizzano i piedi. Gocce gelide, puntini di luce sulla
pelle. Le stesse di quella sera, di ragazza e incoscienza. Un falò sulla spiaggia, gli amici
di sempre, un'alba d'argento ci invitava a vivere la notte. Alcuni di noi si spogliarono,
anche io con la mia folle amica Iv. Mano nella mano indossando solo indumenti intimi
corremmo sfrenate verso quell'orizzonte liquido. Lo stesso gelo che mi schizza ora mi
pervase. Le stesse gocce che adesso, forse, si prendono gioco della mia pazienza
apparente.
Quella sera, più tardi, accanto al fuoco incrociai per la prima volta il suo sguardo. Amico
di amici, disse Iv. Andrea, si presentò.
Il calore di quel falò, il brivido del primo incontro, il gelo di queste gocce. Immersa in un
passato stranamente presente fremo dentro. Sì, sono qui immobile. Eppure c'è qualcosa
che scalpita in me. Stare su questa riva ha un che di rilassante, sarà per questo che sono
venuta senza pensarci. Sapore di casa, solo ora me ne accorgo. Ho trovato rifugio in
questo mormorio, in questo gelido tepore. Ora come allora.
Gabbiani chiacchierano in lontananza, voci remote si accendono e spengono. Voci che mi
riportano ad alcuni anni fa. Il telefono squillò e una voce lontana come quelle che sento
mi invitò all'ospedale. Mia madre. Il viaggio in auto, l'attesa in sala d'aspetto. Il cuore,
dissero. Dopo un primo incredulo stordimento, presa da un vuoto sconosciuto la fuga
verso la riva. Il fiato appesantito dall'oppressione di un'assenza che si prospettava eterna.
Mi era sempre stata vicina con la sua presenza avvolgente, rassicurante.
Queste acque, il loro silenzioso sussurrare, senza domande né parole mi consolarono
segretamente. Accolsero tutta la mia disperazione nel loro semplice stare.
Quella sera Andrea mi trovò lì. Sola, tentando di confondere lacrime e onde. Non disse
nulla, mi si sedette accanto e in un abbraccio stette con me in attesa che il dolore si
sciogliesse.
I muscoli mi si distendono sotto il cielo chiaro, al ritmo di questo mormorio ondeggiante.
Mi siedo per guardare l'orizzonte in cui due blu si confondono. Questi colori mi ricordano
un'onirica realtà del passato. Una voce, da chi sa quale parte di me, fa riemergere
quell'immagine.
Si ergeva su uno scoglio una figura di donna sottile. Vestita di veli e venti guardava
l'azzurro. Brezza carezzava la sua pelle invisibile mentre ammirava scomposte onde
schiumose. Si lasciò scivolare nell'aria, quasi lo sciogliersi di un'attesa lunga una vita. Le
braccia ad avvolgere il liquido terreno, il capo a sfiorare l'orizzonte. Sulle punte verso
l'infinito, cadeva. Cedeva. Svaniva nel tacito rumore prima della tempesta.
La mia adolescenza fu segnata da quel desiderio di abbandono. Di fine. Volevo solo la
stessa libertà di quella ninfa. Fino a quel giorno su quegli scogli, sigillo di un'alleanza che
non poteva essere amore ma solido legame. Una di quelle dipendenze che liberano.
L'ho chiamato durante la pausa pranzo e gli ho dato appuntamento qui, dopo il lavoro.
Ci vediamo ogni giorno in una casa che ormai è nostra. Ma certe notizie meritano di essere
dette in case più sentite.
Questa mattina il test era positivo.
Stringo le ginocchia al petto, mi sento più bambina che mai. Non credo che riuscirò a
dirglielo in modo più romantico. Non l'avevo prevista una personcina nuova, nostra. Ho
pensato al peggio. Difficoltà, malformazioni, notti insonni. Penso a lui. È davvero questo
il coronamento di un amore? La prima parola, i primi passi, il primo abbraccio che gli
darò.
Mi giro verso la strada. Lo vedo arrivare e sorrido. Ho già paura, anche per questo sono
qui.
Gli faccio un cenno di saluto a cui risponde forse felice. Non capisco perché mi guardi in
quel modo. Raggiante, ogni giorno come se fosse il primo. Non ho fatto nulla per
meritarlo.
Probabilmente non è questo il coronamento. Eppure c'è qualcosa che mi dice che sono
pronta. Noi.
Mi si siede accanto e ridacchia carezzandomi la schiena: “Sei tutta sporca di sabbia”.
È ora.
So che ci sono luoghi meravigliosi in cui le spiagge sono ricoperte di granelli sottili come
cipria e le acque sono cristalline. Sempre. Qui la sabbia a volte graffia e le acque sono un
po' torbide.
Però è questo l'unico mare che conosco.

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