giovedì 12 aprile 2012

L'ULTIMO CANTO DELLA SIRENA di Renato Lopresto, Roma


Quando riaprì gli occhi, disteso bocconi sul fondo, sentì che la barca veniva sospinta dal mare
morto: l’ondulazione era lenta, le onde lunghe e stracche. Era il segno che il fortunale era ormai
passato. Prese così coscienza che non pioveva più.
  La testa e tutte le ossa gli dolevano; si girò su un fianco e la luce l’abbagliò, obbligandolo a farsi
schermo col palmo della mano. Il sole era dunque già alto; ma sulla fronte sentiva arrivare un
venticello fresco. Era la brezza di nordovest, che da poppa spingeva la barca dolcemente. Si mise in
ginocchio e cadde in avanti sulle mani; aiutandosi con quelle, raggiunse a fatica l’estremità
anteriore. Riuscì a sollevare il busto e s’appoggiò a peso morto con gli avambracci sul banco di prua
a scrutare l’orizzonte.
  Vide il profilo della costa che si stagliava nitido e solenne. La riconobbe subito e un brivido, che
non era solo di freddo, l’invase e a intervalli ravvicinati lo scosse.
Come tutti i pescatori e i marinai, Angelo s’era sempre tenuto lontano da quell’isola che, da tempo
immemorabile, incuteva timore e rispetto: se non altro per scaramanzia. Maledisse fra sé la sua
imprudenza; la sua avidità e la sua voglia di primeggiare. Si pentì della sua boria nel rispondere, col
sorriso beffardo, ai vecchi che il  giorno avanti l’avevano sconsigliato, con quelle nuvole, di
prendere il largo in compagnia del povero Pino. Il mare se l’era inghiottito durante la tempesta
proprio quella sera mentre, sballottato dai marosi, s’accingeva a filare la scotta.
  A nulla era servito gettare in acqua buona parte dell’abbondante pescato: la furia non dava tregua
alla barca, che s’innalzava e ricadeva paurosamente e, ancora più paurosamente, scarrocciava al
frequente mutare di vento.
  Oltre alle raffiche, la pioggia sferzante gli aveva reso difficile ogni gesto, offuscandogli la vista e
prostrandogli la mente. La scomparsa di Pino gli era sembrata il presagio della sua fine prossima:
ennesimo tributo alla collera del gigante. Tributo particolarmente accetto perché d’una vita in fase
ascendente.
  Tuttavia l’esperienza fatta negli anni da ultimo aveva prevalso. Lasciata la barra, il giovane
pescatore aveva provveduto, arrancando, ad ammainare la vela e iniziato ad aggettare con la sassola
l’acqua, col chiaro proposito di sfuggire il pericolo. Finché un’ondata non s’era abbattuta
pesantemente su di lui tramortendolo. Ma proprio dal groppo che aveva prodotto quell’ondata
giunse improvvisa la salvezza, perché subito dopo era seguita la calma: una calma quasi irreale.
  L’isola diveniva imponente e minacciosa, sebbene fosse rischiarata da una bella luce azzurrina.
Occorreva cambiare rotta in fretta.  Dopo i primi inutili tentativi, si rese conto che non aveva forza
nelle braccia e nelle gambe; che tutte le membra erano rattrappite e agitate, a intervalli, da un
tremore che sembrava preannunciare la morte. Fu costretto a recedere dall’idea d’issare la vela; o
d’impugnare i remi; e perfino di portarsi a poppa a maneggiare la barra. Si rannicchiò su sé stesso,
senza togliere gli occhi dall’isola maledetta.
  Quando fu abbastanza vicino, il cuore prese a pulsargli forte e gli parve d’udire un suono
melodioso che diveniva via via più distinto. Un canto soave che, ridando vita ai sogni dell’età
spensierata e senza freni, imprimeva suggestioni perdute e nondimeno mai cancellate dalla
memoria.
  Dimenticò ogni cosa come per prodigio, attratto dal gioco della luce sulle crespe, sedotto dal suo
stesso fantasticare. Gli sembrava di muoversi in un mondo nuovo da sempre e puntualmente
negletto.
  Il canto giungeva limpido e, con le sue modulazioni agili e suadenti, impediva che qualunque altro
suono, per quanto intenso o molesto, lo distraesse. Era in balia d’una voce che (così credeva) non
aveva mai udito prima e che non avrebbe neppure saputo immaginare.
  La barca scivolava leggera, attratta da una forza sconosciuta che, pur senza impeti, non dava
requie. Davanti, la costa alta e rocciosa appariva del tutto inospitale: questo avrebbe allarmato
chiunque e l’avrebbe persuaso a virare con decisione. Invece, immobile e con lo sguardo fisso,
Angelo continuava a inseguire le increspature, rapito da quel canto melodioso e arcano.
  Mentre andava avanti sulla spinta del mare lungo la barca, approssimandosi all’approdo, riceveva
urti sempre più decisi che finirono col distoglierlo dalle sue fantasticherie, senza sottrarlo al fascino
di quel richiamo. All’improvviso, dritta di prua, apparve tra le rocce una caletta deliziosa ch’era
ignota ai naviganti: la barca s’arenò dolcemente come per magia. Di colpo rinvigorito, il ragazzo
discese con slancio e, senza curarsi del gozzo, si diresse verso la grotta che l’adescava con una forza
sconosciuta.
  Entrò deciso e tuttavia il suo cuore prese a palpitare a ritmo veloce. Fu avvolto da una luce
azzurrognola a cui non fece caso, come se percepisse un unico segnale che non ammetteva ostacoli.
Procedendo, sentiva che la voce misteriosa, senza perdere il suo potere di seduzione, calava
gradualmente di tono. E quando lo spazio, da incerto e angusto, per merito d’una finestrella naturale
che dal fondo, ad altezza d’uomo, permetteva alla luce d’introdursi, si fece luminoso e ampio, non
udì più la voce. Allora, intimorito dal silenzio, si guardò intorno e vide, chiara davanti alla
finestrella, una figura elegante di donna rivolta verso il mare.
  S’irrigidì in attesa. La donna si girò con grazia: era giovane e i capelli scuri e ondulati le
scendevano, con bei riflessi azzurro-verde, fino a coprirle le spalle. Gli occhi color acquamarina, dal
taglio perfetto, lo fissavano con un candore che catturava l’intelligenza. Una veste leggera, dello
stesso colore degli occhi, le avvolgeva le membra delicate e armoniose fin sopra il ginocchio. Ai
piedi semplici sandali di cuoio.
  Angelo continuava a starsene immobile e in silenzio. Finché lei, atteggiando le labbra a un
grazioso sorriso, non gli fece cenno d’accomodarsi sul sedile di pietra.
  “Eccoti, finalmente,” gli disse con voce ferma e gentile, mettendosi a sedere di fronte a lui, “ti
aspettavo da tanto.”
“Non capisco,” l’altro rispose con stupore.
  “Molte volte ti ho visto passare; non ho potuto chiamarti, perché eri troppo lontano e hai tirato
diritto.”
“Chi sei? Io non ti conosco.”
“Sono l’ultima sirena.”
“Una sirena?” E, sempre più turbato,  “non vedo la coda,” disse con una punta d’ironia.
“La coda non è che il frutto dell’immaginazione fervida di naviganti impauriti. Prima ancora i
poeti ci avevano descritte con il corpo d’uccello. Ma noi siamo solo fanciulle che sanno più di tutti
gli altri esseri umani. Rassicurati dunque, se non ti spaventa il potere della conoscenza.”
  “Sei una strega?”
Lei, sorridendo, rispose: “Non sono una strega. Sono l’ultima sirena senza coda di pesce e senza
corpo d’uccello, come puoi vedere.”
“Come mai ti trovi qui?”
“Vivo su quest’isola da sempre. Avevo due sorelle che mi hanno lasciata sola.”
“Perché?”
“Per decreto del fato.”
“Non capisco.”
“E’ una vecchia storia, anzi antica, che coinvolge alcuni marinai illustri.”
“Raccontamela, ti prego.”
“Hai mai sentito parlare degli Argonauti e di Orfeo? Conosci le avventure di Ulisse?”
“Ulisse so chi è… un marinaio che non riusciva a tornare a casa. Gli altri non li conosco.”
“C’era una volta un principe chiamato Giasone che partì per una grande avventura, spinto dal re
suo zio, il quale temeva d’essere spodestato proprio da lui, secondo quanto gli era stato predetto.
Giasone scelse gli uomini più valorosi del tempo, i marinai più esperti, un poeta e grande suonatore
di lira e di cetra, di nome Orfeo, e si diresse con la nave Argo verso una terra ignota. Quando la
nave, dopo tante peripezie, passò davanti a quest’isola, Orfeo con la sua melodia riuscì a coprire il
nostro canto, in modo che Giasone proseguisse senza fermarsi. Uno solo di loro ci ascoltò e si
gettò in acqua, ma fu salvato e portato via per intervento divino. Per noi questa fu una grave sconfitta,
perché era scritto che per ogni nave che s’avvicinava alla costa e che proseguiva, incurante del
nostro canto, una sirena doveva gettarsi in mare. Dunque, per colpa di Orfeo prima e di Ulisse dopo,
ho perduto le mie sorelle e sono rimasta su questa spiaggia completamente sola. Io stessa oggi non
sarei qui, se il vento e il mare non t’avessero portato fino a me.”
  “E’ davvero una storia triste e strana. Sono contento d’averti salvato.”
“E’ presto per dirlo. Tu sei giunto come un naufrago. Ma ristorati adesso: avremo tempo di
parlare.”
Il giovane pescatore accettò di buon grado gli squisiti molluschi e le alghe tenerissime d’una
specie che non aveva mai veduto; bevve l’acqua di sorgente limpida e fresca che la sirena gli porse
con un inimitabile sorriso; poi cadde in un sonno profondo.
  Al risveglio rimase alcuni istanti in bilico tra la realtà e il sogno, stupendosi di trovarsi su un
comodo letto, finché non la vide che s’avvicinava, tenera e allegra, con passo leggero. La riconobbe
subito e con la luce piena del giorno scoprì ch’era ancora più bella.
  “Quanto avrò dormito?” chiese.
“Tanto. Hai fame?”
“No. Ho voglia d’alzarmi e di fare due passi.”
Fuori la giornata era splendida: il mare quasi piatto e l’aria sapeva di maschia fragranza. Davanti
alla spiaggia alcuni gabbiani si tuffavano con maestria sulla superficie dell’acqua, per rialzarsi in
una sorta di gioco. Angelo s’accorse che la barca stava su diritta, appoggiata alla roccia, in un
angolo al riparo. Guardò interrogativamente la sirena: in cambio ottenne un altro splendido sorriso.
Sotto i piedi nudi la sabbia dava una sensazione tattile piacevole che spingeva ad andare avanti. Ma
era tutto l’insieme a pretendere il silenzio. L’azzurro del cielo, il colore e il profumo del mare, la
compagnia d’una giovane bellissima e misteriosa, oltre a un felice risveglio, erano gl’ingredienti
che respingevano ogni pensiero.
  Sul margine della spiaggia si fermò:  la sirena lo prese per mano e proseguì con lui il cammino
saltellando agile sugli scogli ingannevoli. Poco più avanti bevvero, più per diletto che per dissetarsi,
a una cascatella che dalla parete rocciosa scendeva con grazia in mare. Angelo guardò in alto: la
costa a picco era davvero imponente e non permetteva l’ascesa fino alla cima.
  Ripresero a muoversi: a pochi metri dalla costa affioravano due scogli ad altezza d’uomo simili tra
loro per dimensioni e per aspetto. Lei glieli indicò, dicendo: “Ecco le mie sorelle. Una è qui dal
passaggio di Giasone, l’altra da quello di Ulisse. A me sei toccato tu, Angelo da Procida.”
  Il ragazzo ebbe un attimo d’incertezza, ma procedette con un sorriso, senza fare domande, e con il
cuore gonfio d’emozione.
Raggiunsero una caletta davvero piccola, stretta fra le rocce, dove si fermarono. Il sole a quell’ora
l’illuminava perfettamente e il profumo del mare la riempiva del suo vigore, a cui non era possibile
sfuggire. Allora si distesero e s’aprirono alla vita.
  Angelo aveva notato in un angolo solitario della grotta un oggetto sostenuto da un trespolo e
ricoperto da un velo cenerino. Un giorno, vinto dalla curiosità, stava per allungare la mano e
togliere il velo quando udì la sirena dirgli a gran voce di fermarsi.
  “Perché” le domandò.
“Non sei pronto. Se sollevi il velo, la tua mente si perderà e tu dovrai rinunciare per sempre alla
conoscenza.”
“Che cosa c’è sotto il velo?”
“C’è lo specchio della conoscenza piena. Essa richiede un addestramento che non hai, ma che
potrai ottenere se avrai costanza e desiderio. Sarò la tua guida, se lo vorrai.”
“Non riesco a seguirti…”
“So che non puoi capire, ma abbi fiducia in me. La sorte finora ti è stata favorevole: il vento ti ha
spinto fino a quest’isola. Ora però dovrai scegliere.”
  “Che cosa?”  “Se restare e credere in te stesso e in me; o al contrario riprendere il mare per ricondurre
la vita che conosci. Se rimani, mi avrai per sempre e raggiungerai una pienezza riservata a pochi eletti per
sempre.
  L’altro rimase turbato da quelle parole, perché sentiva che annunciavano una scelta difficile e
definitiva, un’esperienza superiore alle sue forze. Gli rivenne in mente la storia di Ulisse e domandò
alla sirena: “Perché Ulisse non volle ascoltarvi?”
  “Perché, in fondo, ciò che desiderava veramente era di tornare a casa.”
Passavano le settimane, senza che Angelo se ne accorgesse, piacevoli e leggere. L’apprendimento
diveniva più gradito. Ma un giorno che dal mare soffiava forte il libeccio il velo che ricopriva lo
specchio prese a svolazzare tentatore: ed egli cedette.
  Un vortice d’immagini lo travolse, privandolo dei sensi. La sirena lo trovò disteso sul pavimento,
sotto lo specchio, che sembrava morto. Depose la brocca, con cui aveva attinto l’acqua, e corse a
rianimarlo. Mentre si piegava su di lui s’avvide del velo: allora due lacrime le rigarono il volto.
  “Non posso più restare,” il ragazzo disse con grande affanno.
“Lo so,” la sirena rispose.
  “E’ stato peggio che cadere in fondo al mare: devo partire.”
“Partirai.”
“Ho visto l’anima umana e aveva la mia faccia: un’espressione terribile e ambigua da far paura…
Poi tutto m’è girato intorno.”
“Non pensarci. Ora riposa.”
L’indomani la sirena strinse i lunghi capelli con un largo nastro e indossò la veste più bella, una
tunica turchina di lino, che le conferiva un aspetto nobile e solenne. S’avvicinò allo specchio della
conoscenza; lo prese, staccandolo dal trespolo, e si diresse verso l’uscita.
  Il cielo era terso, l’aria gradevole. La brezza increspava dolcemente l’acqua. Si trattenne qualche
minuto a seguire con gli occhi quel gioco, che pure conosceva da sempre; poi rivolse un ultimo
sguardo all’ingresso della grotta e riprese il suo cammino.
  Nel frattempo Angelo aveva aperto gli occhi; fece un breve giro all’interno della grotta, alla
ricerca di lei, e uscì.
Vide con stupore che la barca, con la prua in mare, era disposta alla partenza. Avrebbe giurato che
non era merito suo; deciso com’era a partire, addebitò la cosa al suo profondo turbamento. Spinse il
gozzo; issò la vela e s’accinse a costeggiare in direzione nord.
  Ritrovarsi a governare la barca lo fece star meglio: il tempo era magnifico, il vento teso. Inspirò
profondamente due o tre volte e, portando lo sguardo sull’isola, fu felice d’allontanarsene.
  Veleggiava all’altezza dei due grossi scogli, gli stessi che la sirena credeva sue sorelle, quando
scorse, a metà circa della parete rocciosa, una figura bruna che sembrava una statua eretta a mo’ di
segnale. Accostò quel tanto che potesse permettergli di vedere meglio e, con sua grande sorpresa,
riconobbe in quella figura che fissava immobile il mare la sirena. Allora, alzandosi, fece un gesto di
saluto con la mano e le sorrise, senza avere risposta. Ripeté il gesto con maggiore entusiasmo; poi
ebbe un tuffo al cuore, nel preciso istante in cui la vide slanciarsi e cadere in acqua e sparire. Gli
occhi s’arrossarono e un groppo gli serrò la gola. Rimase  a lungo in balia del vento, prima di
ritrovare la forza di rimettersi al timone e di fare rotta per Procida.
  Non volle mai più avvicinarsi all’isola; anzi si tenne sempre molto lontano da essa. Ma un giorno
che gli giunse voce che davanti alla costa dell’isola delle sirene era emerso un terzo grosso scoglio,
simile agli altri due, risentì quel groppo stringergli la gola.

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