lunedì 23 aprile 2012

LEI SOGNAVA DI NUOTARE CON I DELFINI di Brunella Severino, Benevento


Non aveva un bel ricordo di quella vacanza a Rimini all’età di 8 anni. Erano partiti con zia Maria, l’ultima sorella di sua madre, e nonostante la folla di cugini e di parenti sopraggiunti che abitavano in zona, lei non si divertì affatto. Perchè? Perché il mare Adriatico era pieno di alghe a riva ,così tante che si vedeva solo un tappeto chilometrico verde scuro. Lei era terrorizzata dall’entrare in acqua ed opponeva resistenza a sua sorella che provava in tutti i modi a convincerla. Un sua amichetta le aveva raccontato che nella sabbia si nascondevano le tracie: orribili pesci che ti mordevano il piede, che si gonfiava e faceva così male che te lo dovevano amputare! ”No, non voglio fare il bagno! Urlava, fino a quando si rassegnavano tutti, familiari e parenti , dopo i falliti espedienti per farla bagnare, e lei finalmente poteva starsene in pace a giocare con secchielli e formine, al sicuro del suo ombrellone. L’unico ricordo straordinario di quella estate, fu la visita all’acquario dove c’erano i delfini. Ricorda ancora affascinata come rimase imbambolata durante lo spettacolo: i loro giochi, le acrobazie, come avrebbe voluto essere al posto dell’istruttrice per nuotare con loro ed accarezzarli! Era anche andata vicino alla finestra corrispondente ad un livello più basso della loro vasca e così li aveva visti di muso, quando si erano avvicinati al vetro. Era rimasta con il naso e le mani appiccicate quasi potesse toccarli e allora capì che le piacevano da morire.
Da quel giorno andò a caccia d informazioni, aveva ascoltato storie di delfini che avevano salvato naufraghi, aveva assorbito rapita documentari e film e pensava a quanto affascinanti fossero quegli animali.
Sognava di poter nuotare con loro. Poi era cresciuta ed i problemi familiari avevano interrotto le vacanze al mare. Solo rare gite che non saziavano mia il suo desiderio, qualche giorno rubato come ospite, qualche sospirata e breve puntata pomeridiana in spiaggia, quando trascorreva le vacanze da scuola in Calabria da sua sorella per aiutarla con i bambini. Il mare sempre sognato lo ascoltava in una conchiglia, ad occhi chiusi  convinta che sì, lo sentiva, ma era anche tanto lontano.
Poi giunse l’amore  e le gite romantiche al mare, dopo lunghe trattative per permessi, a volte accordati con la scorta di qualche nipote. Poi il grande amore che l’aveva subito sposata e per un suo compleanno le fece un regalo speciale:una gita alle isole Tremiti. Non era mai stata su un’isola e quell’avventura della traversata, l’aliscafo e poi l’isola, le sembrarono un sogno. Negli anni a seguire ci fece delle  brevi vacanze anche con il pancione, che ostentava orgogliosa, portando per mano il primo figlio.
E poi altre vacanze ancora, in altri posti di mare, alcuni belli, ma sempre troppo brevi da godere e a volte erano offuscati dai problemi che si affacciavano, annunciando la fine che arrivò inesorabile.
Anni di dolore devastante, non furono placati dall’azzurro, né cullati dal dolce infrangersi delle onde: altri orizzonti , al tramonto di una solitudine cittadina, raccoglievano le su lacrime e lei sognava il mare così lontano. Poi il tempo lentamente curò le ferite  e lei ricominciò a vivere ed un giorno giunse per la prima volta a Procida, quell’isola caotica, stretta e rumorosa, la faceva sentire a casa. Aveva gli amici di Vivara, ma le piaceva anche chiacchierare con le donne nei vicoli, nelle botteghe e nella chiesa. Si sentiva una del posto e se ne innamorò. Era così incantata che ne scrisse una poesia. Altre isole la attirarono, per solcare le onde che osservava affascinata dalla prua dei traghetti  e cercava sempre di toccare quell’acqua salata come un battesimo per non separarsene più.
Una volta un’alba siciliana l’accolse commossa e lei pregò  un grazie  per il dono di quello spettacolo.
Altre isole ancora , altre storie, altre  emozioni. Le piacevano però anche le costiere  ed imparò ad apprezzarne le differenze: quella caotica ed invasa da case e hotel di lusso, da Positano a Palinuro, e quella ancora selvaggia e profumata del Gargano. Dalla strada si affacciava estasiata su rocce a picco su un blu turchese  che la richiamava e le faceva desiderare di tuffarsi .Torri e castelli diroccati avevano segnato i ricordi di gite di passione, di litigi e ancora di passione, fino alla fine, di un’altra storia che la devastò più che mai. Il mare, sempre nel suo cuore, era un raro rifugio dove una inattesa gita la riportava  per consolarla e rigenerarla. Il mare che assorbiva il suo sguardo verso orizzonti sospesi nel futuro. Il mare con le sue carezze di madre che l’accoglieva  generosa, donandole conchiglie e coralli, da conservare per i momenti di nostalgia.
Quel mare che un giorno, mentre assaporava il suo profumo, a prua di una barca, lasciandosi spruzzare e poi asciugare dal  vento, le portò i delfini: un salto improvviso al suo fianco, allegro e veloce, un salto furtivo per dirle: Sì, tu sei Marina. Era il nome che avrebbe voluto darle suo padre.

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