lunedì 2 aprile 2012

LA SCOGLIERA di Luigia Pergola, Montesilvano (PE)


Anna è ferma sulla scogliera. E’ buio intorno a lei. In basso le onde la chiamano. Leo non
verrà. Quel pomeriggio suo padre era stato chiaro, non voleva più vederlo con sua figlia e
lui era quasi morto di paura. Anna è arrabbiata. Ha solo quindici anni, è innamorata di
Leo, ma suo padre le impedirà di vederlo ancora. Fissa l’acqua profonda. Medita di
lanciarsi. Così la farà finita con tutto. Tira un ampio respiro e l’odore di salsedine le
riempie le narici. Sente che il mare la ascolta e le risponde con la sua spuma che le bagna
i piedi. Il mare l’ha sempre ascoltata, come quelle notti in cui da piccola in Albania correva
in spiaggia e guardava l’orizzonte convinta che lì ci fosse una terra invisibile.
Quella terra era sempre stato il sogno di suo padre. La chiamava l’Europa democratica e
civile. In tanti avevano già pagato per fare quel viaggio della speranza e prima o poi anche
lui l’avrebbe fatto, lo ripeteva sempre più spesso. Allora lui lavorava al porto sui
pescherecci, vedeva gente andare e venire, andare e non tornare. Li invidiava. Sentiva
parlare di grandi città, come nei film, di parenti che guadagnavano bene, di una vita
migliore. Sognava. Intanto preparava il suo piano. E così una mattina, senza rivelare nulla
a nessuno, era uscito di casa salutando la sua famiglia come fosse un giorno uguale agli
altri. Uscì e andò verso il porto, senza mai voltarsi indietro a guardare quello che stava per
lasciare alle sue spalle, una moglie, una figlia di pochi anni e un’altra in arrivo. Non era più
tornato. Si era imbarcato su un gommone con tanti altri che come lui volevano ancora
credere in qualcosa. Il mare era la loro unica via di salvezza. Fu la notte più lunga della
sua vita, ma aveva giurato a se stesso che o sarebbe arrivato in Italia o sarebbe morto.
Riuscì a sbarcare sulle coste pugliesi a notte fonda. Lì fu caricato su uno dei furgoni che li
attendeva e scaricato in un capannone. Nonostante l’ampio spazio all’interno di quella
struttura fatiscente, la gente era ammucchiata attorno a un container, molti dormivano
avvolti in una coperta, molti stretti tra di loro per darsi un po’ di calore a vicenda. C’erano
anche delle donne e bambini che piangevano in maniera insistente. Non era esattamente
come in uno di quei film che aveva sempre desiderato vivere. L’indomani fu nuovamente
caricato su un furgone, ma quando si ritrovò in aperta campagna era rimasto con soli altri
tre compagni di sventura, frastornati e affamati quanto lui. Passò un’intera giornata prima
che riuscisse a raggiungere una stazione ferroviaria. Lì prese il primo treno che passava e
si ritrovò, da solo, chissà dove. In realtà, iniziarono allora i momenti più difficili, nessuno
che lo conoscesse, nessuno che lo ascoltasse: per tutti era semplicemente un clandestino,
come tanti. Non aveva documenti, perduti nell'ultimo tratto di quel mare che gli aveva
lasciato addosso solo la vita. Lavorava come poteva e quando poteva, in balia di persone
non sempre corrette e di una paura che non aveva mai provato prima: quella di essere
indesiderato e, dunque, cacciato, senza avere raggiunto lo scopo del suo viaggio. Senza
aver mantenuto la promessa fatta a se stesso, che prima o poi avrebbe dato una vita
migliore alla sua famiglia. Il nuovo paese lo spaventava e questo gli ricordava il suo
villaggio. Ma un po’ alla volta, giorno dopo giorno, ce l’aveva fatta, riuscendo a fatica a
scardinare i pregiudizi e a sconfiggere le paure che accompagnano la parola “immigrato”.
Dopo tre anni era riuscito ad avere il permesso di soggiorno, tre anni lontani da sua
moglie, dalla piccola Anna e da un’altra figlia nata mentre lui inseguiva il suo sogno.
Anna e sua madre non ebbero notizie di lui per mesi e mesi, ma in fondo sapevano, erano
certe che prima o poi lo avrebbero riabbracciato. Anna era solo una bambina allora, ma
andava ogni giorno al porto, là dove un tempo lavorava suo padre, e restava per ore ad
ascoltare il rumore del mare che sembrava parlarle di lui e di una terra lontana. Lì davanti
a quella distesa azzurra che sembrava attenderla ogni volta, Anna era serena. Sovente la
voce del mare la chiamava e lei si immergeva nella sua vastità per ricordare come era
felice quando c’era il suo papà lì con lei. Il mare le aveva insegnato che nessun uomo
abbandona la propria terra e i propri affetti se non è costretto; il mare le aveva promesso
che presto avrebbe rivisto suo padre. Anna non avrebbe mai dimenticato il giorno in cui
ricevettero la telefonata con la quale suo padre le avvisava che presto avrebbero potuto
raggiungerlo. La prima cosa che fece fu andare in spiaggia e gridare di gioia contro quel
mare che, come lei pensava spesso, a volte prende e a volte dà, a volte divide e a volte
unisce.
Anna è ancora ferma sulla scogliera. Dal cielo la luna illumina l’immensa distesa di acqua
che è di fronte a lei. In basso le onde si sono placate. Anna vuole vivere, lavorare, farsi
una strada, conquistare un pezzetto di mondo, proprio come ha saputo fare suo padre. A
che servirebbe morire? Allora decide di gettare nelle onde quell’amore impossibile, le sue
parole e quell’inutile litigio con suo padre. Anna vuole vivere davvero, libera come il mare.
Prende i suoi sandali e scende dalla scogliera. Ora si sente leggera come le onde del mare.
Felice che Leo non sia venuto.

1 commento:

  1. La tematica centrale è davvero interessante, in alcuni punti ben espressa ma lo stile rende il racconto poco scorrevole. La conclusione e l'incipit col desiderio di suicidio sono poco pregnanti.
    In bocca al lupo!

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