lunedì 16 aprile 2012

IL MARE D'AUTUNNO di Lorenzo Spurio, Jesi (AN)


Il mare era scosso da grandi cavalloni che, una volta giunti in prossimità della riva, producevano degli schizzi d’acqua fredda. A quel punto si trasformavano in una densa schiuma bianca che sembrava producesse uno strano ronzio. Solo allora il mare sembrava risucchiare l’acqua verso di sé, per poi ritornare a muoversi secondo il suo moto burrascoso. Era una giornata autunnale e non faceva particolarmente freddo. Il cielo era celeste, un celeste quasi grigio. Circa sopra alla mia testa potevo scorgere una linea diagonale bianca fumosa prodotta da un aereo in volo. Vedendola, la prima cosa che mi venne da pensare, fu che qualcuno, non so come, si fosse impegnato nell’impossibile impresa di dividere in due il cielo. Tuttavia, quando tornai a rialzare la testa per vedere la linea, mi resi conto che stava scomparendo lentamente e per un attimo cercai di immaginare la costernazione di colui che aveva diviso il cielo in due metà per il fracasso del suo progetto. Il cielo della zona dove abitavo veniva spesso segnato da linee di fumo, traiettorie di aerei in volo dato che a pochi kilometri si trovava l’aeroporto. Negli ultimi anni c’erano state diverse petizioni e anche progetti di legge al consiglio regionale per cercare di limitare il traffico aereo che, oltre a produrre inquinamento atmosferico, produceva inquinamento acustico. La sorella di una professoressa che avevo conosciuto negli anni del liceo, infatti, mi aveva raccontato più volte di quanto fosse difficile e insostenibile vivere perennemente esposti alla minaccia di aerei in andata e in ritorno. Mi aveva detto che il marito ci aveva fatto il callo e che alla fine riusciva ad addormentarsi alla sera mentre lei trovava maggiori difficoltà. Gli aerei e gli elicotteri non mi avevano mai appassionato particolarmente. Neppure da bambino, quando spesso i bambini giocano con modellini di aerei. L’avevo sempre considerato una cosa normale, come il tostapane o il rastrello del giardino. Ma quel giorno al mare, quella scia fumosa lasciata dall’aereo originò nella mia mente molti pensieri, piuttosto sconnessi, rievocarono alcuni ricordi di natura diversa. Stavo seduto su di una pietra liscia abbastanza grande dinanzi al mare, contemplandolo e pensando a quanto la natura è immensa. Ogni tanto dei piccoli spruzzi della risacca delle onde mi arrivavano alle mani o addirittura al volto. Non mi infastidivano ma al contrario mi facevano piacere. Quel tratto di spiaggia non era particolarmente frequentato da passeggiatori, anzi era piuttosto deserto. Forse era proprio per quello che l’avevo scelto, perché riusciva ad infondermi tranquillità e a rafforzare la mia necessità di isolamento. Mentre stavo pensando a quanto la mente umana può trovare refrigerio in un posto tranquillo e naturale come quello, il cielo cominciò a essere popolato da un piccolo stormo di gabbiani. I loro versi particolarmente monotoni e fastidiosi ruppero la mia calma interiore e mi infastidirono un poco. Alcuni, favoreggiati da un moderato vento che tirava, volteggiavano mentre altri, di più in numero, camminavano in maniera meccanica sulle loro zampe palmate cercando di trovare qualcosa da mangiare. Interrotto dalla loro presenza, mi misi ad osservarli. Non sapevo di quale razza di gabbiani si trattasse poiché ricordavo di aver visto in passato altri gabbiani che erano abbastanza diversi da quelli che ora mi trovavo di fronte. Avevano il piumaggio completamente bianco, di un bianco candido, con eccezione di alcune penne in prossimità delle ali e di alcune piume alla fine della zampa. Di quei gabbiani mi colpì molto il becco. Non sono un ornitologo né ho studiato Biologia animale ma gli uccelli mi sono sempre piaciuti e questo, unito alla mia memoria, mi permetteva di pensare che c’era qualcosa di strano o per lo meno di atipico in quel tipo di gabbiano. Tutti i gabbiani che avevo visto in precedenza infatti avevano un becco giallo o arancione, un becco arcuato verso il basso, per facilitare la presa del cibo. Questi gabbiani avevano un becco regolare che terminava a punta e completamente di colore nero. In realtà se quel tipo di gabbiano avesse avuto completamente il piumaggio nero e lo si fosse visto in città, avrebbe fatto tremare la gambe alle anziane signore. Erano panciuti e molto in carne e questo mi fece pensare al colloquio che avevo avuto tempo prima con un marinaio del luogo il quale mi aveva raccontato che i gabbiani mangiavano di tutto, che erano onnivori e che per la loro aggressività potevano uccidersi a vicenda o addirittura attaccare altri uccelli. Il marinaio mi aveva raccontato di quando lui una volta, tornato di mattina presto con la sua piccola imbarcazione da peschereccio, alcuni gabbiani richiamati dal fresco pesce profumato si erano avventati, privi di paura dell’uomo, sulle casse in cui aveva disposto il pesce. L’uomo aveva cercato di allontanarli ma un paio di essi gli si erano rivolti contro e lo avevano beccato in un braccio e ad un’orecchia, producendogli delle ferite abbastanza gravi. A quel punto si era servito di una tavola in legno per difendersi e scacciarli. Ogni volta che vedevo un gabbiano questo ricordo mi tornava alla mente forse perché nessuno, incluso me, si sarebbe mai capacitato della forza e dell’aggressività di un pennuto che all’aspetto poteva sembrare tanto pacifico e solitario. Mentre la mia mente stava rievocando questi ricordi, vidi che un gabbiano, dall’aspetto maestoso e dal procedere sicuro, si stava avvicinando verso di me. Per un attimo pensai che il gabbiano si stava approssimando a me per raccogliere le briciole di qualcosa che stavo mangiando, ma in realtà non stavo mangiando. Mentre si avvicinava lo esaminai bene. Il bianco del suo piumaggio mi richiamò il candore di una costa rocciosa che avevo visto anni prima durante un viaggio nel Dorsetshire. Continuando a incedere nel suo passo bipede ma impavido, cominciai a fissare i suoi occhi. Erano occhi scuri e torvi che contrastavano con il piumaggio immacolato. Sembrava che non chiudesse mai gli occhi, per restare sempre vigile. Lo osservai ininterrottamente, spesso sporgendomi verso l’avanti o assumendo una nuova posizione per poterlo vedere da prospettive diverse. A un certo punto, mi accorsi che il gabbiano mi stava guardando. Zampettava in avanti e mi fissava con i suoi occhi neri lucenti. Trovandosi ormai a pochi metri da me e avendo iniziato anche ad aprire meccanicamente il becco, considerai il suo comportamento come quello di un gabbiano che sta per attaccare e cosi, terrorizzato da quell’ingenuo animale, presi un sasso di media dimensione e lo scagliai senza violenza vicino al gabbiano che, impaurito, tornò in volo.  Restai ancora altro tempo al mare, cercando di ritrovare la tranquillità che i gabbiani mi avevano fatto perdere. Li osservai ancora volteggiare nel cielo, battere le ali, cercare delle piccole porzioni di cibo verso la riva e poi librarsi in volo. Questa volta riuscii a osservare quella scena con piacere, ritrovando la mia libertà e tranquillità anche con la loro presenza vorticosa e riuscendo a intravedere nei loro volteggi il volo di Jonathan Livingstone che da bambino mi aveva affascinato. Da quel giorno amo i gabbiani. Mi reco d’autunno e d’inverno alla spiaggia spesso portando ai gabbiani ciò che per me sono semplici avanzi di cibo e ciò che per loro sono eccellenti alimenti per banchettare prima di alzarsi in volo e di danzare in cielo.

"Voli" Leuca 2012
Immagine di repertorio



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