lunedì 30 aprile 2012

PEDRO JARAS E IL REGALO DI DIO di Antonio Blunda, Palermo


C’è un piccolo paese in Spagna, così piccolo che di esso non si ha quasi mai memoria nel ricordarlo sulle carte geografiche.
Quasi un puntino che s’intravede appena, dove dimorano pochissime anime, si vive di poche risorse, e di tanta, tanta buona volontà, quanta ne basta a sperare che tutto migliori.
E’ vicino al mare, vive del mare. Confida nel mare.
La vita vi scorre tranquilla, e tale sarebbe rimasta in tutto questo tempo s’io stesso non avessi udito con le mie orecchie di ciò che accadde ad alcuni pescatori e del fatto miracoloso che vi avvenne tanti anni or sono.
Ora è a te che lo racconto, Manuel, ed anche tu un giorno, so che lo racconterai.

*****     *****     *****
Le piccole lucciole danzarono ritualmente insieme ai moscerini, come in preda ad un valzer ubriaco tra la terra e gli alberi altissimi, quando Pedro salì in barca e la luna spuntò appena sul pelo dell’acqua, morbida e affilata.
Era una notte bellissima, da lasciare storditi, di quelle con un cielo di cartapesta e salsedine alle narici. Due delfini erano  gli unici compagni di quel viaggio notturno, incredibilmente fuori rotta.
Sarebbe bastato seguire la corrente ed essa li avrebbe condotto a casa, ma quella notte avevano deciso di cambiare strada ed andare dove non erano mai stati, come quell’uomo che avevano incontrato lungo il loro cammino.
Pedro decise istintivamente di incrociare la loro scia silenziosa, fin quando fossero vicini tanto da distendere la mano e carezzare il loro dorso vellutato; sfiorarono la barca a loro volta in segno amichevole, poi virarono lentamente in mare aperto, muti e aggraziati.
Il giovane pescatore proseguiva intanto verso il vecchio faro, come aveva imparato: da lì avrebbe guardato le stelle per orientarsi e giungere nel luogo segreto di pesca che il vecchio Cujar gli aveva rivelato prima di morire.
I remi non sembravano più pesanti delle altre volte, non c’era fretta, c’era ancora tanto tempo, la notte era appena iniziata.
Il giovane pescatore procedeva lungo la sua rotta quasi da un’ora, quando vide finalmente il faro di San Juan de la Piedra giostrare ad intervalli regolari la sua luce spettrale.
Capì che era giunto il momento di dirigersi ad est, pochi minuti e sarebbe arrivato a destinazione.
La barca ondeggiò tra i flutti come sospinta da qualcosa, ma Pedro non vi fece caso, non era la prima volta che usciva in mare.
Giunto sul posto, prese le sue reti con cura, le gettò in acqua, e attese con pazienza una pesca sognata per giorni dagli abitanti del suo povero villaggio, e soprattutto dalla sua numerosa famiglia.
Era passata poco più di un’ora. Pedro cominciava ad avvertire il freddo notturno sulla pelle, nonostante una generosa  brezza marina gli soffiasse tiepida sul viso.
Ma  soprattutto, quel che è peggio è che aveva fame, molta fame…
- Pedroooo, Pedroooo… hai preso niente? –
Ad un tratto una curiosa voce gracchiante provenne dall’oscurità.
A poco a poco prese forma dal buio la lunga barca di Ramirez, tanto affaccendato nell’isterica agitazione dei remi quanto vanitoso nei suoi baffi, lunghi e curati.
- Maledizione, sono in mare già da un po’ e  non ho trovato niente che potesse finire tra gli ami! Quei delfini stanno spaventando tutti i pesci; ho proprio l’impressione che tornerò a casa digiuno. Se mi passano davanti l’arpione io, io… mi sa che me li porto, quei maledetti!
Pedro gli sorrise, come si sorride ad un vecchio pescatore, così  iracondo fuori, e tuttavia così bonario nell’animo come pochi lo conoscevano.
-       Rilassati, sono soltanto delfini! –
-       Delfini un corno…Non mi hanno fatto prendere niente! Cosa pensi che dirà la mia
dolce e spietata Teresa? Ah, già l’immagino quella vecchia stridula, a rompermi la testa; con gli occhi di fuori e l’indice affilato sul mio naso, a rimproverarmi che non saprei pescare nemmeno se i pesci mi saltassero in barca ... Maledetti, mia moglie e i delfini!–
Eh si, era proprio arrabbiato. In effetti, qualcosa di strano c’era, eccome.
Altri pescatori non molto distanti confermavano tra loro questa voce;  che due delfini venuti da chissà dove avessero preso a circumnavigare le piccole imbarcazioni allontanando ogni banco di pesci che disgraziatamente si fosse trovato nei paraggi, e che non c’era alcuna possibilità per quella notte, se non che di tornare a casa con la pancia e le mani vuote.
Che cosa potevano fare? Ovviamente, non rimaneva che la soluzione più drastica. Bisognava allontanare i delfini, o peggio per loro, ucciderli.
La speranza di prendere qualcosa da mettere sotto i denti andava assottigliandosi minuto per minuto, e ciò aveva indotto i marinai a prendere questa terribile decisione.
-       Diavolo, Pedro, li senti gli altri… I fratelli Araňa, Josè, Miguelito…sono tutti impazziti.
Io non me la sento di… poco fa forse ho esagerato, ma ucciderli…loro ci accompagnano sempre, non fanno niente di male.
Insomma io non me la sento. Tu lo sai, i pescatori e i delfini da che mondo è mondo vanno sempre insieme, si fanno compagnia…Io non ammazzo delfini, neanche se mi pagano!
-                     Lo so, lo so, sono d’accordo con te, amico mio, neanch’io riuscirei in una cattiveria del genere. Vedremo di trovare un’altra soluzione. Tu intanto parla con Felipe, lui è il più saggio di tutti, già si sarà trovato in una situazione del genere e saprà certamente cosa fare.
Nel frattempo un’onda anomala si era formata sotto la chiglia della barca di Ramirez. Un’onda non pericolosa, ma certamente strana. Pochi secondi dopo anche la barca di Miguelito, che frattanto si era avvicinata, aveva fatto lo stesso inquietante sobbalzo sull’acqua, come se qualcuno o qualcosa di enorme danzasse elegante.
Si, non poteva essere altro. Lì sotto c’era qualcosa di enorme.
I cinque fratelli Araňa furono i primi ad accorgersi di cosa fosse.
Un gigantesco squalo bianco aveva deciso finalmente di mostrare la sua immensa pinna dorsale, una lama affilata che traversava come il burro quel breve tratto d’acqua che separava le barche di Ramirez e dei fratelli Araňa.
In quel momento tutti capirono cos’ era accaduto.
I due delfini si erano avvicinati soltanto per trovare riparo presso i loro più antichi compagni di viaggi e per tentare di avvisarli del pericolo.
Adesso lo sapevano, non erano colpevoli di nulla.
Ramirez, Pedro e gli altri pescatori si guardarono. Poi guardarono i delfini, ed entrambi ricambiarono con il loro meraviglioso sguardo azzurro, così umano da lasciare sgomenti.
Chiedevano aiuto.
I loro occhi erano impauriti e al tempo stesso confidanti nell’aiuto dell’uomo.
L’enorme squalo in preda alla fame sferrò un attacco alla barca dei fratelli Araňa, sbriciolando una parte della prua, poi si diresse verso la barca del vecchio Ramirez, che guardava terrorizzato, mordendo ancora.
La barca sembrava colare a picco, e con essa il povero Ramirez, che sentiva la morte ad un passo.
In quel mentre, i due delfini fecero da scudo alla barca, senza temere l’attacco, lasciando tutti gli uomini senza parole.
Avevano scelto il sacrificio, avevano scelto di aiutare il loro migliore amico, senza pensarci due volte.
In quel momento, in quel preciso momento, Pedro Jaras decise d’intervenire, e gridò ai compagni con tutto il fiato che aveva in gola, esortandoli a tirar fuori il coraggio che Dio in quell’istante aveva deciso di regalargli.
I fratelli Araňa, Felipe, Miguelito e gli altri pescatori sembrarono ridestarsi da un torpore, e tutti insieme si scagliarono in una lotta terribile contro l’immenso nemico.
Pedro colpì con il suo arpione, e colpì, colpì fino all’inverosimile, e così anche gli altri, fin quando il mare intorno fu solo di sangue.
Si fermarono tutti. Il mare non ribolliva più. Lo squalo affiorò misero sulla pancia, incredibilmente squarciata. Un silenzio irreale accompagnava la sua morte.
Pedro non riusciva a crederci. Ce l’avevano fatta, avevano vinto.
Guardò i compagni, bianchi di paura, che respiravano a fatica, ancora ansimanti di lotta. Erano tutti increduli.
Poi lo sguardo si rivolse a cercare il vecchio Ramirez, che seduto sulle ginocchia carezzava l’acqua, piangendo come un bambino.
I delfini erano feriti. I denti dello squalo erano affondati nelle loro carni, e non c’era più nulla da fare. Adesso morivano l’uno accanto all’altro, così come avevano vissuto sempre insieme.
I marinai si tolsero il cappello, in segno di rispetto.
Conoscono bene l’addio: esso è presente nel loro cuore quando lasciano i porti e le case, nel timore di non farvi più ritorno. Anche questo era un addio, ma diverso da tutti gli altri.
Era l’addio a chi per loro è il più grande amico in mare, a chi è il conforto naturale lungo le rotte più lontane ed insicure.
L’addio a chi non ti lascia mai solo, a chi ti rende un canto che ha la voce così simile ai figli. L’addio a chi, notte e giorno, sembra sorrida sempre, soltanto per te.
Tutti erano commossi. Nonostante l’aspetto rude, anche gli Araňa mostravano gli occhi lucidi, quasi che a soffrire fosse uno dei loro fratelli.
Pedro avvicinò la sua barca. Ramirez singhiozzava.
-       Mi dispiace per quello che ho detto prima…non volevo…
-       Lascia stare, Ramirez, non importa. Sanno che sei loro amico.
In quel momento a Ramirez poco importava delle parole di Pedro, e pregava, pregava come non aveva mai fatto in vita sua. Anche gli altri pescatori pregavano come non avevano mai fatto. Pedro, lui che non pregava mai…Anche lui pregava.
Noi uomini, poveri uomini,  siamo così piccoli e lontani da ogni verità e dagli infiniti piani di Dio, tanto da non comprendere che la perdita di qualcosa corrisponde sempre in qualche modo al regalo di un’altra.
I corpi lacerati dello squalo e dei delfini avevano attirato un incredibile banco di pesci, talmente grande  che nemmeno il vecchio Ramirez aveva mai visto in tutta la sua esistenza.
Gli uomini intuirono il regalo che Dio attraverso i delfini aveva loro donato, e gettarono le reti in mare, ringraziando con un segno di croce.
All’alba le barche di Pedro, Josè, Miguelito, Ramirez e dei fratelli Araňa  erano così piene come non si ricordava a memoria d’uomo.
Finalmente avrebbero avuto di che  sfamare le loro famiglie.
Al ritorno, come gli altri Pedro si è addormentato d’un sonno profondo, dovuto, nella sua amata casa.
Dormiva così intensamente da non accorgersi che il suo piccolo Manuel gli sfiorava teneramente le  palpebre, cercando d’immaginare cosa stesse sognando.
Adesso tuo padre ti direbbe una storia, Manuel, la più bella storia che hai mai ascoltato.
La storia di una meravigliosa amicizia, che lega da sempre, da quand’è il mondo, l’uomo e il delfino.

A Dio, e alla grandezza dei suoi piani.

lunedì 23 aprile 2012

LEI SOGNAVA DI NUOTARE CON I DELFINI di Brunella Severino, Benevento


Non aveva un bel ricordo di quella vacanza a Rimini all’età di 8 anni. Erano partiti con zia Maria, l’ultima sorella di sua madre, e nonostante la folla di cugini e di parenti sopraggiunti che abitavano in zona, lei non si divertì affatto. Perchè? Perché il mare Adriatico era pieno di alghe a riva ,così tante che si vedeva solo un tappeto chilometrico verde scuro. Lei era terrorizzata dall’entrare in acqua ed opponeva resistenza a sua sorella che provava in tutti i modi a convincerla. Un sua amichetta le aveva raccontato che nella sabbia si nascondevano le tracie: orribili pesci che ti mordevano il piede, che si gonfiava e faceva così male che te lo dovevano amputare! ”No, non voglio fare il bagno! Urlava, fino a quando si rassegnavano tutti, familiari e parenti , dopo i falliti espedienti per farla bagnare, e lei finalmente poteva starsene in pace a giocare con secchielli e formine, al sicuro del suo ombrellone. L’unico ricordo straordinario di quella estate, fu la visita all’acquario dove c’erano i delfini. Ricorda ancora affascinata come rimase imbambolata durante lo spettacolo: i loro giochi, le acrobazie, come avrebbe voluto essere al posto dell’istruttrice per nuotare con loro ed accarezzarli! Era anche andata vicino alla finestra corrispondente ad un livello più basso della loro vasca e così li aveva visti di muso, quando si erano avvicinati al vetro. Era rimasta con il naso e le mani appiccicate quasi potesse toccarli e allora capì che le piacevano da morire.
Da quel giorno andò a caccia d informazioni, aveva ascoltato storie di delfini che avevano salvato naufraghi, aveva assorbito rapita documentari e film e pensava a quanto affascinanti fossero quegli animali.
Sognava di poter nuotare con loro. Poi era cresciuta ed i problemi familiari avevano interrotto le vacanze al mare. Solo rare gite che non saziavano mia il suo desiderio, qualche giorno rubato come ospite, qualche sospirata e breve puntata pomeridiana in spiaggia, quando trascorreva le vacanze da scuola in Calabria da sua sorella per aiutarla con i bambini. Il mare sempre sognato lo ascoltava in una conchiglia, ad occhi chiusi  convinta che sì, lo sentiva, ma era anche tanto lontano.
Poi giunse l’amore  e le gite romantiche al mare, dopo lunghe trattative per permessi, a volte accordati con la scorta di qualche nipote. Poi il grande amore che l’aveva subito sposata e per un suo compleanno le fece un regalo speciale:una gita alle isole Tremiti. Non era mai stata su un’isola e quell’avventura della traversata, l’aliscafo e poi l’isola, le sembrarono un sogno. Negli anni a seguire ci fece delle  brevi vacanze anche con il pancione, che ostentava orgogliosa, portando per mano il primo figlio.
E poi altre vacanze ancora, in altri posti di mare, alcuni belli, ma sempre troppo brevi da godere e a volte erano offuscati dai problemi che si affacciavano, annunciando la fine che arrivò inesorabile.
Anni di dolore devastante, non furono placati dall’azzurro, né cullati dal dolce infrangersi delle onde: altri orizzonti , al tramonto di una solitudine cittadina, raccoglievano le su lacrime e lei sognava il mare così lontano. Poi il tempo lentamente curò le ferite  e lei ricominciò a vivere ed un giorno giunse per la prima volta a Procida, quell’isola caotica, stretta e rumorosa, la faceva sentire a casa. Aveva gli amici di Vivara, ma le piaceva anche chiacchierare con le donne nei vicoli, nelle botteghe e nella chiesa. Si sentiva una del posto e se ne innamorò. Era così incantata che ne scrisse una poesia. Altre isole la attirarono, per solcare le onde che osservava affascinata dalla prua dei traghetti  e cercava sempre di toccare quell’acqua salata come un battesimo per non separarsene più.
Una volta un’alba siciliana l’accolse commossa e lei pregò  un grazie  per il dono di quello spettacolo.
Altre isole ancora , altre storie, altre  emozioni. Le piacevano però anche le costiere  ed imparò ad apprezzarne le differenze: quella caotica ed invasa da case e hotel di lusso, da Positano a Palinuro, e quella ancora selvaggia e profumata del Gargano. Dalla strada si affacciava estasiata su rocce a picco su un blu turchese  che la richiamava e le faceva desiderare di tuffarsi .Torri e castelli diroccati avevano segnato i ricordi di gite di passione, di litigi e ancora di passione, fino alla fine, di un’altra storia che la devastò più che mai. Il mare, sempre nel suo cuore, era un raro rifugio dove una inattesa gita la riportava  per consolarla e rigenerarla. Il mare che assorbiva il suo sguardo verso orizzonti sospesi nel futuro. Il mare con le sue carezze di madre che l’accoglieva  generosa, donandole conchiglie e coralli, da conservare per i momenti di nostalgia.
Quel mare che un giorno, mentre assaporava il suo profumo, a prua di una barca, lasciandosi spruzzare e poi asciugare dal  vento, le portò i delfini: un salto improvviso al suo fianco, allegro e veloce, un salto furtivo per dirle: Sì, tu sei Marina. Era il nome che avrebbe voluto darle suo padre.

giovedì 19 aprile 2012

SCRIGNO di Veronica Notaro, Squinzano (LE)


Nicole scriveva sulla riva e si indispettiva nel vedere il mare portare via ogni parola, o meglio, vista
la tenera età, ogni segno tracciato gioiosamente, pensando che potesse rimanere là sino all’estate
successiva.  
E seguiva lo sguardo tenero del nonno che, per non farla rimanere troppo male, la invitava a
scrivere di nuovo.
Ma questo non era il solo “gioco da mare”. Si divertiva a farsi acciuffare dalle onde, si lasciava
trascinare lievemente dall’acqua limpida e bassa. Ci guardava dentro, nella speranza di vederci
sguazzare qualche pesciolino color argento. Ma quelli si avvistavano più avanti, dove le era
consentito avventurarsi soltanto dando la “manina” al nonno.
Spesso quando l’acqua cristallina le raggiungeva il pancino, si ritraeva, e decideva di tornare
indietro e inventare nuovi giochi.
E così, come di consueto, preparava polpette di sabbia per i cugini più grandi che, per farla
contenta, facevano finta di mangiarle ma, non appena lei si distraeva nella preparazione e
nell’impasto di nuove palline sabbiose, le lasciavano cadere via.
E quanto le piaceva, anni più tardi, la caccia ai granchi. I soliti cugini grandi li catturavano,
otturando con acqua e sabbia i fori degli scogli, e cogliendo il momento giusto per agguantarli. Alle
volte, venivano pizzicati, e Nicole rideva tanto. Ecco, la divertiva più la piccola vendetta del
granchio di turno, che non la cattura in sé. Si dispiaceva, e non vedeva l’ora di farli liberare.
Avevano una famiglia ad attenderli, quella era la loro casa, pensava.  Era un po’ come allontanare la
sua bambola dalla poltroncina presente nella sua cameretta. La bambola non avrebbe mai voluto
separarsi da un posto così comodo, dall’affetto di “mamma” Nicole,  nonché dagli adorati amici
peluche.
Col passare del tempo, la caccia ai granchi, o meglio, i pizzicotti che questi davano alle dita dei
cugini, non la entusiasmavano più tanto. Arrivarono così le stagioni fatte di sole, bagni, tuffi, beach
volley, “racchettoni” e chi più ne ha più ne metta.
L’adolescenza poi era stata un vero e proprio turbinio di emozioni, e tante di esse avevano avuto
come sfondo l’adorato mare. Le amicizie di un’estate, e altre destinate a durare molto ma molto di
più, la prima cotta, il primo bacio e, ovviamente, le prime delusioni, anche amorose.
Ora Nicole se ne stava sullo scoglio prediletto. Non era estate, ma primavera. Nessun ombrellone
intorno, nessuna risata, né calci a un pallone; nessuno intento a prendere il sole o a mangiare un
gelato.
C’era solo lei, col mare.
Guardando l’orologio si accorse di aver passato quasi un’ora tra quei ricordi e quei pensieri. L’ora
meglio investita della sua vita, pensò. Ricordare in fondo le faceva bene, e immergersi nelle vecchie
esperienze la aiutava. Tutta quella quiete era impensabile nella metropoli che adesso la ospitava.
Il mare poi era un vero miraggio. Per questo aveva scelto quel luogo tranquillo, affabile, pronto a
dare o ridare tanto, per tornare per un po’ spensierata, libera di far scorrere e correre la
mente,  senza compiti da eseguire, senza spiegazioni da dare.
Ma era giunto, purtroppo, il momento di andar via, e di darsi un nuovo appuntamento a data da definire.
Aveva il volo tra meno di un’ora. Avrebbe salutato l’immensa distesa azzurra e verde dall’alto.
Desiderando ardentemente di spendere quanto prima il maggior numero possibile di minuti nel
“suo” luogo, scrigno traboccante di lei.

martedì 17 aprile 2012

VITAMARE di Natalia Marraffini, Osnago (LC)


Sabbia tiepida sotto la schiena. Ammiro il cielo da questa riva ascoltando le onde
carezzare la spiaggia. Suono familiare. Lo stesso di quel giorno, su quegli scogli. Sale
sulle labbra e lui al mio fianco. Quanto lo desideravo. L'acqua rabbiosa si scagliava
contro le rocce, su quel tiepido ruggito il nostro primo bacio.
Il sole pigro mi scalda. Oggi, anni lontani da quegli scogli. Attendo. Le onde mormorano
la loro presenza e ogni tanto mi schizzano i piedi. Gocce gelide, puntini di luce sulla
pelle. Le stesse di quella sera, di ragazza e incoscienza. Un falò sulla spiaggia, gli amici
di sempre, un'alba d'argento ci invitava a vivere la notte. Alcuni di noi si spogliarono,
anche io con la mia folle amica Iv. Mano nella mano indossando solo indumenti intimi
corremmo sfrenate verso quell'orizzonte liquido. Lo stesso gelo che mi schizza ora mi
pervase. Le stesse gocce che adesso, forse, si prendono gioco della mia pazienza
apparente.
Quella sera, più tardi, accanto al fuoco incrociai per la prima volta il suo sguardo. Amico
di amici, disse Iv. Andrea, si presentò.
Il calore di quel falò, il brivido del primo incontro, il gelo di queste gocce. Immersa in un
passato stranamente presente fremo dentro. Sì, sono qui immobile. Eppure c'è qualcosa
che scalpita in me. Stare su questa riva ha un che di rilassante, sarà per questo che sono
venuta senza pensarci. Sapore di casa, solo ora me ne accorgo. Ho trovato rifugio in
questo mormorio, in questo gelido tepore. Ora come allora.
Gabbiani chiacchierano in lontananza, voci remote si accendono e spengono. Voci che mi
riportano ad alcuni anni fa. Il telefono squillò e una voce lontana come quelle che sento
mi invitò all'ospedale. Mia madre. Il viaggio in auto, l'attesa in sala d'aspetto. Il cuore,
dissero. Dopo un primo incredulo stordimento, presa da un vuoto sconosciuto la fuga
verso la riva. Il fiato appesantito dall'oppressione di un'assenza che si prospettava eterna.
Mi era sempre stata vicina con la sua presenza avvolgente, rassicurante.
Queste acque, il loro silenzioso sussurrare, senza domande né parole mi consolarono
segretamente. Accolsero tutta la mia disperazione nel loro semplice stare.
Quella sera Andrea mi trovò lì. Sola, tentando di confondere lacrime e onde. Non disse
nulla, mi si sedette accanto e in un abbraccio stette con me in attesa che il dolore si
sciogliesse.
I muscoli mi si distendono sotto il cielo chiaro, al ritmo di questo mormorio ondeggiante.
Mi siedo per guardare l'orizzonte in cui due blu si confondono. Questi colori mi ricordano
un'onirica realtà del passato. Una voce, da chi sa quale parte di me, fa riemergere
quell'immagine.
Si ergeva su uno scoglio una figura di donna sottile. Vestita di veli e venti guardava
l'azzurro. Brezza carezzava la sua pelle invisibile mentre ammirava scomposte onde
schiumose. Si lasciò scivolare nell'aria, quasi lo sciogliersi di un'attesa lunga una vita. Le
braccia ad avvolgere il liquido terreno, il capo a sfiorare l'orizzonte. Sulle punte verso
l'infinito, cadeva. Cedeva. Svaniva nel tacito rumore prima della tempesta.
La mia adolescenza fu segnata da quel desiderio di abbandono. Di fine. Volevo solo la
stessa libertà di quella ninfa. Fino a quel giorno su quegli scogli, sigillo di un'alleanza che
non poteva essere amore ma solido legame. Una di quelle dipendenze che liberano.
L'ho chiamato durante la pausa pranzo e gli ho dato appuntamento qui, dopo il lavoro.
Ci vediamo ogni giorno in una casa che ormai è nostra. Ma certe notizie meritano di essere
dette in case più sentite.
Questa mattina il test era positivo.
Stringo le ginocchia al petto, mi sento più bambina che mai. Non credo che riuscirò a
dirglielo in modo più romantico. Non l'avevo prevista una personcina nuova, nostra. Ho
pensato al peggio. Difficoltà, malformazioni, notti insonni. Penso a lui. È davvero questo
il coronamento di un amore? La prima parola, i primi passi, il primo abbraccio che gli
darò.
Mi giro verso la strada. Lo vedo arrivare e sorrido. Ho già paura, anche per questo sono
qui.
Gli faccio un cenno di saluto a cui risponde forse felice. Non capisco perché mi guardi in
quel modo. Raggiante, ogni giorno come se fosse il primo. Non ho fatto nulla per
meritarlo.
Probabilmente non è questo il coronamento. Eppure c'è qualcosa che mi dice che sono
pronta. Noi.
Mi si siede accanto e ridacchia carezzandomi la schiena: “Sei tutta sporca di sabbia”.
È ora.
So che ci sono luoghi meravigliosi in cui le spiagge sono ricoperte di granelli sottili come
cipria e le acque sono cristalline. Sempre. Qui la sabbia a volte graffia e le acque sono un
po' torbide.
Però è questo l'unico mare che conosco.

lunedì 16 aprile 2012

IL MARE D'AUTUNNO di Lorenzo Spurio, Jesi (AN)


Il mare era scosso da grandi cavalloni che, una volta giunti in prossimità della riva, producevano degli schizzi d’acqua fredda. A quel punto si trasformavano in una densa schiuma bianca che sembrava producesse uno strano ronzio. Solo allora il mare sembrava risucchiare l’acqua verso di sé, per poi ritornare a muoversi secondo il suo moto burrascoso. Era una giornata autunnale e non faceva particolarmente freddo. Il cielo era celeste, un celeste quasi grigio. Circa sopra alla mia testa potevo scorgere una linea diagonale bianca fumosa prodotta da un aereo in volo. Vedendola, la prima cosa che mi venne da pensare, fu che qualcuno, non so come, si fosse impegnato nell’impossibile impresa di dividere in due il cielo. Tuttavia, quando tornai a rialzare la testa per vedere la linea, mi resi conto che stava scomparendo lentamente e per un attimo cercai di immaginare la costernazione di colui che aveva diviso il cielo in due metà per il fracasso del suo progetto. Il cielo della zona dove abitavo veniva spesso segnato da linee di fumo, traiettorie di aerei in volo dato che a pochi kilometri si trovava l’aeroporto. Negli ultimi anni c’erano state diverse petizioni e anche progetti di legge al consiglio regionale per cercare di limitare il traffico aereo che, oltre a produrre inquinamento atmosferico, produceva inquinamento acustico. La sorella di una professoressa che avevo conosciuto negli anni del liceo, infatti, mi aveva raccontato più volte di quanto fosse difficile e insostenibile vivere perennemente esposti alla minaccia di aerei in andata e in ritorno. Mi aveva detto che il marito ci aveva fatto il callo e che alla fine riusciva ad addormentarsi alla sera mentre lei trovava maggiori difficoltà. Gli aerei e gli elicotteri non mi avevano mai appassionato particolarmente. Neppure da bambino, quando spesso i bambini giocano con modellini di aerei. L’avevo sempre considerato una cosa normale, come il tostapane o il rastrello del giardino. Ma quel giorno al mare, quella scia fumosa lasciata dall’aereo originò nella mia mente molti pensieri, piuttosto sconnessi, rievocarono alcuni ricordi di natura diversa. Stavo seduto su di una pietra liscia abbastanza grande dinanzi al mare, contemplandolo e pensando a quanto la natura è immensa. Ogni tanto dei piccoli spruzzi della risacca delle onde mi arrivavano alle mani o addirittura al volto. Non mi infastidivano ma al contrario mi facevano piacere. Quel tratto di spiaggia non era particolarmente frequentato da passeggiatori, anzi era piuttosto deserto. Forse era proprio per quello che l’avevo scelto, perché riusciva ad infondermi tranquillità e a rafforzare la mia necessità di isolamento. Mentre stavo pensando a quanto la mente umana può trovare refrigerio in un posto tranquillo e naturale come quello, il cielo cominciò a essere popolato da un piccolo stormo di gabbiani. I loro versi particolarmente monotoni e fastidiosi ruppero la mia calma interiore e mi infastidirono un poco. Alcuni, favoreggiati da un moderato vento che tirava, volteggiavano mentre altri, di più in numero, camminavano in maniera meccanica sulle loro zampe palmate cercando di trovare qualcosa da mangiare. Interrotto dalla loro presenza, mi misi ad osservarli. Non sapevo di quale razza di gabbiani si trattasse poiché ricordavo di aver visto in passato altri gabbiani che erano abbastanza diversi da quelli che ora mi trovavo di fronte. Avevano il piumaggio completamente bianco, di un bianco candido, con eccezione di alcune penne in prossimità delle ali e di alcune piume alla fine della zampa. Di quei gabbiani mi colpì molto il becco. Non sono un ornitologo né ho studiato Biologia animale ma gli uccelli mi sono sempre piaciuti e questo, unito alla mia memoria, mi permetteva di pensare che c’era qualcosa di strano o per lo meno di atipico in quel tipo di gabbiano. Tutti i gabbiani che avevo visto in precedenza infatti avevano un becco giallo o arancione, un becco arcuato verso il basso, per facilitare la presa del cibo. Questi gabbiani avevano un becco regolare che terminava a punta e completamente di colore nero. In realtà se quel tipo di gabbiano avesse avuto completamente il piumaggio nero e lo si fosse visto in città, avrebbe fatto tremare la gambe alle anziane signore. Erano panciuti e molto in carne e questo mi fece pensare al colloquio che avevo avuto tempo prima con un marinaio del luogo il quale mi aveva raccontato che i gabbiani mangiavano di tutto, che erano onnivori e che per la loro aggressività potevano uccidersi a vicenda o addirittura attaccare altri uccelli. Il marinaio mi aveva raccontato di quando lui una volta, tornato di mattina presto con la sua piccola imbarcazione da peschereccio, alcuni gabbiani richiamati dal fresco pesce profumato si erano avventati, privi di paura dell’uomo, sulle casse in cui aveva disposto il pesce. L’uomo aveva cercato di allontanarli ma un paio di essi gli si erano rivolti contro e lo avevano beccato in un braccio e ad un’orecchia, producendogli delle ferite abbastanza gravi. A quel punto si era servito di una tavola in legno per difendersi e scacciarli. Ogni volta che vedevo un gabbiano questo ricordo mi tornava alla mente forse perché nessuno, incluso me, si sarebbe mai capacitato della forza e dell’aggressività di un pennuto che all’aspetto poteva sembrare tanto pacifico e solitario. Mentre la mia mente stava rievocando questi ricordi, vidi che un gabbiano, dall’aspetto maestoso e dal procedere sicuro, si stava avvicinando verso di me. Per un attimo pensai che il gabbiano si stava approssimando a me per raccogliere le briciole di qualcosa che stavo mangiando, ma in realtà non stavo mangiando. Mentre si avvicinava lo esaminai bene. Il bianco del suo piumaggio mi richiamò il candore di una costa rocciosa che avevo visto anni prima durante un viaggio nel Dorsetshire. Continuando a incedere nel suo passo bipede ma impavido, cominciai a fissare i suoi occhi. Erano occhi scuri e torvi che contrastavano con il piumaggio immacolato. Sembrava che non chiudesse mai gli occhi, per restare sempre vigile. Lo osservai ininterrottamente, spesso sporgendomi verso l’avanti o assumendo una nuova posizione per poterlo vedere da prospettive diverse. A un certo punto, mi accorsi che il gabbiano mi stava guardando. Zampettava in avanti e mi fissava con i suoi occhi neri lucenti. Trovandosi ormai a pochi metri da me e avendo iniziato anche ad aprire meccanicamente il becco, considerai il suo comportamento come quello di un gabbiano che sta per attaccare e cosi, terrorizzato da quell’ingenuo animale, presi un sasso di media dimensione e lo scagliai senza violenza vicino al gabbiano che, impaurito, tornò in volo.  Restai ancora altro tempo al mare, cercando di ritrovare la tranquillità che i gabbiani mi avevano fatto perdere. Li osservai ancora volteggiare nel cielo, battere le ali, cercare delle piccole porzioni di cibo verso la riva e poi librarsi in volo. Questa volta riuscii a osservare quella scena con piacere, ritrovando la mia libertà e tranquillità anche con la loro presenza vorticosa e riuscendo a intravedere nei loro volteggi il volo di Jonathan Livingstone che da bambino mi aveva affascinato. Da quel giorno amo i gabbiani. Mi reco d’autunno e d’inverno alla spiaggia spesso portando ai gabbiani ciò che per me sono semplici avanzi di cibo e ciò che per loro sono eccellenti alimenti per banchettare prima di alzarsi in volo e di danzare in cielo.

"Voli" Leuca 2012
Immagine di repertorio



giovedì 12 aprile 2012

L'ULTIMO CANTO DELLA SIRENA di Renato Lopresto, Roma


Quando riaprì gli occhi, disteso bocconi sul fondo, sentì che la barca veniva sospinta dal mare
morto: l’ondulazione era lenta, le onde lunghe e stracche. Era il segno che il fortunale era ormai
passato. Prese così coscienza che non pioveva più.
  La testa e tutte le ossa gli dolevano; si girò su un fianco e la luce l’abbagliò, obbligandolo a farsi
schermo col palmo della mano. Il sole era dunque già alto; ma sulla fronte sentiva arrivare un
venticello fresco. Era la brezza di nordovest, che da poppa spingeva la barca dolcemente. Si mise in
ginocchio e cadde in avanti sulle mani; aiutandosi con quelle, raggiunse a fatica l’estremità
anteriore. Riuscì a sollevare il busto e s’appoggiò a peso morto con gli avambracci sul banco di prua
a scrutare l’orizzonte.
  Vide il profilo della costa che si stagliava nitido e solenne. La riconobbe subito e un brivido, che
non era solo di freddo, l’invase e a intervalli ravvicinati lo scosse.
Come tutti i pescatori e i marinai, Angelo s’era sempre tenuto lontano da quell’isola che, da tempo
immemorabile, incuteva timore e rispetto: se non altro per scaramanzia. Maledisse fra sé la sua
imprudenza; la sua avidità e la sua voglia di primeggiare. Si pentì della sua boria nel rispondere, col
sorriso beffardo, ai vecchi che il  giorno avanti l’avevano sconsigliato, con quelle nuvole, di
prendere il largo in compagnia del povero Pino. Il mare se l’era inghiottito durante la tempesta
proprio quella sera mentre, sballottato dai marosi, s’accingeva a filare la scotta.
  A nulla era servito gettare in acqua buona parte dell’abbondante pescato: la furia non dava tregua
alla barca, che s’innalzava e ricadeva paurosamente e, ancora più paurosamente, scarrocciava al
frequente mutare di vento.
  Oltre alle raffiche, la pioggia sferzante gli aveva reso difficile ogni gesto, offuscandogli la vista e
prostrandogli la mente. La scomparsa di Pino gli era sembrata il presagio della sua fine prossima:
ennesimo tributo alla collera del gigante. Tributo particolarmente accetto perché d’una vita in fase
ascendente.
  Tuttavia l’esperienza fatta negli anni da ultimo aveva prevalso. Lasciata la barra, il giovane
pescatore aveva provveduto, arrancando, ad ammainare la vela e iniziato ad aggettare con la sassola
l’acqua, col chiaro proposito di sfuggire il pericolo. Finché un’ondata non s’era abbattuta
pesantemente su di lui tramortendolo. Ma proprio dal groppo che aveva prodotto quell’ondata
giunse improvvisa la salvezza, perché subito dopo era seguita la calma: una calma quasi irreale.
  L’isola diveniva imponente e minacciosa, sebbene fosse rischiarata da una bella luce azzurrina.
Occorreva cambiare rotta in fretta.  Dopo i primi inutili tentativi, si rese conto che non aveva forza
nelle braccia e nelle gambe; che tutte le membra erano rattrappite e agitate, a intervalli, da un
tremore che sembrava preannunciare la morte. Fu costretto a recedere dall’idea d’issare la vela; o
d’impugnare i remi; e perfino di portarsi a poppa a maneggiare la barra. Si rannicchiò su sé stesso,
senza togliere gli occhi dall’isola maledetta.
  Quando fu abbastanza vicino, il cuore prese a pulsargli forte e gli parve d’udire un suono
melodioso che diveniva via via più distinto. Un canto soave che, ridando vita ai sogni dell’età
spensierata e senza freni, imprimeva suggestioni perdute e nondimeno mai cancellate dalla
memoria.
  Dimenticò ogni cosa come per prodigio, attratto dal gioco della luce sulle crespe, sedotto dal suo
stesso fantasticare. Gli sembrava di muoversi in un mondo nuovo da sempre e puntualmente
negletto.
  Il canto giungeva limpido e, con le sue modulazioni agili e suadenti, impediva che qualunque altro
suono, per quanto intenso o molesto, lo distraesse. Era in balia d’una voce che (così credeva) non
aveva mai udito prima e che non avrebbe neppure saputo immaginare.
  La barca scivolava leggera, attratta da una forza sconosciuta che, pur senza impeti, non dava
requie. Davanti, la costa alta e rocciosa appariva del tutto inospitale: questo avrebbe allarmato
chiunque e l’avrebbe persuaso a virare con decisione. Invece, immobile e con lo sguardo fisso,
Angelo continuava a inseguire le increspature, rapito da quel canto melodioso e arcano.
  Mentre andava avanti sulla spinta del mare lungo la barca, approssimandosi all’approdo, riceveva
urti sempre più decisi che finirono col distoglierlo dalle sue fantasticherie, senza sottrarlo al fascino
di quel richiamo. All’improvviso, dritta di prua, apparve tra le rocce una caletta deliziosa ch’era
ignota ai naviganti: la barca s’arenò dolcemente come per magia. Di colpo rinvigorito, il ragazzo
discese con slancio e, senza curarsi del gozzo, si diresse verso la grotta che l’adescava con una forza
sconosciuta.
  Entrò deciso e tuttavia il suo cuore prese a palpitare a ritmo veloce. Fu avvolto da una luce
azzurrognola a cui non fece caso, come se percepisse un unico segnale che non ammetteva ostacoli.
Procedendo, sentiva che la voce misteriosa, senza perdere il suo potere di seduzione, calava
gradualmente di tono. E quando lo spazio, da incerto e angusto, per merito d’una finestrella naturale
che dal fondo, ad altezza d’uomo, permetteva alla luce d’introdursi, si fece luminoso e ampio, non
udì più la voce. Allora, intimorito dal silenzio, si guardò intorno e vide, chiara davanti alla
finestrella, una figura elegante di donna rivolta verso il mare.
  S’irrigidì in attesa. La donna si girò con grazia: era giovane e i capelli scuri e ondulati le
scendevano, con bei riflessi azzurro-verde, fino a coprirle le spalle. Gli occhi color acquamarina, dal
taglio perfetto, lo fissavano con un candore che catturava l’intelligenza. Una veste leggera, dello
stesso colore degli occhi, le avvolgeva le membra delicate e armoniose fin sopra il ginocchio. Ai
piedi semplici sandali di cuoio.
  Angelo continuava a starsene immobile e in silenzio. Finché lei, atteggiando le labbra a un
grazioso sorriso, non gli fece cenno d’accomodarsi sul sedile di pietra.
  “Eccoti, finalmente,” gli disse con voce ferma e gentile, mettendosi a sedere di fronte a lui, “ti
aspettavo da tanto.”
“Non capisco,” l’altro rispose con stupore.
  “Molte volte ti ho visto passare; non ho potuto chiamarti, perché eri troppo lontano e hai tirato
diritto.”
“Chi sei? Io non ti conosco.”
“Sono l’ultima sirena.”
“Una sirena?” E, sempre più turbato,  “non vedo la coda,” disse con una punta d’ironia.
“La coda non è che il frutto dell’immaginazione fervida di naviganti impauriti. Prima ancora i
poeti ci avevano descritte con il corpo d’uccello. Ma noi siamo solo fanciulle che sanno più di tutti
gli altri esseri umani. Rassicurati dunque, se non ti spaventa il potere della conoscenza.”
  “Sei una strega?”
Lei, sorridendo, rispose: “Non sono una strega. Sono l’ultima sirena senza coda di pesce e senza
corpo d’uccello, come puoi vedere.”
“Come mai ti trovi qui?”
“Vivo su quest’isola da sempre. Avevo due sorelle che mi hanno lasciata sola.”
“Perché?”
“Per decreto del fato.”
“Non capisco.”
“E’ una vecchia storia, anzi antica, che coinvolge alcuni marinai illustri.”
“Raccontamela, ti prego.”
“Hai mai sentito parlare degli Argonauti e di Orfeo? Conosci le avventure di Ulisse?”
“Ulisse so chi è… un marinaio che non riusciva a tornare a casa. Gli altri non li conosco.”
“C’era una volta un principe chiamato Giasone che partì per una grande avventura, spinto dal re
suo zio, il quale temeva d’essere spodestato proprio da lui, secondo quanto gli era stato predetto.
Giasone scelse gli uomini più valorosi del tempo, i marinai più esperti, un poeta e grande suonatore
di lira e di cetra, di nome Orfeo, e si diresse con la nave Argo verso una terra ignota. Quando la
nave, dopo tante peripezie, passò davanti a quest’isola, Orfeo con la sua melodia riuscì a coprire il
nostro canto, in modo che Giasone proseguisse senza fermarsi. Uno solo di loro ci ascoltò e si
gettò in acqua, ma fu salvato e portato via per intervento divino. Per noi questa fu una grave sconfitta,
perché era scritto che per ogni nave che s’avvicinava alla costa e che proseguiva, incurante del
nostro canto, una sirena doveva gettarsi in mare. Dunque, per colpa di Orfeo prima e di Ulisse dopo,
ho perduto le mie sorelle e sono rimasta su questa spiaggia completamente sola. Io stessa oggi non
sarei qui, se il vento e il mare non t’avessero portato fino a me.”
  “E’ davvero una storia triste e strana. Sono contento d’averti salvato.”
“E’ presto per dirlo. Tu sei giunto come un naufrago. Ma ristorati adesso: avremo tempo di
parlare.”
Il giovane pescatore accettò di buon grado gli squisiti molluschi e le alghe tenerissime d’una
specie che non aveva mai veduto; bevve l’acqua di sorgente limpida e fresca che la sirena gli porse
con un inimitabile sorriso; poi cadde in un sonno profondo.
  Al risveglio rimase alcuni istanti in bilico tra la realtà e il sogno, stupendosi di trovarsi su un
comodo letto, finché non la vide che s’avvicinava, tenera e allegra, con passo leggero. La riconobbe
subito e con la luce piena del giorno scoprì ch’era ancora più bella.
  “Quanto avrò dormito?” chiese.
“Tanto. Hai fame?”
“No. Ho voglia d’alzarmi e di fare due passi.”
Fuori la giornata era splendida: il mare quasi piatto e l’aria sapeva di maschia fragranza. Davanti
alla spiaggia alcuni gabbiani si tuffavano con maestria sulla superficie dell’acqua, per rialzarsi in
una sorta di gioco. Angelo s’accorse che la barca stava su diritta, appoggiata alla roccia, in un
angolo al riparo. Guardò interrogativamente la sirena: in cambio ottenne un altro splendido sorriso.
Sotto i piedi nudi la sabbia dava una sensazione tattile piacevole che spingeva ad andare avanti. Ma
era tutto l’insieme a pretendere il silenzio. L’azzurro del cielo, il colore e il profumo del mare, la
compagnia d’una giovane bellissima e misteriosa, oltre a un felice risveglio, erano gl’ingredienti
che respingevano ogni pensiero.
  Sul margine della spiaggia si fermò:  la sirena lo prese per mano e proseguì con lui il cammino
saltellando agile sugli scogli ingannevoli. Poco più avanti bevvero, più per diletto che per dissetarsi,
a una cascatella che dalla parete rocciosa scendeva con grazia in mare. Angelo guardò in alto: la
costa a picco era davvero imponente e non permetteva l’ascesa fino alla cima.
  Ripresero a muoversi: a pochi metri dalla costa affioravano due scogli ad altezza d’uomo simili tra
loro per dimensioni e per aspetto. Lei glieli indicò, dicendo: “Ecco le mie sorelle. Una è qui dal
passaggio di Giasone, l’altra da quello di Ulisse. A me sei toccato tu, Angelo da Procida.”
  Il ragazzo ebbe un attimo d’incertezza, ma procedette con un sorriso, senza fare domande, e con il
cuore gonfio d’emozione.
Raggiunsero una caletta davvero piccola, stretta fra le rocce, dove si fermarono. Il sole a quell’ora
l’illuminava perfettamente e il profumo del mare la riempiva del suo vigore, a cui non era possibile
sfuggire. Allora si distesero e s’aprirono alla vita.
  Angelo aveva notato in un angolo solitario della grotta un oggetto sostenuto da un trespolo e
ricoperto da un velo cenerino. Un giorno, vinto dalla curiosità, stava per allungare la mano e
togliere il velo quando udì la sirena dirgli a gran voce di fermarsi.
  “Perché” le domandò.
“Non sei pronto. Se sollevi il velo, la tua mente si perderà e tu dovrai rinunciare per sempre alla
conoscenza.”
“Che cosa c’è sotto il velo?”
“C’è lo specchio della conoscenza piena. Essa richiede un addestramento che non hai, ma che
potrai ottenere se avrai costanza e desiderio. Sarò la tua guida, se lo vorrai.”
“Non riesco a seguirti…”
“So che non puoi capire, ma abbi fiducia in me. La sorte finora ti è stata favorevole: il vento ti ha
spinto fino a quest’isola. Ora però dovrai scegliere.”
  “Che cosa?”  “Se restare e credere in te stesso e in me; o al contrario riprendere il mare per ricondurre
la vita che conosci. Se rimani, mi avrai per sempre e raggiungerai una pienezza riservata a pochi eletti per
sempre.
  L’altro rimase turbato da quelle parole, perché sentiva che annunciavano una scelta difficile e
definitiva, un’esperienza superiore alle sue forze. Gli rivenne in mente la storia di Ulisse e domandò
alla sirena: “Perché Ulisse non volle ascoltarvi?”
  “Perché, in fondo, ciò che desiderava veramente era di tornare a casa.”
Passavano le settimane, senza che Angelo se ne accorgesse, piacevoli e leggere. L’apprendimento
diveniva più gradito. Ma un giorno che dal mare soffiava forte il libeccio il velo che ricopriva lo
specchio prese a svolazzare tentatore: ed egli cedette.
  Un vortice d’immagini lo travolse, privandolo dei sensi. La sirena lo trovò disteso sul pavimento,
sotto lo specchio, che sembrava morto. Depose la brocca, con cui aveva attinto l’acqua, e corse a
rianimarlo. Mentre si piegava su di lui s’avvide del velo: allora due lacrime le rigarono il volto.
  “Non posso più restare,” il ragazzo disse con grande affanno.
“Lo so,” la sirena rispose.
  “E’ stato peggio che cadere in fondo al mare: devo partire.”
“Partirai.”
“Ho visto l’anima umana e aveva la mia faccia: un’espressione terribile e ambigua da far paura…
Poi tutto m’è girato intorno.”
“Non pensarci. Ora riposa.”
L’indomani la sirena strinse i lunghi capelli con un largo nastro e indossò la veste più bella, una
tunica turchina di lino, che le conferiva un aspetto nobile e solenne. S’avvicinò allo specchio della
conoscenza; lo prese, staccandolo dal trespolo, e si diresse verso l’uscita.
  Il cielo era terso, l’aria gradevole. La brezza increspava dolcemente l’acqua. Si trattenne qualche
minuto a seguire con gli occhi quel gioco, che pure conosceva da sempre; poi rivolse un ultimo
sguardo all’ingresso della grotta e riprese il suo cammino.
  Nel frattempo Angelo aveva aperto gli occhi; fece un breve giro all’interno della grotta, alla
ricerca di lei, e uscì.
Vide con stupore che la barca, con la prua in mare, era disposta alla partenza. Avrebbe giurato che
non era merito suo; deciso com’era a partire, addebitò la cosa al suo profondo turbamento. Spinse il
gozzo; issò la vela e s’accinse a costeggiare in direzione nord.
  Ritrovarsi a governare la barca lo fece star meglio: il tempo era magnifico, il vento teso. Inspirò
profondamente due o tre volte e, portando lo sguardo sull’isola, fu felice d’allontanarsene.
  Veleggiava all’altezza dei due grossi scogli, gli stessi che la sirena credeva sue sorelle, quando
scorse, a metà circa della parete rocciosa, una figura bruna che sembrava una statua eretta a mo’ di
segnale. Accostò quel tanto che potesse permettergli di vedere meglio e, con sua grande sorpresa,
riconobbe in quella figura che fissava immobile il mare la sirena. Allora, alzandosi, fece un gesto di
saluto con la mano e le sorrise, senza avere risposta. Ripeté il gesto con maggiore entusiasmo; poi
ebbe un tuffo al cuore, nel preciso istante in cui la vide slanciarsi e cadere in acqua e sparire. Gli
occhi s’arrossarono e un groppo gli serrò la gola. Rimase  a lungo in balia del vento, prima di
ritrovare la forza di rimettersi al timone e di fare rotta per Procida.
  Non volle mai più avvicinarsi all’isola; anzi si tenne sempre molto lontano da essa. Ma un giorno
che gli giunse voce che davanti alla costa dell’isola delle sirene era emerso un terzo grosso scoglio,
simile agli altri due, risentì quel groppo stringergli la gola.

martedì 10 aprile 2012

L'ETIENNE di Roberto Cipolato, Funo di Argelato ( BO )


Il vento  arrivò all’improvviso da ovest, foriero di tempesta. Il cielo terso cambiò  presto umore
lasciando spazio a torreggianti  cumulo nembi  che si ammassarono minacciosi all’orizzonte
come un armata prima della battaglia.  Il vecchio guardò  i gabbiani  sfilare sotto le nuvole scure
e puntare   verso la terraferma. Gocce    di pioggia gelida   miste a grandine presero a flagellare
il  ponte di legno   della vecchia   goletta. A  dispetto degli anni  Jules salì con agilità sul
castello di prua dell’Etienne reggendosi sulla  scotta della grande vela aurica. Non  sembrava
preoccupato mentre guardava verso il largo, una vita passata in  mare   ti prepara sempre al
peggio. Aveva alle spalle  quarant’anni di esperienza  nella marina militare francese ed alle
tempeste era preparato. Attorno agli occhi  profonde rughe striate gli davano la tipica
espressione da vecchio lupo di mare, regalo di una vita   trascorsa  strizzando lo sguardo  al
riverbero del sole. Molti anni prima, quando era un giovane guardiamarina, una brutta frattura
lo  relegò  per  sei mesi dietro una scrivania  ad impilare scartoffie ma  quando riprese  il
servizio, il mare divenne per sempre il suo ufficio. Sacrificò così la carriera al comando
operativo, cosa di cui non ebbe mai a pentirsi. Quegli anni intensi   passati tra gli oceani gli
resero estranea   la terraferma  e così, una volta in pensione,  si   comprò quella vecchia goletta
che per anni aveva visto  ormeggiata dondolarsi  mestamente ogni volta che tornava alla base di
Brest. Prese così  le sue quattro cose trasferendosi sull’  Etienne. Dopo mesi di  lento ed
amorevole restauro la barca fu pronta a riprendere  il mare. Era sempre stato un tipo solitario e
senza far troppo rumore, a sessantanni con quella barca fece   il giro del mondo. Non ci si
vedeva proprio a rintanarsi in qualche posto da vecchi spegnendosi lentamente, se doveva fare il
grande salto  sarebbe accaduto  in   mare. Una folata improvvisa  gli scompigliò i folti capelli
completamente bianchi, il mal tempo ormai era arrivato. Pensò a quello che si diceva  nelle
bettole del porto vecchio,   il mare della baia non era più quello  di una volta. Negli ultimi tempi
le avvisaglie della burrasca  duravano  poco, eppure quella zona del mediterraneo non era certo
Capo Horn. Il faro dell’isola d’If era  ancora troppo  lontano, per dirsi veramente al sicuro
doveva lasciarselo alle spalle ed infilare subito il canale  del porto. Soppesò il da farsi, doveva
sfuggire in fretta alla tempesta, si decise per sciogliere   anche la vela a prua per guadagnare
qualche nodo. Agì rapidamente con gesti esperti, quando sei da solo in barca devi fare in fretta.
La tela grezza, di un colore rosso acceso salì  velocemente lungo  l’albero  sbocciando  in un
istante tendendosi al vento. Le  nuvole  si erano  abbassate pronte a squarciarsi e il cielo  ormai
era  completamente  oscurato. Si mise al timone,  serrò  le mani attorno alla grande ruota  per
stringere al vento, l’Etienne  con  le vele  spiegate  si inclinò di venti gradi a dritta, unica
macchia rossa nel blu profondo  della baia. Due baffi di spuma bianca si aprirono  ai  lati della
prua mentre  fendeva  decisa le onde, la corsa era cominciata. In quei   momenti   Jules
diventava una cosa sola  con il mare, assecondava lo scarrocciamento con precise manovre,
strappando anche il più flebile aiuto da  vele e timone. Guardò l’indicatore di velocità, un
sorriso di soddisfazione si allargò sul suo volto, aveva raggiunto una buona andatura. Con quel
vento  in mezz’ora sarebbe arrivato tra gli isolotti dell’isle de Frioul, se  il tempo fosse
peggiorato avrebbe gettato l’ancora in qualche insenatura riparata. Preso dalle manovre si trovò
a pensare ad  Amèlie, la donna che molti anni  prima  aveva incrociato la sua vita segnandola
per sempre e che dopo tutto quel tempo aveva per caso rivisto al molo proprio quella mattina
prima di prendere il mare… Si erano conosciuti a metà degli anni settanta, lui sulla soglia dei
quaranta   lei poco più che ventenne. Fu  un incontro  intenso ed appassionato ma le loro strade
si erano presto divise, la vita che  poteva offrirle sarebbe stata  di lunghe attese e mesi di
lontananza, per cui per timore non si fece mai avanti e  serbò quella domanda   per sempre nel
suo cuore. Amèlie era come una cometa, potevi solo guardarla e ammirare  la straordinaria
bellezza durante il suo veloce  passaggio. Ci aveva pensato mille volte ma sapeva  che gli amori
a distanza non funzionavano, e poi l’età… Tutto ciò gli aveva lasciato  solo una struggente
immagine  di ciò che avrebbe potuto essere vivere  con lei, e ora, visto che  ormai era  in là con
gli anni questo bastava a scaldargli il cuore. Aveva saputo poco di Amèlie, lesse da qualche
parte  che  si era sposata  con un facoltoso avvocato londinese,  poi quel fugace incontro di
quella mattina allo  yacht club… Jules si era fatto un nome nei circoli nautici della zona e
provava  volentieri  le nuove  barche comprate dai facoltosi clienti che lo ingaggiavano  per
avere  consigli e pareri. Per il suo prestigio,  il presidente del circolo nautico  gli aveva concesso
un ormeggio a vita  per  la sua Etienne in mezzo a decine di imbarcazioni a vela da diversi
milioni di euro. I consigli che sapeva dispensare con particolare cura e competenza  gli
permettevano  di arrotondare la  pensione,  qualche soldo in più gli faceva comodo, progettava
un altro giro attorno al mondo  anche se non aveva ancora deciso in quale parte.Quella mattina
si preparava di buon ora a  lasciare gli ormeggi.  Intento a sganciare i parabordi non si era
accorto dell’esile figura  apparsa sull’ imbarcadero. Lei indossava un paio di pantaloni bianchi,
una maglietta  color acqua marina e scarpe basse, alle sue spalle  il sole cominciava ad alzarsi e
la baia luccicava di mille riflessi. Amèlie l’aveva riconosciuto subito  e si avvicinò sorridendo.
Quando Jules la vide  fu  un tuffo al cuore,   imbarazzato si passò una mano sulla faccia poco
rasata.  Si salutarono  come vecchi amici, e fu sorpreso dalla naturalezza di quell’incontro.
Averla rivista    dopo tutto quel tempo scatenò dentro di lui un tumulto di emozioni. Cercò di
assaporare tutti i momenti guardandola   intensamente, come a dissetarsi dopo una lunga
traversata. Era ancora così bella, in fondo doveva essere vicina ai sessanta ma si sa, le parigine
invecchiano bene e quel suo  lieve strabismo di Venere la faceva sembrare più giovane. Mentre
chiacchieravano lei gli aveva preso le mani con naturalezza, Jules sentiva quel contatto ancora
adesso, lieve e caldo. Amèlie osservò attentamente la  barca accarezzando il legno lucido, “ E’
la tua ? finalmente una barca vera, come del resto tu Jules ”. Avrebbe voluto dirle molte più
cose, lei sembrava così vicina ai suoi pensieri ma poi, quell’attimo, com’era venuto se ne andò.
Si ripromisero di prendere un  caffè assieme la prossima volta, visto che lei capitava spesso a
Marsiglia per lavoro.
Un  raggio di sole lacerò la coltre di nubi.  All’orizzonte, la  sottile linea di fusione tra  il cielo e
il mare cominciò a muoversi. Il suo sesto senso lo fece voltare di scatto, Jules   chiuse in fretta il
cassetto dei ricordi. Prese  i binocoli, un espressione di incredulità  alterò il suo volto
solitamente imperturbabile. L’onda  alta almeno sei metri  avanzava maestosa e inesorabile.
Onde così le aveva viste  solo      in pieno oceano. Era una visione incredibile,   non poteva
vedere la   seconda ancora più grande   seguirla    a circa un miglio  di distanza. Rimase poco  a
pensarci sù, si infilò in fretta  il giubbotto salvagente e si preparò   a riceverla. Buttò
sottocoperta   tutto ciò che poteva cadere fuori bordo,  chiuse il boccaporto e  bloccò  le
maniglie con del cordame. Chiedere  aiuto via radio era  inutile, l’onda sarebbe arrivata molto
prima, doveva affrontarla e basta. La goletta si innervosì quando sentì il piede dell’onda e deviò
dalla rotta. Non poteva farci niente, adesso doveva pensare a tirar giù le vele. Fece solo in
tempo ad ammainare    la randa, in meno di un minuto   gli fu addosso, anticipata  dal crepitio
del gigantesco muro d’acqua. Si scagliò con violenza inaudita  sulla barca  rovesciandosi  con
fragore sul ponte. Jules si portò a fatica  verso il timone, tenendosi faticosamente  al cavo di
sicurezza. Incespicò più volte, camminò carponi, i secondi sembrarono interminabili ma
finalmente riuscì   a raggiungere  il pozzetto di poppa. Corresse deciso  l’assetto, mentre i flutti
cercavano di ribaltare la barca.  L’  Etienne si inclinò  paurosamente e  lo scafo si immerse per
un terzo nel mare, lottò   come un cavallo imbizzarrito ma  riuscì  a scrollarsi quella valanga
d’acqua  rialzando cocciuta   la prua, pronta  a resistere. Fu  un colpo poderoso e in quella lotta
impari l’uomo  e la sua barca ebbero la peggio. La forza devastante del mare  aveva spezzato
l’albero.   La  vela strappata era rimasta   attaccata   solo alla drizza e sbatteva  con secchi
schiocchi   come  una fiamma al  vento. Era necessario liberarla, in quel modo agiva come un
ancora e impediva   alla barca di manovrare liberamente. Doveva  mettere la prua al vento,
rimanere così sbandato  era molto rischioso. Cercò di sganciarla ma era ostacolato   dalle
raffiche. Con uno sforzo disperato aprì il moschettone rimasto attaccato all’albero, l’occhiello
d’acciaio della vela  lo colpì al volto provocandogli un  profondo taglio ma era riuscito a
sbloccarla e   in un attimo il vento la trascinò  lontano perdendola tra i flutti. Dopo quella
sfuriata il mare si placò  e  una calma apparente calò all’improvviso. Si accorse di aver perso
qualsiasi riferimento,  nebbia e nuvole basse avevano  avvolto la zona. Prese fiato, cercando di
fare una stima dei danni. In lontananza  il rombo  di un    tuono aumentò  d’intensità con un
crescendo innaturale ma   non ci fece caso frastornato  com’era dalla bordata appena ricevuta.
Ridusse a pezzi  con l’accetta  il moncherino dell’albero che si era messo di traverso tenendo
sbandata l’Etienne. Lo mise per la lunga e sgomberò il ponte. Era arrivato il momento di
avvisare la capitaneria. Il pannello radio era sottocoperta, aveva  appena aperto il boccaporto per
scendere quando  il rumore  si ingigantì di colpo come un crescendo d’orchestra. Gocce d’acqua
salata   lo colpirono con violenza sulla faccia  spinte dal poderoso  pistone della seconda onda
che dissolse  la nebbia irrompendo sulla scena ad una velocità  devastante. Quella parete
d’acqua verde, fredda come l’occhio di uno squalo,   a meno di cento metri da lui, gli gelò il
sangue. Superava la prima di almeno un terzo, era così  alta che onde più piccole e lente
correvano sulla sua  cresta   come fedeli  remore,  increspandosi  in rivoli di spuma bianca prima
di rovesciarsi sul  dorso.  Per sua fortuna non fu aggressiva quanto la prima. Sembrò  un manto
di velluto blu  quando si alzò  in una maestosa progressione  per un fronte largo un paio di
chilometri. Sollevò  la barca come un mostro che emerge dagli abissi. L’Etienne salì  verso la
ripida cresta con un angolo assurdo e  avrebbe dovuto già ribaltarsi. Jules era come in trance
affascinato  da quella dimostrazione di forza, poteva vedere  le nervature iridescenti dell’acqua
all’interno del gigantesco tunnel creato dall’onda, una manciata di  metri più a dritta e sarebbe
stata la fine. La goletta rimase sospesa un interminabile istante sulla  cresta prima di precipitare
pesantemente  nell’incavo  con  un tonfo sordo che sembrò squassare lo scafo. L’onda passò,
proseguì  la sua corsa inarrestabile verso riva lasciando  sbatacchiare la  barca     come un
guscio di noce. Pensò alla devastazione che in pochi minuti  avrebbe portato  nei  porticcioli
disseminati lungo la baia. Si domandò  se lui stesso avrebbe trovato ancora un porto.  Ce la
faremo anche stavolta  disse tra sé,  diede   una pacca al timone, come per saggiare la robustezza
dell’imbarcazione. L’  Etienne    era in acqua dagli anni trenta, gemeva e scricchiolava, ma
assieme  ne avevano  affrontate di situazioni difficili. Probabilmente  una volta all’attracco
qualcuno gli avrebbe detto  male parole  per essere uscito ancora da solo. Non aveva più l’età
dicevano, prima o poi getteremo nella baia una corona di fiori. Che ne sapevano loro del mare.
Brontolò in silenzio, asciugandosi il rivolo di sangue che gli colava copioso dal  mento,  guardò
in sù, verso  il  cielo, forse   a cercare l’attenzione di Dio.  Il vento  sibilava rabbioso tra le
sartie, anche i gabbiani erano scomparsi, quella  sarebbe stata una burrasca da ricordare. A
questo pensava, mentre  navigava verso il porto. In un lancio di dadi,  cielo e mare rimasero a
contendersi quel puntino solitario  decidendo il suo destino.

lunedì 2 aprile 2012

LA SCOGLIERA di Luigia Pergola, Montesilvano (PE)


Anna è ferma sulla scogliera. E’ buio intorno a lei. In basso le onde la chiamano. Leo non
verrà. Quel pomeriggio suo padre era stato chiaro, non voleva più vederlo con sua figlia e
lui era quasi morto di paura. Anna è arrabbiata. Ha solo quindici anni, è innamorata di
Leo, ma suo padre le impedirà di vederlo ancora. Fissa l’acqua profonda. Medita di
lanciarsi. Così la farà finita con tutto. Tira un ampio respiro e l’odore di salsedine le
riempie le narici. Sente che il mare la ascolta e le risponde con la sua spuma che le bagna
i piedi. Il mare l’ha sempre ascoltata, come quelle notti in cui da piccola in Albania correva
in spiaggia e guardava l’orizzonte convinta che lì ci fosse una terra invisibile.
Quella terra era sempre stato il sogno di suo padre. La chiamava l’Europa democratica e
civile. In tanti avevano già pagato per fare quel viaggio della speranza e prima o poi anche
lui l’avrebbe fatto, lo ripeteva sempre più spesso. Allora lui lavorava al porto sui
pescherecci, vedeva gente andare e venire, andare e non tornare. Li invidiava. Sentiva
parlare di grandi città, come nei film, di parenti che guadagnavano bene, di una vita
migliore. Sognava. Intanto preparava il suo piano. E così una mattina, senza rivelare nulla
a nessuno, era uscito di casa salutando la sua famiglia come fosse un giorno uguale agli
altri. Uscì e andò verso il porto, senza mai voltarsi indietro a guardare quello che stava per
lasciare alle sue spalle, una moglie, una figlia di pochi anni e un’altra in arrivo. Non era più
tornato. Si era imbarcato su un gommone con tanti altri che come lui volevano ancora
credere in qualcosa. Il mare era la loro unica via di salvezza. Fu la notte più lunga della
sua vita, ma aveva giurato a se stesso che o sarebbe arrivato in Italia o sarebbe morto.
Riuscì a sbarcare sulle coste pugliesi a notte fonda. Lì fu caricato su uno dei furgoni che li
attendeva e scaricato in un capannone. Nonostante l’ampio spazio all’interno di quella
struttura fatiscente, la gente era ammucchiata attorno a un container, molti dormivano
avvolti in una coperta, molti stretti tra di loro per darsi un po’ di calore a vicenda. C’erano
anche delle donne e bambini che piangevano in maniera insistente. Non era esattamente
come in uno di quei film che aveva sempre desiderato vivere. L’indomani fu nuovamente
caricato su un furgone, ma quando si ritrovò in aperta campagna era rimasto con soli altri
tre compagni di sventura, frastornati e affamati quanto lui. Passò un’intera giornata prima
che riuscisse a raggiungere una stazione ferroviaria. Lì prese il primo treno che passava e
si ritrovò, da solo, chissà dove. In realtà, iniziarono allora i momenti più difficili, nessuno
che lo conoscesse, nessuno che lo ascoltasse: per tutti era semplicemente un clandestino,
come tanti. Non aveva documenti, perduti nell'ultimo tratto di quel mare che gli aveva
lasciato addosso solo la vita. Lavorava come poteva e quando poteva, in balia di persone
non sempre corrette e di una paura che non aveva mai provato prima: quella di essere
indesiderato e, dunque, cacciato, senza avere raggiunto lo scopo del suo viaggio. Senza
aver mantenuto la promessa fatta a se stesso, che prima o poi avrebbe dato una vita
migliore alla sua famiglia. Il nuovo paese lo spaventava e questo gli ricordava il suo
villaggio. Ma un po’ alla volta, giorno dopo giorno, ce l’aveva fatta, riuscendo a fatica a
scardinare i pregiudizi e a sconfiggere le paure che accompagnano la parola “immigrato”.
Dopo tre anni era riuscito ad avere il permesso di soggiorno, tre anni lontani da sua
moglie, dalla piccola Anna e da un’altra figlia nata mentre lui inseguiva il suo sogno.
Anna e sua madre non ebbero notizie di lui per mesi e mesi, ma in fondo sapevano, erano
certe che prima o poi lo avrebbero riabbracciato. Anna era solo una bambina allora, ma
andava ogni giorno al porto, là dove un tempo lavorava suo padre, e restava per ore ad
ascoltare il rumore del mare che sembrava parlarle di lui e di una terra lontana. Lì davanti
a quella distesa azzurra che sembrava attenderla ogni volta, Anna era serena. Sovente la
voce del mare la chiamava e lei si immergeva nella sua vastità per ricordare come era
felice quando c’era il suo papà lì con lei. Il mare le aveva insegnato che nessun uomo
abbandona la propria terra e i propri affetti se non è costretto; il mare le aveva promesso
che presto avrebbe rivisto suo padre. Anna non avrebbe mai dimenticato il giorno in cui
ricevettero la telefonata con la quale suo padre le avvisava che presto avrebbero potuto
raggiungerlo. La prima cosa che fece fu andare in spiaggia e gridare di gioia contro quel
mare che, come lei pensava spesso, a volte prende e a volte dà, a volte divide e a volte
unisce.
Anna è ancora ferma sulla scogliera. Dal cielo la luna illumina l’immensa distesa di acqua
che è di fronte a lei. In basso le onde si sono placate. Anna vuole vivere, lavorare, farsi
una strada, conquistare un pezzetto di mondo, proprio come ha saputo fare suo padre. A
che servirebbe morire? Allora decide di gettare nelle onde quell’amore impossibile, le sue
parole e quell’inutile litigio con suo padre. Anna vuole vivere davvero, libera come il mare.
Prende i suoi sandali e scende dalla scogliera. Ora si sente leggera come le onde del mare.
Felice che Leo non sia venuto.