mercoledì 7 marzo 2012

RADICI di Mariagrazia Nemour, Borgiallo (TO)


Gli schizzi sono freddi. E il freddo a volte brucia.
Il mare è denso e muove la coda di continuo. Un animale sempre all’erta.
Questo, è il mare più bello in assoluto. Almeno tra quelli che ho visto io.
Quando il mare ti entra nel cuore, allaga tutto; mettiti tranquillo perché avrai i piedi bagnati per tutta
la vita. Così, diceva mio padre.
La costa di Lampedusa è bianca, occhieggia da lontano. La roccia sa dove aprire la braccia e farti
attraccare.
Non sembra poi tanto lontana la mattina in cui partii.
C’erano gli stessi schizzi freddi di mare.
Fu l’alba in cui conobbi la paura e le feci spazio sotto la giacca rattoppata con lo spago. Ancora me
la porto dentro, insieme al mare.
Lasciai mia figlia abbracciata a una bambola di stoffa. Addormentate, entrambe.
E lasciai mia moglie; piangeva lacrime secche sotto le palpebre tremanti, chiuse a forza. Non riuscii
a salutarla. Me ne andai di notte.
Solo mio padre mi accompagnò al molo. Lo sento ancora il suo abbraccio sulle spalle. Forse se lo
sentiva che non ci saremmo più rivisti.
“Va! Se pensi che sia la cosa giusta, va”. Me lo disse come un regalo e solo Dio sa quanto ne avessi
bisogno.
E poi ci imbarcammo. Io e la paura. Un viaggio lungo.
Pensavo di conoscere bene il mare, ma mi sbagliavo.
Non conoscevo la violenza con cui sa far crescere onde alte quanto case di città.
E non sapevo quanto potesse diventare simile a un carcere con un’unica grande cella, quando una
nave ci galleggia sopra, lontano, lontano dalla costa.
Quanta disperazione e quanta speranza si possono caricare su una nave. Sono sentimenti che non
vengono pesati prima dell’imbarco, ma incurvano le schiene di chi sale. E con le ore gonfiano, fino
a schiacciare ogni altro pensiero.
Fu un viaggio senza notti in cui dormire, poco cibo da mangiare e uno spazio troppo piccolo da
occupare. Eravamo troppi. Quella volta, eravamo davvero troppi. E anche una valigia con un
cambio di vestiti e due fotografie – due bambole di porcellana: mia moglie con il vestito da sposa e
mia figlia il giorno del battesimo – era ingombrante.
“Niente bagaglio” - mi urlò il marinaio che la buttò in mare - “hai pagato un solo biglietto”.
E in mare finirono anche tre persone. Due si aprirono la pancia a coltellate la prima notte. Qualcuno
disse che si erano sfidati per una donna, altri dicevano per soldi. Comunque fosse, si ammazzarono
e furono buttati in mare. L’ultimo a morire fu uno dell’equipaggio. Febbre. Che fesso, in mare non
ci si può ammalare.
No, quello non era il mio mare. Mi chiesi per tutto il viaggio perché mi fossi imbarcato.
Spalancai la bocca, quando vidi quella grande statua con una fiaccola in mano che ci aspettava. Non
sapevo se quella signora la fiaccola la tenesse accesa anche per me, ma ci sperai.
Quando scesi dalla nave e calpestai l’America, avevo le risposte.
Partii perché un uomo che non porta a casa la cena per la sua famiglia ha già scelto quale fossa
occupare al cimitero. Ma partii anche perché ero convinto di aver diritto a una possibilità, a un
lavoro, alla dignità di chi non deve chiedere favori - da rendere - per faticare. Volevo un futuro
diverso, più lungo e più largo.
Soprattutto, partii per avere la possibilità di ritornare.
E adesso aspetto su questo scoglio.
Gli schizzi freddi sulle mani e sulle guance mi fanno rabbrividire, come quel giorno di quasi
settant’anni fa, in cui partii.
Non ho una fiaccola in mano, ma ho portato delle coperte e delle bottiglie.
So che stare in mezzo all’acqua per lunghe ore e non poter bere, può fare impazzire un uomo.
È da una settimana che arrivano barconi tutte le notti.
Quando scappai da Lampedusa, non avrei mai scommesso che per altri sarebbe diventato il posto
dove andare.
Non è strano come siano vicini l’inizio e la fine delle cose? La vita continua a sorprendermi. È per
questo - forse - che non mi sono ancora ammazzato.
Ieri c’era la televisione a riprendere gli sbarchi.
Una giornalista mi ha chiesto di potersi sedere vicino a me, sullo scoglio. “S’accomodi”.
Una bella ragazza. Con cinquant’anni di meno avrei potuto permettermi un colpo di testa e invitarla
a fare una passeggiata. Ma alla mia età l’unico colpo di testa in cui posso sperare è un ictus.
“Chi sta aspettando?” mi ha chiesto. “Perché viene qua tutti i giorni?”.
Vengo ad accogliere chi arriva da lontano perché non ho altro da fare, mia moglie è morta da
vent’anni e mia figlia vive a Torino, avrei potuto risponderle. Ma soprattutto vengo perché ho
imparato che non ha importanza da dove parti e dove sei diretto. Quello che conta è poter tornare a
casa, anche se poi non lo farai.
Chi vede degli stranieri in questi uomini, di sicuro non è mai dovuto partire. Per il momento.
Chi non riconosce la propria disperazione negli occhi lucidi di chi scende da questi barconi, mi fa
ridere. Mi fa ridere di gusto. E a novant’anni battuti da un po’, ridere è un gran bel lusso. Un lusso
che mi sono permesso poco da giovane. Anche questo mi fa ridere, ora.
Mi sono alzato, ho allungato la mano verso la giornalista che se ne andava e ho urlato: “Vengo qua
perché voglio misurare quanto sono lunghe le mie radici e so che per farlo devo allontanarmi
dall’albero”.
Per mettere insieme queste parole mi ci è voluta una vita lunga troppi anni.
La giornalista aveva già piazzato il microfono sotto i baffi di un carabiniere e non mi ha sentito. Ma
lo Scirocco, sì. Ha preso le mie parole e le ha disperse in mare. Forse le ha soffiate fino alla costa
africana del Mediterraneo.
Là, ci sono schizzi che fanno rabbrividire la pelle di un vecchio su uno scoglio.
Quel vecchio presto partirà con la paura sotto la giacca, una vecchia amica.
Sta pregando che Dio non lo consideri uno clandestino, quando morirà, e sbarcherà su una terra
diversa da quella in cui è nato. Mentre le lacrime si infilano nei solchi delle rughe sul volto, ride.
Ride di gusto.

3 commenti:

  1. Davvero molto bello, toccante. Complimenti.

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  2. "...che Dio non lo consideri uno clandestino, quando morirà, e sbarcherà su una terra
    diversa da quella in cui è nato"...

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