lunedì 5 marzo 2012

L’UOMO CHE VENNE DAL MARE di Anna Rita Lisco, Bari


Tornai a Roseto un giorno di giugno di quattro anni fa. Erano trascorsi quindici anni dall’ultima volta che io e mio padre, avevamo percorso il sentiero ripido che conduceva al vecchio mulino sul fiume. Da allora molte cose erano cambiate, le case, le strade, le facce, tutto aveva subito una repentina  ed irreversibile trasformazione. Raggiunsi la casa dei miei zii, una villetta che si affacciava sulla scogliera di Monte Tresco. Mi accolsero con meraviglia e una grande dose di commozione. Mia zia mi invitò a bere un caffé  e mi domandò per quanto tempo sarei rimasto in paese. Io dovevo sbrigare alcune faccende burocratiche e poi, mi ero ripromesso di andare al cimitero, per salutare mia madre. Da quando era morta non avevo più guardato il suo viso, neanche in fotografia. Il suo ricordo mi faceva un male terribile, come se qualcuno avesse picchiato con ingiustificata violenza, un martello sul capo. Comprai dei girasoli e li posi sulla lapide, senza fare neanche una preghiera. Mi allontanai da quel giardino lugubre senza voltarmi. Avevo voglia di fare una passeggiata sulla spiaggia e non pensare.
Virginia era accovacciata sulla sabbia. Leggeva un libro e talvolta sollevava il capo verso le onde. Il cielo era dello stesso colore del mare, di un grigio quasi piombo. Il vento era fastidioso, tagliava la faccia, schiaffeggiava le guance, sibilando come se soffiasse uno strumento a fiato. Mi avvicinai a lei e soltanto quando fui a pochi passi, si voltò, aggrottando le sopracciglia.
-          Che vuoi?!
Esclamò.
- Scusami se ti ho spaventata. Passeggiavo da queste parti e mi sono meravigliato di trovare un essere umano da queste parti.
- Io vengo qui tutti i giorni, anche con la pioggia.
Spiegò, chinando il capo sulle pagine. Sembrava che non volesse continuare la conversazione.
-          Io comunque sono Mattia.
Mi presentai sollevando il palmo della mia mano ghiacciata. Virginia continuò a fissare il suo libro, ignorandomi completamente.
-          Se facessi amicizia con tutti i ragazzi che mi si presentano, starei fresca! Non ti ho mai visto, non sei di Roseto, sei venuto a trovare qualcuno?
Domandò senza guardarmi, mentre la mia mano penzolava come la coda di un cane bastonato.
-          Io sono di Roseto, ma quindici anni fa mi sono trasferito a Mantova. Sono a venuto a trovare i miei zii. Conosci i Branchi?
-          Certo, hanno una macellerai in centro no? E come mai te ne sei andato?
Finalmente tornò a guardarmi. I suoi occhi erano di un azzurro triste. La pelle chiara, potevo intravedere delle vene sottili sotto gli occhi e sulle fronte. Una spolverata di efelidi, rendeva il suo viso meno freddo.
Allontanai la mano e la nascosi, come l’altra, nella tasca del piumino. Alzai le spalle. – Ma questioni di lavoro… lo sai come va qui al sud…
-          Già. Confermò dirigendo lo sguardo verso il tracciato che un gabbiano segnava nel vento.  
-          Io comunque sono Virginia! Si sollevò dall’asciugamano e mi tese una mano.
-          Ti va di passeggiare? Restando immobili si rischia di gelare!!
Mi prese a braccetto con entusiasmo e senza ritrovare in me, nulla che le fosse familiare, ci incamminammo verso il porticciolo a sud del paese.
Mi fermai a Roseto per una settimana. Ai miei zii fece piacere che soggiornassi da loro dopo tanto tempo.  Anche Virginia fu contenta e ogni pomeriggio ci incontravamo in spiaggia per una passeggiata lungo la battigia. A volte le onde ci picchiavano sui pantaloni. La sabbia era umida e facilmente percorribile. Improvvisavamo anche delle piccole rincorse e proprio in una di queste, come due bambini, scivolammo a terra e la baciai.
-          Mi spieghi perché mi dai appuntamento sempre qui? Fa un freddo boia! Che ne pensi di un bel bar dove prenderci una cioccolata calda?
-          La mattina lavoro e la sera ho paura di venire da sola qui. Mi resta solo il pomeriggio…
-          Ma per cosa?
-          Per venire a guardare il mare.
-          Ti piace così tanto? E’ un modo per ricaricarti? Perché ci vieni tutti i giorni?
-          Aspetto una persona.
Nonostante le feci numerose domande su chi fosse l’individuo che attendeva, non volle mai rispondermi. Soltanto l’ultimo giorno, prima di partire, mi confidò la sua storia.
-          E’ da quando avevo 8 anni che tutti i giorni della mia vita, vengo sulla spiaggia anche solo per cinque minuti. E’ una promessa che mi sono fatta da bambina. Un giorno mio padre soccorse una donna che stava annegando. Era un pomeriggio di luglio. La donna non riuscì a salvarsi. Morì annegata.
-          E tuo padre? Le domandai con un soffio di voce.
-          Di mio padre non si è saputo più nulla! Si è perso tra le onde…vedi il suo corpo non fu mai ritrovato…quindi non è morto!
-          E cosa gli è successo?
-          Non lo so. Nessuno è riuscito a trovare una spiegazione. Ma in molti, soprattutto i pescatori, pensano che abbia raggiunto a nuoto un’altra riva e che se ne sia andato da Roseto. Vedi mio padre aveva dei problemi economici da quando mia madre è andata via di casa e penso che sia fuggito per la vergogna. Lui tornerà quando sarà sicuro di potermi garantire un futuro migliore.
      Affermò Virginia e non ebbi il coraggio di contestare la sua teoria. Pur essendo assurda e condita da fantasie infantili era pur sempre una sua speranza e non volevo assolutamente picchiarla sul cuore.
-          Mattia tornerai a prendermi?
Non le risposi. Ma già sapevo che di li a pochi giorni sarei tornato a Roseto per invitarla a vivere con me a Mantova.
Abbiamo convissuto per due anni. Lavorava presso un’edicola e arrotondavamo le nostre poche entrate anche attraverso la vendita di piccoli lavoretti di artigianato. Io insegnavo calcetto a dei ragazzini delle elementari, in una scuola di calcio, fuori città e intanto studiavo chimica all’università .Stavamo insieme con i nostri alti e bassi. Lei con i suoi silenzi inspiegabili, le sue crisi di pianto improvvise, le sue tenerezze a volte svogliate. Io con il amore fatto di piccole attenzioni, cose semplici, una carezza quando non se l’ aspettava, un verso di poesia trascritto su un biglietto dell’autobus, un cioccolatino infilato nella manica delle sua giacca. Ma Virginia non sapeva apprezzare pienamente la mia dedizione, accoglieva talvolta con freddezza le mie esplosioni di entusiasmo e tenerezza. Sgranocchiava i cioccolatini senza guardarmi, accartocciava i bigliettini e li infilava in tasca, allontanava la testa se vedeva avvicinarsi la mia mano per una carezza. Era quasi innaturale, come se uno schermo la proteggesse dalle emozioni, dalla fisicità . Non riuscii mai a scardinare le sue porte interiori. Non riuscii mai a farla abbandonare a me, con fiducia, nonostante fossimo insieme tutti i giorni.
-          Perché hai deciso di seguirmi quel giorno?
-          Veramente fui io a supplicarti di portarmi con te.
-          E il mare? La promessa che ti eri fatta da bambina?
Era da tempo che avrei voluto farle quella domanda. Ma temevo che risvegliandole il ricordo, potessi incoraggiarla a lasciarmi e a tornare a Roseto.
-          Vedi quando ho capito che avrei potuto perderti mi sono svegliata dal mio sonno. Se mio padre tornerà mi verrà a cercare. Sono stanca di aspettarlo.
Mi rispose con solennità come se ci fosse stato un pubblico pagante. Sembrava l’attrice di una soap opera da quattro soldi. Non lasciava trapelare nessuna emozione dal corpo fermo.
-          Virginia, tu ti sei creata attorno una corazza che io non riesco a penetrare… a volte mi sembri distante. Sembra che tu non prova nulla nei miei confronti. Spero sia una mia impressione…
-          Non è facile da spiegare… vedi il mio è solo un modo per non legarmi a nessuno per davvero. Io, io voglio restare sulla superficie delle emozioni. Non voglio accoglierle, non voglio comprenderle. Ho sofferto molto quel dannato pomeriggio di luglio… io ero lì sai...ma ricordo soltanto che mio padre mi disse di restare ferma vicino al gommone e di non spaventarmi. Mi disse che sarebbe tornato subito. Ed invece mi ha lasciata la da sola. Poi c’è stato tanto caos su quella spiaggia maledetta e non ho capito più nulla. Mi hanno accompagnata a casa dei miei zii e per la prima volta nella mia vita non ho dormito tutta la notte per stare affacciata alla finestra, aspettando l’ombra di mio padre. E’ un ricordo che scorre nel mio sangue. Si è fissato nel mio cervello. Io non cambierò mai, credo. Resterò fredda perché solo così posso salvarmi.
Rimasi in silenzio ascoltando attentamente il moto dei suoi ricordi e delle sue sensazioni.
-          Perché sei tornato a Roseto? La sua domanda non squarciò soltanto il mio silenzio rispettoso.
-          Volevo ritrovare la mia terra. Visitare i posti dove sono nato. Salutare i miei zii e qualche vecchia conoscenza.
-          Mi stai mentendo.
-          Perché dici questo?
-          Vedi la mia freddezza in realtà ha fatto crescere in me un aspetto insolitamente sensibile. Riesco a percepire quando una persona non è completamente sincera. Adesso è ora che tu ti apra a me come io ho fatto con te. 
-          Non ho nulla da raccontarti.
Abbandonai infastidito il divano dove eravamo sdraiati, sotto le coperte. Gettai il cuscino per terra.
-          Non ti ho mai visto reagire così. Cosa hai?
Virginia mi si avvicinò preoccupata tentando di accarezzarmi il capo.
-          Non mi va di parlarne, per favore. Non è il momento.
Calzai le scarpe, indossai il piumino e uscii di casa senza spiegarle altro.
Da quella sera in poi le cose tra noi cambiarono definitivamente. Non riuscimmo più a creare momenti di intimità emotiva. Restavamo insieme quasi per abitudine e ciò non fece che logorarci e renderci apatici ad ogni nuova scoperta od emozione.
Lentamente la nostra storia d’amore e di mare si stava asciugando al sole lasciando soltanto del sale sulle nostre ferite di bambini…

-          Quel pomeriggio di giugno quando mi avvicinai a te credevo che mi riconoscessi. Tu non sei cambiata affatto dall’ultima volta che ti avevo vista. Soltanto eri più alta. Più donna. Ma gli occhi, il naso, le lentiggini erano identiche. E poi i tuoi capelli lunghi, sempre disordinati sulle spalle… E la tua mania di sederti sulla sabbia con l’asciugamano piegato a metà, una mano che afferra la sabbia, mentre pettini una bambola  o sfogli un libro. Mi avvicinai a te senza problemi ma tu non mi guardasti senza vedermi. Mi emozionai tantissimo e non capii neanche il perché. Avevi lo stesso identico broncio di quel pomeriggio, di quell’estate di quindici anni fa, quando tua padre ti aveva lasciata vicino al gommone per sciacquare la rete…

Eravamo seduti al  bar della stazione. Il treno sarebbe partito in serata. Virginia stringeva tra le gambe il borsone rosso con la sua roba. Avevamo deciso di lasciarci. Non sapevamo trasmetterci più nulla.
-          Continua…
Non riuscì a rispettare la mia pausa. Non riuscì a comprendere la mia difficoltà mentre raccontavo la versione della mia storia, la cronaca di un grigio pomeriggio estivo… Virginia non sarebbe mai riuscita ad entrare veramente dentro me.
-          Quel giorno io ero sulla spiaggia con mia madre. Ricordo che tirava un vento bestiale, strano per quel periodo e faceva un freddo terribile che sembrava corrodere persino le ossa… Mia madre mi teneva per mano e passeggiavamo in silenzio mentre lei piangeva. Io allora non capivo. Solo a distanza di anni, mio padre, con il quale sono fuggito da Roseto, mi spiegò tutto, in ogni particolare. Ricordo che mia madre piangeva e che le sue lacrime arrivavano a me tanto da farmi pensare che su di noi ci fosse una nuvola esclusiva a bagnarci… Ella parlava senza fermarsi e singhiozzava e mi stringeva la mano quasi fino a farmi male. Ma io volevo starle vicino, e quando mi chiese se l’avessi seguita in acqua, le risposi coraggiosamente che non l’avrei mai lasciata.
Virginia smise di fissarmi. Appoggiò con pesantezza la testa su una mano, mentre il gomito dondolava con nervosismo. Osservai il borsone che sembrava annullarsi dalla stretta delle sua caviglie.
-          Così entrammo in mare. L’acqua era calda, nonostante facesse molto freddo e questo mi meravigliò, pensai che fosse una bella sensazione. Poi arrivammo all’acqua alta ed io ebbi paura, la supplicai di tornare indietro, ma ella mi ignorò, anzi mi prese tra le braccia e avanzò fino a quando non riuscì ad appiedare e si fece trascinare dalla corrente. Quando vidi allontanarsi il suo corpo,urlai con tutto il fiato che mi era rimasto. Dio quanta acqua che ingoiai! Ho ancora il sapore salmastro sulla lingua… L’ultima cosa che ricordo è il viso di un uomo dalla pelle scura. E le sue braccia che mi trascinavano mentre un salvagente arancione mi avvolgeva.
-          Tua madre… tua madre? Era suo quel corpo senza vita?
Annuii, mentre cercavo di riscaldare le mie mani attraverso il bicchiere di latte caldo. Riuscivo soltanto a fissare il borsone rosso, schiacciato dalle sue gambe.
-          Perché mi racconti solo ora la tua storia?
-          Perché la colpa di mia madre l’ho sentita in parte anche mia.
-          Eri solo un bambino. Nessun bambino è responsabile degli errori dei propri genitori. Se di errore di può parlare. Tua madre forse soffriva molto, se ha scelto di annullasi.
-            La cosa che mi ha fatto male in tutti questi anni e non aver mai saputo il perché. E poi la mia codardia. Il mio non essere riuscito a farla restare ancorata a quella maledetta spiaggia. Con mia madre sono annegato anch’io.
-          Anch’io.
-          Ora credi che tuo padre sia morto?
-          No. Non ci crederò fino a quando non troveranno il suo corpo. Fino ad allora io spererò e lo aspetterò sulla spiaggia, anche se mi ha lasciata da sola.
Non ci dicemmo altro. L’accompagnai fino al binario. La baciai sulla fronte. E prima che si affacciasse dal finestrino, lasciai la stazione in fretta.
Sono tornato a Roseto la settimana scorsa. Ho ritrovato i miei zii più invecchiati e anche le vecchie case sulla scogliera, sembravano più grigie e stanche.
Un gruppo di ragazzini, esplorando una spiaggetta poco frequentata qualche kilometro e nord di Roseto ha trovato in un incavo di una parete rocciosa, dei resti di un corpo umano. Poche ossa consumate, è quello che è rimasto di un padre che è si è tuffato in mare, per salvare l’anima di una donna che non voleva essere salvata.
Ci sono stati i funerali a cui hanno partecipato tutti gli abitanti del paese, ed un velo di sale ha avvolto i corpi di tutti i partecipanti alla funzione. Anche mio padre mi ha accompagnato e quando ha riconosciuto Virginia è corso ad abbracciarla.
-          Condoglianze piccola mia! E’ grazie a tuo padre che Mattia è ancora vivo. Ed io non sono rimasto solo. Io lo ricorderò per sempre !
Siamo rimasti seduti senza parlarci, mentre il sacerdote benediva la folla nella piccola cappella vicino al mare. Ogni tanto Virginia si voltava a guardare l’entrata. Forse in una parte del suo cuore, sperava ancora, che suo padre tornasse a riprenderla.



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