mercoledì 14 marzo 2012

L’ANIMA ERRANTE di Valentina Mattia, Cuneo


"Ti racconto il mare..." mi ripeteva sempre il nonno lungo il porto di Civitavecchia che, per 
molti secoli, aveva rappresentato il fulcro degli scambi e dei contatti tra i popoli dell’antico “Mare
Nostrum” e che ancora oggi si configurava come punto nodale del moderno traffico passeggeri e
merci a livello europeo e internazionale. A distanza, adesso, di circa cinque anni qualcosa era
cambiato. Intendiamoci il porto era rimasto quello di sempre, trampolino di lancio e foriero di lauti
guadagni. La mia vita e quella del nonno, invece, era cambiata. Il nonno non c’era più. Ed io…
Immobilizzata in un letto d’ospedale, con un respiratore artificiale che manteneva inalterate le gravi
condizioni della mia salute, quelle parole pronunciate cinque anni fa dal mio adorato nonno
sembravano insistentemente entrare nel vortice inaccessibile della mente ancorata nel più profondo
abisso del coma.   Di quello stato che non era né vita né morte, ma un riassunto di essi, uno
specchio di ciò che ero e che sarei stata in futuro. Un improvviso lampo di memoria mi folgorò la
mente nell’arco di pochi secondi facendo sussultare il corpo inerme e il groviglio di tubi legati al
respiratore artificiale che emise una serie di roboanti e ravvicinati bip-bip. D’un tratto mi sentii
leggera. Quella scossa interiore aveva destato la mia anima dal torpore quasi mortale cui versava
facendola animare al punto tale da staccarsi per un po’ da quel corpo che, per ora, non dava segni di
ripresa. E fu così che iniziai di nuovo a vivere. Incominciai a percorrere distanze inimmaginabili e
buie del mio essere con una leggerezza mai conosciuta prima, fino a giungere in prossimità di un
tunnel che irradiava una luce meravigliosa.
Arrivai, con bramosia, a quell’inaspettata meta che mise davanti ai miei occhi, illuminati dal
bagliore, un paesaggio familiare, rassicurante.  Il mare, oceano infinito di ricordi e spumeggianti
schizzi di vita. La vastità di quel mare dalle mille sfumature riluceva di piccoli bagliori scintillanti
che colpivano lo sguardo già accecato dai potenti raggi del sole d’Agosto. Mi sembrava di volare
insieme alla brezza marina che generalmente interessava le zone costiere creando dei piccoli moti
ondosi che andavano ad urtare contro la riva risucchiando piccoli granelli di sabbia o grandi
ammassi di pensieri. Era una specie di altalena che muoveva l’acqua dall’alto verso il basso, i
pensieri dalla mente al cuore. Io mi divertivo, cullata da quel soave movimento. Da lontano notai
una sagoma piuttosto familiare sospesa tra il cielo e il mare che avanzava con i piedi nudi e piagati
verso di me, incontro all’unica persona che avesse amato come il suo primo amore: il mare. Era il
nonno. Il suo sorriso smagliante pareva quello di sempre. Sembrava che per lui il tempo non fosse
passato mai. Forse lo era anche per me. Anzi, era senz’altro così. La mia anima e cioè quell’essere
incorporeo e cosciente di sé era rimasta ancorata ai ricordi dell’infanzia, a quella spensierata età
vissuta con il nonno allora settantenne. Ora guardandolo più da vicino, notai che teneva in una
mano la rete da pesca e nell’altra due cappelli per riparare l’inaspettato miraggio d’umanità dal
solleone estivo. Feci anch’io un bel sorriso e, tacitamente, ci incamminammo verso il peschereccio
un tempo chiamato Mareluna50 e ribattezzato simpaticamente Rebbica per via delle due iniziali che
componevano i nomi di Rebecca e Carmelo, rispettivamente io e il nonno.
Nonostante l’aspetto semplice e malandato quel peschereccio mi piaceva. Era dotato di radar, di
ecoscandagli necessari per misurare la profondità dei fondali, e di piccole stive refrigerate per la
conservazione del pescato. Il nonno accese i motori e così iniziò il nostro viaggio. O meglio iniziò
la proiezione di quello che sarebbe stato il nostro ultimo e doloroso incontro.
Il vento era cessato e le onde si erano frantumate  definitivamente in quell’immenso specchio
d’acqua salata. Il tempo passò così velocemente che ci ritrovammo a guardare il tramonto
spettacolare che solo in quel periodo dell’anno regalava una luce così rutilante e appagante.
Abbracciati l’uno all’altra, rimanemmo così per un  tempo indefinibile. Probabilmente in quella
dimensione pura il tempo non esisteva neanche. Solo l’alternarsi della luce e del buio scandiva il
nostro tempo. Solo la bellezza di quel mare, primordiale e immenso, dettava le ore del silenzio e
quelle caratterizzate dal suono degli elementi di Madre Terra, vera panacea del corpo e dello spirito.
I numerosi banchi di acciughe, attratti dalla luce  delle lampare, si erano dirette verso l’alto
radunandosi nella parte di mare che li avrebbe consegnati direttamente nelle reti della pesca e in un
rendimento sicuro. Stavolta avrebbero avuto un destino migliore. Avrebbero fluttuato, indisturbate,
nelle acque profonde di quel mare generoso visto che gli unici pescatori presenti non erano lì per
pescare pesci ma attimi fugaci di tutta una vita passata in mare. All’orizzonte non si vedeva, infatti,
nessun altro peschereccio. Solo il cielo era il narratore del film muto che si stava svolgendo davanti
ai nostri occhi. Quegli scorci di vite umane stavano andando alla deriva.
In quella direzione, infatti, la corrente era diventata più forte, forse a causa delle differenti
temperature cui erano costituite le masse d’acqua e delle variazioni di salinità, e si stava
trasformando in una vera e propria autostrada sottomarina d’acqua in movimento. Il peschereccio,
così, aveva cominciato a vacillare insieme ai sentimenti che galleggiavano su di esso. Qualcosa era
andato storto. Il nonno aveva fatto forza sul timone per cambiare direzione ma a nulla era valso quel
tentativo poiché l’imbarcazione era entrata nel forte vortice di un gorgo che avrebbe sicuramente
risucchiato l’unico grammo d’umanità presente, intrecciata e fragile nello stesso tempo. Da quel
momento in poi il nostro ultimo incontro rimase visibile a rallentatore. Il nonno, preoccupato e in
balìa di una forza più grande della sua, aveva cercato di lanciarmi una corda che prontamente mi ero
cinta in vita. Poi il buio aveva inghiottito ogni cosa, persino le nostre vite, inabissando i ricordi che
albergavano in esse. Così avevo visto per l’ultima volta quell’uomo così premuroso e gentile che
proprio a quel mare che aveva tanto amato, era stato restituito. Egli stesso era divenuto un
vagabondo di mare simile  a quelle creature che, trasportate dalle correnti e dalle onde, non
sarebbero state più in grado di muoversi autonomamente. I titoli di coda di quel film scorrevano a
fianco delle immagini riguardanti le scene, scartate per un errore degli attori. Forse solo adesso
avremmo vinto il Premio Nobel come migliori protagonisti. Adesso che l’anima del nonno aveva
fatto ritorno a quell’ultimo e cruciale istante restituendomi quell’addio allora negato dalla tempesta
di acqua, vento ed emozioni annacquate. La vita era stata alitata sul mio spirito temporaneamente
errante.  Fu così che tutto il buio attorno a me diventò misteriosamente luce. Quel surreale paesaggio svanì
lentamente divenendo simile alla bruma di un sogno. E, chissà, probabilmente anch’io ero stata
parte di esso. Ad un tratto vidi un bagliore così forte che quasi mi rese cieca. Poi la luce si
assottigliò diventando più naturale. Avevo aperto gli occhi…
Al mio capezzale notai i visi crucciati dei miei genitori aprirsi di colpo in un grande sorriso di
sollievo. Mi guardai intorno. Il respiratore artificiale era andato in tilt. Il mio petto, adesso, aveva
ripreso a muoversi ritmicamente da solo. L’alta marea aveva restituito la mia anima a quel corpo
tremebondo e sofferente. Io, naufraga in mezzo ai ricordi dell’infanzia, ero riemersa in terra ferma.
Toccai con mano quella sottile linea che avrebbe aperto nuovi orizzonti nella mia vita. Ma
soprattutto tenni stretta quell’anima speciale che  avrebbe sempre alitato sulla mia coscienza le
preziose parole "Ti racconto il mare...";  



1 commento:

  1. Ciao sono Eva, ho letto il tuo racconto e devo dire che mi ha commosso,perchè oltre al mare hai introdotto una persona "il nonno" che non ho piu' purtroppo, comunque è un bel racconto che mi ha preso molto, brava anzi bravissima, complimenti ciao

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