martedì 20 marzo 2012

LA SEDIA SUL MARE di Veruska Vertuani, Aprilia (LT)


E’ l’alba.
Mi stai guardando andare via, lo sento dal freddo che fa sussultare le mie scapole.
I tuoi occhi di ghiaccio si stampano sulla mia pelle bollente, tento di non pensarci
mentre slaccio i sandali.
Sulla battigia c’è una sedia rivolta verso il mare. La risacca la lambisce lievemente,
il ricamo delle onde dipinge la sabbia degli stessi colori del marmo.
Sembra che il cielo l’abbia abbandonata lì solo quando sicuro che me ne  fossi
accorta, visto che intorno non ci sono neppure impronte di gabbiani; intuire che è
stata messa  per  uno scopo preciso, vedere che l’orizzonte mi si srotola innanzi
come un telo da cinema, fa diventare riverenti i passi che faccio per raggiungerla.
Ho paura di rovinare la perfezione di questo attimo. Ripetere gli errori.
Scosto il vestito, mi siedo. Lo sapevo che il tempo impiegato a sceglierlo sarebbe
stato accartocciato dall’indifferenza con la quale mi hai guardata, ma stanotte
volevo sentirmi bella, fosse anche solo per me.
Il primo fotogramma a cui ripenso ci vede al centro commerciale, io imbambolata
ad osservare una riproduzione del quadro di Vettriano, “Singing Butler”.
Sconosciuto lui, sconosciuta la sua opera.
Ricordo che quella coppia ritratta mentre danzava in riva al mare ti infastidì anche
se  di fondo ero io  ad infastidirti, sempre a vivisezionare i movimenti, le istanze
degli artisti, il sottobosco dell’anima che si portano dietro. Ricordo che ho fatto
naufragio nello sguardo di quelle due figure, così assoluto da sembrare noncurante
del tempo fisico, della pioggia, del maggiordomo e della governante che tentavano
invano di proteggerle con gli ombrelli. Sarebbero potuti essere in qualunque altro
luogo ed anno perché  su quella spiaggia c’erano solo loro, spogliati di ogni
riferimento spazio-temporale.
Che sciocca ad aver sperato, con un vestito, di ricreare la magia che ho letto loro
negli occhi! Quella magia che, sono sicura, li avrà seguiti fino al giardino del loro
amore, perché non ce la puoi fare a tagliare il filo di uno sguardo che va oltre te.

Come è successo a noi fino a dieci minuti fa, vicino a quella piccola imbarcazione,
non ci siamo neppure spogliati. Eppure, come se nulla fosse successo hai avuto il
coraggio di spezzare il filo che porto negli occhi e ne hai preteso la tua parte,
lasciandomi in dote un miscuglio di fotogrammi scheggiati.
L’ultimo film insieme, la mia schiena sulla pancia della barca. Poi i titoli di coda, si
va a casa.
Distolgo l’attenzione dal panorama, riportata alla realtà dalla sabbia così densa che
mi risucchia i piedi, se ne intravedono solo le unghie laccate di un rosso profondo.
Sembrano dieci piccole albe che si affacciano sul mondo nello stesso istante. Ho la
certezza che queste dita abbiano affondato il nostro matrimonio, sempre ad
inseguire passi di danza invece che i nostri obiettivi di vita insieme.
Sfilo la fede e la premo nella rena una volta, poi un’altra, con l’illusione di essere
tornata bambina e di giocare con le formine; poi, in un istante sospeso, la lascio
libera di affogare nella sabbia liquida. Mi abbandono alle lacrime e all’idea di averle
detto addio.
Sono stata una vigliacca, non ho avuto il coraggio di lasciarti né di sedermi su
questa sedia. Vuoi sapere quale è l’immediata conseguenza di un matrimonio che
ha fatto naufragio sull’isola del Nulla? Questo bel  vestito strappato dai relitti di
conchiglie.
Il pianto sconvolge le mie mani, assumono la forma di mostri ancestrali che
scavano. Riconosco il morbido del filtro di una sigaretta, tento di pulirlo dai granelli
di sabbia e lo avvicino al naso, un concentrato ammaliante di salsedine e nicotina
mi abbraccia.
Me lo porto alla bocca mentre penso che sarebbe stato più semplice nascere
sigaretta e farsi spegnere dal mare, senza preavviso, senza un perché.
Il mare, il mare dentro, quello non riesco a spegnerlo.

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