martedì 6 marzo 2012

LA DAMA SMARRITA di Giacomo Rossettini, Arzignano (VI)

Okay, me l’ero cercata. Il capitano Shogen mi aveva detto
chiaramente di non mettere piede in sala macchine, ma come mio
solito non ho voluto prestargli ascolto. Philip Shogen,
soprannominato Zeus per il suo ricorrente “tuoni e fulmini” tipico
della gente che solca più il mare che le gambe della propria moglie,
si arrabbiò a tal punto da svelare qualche vena pulsante sulla tempia.
Non lo avevo mai visto così furibondo. L’esplosione era stata forte,
ma io vi giuro che non c’entravo nulla. Ivan Ross, mio padre, era
accorso immediatamente per assicurarsi che stessi bene, e soprattutto
per togliermi dalle grinfie del capitano.
«Sono sicuro che sia stata lei, tuoni e fulmini!» sbraitò Zeus
sputacchiando da tutte le parti, tanto che il berretto da ufficiale di cui
andava tanto fiero rischiò seriamente di cadere in acqua. Io piangevo,
sicura di essere dalla parte della ragione. La caldaia non era esplosa
per colpa mia, io volevo solo vedere come funzionavano tutti quei
congegni strani che fanno andare le navi. Solo questo. Non ho
toccato nulla.
«È solo una bambina Phil! Di sicuro qualche aggeggio si è
surriscaldato. Hai mandato il segnale alla guardia costiera?»
Zeus sputacchiò un’altra volta. «Ovvio che l’ho fatto, ma non
risponde nessuno. Siamo isolati, tuoni e fulmini!»
Papà guardò verso di me, mi accarezzò le guance e si strofinò il
mento rimuginando sul da farsi. «Probabilmente l’esplosione ha
intaccato i sistemi di comunicazione. È stata bella forte.»
«Ashley!» chiamò la mia matrigna, accorrendo tutta preoccupata
dopo essersi sicuramente spaventata a morte a seguito del boato
assordante. Le risposi che no, non mi ero fatta nulla, e sì, non avevo
toccato niente. Roberta mi scrutò da cima a fondo, forse incapace di
credere alle mie parole. Ma la verità era quella. Niente di più e niente
di meno, e se non voleva credermi era affar suo. Non la odiavo,
questo mai, ma sicuramente non rientrava nelle mie grazie come
papà. O presumibilmente come la mamma, se mai l’avessi
conosciuta. La donna che mi aveva messo al mondo era fuggita
all’estero insieme a un ballerino di samba. Contenta lei.
Joe, un ragazzo brufoloso con le mani sempre sporche di grasso,
accorse insieme a Roberta e Veronica come era logico aspettarsi, e
una volta che tutti i passeggeri della Beverly si furono riuniti
all’entrata della sala macchine, il capitano mise bene in chiaro la
situazione nella quale ci trovavamo.
«Sembra che sia esplosa una parte del motore ancora da
identificare. Io e Ivan abbiamo estinto l’incendio prima che potesse
propagarsi per tutta la nave, ma siamo fermi e isolati, tuoni e
fulmini!» Papà mi abbracciò ancora una volta, dopodiché mi
abbandonò tra le braccia ruvide e grassocce di Roberta per riuscire
finalmente a guardare negli occhi Zeus in modo da dirgli la sua
opinione.
«Io dico di restare fermi, prima o poi qualcuno si accorgerà di noi.
In questo tratto dell’Atlantico non c’è campo, l’unico collegamento
con la civiltà era la radio.»
«Ma sono le dieci di sera Ivan!» esclamò Veronica dando sfoggio
a tutta la sua arroganza. Era la figlia biologica di Roberta, e a
differenza della matrigna – che bene o male sopportavo – la
detestavo profondamente. La classica ragazzetta magra, bionda e
viziata. «Cosa faremo?! Lo sapevo che non dovevo venire! Lo
sapevo!»
Il suo piagnucolio mi dava il voltastomaco. Io e papà eravamo di
origini modeste, e siamo sempre vissuti grazie al suo lavoro di
grafico pubblicitario e fotografo. Io avevo quindici anni quel giorno,
ma quando lui e Roberta si sono messi insieme non ne contavo più di
undici. Veronica invece già ventidue. Loro, al contrario, provenivano
da una famiglia agiata, forse l’ex marito era un senatore, e potevano
permettersi una bella nave come la Beverly con cui andare tutti
insieme in ferie sull’oceano Atlantico. Per consolidare i rapporti.
Roberta poteva permettersi di avere Zeus, e addirittura il suo
secondo, Joe. Due uomini di mare, due uomini esperti. Due uomini
alla deriva esattamente come noi.
«Dobbiamo resistere in qualche modo. Dobbiamo…»
La voce di mio padre si smorzò. Shogen lo guardò per qualche
secondo, dopodiché capì perfettamente. La vidi anche io.
Una nave immensa, un transatlantico, spuntato fuori da chissà
dove. Ogni luce all’interno di quell’affare mastodontico era accesa, e
molto probabilmente i suoi passeggeri si stavano godendo una
piacevole crociera. Non trascorsero che pochi minuti prima che
l’equipaggio della Dama Smarrita – così si chiamava secondo la
grande scritta di poppa – notasse il nostro segnale rosso di soccorso
sparato in cielo da Joe. La nave da crociera si avvicinò a noi di poco,
altrimenti ci avrebbe risucchiato come una formica in una tempesta
date le sue dimensioni, e grazie a una scialuppa di salvataggio
riuscimmo a salire a bordo.
Il ponte era meraviglioso, tirato a lucido come uno specchio.
Molti passeggeri ci scrutarono curiosi, altri si avvicinarono
presentandosi. Notai immediatamente un particolare: erano tutti
molto pallidi, e magri anche. Probabilmente si trattava di una di
quelle vacanze speciali, pensate apposta per le persone meno
fortunate, tuttavia alcuni di loro portavano eleganti abiti laccati, altri
addirittura sfarzosi completi antichi che forse non aveva mai visto
nemmeno la mia bisnonna.
I marinai della Dama Smarrita si dimostrarono gentili e cordiali
con noi, e ci condussero immediatamente alla cabina del capitano. Il
signor Dominic – non si era presentato con il cognome, solo
“Dominic” – ci accolse con grande sorriso e preoccupazione per la
nostra imbarcazione, che al confronto del transatlantico sul quale ci
trovavamo sembrava più una canoa per guadare fiumi.
«Naturalmente vi offriremo una stanza.» dichiarò il capitano della
Dama non appena ogni convenevole fu sviluppato. Era un vecchietto
molto gentile, dai tratti dolci e raffinati, ma anch’esso pallido e
magrolino. Le sue mani, tuttavia, si rivelarono forti e solide quando
me le strinse, e dopo averci assicurato che la guardia costiera ci
sarebbe venuta a prendere ci accompagnò tutti e sei alla nostra
cabina.
Sfortunatamente erano rimaste libere solo quelle di prima classe,
quindi dovevamo accontentarci. Proprio un peccato. Veronica si
trovò subito a suo agio in mezzo a tutto quel lusso, e mentre Joe e
Zeus discutevano sul da farsi, io e papà ci stringevamo l’uno con
l’altra trascurando la mia matrigna, che nel frattempo si era sdraiata
sul suo materasso e si stava godendo quella crociera inaspettata.
«Un gentile omaggio da parte delle cucine della Dama Smarrita,
signori.» disse Dominic in tono plateale porgendoci un piatto colmo
di dolcetti mentre faceva capolino nella nostra cabina. Considerando
che avevamo chiuso a chiave, doveva possedere una specie di passepartout.
Lo ringraziammo con un sorriso e, poiché sembrava
maleducato rifiutare quei dolcetti sebbene avessimo cenato da poco,
assaggiammo tutti quanti quelle specialità dal dolce profumo.
E poi fu il buio.

* * *

Non ricordo esattamente che sapore avessero quei dolci, né cosa
successe dopo averli mangiati. Quando ripenso a quei momenti è per
me oscurità più totale. I miei ricordi iniziano in una cabina, del tutto
diversa dalla suite sulla quale mi trovavo prima. Ed ero sola.
La stanza era più che altro uno sgabuzzino, colmo di vecchi
attrezzi da lavoro e ragnatele sulle quali abitavano grossi e pelosi
ragnacci. Non ho mai avuto paura degli aracnidi, ma quelle bestie mi
spaventarono più di quanto avrebbero dovuto fare. Tentai di uscire,
ma la porta era sbarrata. Battei i pugni facendo un gran baccano, ma
nessuno sembrò udire le mie parole. Il panico mi pervase.
«Gentili ospiti, benvenuti all’Esame.»
La voce era quella di Dominic, ma non capivo da dove provenisse.
Non v’era traccia di altoparlanti, ben che meno di microfoni. La voce
rimbombava dappertutto, trasudando dai muri. Pareva essere la nave
stessa a parlare.
«D’ora in poi sarete soli. Completamente. Siamo in mezzo
all’Atlantico, e vi assicuro che nessuno verrà a cercarvi. Non potete
salvarvi in nessun modo, se non in quello che vi dirò adesso.»
Ero spaventata. Parecchio, anche. Volevo il mio papà.
«Avete a disposizione tutta la nave. Se riuscirete a tornare nella
mia cabina, quella del capitano, la vostra vita sarà salva. Ma badate
bene, miei cari esaminandi. Solo uno o una di voi sarà ammesso alla
mia cabina, pertanto l’unico modo che avete di sopravvivere è…
eliminarvi tra di voi fino a quando non ne rimarrà soltanto uno.»
Le mani mi tremavano. Che aveva detto?! Eliminarci?!
«Le porte si apriranno tra un minuto esatto a partire da adesso.
Non vi sarà consegnato cibo, ne acqua, e non ne troverete in giro.
Non vi saranno consegnate armi, mappe, o qualunque cosa possa
aiutarvi. Come ho già detto, sarete soli. Sarete smarriti e vulnerabili,
come la prima persona che ha comandato questa nave. Proprio
come la Dama. Il percorso che compirete per giungere fino alla mia
cabina è univoco e senza possibilità di ritorno. I corridoi e le stanze
sulle quale entrerete sono tante, ma tra di esse parallele,
perciò prima o poi vi incontrerete sicuramente. Ricordate, cari esaminandi.
Solo uno. Che l’Esame abbia inizio.»
La pesante porta di metallo davanti a me si aprì di scatto, ma
dietro di essa non c’era anima viva. Nessun rumore, nessun
passeggero, nessun membro dell’equipaggio. Come era possibile che
tutti fossero scomparsi in quel modo? Dov’erano finiti? E chi era
Dominic in realtà?
Mi avviai a passi incerti lungo lo stretto corridoio della nave,
ripensando alle parole del capitano. Senza possibilità di ritorno.
Mi voltai. Avevo camminato per pochi metri, in direzione
perpendicolare alla stanza sulla quale ero rinchiusa. Secondo ogni
logica, dietro di me avrei dovuto vedere ancora quello sgabuzzino,
tuttavia le cose non andarono così. Buio. Era tutto buio.
Le luci al neon illuminavano debolmente il percorso d’innanzi a
me, mentre alle mie spalle non c’era altro che oscurità. E gelo. Di
sicuro sarebbe stato pericoloso procedere, ma senza dubbio sarebbe
stato peggio tornare indietro e addentrarsi in quelle tenebre. Andando
avanti avevo una possibilità su sei di salvarmi, ma retrocedendo…
Camminai ancora per qualche minuto prima di sentire l’urlo. Un
urlo folle, spaventato, simile a un guaito. Joe stava correndo verso di
me, spuntato da chissà quale stanza adiacente al mio corridoio, e
poco prima che mi si avventasse contro notai che brandiva una
spranga. Il Secondo scagliò il primo colpo, centrando in pieno la
parete alle mie spalle. Avevo i riflessi pronti, merito delle lezioni di
hip hop. Chissà cosa avrebbe detto la signorina Lyla se mi avesse
visto muovermi così in fretta.
Joe scagliò il secondo colpo urlando come un forsennato, e questa
volta colpì la mia spalla slogandomela. Il dolore fu atroce e
insopportabile, il sangue uscì a fiotti. Giurai persino di vedere lo
spuntone del mio osso che fuoriusciva dalla carne, ma ero talmente
spaventata da non distinguere nulla. Ecco il terzo colpo, dritto dritto
alla mia faccia. Ero spacciata.
Poco prima che la spranga di Joe mi offrisse un discutibile
intervento di chirurgia estetica, una sedia di legno andò in frantumi
sulla testa del Secondo facendolo stramazzare sul pavimento. Papà
era venuto a salvarmi.«Tuoni e fulmini!» esclamò papà. No, aspetta…
Il mio papà non aveva mai usato quell’affermazione.
Solo una persona era talmente antiquata da utilizzarla, solo… Zeus!
Il capitano mi tirò su afferrandomi per il braccio sano, dopodiché
pulì via tutto il sangue dalla mia t-shirt e mi spazzolò ben bene in
modo che la polvere se ne andasse. Forse se ne andò, ma lo stesso
non potevo dire del dolore alla spalla. Faceva male da morire.
«Cristo, cosa è saltato in mente al mio secondo?! Tuoni e
fulmini!»
Zeus mi prese per mano, e insieme ci avventurammo lungo il
corridoio. La mano del capitano era più fredda di quanto l’avessi mai
sentita, e sudava. La sua impeccabile divisa bianca era tutta
macchiata, e del cappello nemmeno l’ombra. Mentre ci
allontanammo dal cadavere di Joe, decisi di voltarmi per dare un
ultima occhiata al ragazzo brufoloso. Le tenebre lo inghiottirono
mano a mano che noi ci allontanavamo. Non lo rividi più.
Non ci volle molto prima che rimbombasse il secondo urlo.
Questa volta era meno disumano, più acuto però. Un urlo del genere
poteva appartenere a una sola persona.
Veronica corse verso di noi senza alcuna arma, tutta sporca di
sangue. «Tu! Tu! Tu!» urlò verso di me, oppure verso Zeus, non si
capì con chiarezza dato che entrambi eravamo mano nella mano.
«Aspetta Veronica! Possiamo parlare, possiamo…» Le parole del
capitano servirono a ben poco, perché la smorfiosa non dava segno di
averle udite. Era tutta spettinata, e sporca, non l’avevo mai vista così.
Ed era terrorizzata, molto terrorizzata.
Si avventò su di me, e mi abbracciò come per soffocarmi. Io urlai
spaventata, e Shogen la strappò via prima che potesse farmi qualsiasi
cosa, per poi sbatterla violentemente contro il muro. L’impatto si
rivelò fatale per la mia sorellastra, poiché la sua testa si spappolò sul
muro insozzandolo di sangue.
«Piccola troia, tuoni e fulmini!» imprecò Zeus visibilmente
sconvolto. Come mai Veronica aveva reagito in quel modo? Cosa
voleva fare senza nemmeno un’arma? Perché si era avventata su di me?
«Voglio il mio papà!» piagnucolai quasi in lacrime. Lo volevo
con tutte le mie forze. Il capitano mi fissò con espressione grave,
senza però alcun segno di ostilità nei miei confronti.
Chissà cosa avremmo dovuto fare se fossimo rimasti solo noi… Chissà se
Dominic ci avrebbe concesso una grazia. E poi, cosa significava
quell’Esame come lo chiamava lui? A che scopo tutto ciò?
«Avanti Ashley. Stiamo andando dal tuo papà.»
La voce di Zeus era rassicurante, ma nulla lo sarebbe stato più di mio
padre mentre spuntava da una delle stanze adiacenti. Mi voltai, e le
tenebre inquietanti dietro di noi inghiottirono definitivamente anche
Veronica. Eravamo solo io, Zeus, forse papà e forse Roberta. Chissà
come se la stavano passando…
Non passò molto tempo prima che me ne accorgessi.
La mia matrigna stava accorrendo nella nostra direzione, brandendo
una scure antincendio rossa e bianca. La sua espressione rasentava la
follia più estrema. «Vi ammazzo! Uscirò viva da qui! Vi ammazzo!»
Zeus si frappose tra me e Roberta rischiando di essere colpito
dalla pesante lama della scure, forse un po’ troppo pesante per la
forza di cui disponeva la mia matrigna. La sua reazione fu molto
lenta, e Shogen le fu addosso prima ancora che potesse accorgersene.
Uomo e donna lottarono strenuamente rotolandosi sul pavimento, e
io non potei fare altro che assistere inerme a tutto ciò.
Certo, avrei potuto raccogliere la scure e scagliarla sulla testa di
Roberta, ma la mia corporatura esile e soprattutto il dolore alla spalla
erano contro di me. Guardai e basta.
Dopo quella che sembrò un’eternità, il capitano ebbe la meglio su
Roberta salendo sopra di lei e bersagliandola di pugni al volto. Io mi
lanciai contro l’uomo, ma mi scagliò via con una sola mano
continuando a tempestare il volto della mia povera e spaventata
matrigna. Il sangue sgorgò sul pavimento, e ben presto di Roberta
non rimase che il corpo riverso a terra e il volto tumefatto. Era morta.
«Perché?! Perché lo hai fatto?!» esclamai.
«Voleva ammazzarci! Non potevamo portarla con noi, era pazza,
tuoni e fulmini!»
Zeus tese la mano verso di me, ma io mi ritirai. «Vuoi uccidere anche
me?» chiesi titubante. L’uomo sorrise.
«Non potrei mai ucciderti, Ashley. Finora ti ho salvato, oppure mi
sono difeso. Voglio uscire da qui, e voglio farlo insieme a te e tuo
padre. Costi quel che costi. Andiamo, Ashley!»
Rimuginai. Non potevo fare che proseguire, avanzare, addentrarmi
nell’ignoto. Fidarmi del capitano.
Pochi passi, e le tenebre dietro di noi inghiottirono anche il corpo
della mia matrigna. Poveretta, pensai. Che fine orribile aveva fatto.
Che ne sarebbe stato di noi?
Zeus mi prese per mano, e a quel punto fui più speranzosa che
mai. Mio padre sarebbe arrivato a momenti, la mia gioia prematura
era alle stelle. Silenzio.
La pesante porta di legno con su scritto Captain in lettere dorate
comparve davanti a noi in tutta la sua maestosità, ma di mio padre
nemmeno l’ombra. Mi voltai di continuo, ma non lo vidi ancora.
Dove poteva essere papà? Perché non veniva a prendermi?
Zeus mi lasciò la mano. Alzò la scure. Non lo avevo notato
mentre la raccoglieva, e fu il mio più grande sbaglio.
«Mi dispiace ragazzina. Ho ucciso io tuo padre, poco prima di
salvarti da Joe. La tua sorellastra ha assistito alla scena, ma mi è
sfuggita. Per questo ti ha abbracciata, voleva proteggerti da me. Ma
ormai è troppo tardi. Stammi bene, Ashley.»
Il colpo di scure sferzò l’aria dritto dritto alla mia faccia, e Zeus
sarebbe pure riuscito a colpirmi se in quel momento le mie gambe
non avessero ceduto. Mi accasciai al suolo, e la scure mi mancò.
«Piccola puttana!» imprecò Shogen prima di far partire il secondo
colpo, ma promisi a me stessa che non glielo avrei permesso. Prima
che la scure potesse colpirmi, la strappai di mano al mio assalitore
con un sonoro calcio da lui inaspettato, e con mia grande sorpresa la
lasciò cadere a terra, evidentemente molto provato dagli scontri
precedenti.
La scure si schiantò a terra con un tonfo, dopodiché accadde tutto
in un lampo: Zeus si avventò su di me per tempestarmi di pugni, ma
io fui più veloce e gli feci uno sgambetto. Non intendevo
assolutamente ucciderlo, e a dire il vero non so proprio cosa
intendessi fare in quel momento. Il capitano perse l’equilibrio
cadendo a terra, e subito dopo fui investita da grandi schizzi di
sangue.
Aprii gli occhi e osservai il cadavere. Shogen era caduto con la
testa proprio sopra l’ascia, e ora giaceva immobile sul pavimento.
Prima che avessi il tempo di fare qualsiasi cosa, la porta della cabina
alle mie spalle si aprì, rivelando Dominic che mi tendeva la mano per
potermi aiutare a rialzarmi.«I miei più sinceri complimenti, cara esaminanda.
Vieni dentro e siediti, tutto ti sarà chiarito.»
La voce di Dominic era soave, cristallina, sincera. Sebbene lo odiassi
e disprezzassi con tutta me stessa, ubbidii alle sue parole quasi
involontariamente. Entrambi sedemmo l’una di fronte all’altro
nell’unico tavolo all’interno della cabina del capitano.
«Tu hai superato l’Esame, cara fanciulla. Vedi, questa nave è stata
maledetta tanti, tanti anni or sono; ogni dieci anni ha bisogno di un
nuovo capitano, e fino a pochi minuti fa ero io. La Dama Smarrita
viaggia sul fondo più oscuro dell’oceano alla ricerca di anime,
anime, anime. Tutti coloro che muoiono in mare tornano qui, a bordo
di questo transatlantico e, ogni dieci anni, esso sale in superficie per
eleggere il suo capitano. Il modo con cui lo fa l’hai appena vissuto
sulla tua pelle. Le mie felicitazioni, capitano Ashley Ross.»
Dominic si alzò in piedi con aria solenne, guardò il soffitto e… si
dissolse pian piano come polvere nel vento. Un rimbombo devastante
si sprigionò per tutta la nave, e immediatamente l’intera struttura
galleggiante fu invasa dall’acqua.
Morii in pochi secondi, giusto il tempo necessario affinché i miei
polmoni si riempissero di liquido senza più spazio per l’ossigeno. Fu
una morte dolce, silenziosa, e le tenebre circondarono tutto ciò che
mi stava intorno.
Quella ero io, la giovane Ashley Ross, prima di diventare
capitano della Dama Smarrita. Ora potete trovarmi qui, a bordo del
transatlantico mentre solco il buio fondale oceanico dando ordini al
mio equipaggio di uomini pallidi, magri e sorridenti. In questo
momento sto tenendo la mano di mio padre, ma vicino a me ci sono
anche Veronica, Joe e Roberta. Non so dove sia finito Philip Shogen,
né mi interessa saperlo, ma a bordo non l’ho mai visto. Tutti i
passeggeri mi fanno i complimenti per come dirigo la nave, e mi
sono resa conto che anche i miei familiari sono diventati come loro.
Passeggeri. Ospiti.
Ospiti di una nave fantasma, ospiti di un transatlantico maledetto
che vaga per l’eternità raccogliendo le anime di tutti coloro che
perdono la vita in mare. Altri ospiti che entreranno a far parte della
meravigliosa e mastodontica Dama Smarrita.
Potete trovarmi proprio qui, nella cabina del capitano o sul ponte
di prua, e se volete salutarmi passate pure, senza timore.
Ogni dieci anni però, mi raccomando.

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