martedì 6 marzo 2012

IL MARE IN TASCA di Ida Giugnatico, Paola (CS)


La pioggia batteva forte sull’impermeabile giallo di Brizio e lo sciabordio delle onde agitava la sua barca di qua e di là, in mezzo al mare. Altri al suo posto sarebbero stati agitati o nervosi, ma lui no. E del resto il maltempo era stato annunciato dal bollettino meteo di quella mattina. Brizio era solito seguire il ritmo del mare in ogni sua variazione e ripetizione, come un danzatore si lascia attraversare dalle note sulle quali sta ballando.
«Chissà che riuscissimo a salvarci le chiappe anche stavolta!» - imprecava suo fratello dall’estremità della barca.
Enzo nella vita faceva l’impiegato contabile. Passava le giornate in ufficio tra le scartoffie e questo, a dire il vero, gli piaceva molto: era stato sempre un tipo mansueto di carattere, odiava gli imprevisti ed adorava pianificare ogni cosa. Quel pomeriggio aveva litigato con la moglie Mirella, e, come tutte le volte in cui si prendevano a male parole, aveva chiesto al fratello se poteva accompagnarlo a pescare. Brizio aveva quarantacinque anni e da quando ne aveva sedici faceva il pescatore a Santa Maria di Leuca. Non si era mai sposato, nonostante molte ragazze gli avessero fatto il filo quando era poco più che ventenne. I capelli brizzolati, gli occhi di un bellissimo grigio con delle striature azzurrine, le labbra strette e scure.
Dopo un’oretta smise di piovere. Le nuvole lasciarono il posto alla luna, che si faceva spazio timidamente, illuminando i volti dei due fratelli. Le luci della Marina di Leuca tornarono a brillare ridenti e indisturbate sulla costa. Era uno spettacolo bellissimo vederla da lì.
«Che è successo stavolta tra voi?» - chiese Brizio al fratello.
«Niente di grave… Mirella dice che passo più tempo in ufficio a fare gli straordinari che a casa… Sta sempre a lamentarsi..»
«Un po’ ha ragione però eh!»
«Senti chi parla! Certe volte ti invidio, non ti sei mai voluto accasare, ma prima o poi dovrai smetterla di pensare solo alla tua barca… dovrai scendere sulla terraferma e allora ti accorgerai che la vita vera è un’altra».
Ogni volta che Enzo gli rimproverava di aver pensato solo alla sua Iulia, evitava di rispondergli. Si avvicinò all’orecchio la conchiglia appesa alla sua collana e, con l’orecchio teso, ascoltò quel suono misterioso e profondo. Era una musica dolce, ma al tempo stesso lo inquietava. Lo ammaliava come il canto della sirena Leucasia, che secondo molte leggende trovò rifugio in quegli antri rocciosi.
«In tutti questi anni non mi hai mai detto perché sei così legato a quella conchiglia...» chiese Enzo a Brizio.
«É una vecchia storia...»
«Hai tutto il tempo di raccontarmela però. Ci vorranno ore prima che qualche pesce si decida ad abboccare».
Era una giornata settembrina del 1978 e Brizio se ne stava accovacciato ad osservare una lucertola che prendeva il sole su una pietra in un piccolo ruscello, che tagliava l’orticello di casa sua. Come tutti i bambini della sua età, da ogni cosa che aveva intorno, anche la più piccola, riusciva a tirarne fuori una storia. Quanti stimoli gli offriva quello stupendo paesaggio! Ed ecco che da una nuvola veniva fuori la storia di un fante, da una formichina che trainava un filo d’erba un trampoliere… tutto era una bellissima storia... infondo che cos’è la vita se non un insieme infinito di storie? Alcune reali, altre inventate, altre belle, altre brutte.
«Mamma, se la lucertola cade dalla pietra dove va a finire? Sotto c’è l’acqua» - chiese Brizio alla madre Rosetta appena la vide sul porticato, con la cesta del bucato in mano.
«Nel mare va a finire tesoro, e dove sennò?»
«Mi ci porti mamma?»
«Chiedi a tuo padre Brì».
È incredibile come un bambino viva immerso nell’immanenza. Per lui la vita è tutta lì, ed è solo nelle cose che ha davanti. Non c’è un oltre, non c’è un dio, e, probabilmente non c’è un tempo. E chissà cosa prova quella lucertola, stesa su una pietra così piccola, su un continuo fluire di acque sotto di lui. Per un adulto immerso nel tran tran della sua vita quotidiana essa è invisibile. Ma per un bambino no.
Brizio al mare non c’era mai stato. Eppure non era lontano. Distava da loro una decina di chilometri, ma raramente a casa di Brizio c’erano giorni liberi per andarci. Di domenica sua madre andava a raccogliere origano e ghiande, che poi rivendeva per pochi spiccioli; mentre il padre faceva piccoli lavoretti come idraulico spostandosi nel paese con la sua cassetta degli attrezzi. In più nessuno in famiglia sapeva nuotare e Brizio non chiese mai al padre di portarlo al mare, sapeva già quale sarebbe stata la sua risposta. C’erano cose più importanti a cui pensare, come il mutuo da pagare.
«Da che parte si va per il mare?» - domandò due giorni dopo al vicino di casa, un signore anziano che a Brizio stava simpatico soprattutto perché non faceva mai troppe domande, anche quando sentiva odore di marachelle.
«Scendi di qua e vai sempre dritto figliolo, quando arrivi all’incrocio delle tre strade prendi quella di sinistra e sei arrivato…».
Si incamminò di buona lena, il passo svelto. Sapeva che non ce l’avrebbe fatta a tornare a casa per l’ora di pranzo, ma non gli interessava. In fin dei conti qualche ceffone gli sembrava il prezzo giusto da pagare per vedere il mare da vicino, ne valeva la pena.
Sarà stato mezzogiorno quando Brizio arrivò in spiaggia. Rimase immobile a contemplare quella immensa distesa d’acqua che aveva davanti per qualche minuto. Poi mise a fuoco tutto il resto. I gabbiani gridavano rauchi, c’erano delle strane piante grasse e con molte spine che spuntavano di qua e di là e parecchi mucchietti di alghe sulla riva. Sugli scogli c’erano degli uomini che pescavano, altri invece sbrigliavano le reti. Nonostante la stanchezza che avevano dipinta sui loro volti, le loro voci erano concitate ed allegre.
Chissà cosa ci trovavano loro di tanto bello, nel mare.
Si tolse le scarpe per sentire i granelli di sabbia solleticargli le piante dei piedi. Corse verso la riva, gli occhi chiusi, i polmoni pieni dell’odore pungente di salsedine. Riaprì gli occhi solo quando i suoi occhi incontrarono una forma nuova.
Prese quella strana cosa tra le mani. Sembrava una pietra, ma era molto più leggera. Era lunga più o meno quanto il suo pollice, ma sotto aveva un forellino e aveva dei bellissimi colori cangianti: il verde pallido confinava con il marrone tenue, fino a chiudersi in gradazioni di rosso. Se la rigirò tra le mani, pensoso.
«Sai che cos’è?» - gli disse un pescatore avvicinandosi.
«Una strana lumaca signore… una lumaca di mare»
«Ah, ah… questa è bella!» – il pescatore non smetteva di osservarlo incuriosito e le labbra gli si aprirono in un profondo sorriso – «è una conchiglia, ragazzo!»
«Una conchi… conchi ché?»
«Conchiglia, conchiglia... di un po’, non ne hai mai vista una eh?»
«No signore…»
«Sai cosa ha di bello una conchiglia?»
«Veramente no…»
«Cosa ti piace del mare ragazzo?»
Brizio rifletté. Non lo sapeva ancora cosa gli piaceva del mare. Ci era arrivato solo per il gusto di sfida e di scoperta.
Rimase in silenzio un attimo, poi disse: «Non posso vederne la fine signore»
«E ti piace per questo?... a me fa paura proprio perché è troppo grande!»
«Signore ma allora cosa ha di bello una conchiglia? Non mi avete risposto prima»
«Ah però! Vedo che non ti sfugge nulla, ragazzino! Appoggiati questa conchiglia all’orecchio e dimmi cosa senti» - Brizio obbedì.
«Cosa senti?» disse dopo un minuto il pescatore
«Il mare»
«Ecco perché adoro le conchiglie, c’è tutto il mare qui dentro… Il rumore del vento che fischia forte nelle orecchie quando ti trovi sulla barca d’inverno, la risacca del mare… è una musica talmente profonda e misteriosa che non l’ho sentita suonare da nessun musicista in vita mia»
«Posso portarmela a casa, signore? La conchiglia dico» - disse Brizio osservando ammirato prima il pescatore, poi la conchiglia.
«Certo ragazzo. Te l’ha regalata il mare».
Brizio si mise subito in tasca il piccolo guscio, quasi temendo che qualcuno potesse portargli via quel tesoro che aveva appena trovato.
«Voi siete fortunato signore. Non avete bisogno di conchiglie. Lo sentite tutti i giorni da vicino il mare»
«Hai ragione ragazzo. Quando mi sento solo mi basta venire qui per dimenticare tutto. Mi metto sulla mia barca e prendo il largo… Non immagini nemmeno quante cose belle ho avuto la fortuna di vedere… Certo, non ho una donna, non ho una famiglia. Ma ho il mare, è tutto ciò di cui ho bisogno. Il mare è la mia vita, la mia donna, la mia famiglia»
«Da grande voglio essere come voi signore»
«Ah ah! un vecchio lupo di mare come me! È la prima volta che mi sento dire una cosa simile»
«Toni è ora! Andiamo!» - un altro pescatore richiamò al lavoro il nuovo amico di Brizio. La barca stava per lasciare la riva.
«Adesso devo andare, arrivederci ragazzo! Che Dio t’assista!».
Da quel giorno Brizio capì che la sua vita sarebbe stata il mare. Voltando le spalle a quella immensa distesa d’acqua capì che non avrebbe più potuto farne a meno. Corse felice verso casa. Adesso aveva il mare in tasca.

2 commenti:

  1. Mario Spizzirri25 maggio 2012 09:05

    “Alea iacta est”! Con tale racconto breve, ma di robusta e pregevole pregnanza aurorale, Ida Giugnatico, si annuncia, si affaccia e si manifesta, con soffusa, discreta ma determinata e determinante concretezza, nel ristretto “aeropago” dei giovani scrittori, ben dotati di estro, “esprit d’ecrire”, talento, solidità di trame e lungimiranza d’intenti narrativi. L’autrice nel suo “pezzo”, al limite del reportage, affabula il lettore, padroneggiando il contenuto con profonda maestria sostanziale, letteraria e stilistica, intrattenendolo sul tema del mare, richiamandosi con eco permeabile, ma vigorosamente autentica, specificatamente atipica, al Verga, prima maniera, del ciclo della marea, inserendovi, da par sua, però, elementi fideistici, provvidenziali anche di avvertibile reminiscenza manzoniana, laddove l’infinita distesa delle acque acquisisce un senso altamente positivo per spiriti e spiritualità, vaghi di quiete, alla ricerca spasmodica di una serenità psicologica che la terraferma, eccessivamente urbanizzata, problematizzata, da sempre in caotico divenire, non è mai riuscita- ne giammai riuscirà- ad offrire.. Felice la trama e felicissima la scelta dei personaggi che, coi lori caratteri e le loro, apparentemente divergenti, ma tanto simbiotiche, complementari, ataviche e sempiterne visioni della vita e del mondo, si pongono e si impongono, a pieno titolo, in una “piece” teatrale dello spazio e del tempo, laddove l’atemporalità di un elemento primordiale, quale l’infinità illimitata dello spazio marino, è visto e vissuto come valore preminente e di delimitazione-demarcazione positiva dell’uomo e del suo essere cogitante e non naufrago delle sue fragilità terrene. Un racconto, perciò, da leggere e meditare e alla “novella” scrittrice un vigoroso “ad maiora”, nella certezza che a questo seguiranno, a breve, altri e altri ancora di pregevolissima “fattura”.
    Mario Spizzirri- storico
    Commissario straordinario dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano per la prov. di Cosenza

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  2. Metafora straordinaria, per tutti quelli che, amano il mare. Per tutti quelli che, allontanandosi da esso, hanno provato, almeno una volta, la sensazione di volerlo "in tasca". Per tutti quelli che, dedicando la propria vita ad esso, non hanno sentito mai la mancanza di nient'altro. Meravigliosa la scelta dei particolari. Complimenti all'autrice.
    Giulia Galletta

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