venerdì 9 marzo 2012

FINE DI UN INCANTO di Laura Ardito, Palermo


Le stelle della sera galoppavano d’incanto, facendo invidia alla luna che
sfumava languida e immobile su se stessa. Tadzio non aveva mai visto tante
stelle cadenti in vita sua; e in una sola sera era arrivato a contarne tredici di
scie luminose di polvere d’oro. Cadevano dolci da una parte all’altra del cielo,
facendo chiarezza e luce per un solo secondo.
Quando il via vai di stelle sembrò essersi placato, Tadzio accese una
sigaretta interrompendo l’incanto naturale. Il collo del giubbotto era alto fin
sopra le orecchie e le mani gelate dormivano dentro le tasche.
La barca era ferma da un pezzo, il mare sembrava olio nero pronto a
ingoiare, la gente accanto solo un contorno bisbigliante di voci pronte a
godersi lo spettacolo. Quando venne fuori dal mare la prima scintilla il
paesaggio si fece tetro, oscuro e incantevole; l’incandescenza del fuoco,
eruttato dalla crosta sul mare, si mostrò in tutta la sua ferocia; la lingua di
Tadzio venne fuori da sola per lo stupore, il paesaggio si fece rosso in un
lampo e le pietre di lava sgridarono il cielo con forza. Le stelle egocentriche
furono messe a tacere, il piccolo vulcano diede inizio alla sua performance.
Tadzio era arrivato a Stromboli quel pomeriggio di Giugno senza particolari
pretese, annoiato dalla primavera sonnolenta e dall’estate incipiente; aveva
scelto di viaggiare da solo per una volta. Aveva subito fatto il bagno in un
mare dall’odore acre, spiato angoli nascosti, fatto il giro dell’isola più volte,
pagato per un giro serale nella barca dei pescatori e infine aspettato
l’eruzione dello Strombolicchio.
Adesso che il cielo lo folgorava con quegli schizzi rossarancioni, si
compiaceva della sua scelta. Sentiva una profonda gioia derivante dalla sua
solitudine generosa, dal placarsi del suo spirito selvatico alla vista di quello
spettacolo.
Gli occhi azzurro limpido si facevano di un turchino acqueo, opachi e turgidi
di lacrime, il cervello piumato, come avvolto in un calore da caminetto. La
pelle del viso si arricciava sorridente agli angoli della bocca mentre il mare
speziava l’aria di sale e crema solare, si avvinghiava alle narici e le bruciava.
La pace interiore fu sconvolta dalle parole di una donna dagli occhi color
cenere, le labbra brillanti come chicchi di melograno, la pelle rossa arsa dal
fuoco dei lapilli, le mani incollate alle gote per l’emozione e i capelli biondi,
ciocche lunghe come reti, increspate dall’umidità. La bella aveva detto “che
meraviglia” con un’ enfasi tale da far voltare il resto dei passeggeri. Poi aveva
preso il suo cappello e l’aveva lanciato come un frisbee sull’acqua. Ma un
istante dopo si era zittita di colpo, ripristinando un silenzio morto che
avvelenava l’aria. Tadzio istintivamente aveva riso, le aveva stretto il braccio
con un vigore istintivo, ma un attimo dopo, resosi conto del gesto, aveva
chiesto scusa alla donna. Elena gli aveva fatto venir voglia di dar di nuovo
fiducia al genere umano.
Tadzio aveva provato subito un grande affetto per lei per via della sua
spontaneità e allegria. Intuì che, se fosse riuscito a conoscerla e insinuarsi
nel suo mondo avrebbe goduto di realtà nuove, integre, sane, non più malate
come quelle delle persone che conosceva.
Cinque minuti dopo, quelle ali battenti dei gabbiani sperduti che correvano
nel cielo, avevano convinto il comandante a ritornare al molo e rompere un
incanto ormai, per lui, privo di senso. I passeggeri avevano invece sbuffato, lo
spettacolo era già finito, le tasche più vuote, il giro in barca durato troppo
poco.
Si tornava al molo, si tornava sulla terra ferma.
Quando Tadzio aiutò Elena a scendere dalla barca aveva già pensato di
chiederle di fare una passeggiata in piazza; aveva trovato splendidi il suo
sorriso giovane e la sua freschezza trasparente. Le strinse la mano con
dolcezza equivoca e l’accompagnò sul muretto di arrivo. Lei lo ringraziò e
accettò la sua proposta di continuare la serata insieme. I due si
presentarono, sussurrando nomi che parvero perfetti per essere accostati. Le
bocche a mezza luna mostravano una serenità priva di ogni responsabilità,
ridevano di cose sane per una volta e svelavano denti bianchi e lucenti.
Tadzio ricompose il puzzle della sua vita; non ricordava l’ultima volta che
aveva provato un tale senso di benessere. Un principio di inettitudine,
sempre presente e latente, si insinuava in lui ogniqualvolta si fermava un
attimo, quando stava fermo a pensare o quando si incantava a guardare api
ronzare oppure prima di dormire. Lei, invece, con questa sua maliziosa
innocenza, lo rinvigoriva d’un tratto, e lo rendeva adatto alla vita, lo
inorgogliva fieramente, lo isolava dalla sua vera essenza.
Giunti davanti al bar principale della piazza ordinarono un gelato e presero a
passeggiare.
Elena si trovava a Stromboli, da sola, perché aveva trovato la pace tra le
onde selvagge di quella “terra di Dio”; aveva deciso di viverci per un po’, per
finire il suo romanzo. Era una scrittrice di professione, pubblicava un
romanzo all’anno e scriveva regolarmente su riviste mensili; in una di queste
aveva una rubrica intitolata “Baccopoli” dove scriveva di vini, e di cibi da
accompagnare ai vini. Un discreto successo letterario e non, le consentiva di
vivere bene attraverso la sua arte.
Tadzio procedette lento e pensoso con accanto la sua bella, attento a non
parlare, a non fiatare, a non rovinare la magia di quelle parole con le vuote
rovine della sua vita. Poi porse le labbra di scatto, annientato dai fumi di una
grappa al melograno che gli aveva fatto trasudar la pelle di febbre spiritosa.
Lei lo guardò seria e scostò il viso con amaro risentimento; o almeno così era
sembrato. Ma il suo contegno venne smentito due minuti dopo, quando prese
Tadzio per le mani e lo sfidò: propose di camminare su un muretto pietroso a
ridosso del mare, ad occhi chiusi, per godere del vento forte e sentire il vero
contatto con la natura.
I due sfidarono un muretto malfatto e lo percorsero in equilibrio; sotto stava
solo la pietra sbriciolata e selvaggia, seguita, pochi metri dopo, dal mare
nero.
Fu Tadzio a perdere l’equilibrio, a far scivolare il piede sui sassi sbagliati.
Elena lo vide precipitare, volare giù di almeno sei metri, sbattere la testa sulla
sabbia pietrosa e posarsi con un tonfo sordo, a metà tra la battigia e le onde.
Elena gridò “aiuto!” con una voce che fu meglio di una sirena d’ambulanza, e
avvertì un pescatore che, poco distante dal ragazzo, corse subito a salvarlo.
Tadzio ci mise un po’ ad aprire gli occhi, a capire che era ancora vivo.
Sembrava sano, aveva ancora occhi azzurri, gambe e braccia, sebbene
sembrassero ancore di ferro arenate su una spiaggia troppo buia.
Solo dall’espressione stupita e terrorizzata Elena capì che aveva perso la
memoria.
Lei intuì subito che la sua colpa in tutta questa storia era enorme, ma poi si
andò giustificando da sola, si disse che in fondo era stato lui ad accettare la
sfida, e avrebbe anche potuto rifiutare. Poi ancora si incupiva e si attribuiva la
responsabilità dell’accaduto e si chiedeva perché fosse stata così stupida da
proporre na cosa simile.
Gli occhi di Tadzio brillavano ancora sotto una patina grigio fumo che ne
offuscava la vista del passato. Il medico di Lipari aveva spiegato che il
ragazzo era disorientato, ma che probabilmente col tempo il suo passato gli
sarebbe tornato in mente. Questa amnesia retrograda non dava via di
scampo e Tadzio si sentiva un po’ ebete e un po’ colpevole. Certo, un
profumo o un sapore prima o poi l’avrebbero ricondotto a casa con la mente,
ma ancora, dopo cinque giorni, c’era il vuoto. Nessun indizio della sua vita;
niente carta d’identità, niente telefono cellulare. Forse erano caduti in mare, o
forse era uscito senza, da casa. “Dove alloggiava?”chiedeva il dottore. Lei ,
Elena, rispondeva rassegnata “Non lo so, non so nulla di lui, lo conosco da
così poco tempo”. E lui non ricordava nulla, niente di niente, nemmeno
un’ombra, non un barlume di luce si sarebbe infiltrato nel suo cervello prima
di chissà quando.
Le ore si facevano ticchettii infiniti e i capelli di Elena divennero presto, per
Tadzio, rincuoranti e familiari.
Decisero di vivere insieme per un po’. Non sapevano dove andare. I due,
imbevuti di manzanillo montaliano si guardavano inebetiti e si piacevano. Una
casa Elena l’aveva, a Messina, ed era anche troppo larga per abitarci sola.
Aveva due lettini; li separò, invitò Tadzio, dormirono sotto lo stesso tetto. Il
giorno dopo li riunì. In fondo Tadzio aveva messo fine ad un brutto periodo
della sua vita, cancellato persone e ricordi spiacevoli e aveva ottenuto, senza
farlo apposta, la compagnia constante di quella donna che, un po’ per un
ovvio senso di colpa e un po’ perché si stava innamorando, non lo lasciava
solo nemmeno un momento.
Messina offrì un porto sicuro ai novelli amanti. Il giro della Sicilia proposto da
Elena non diede scosse alla memoria incancrenita, ma non dispiacque a
nessuno. Furono giorni incoscienti e migliori.
Il loro, superato l’imbarazzo iniziale, divenne un vivacissimo e vitalissimo
rapporto, di un biancore primigenio e ingenuo.
Una mattina si passeggiava lungo la via principale, immersi un una luce
accecante, davanti lo stesso mare blu increspato dalle onde argentate, tutto
solito, tutto uguale, un misto di ovvietà fuori dalle loro bocche.
Quando Elena chiese a Tadzio il motivo del suo nome insolito, lui rispose:
“Mia madre adorava Morte a Venezia di Thomas Mann”.
Fu lì che gli occhi sgranati di Elena confermarono che la memoria gli era
tornata e che questa era la fine di un incanto.

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