giovedì 29 marzo 2012

AL DI LA' DELL'ORIZZONTE di Gloria Venturini, Lendinara (RO)


“Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti…
… mi porto un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità…
… ce ne andiamo come siamo venuti”

NAZIM HIKMET




Era un giorno settembrino al calar della sera, l’aria ancora tiepida.
Mi trovavo seduta sopra un grosso ramo arenato sulla spiaggia, con lo sguardo agganciato al tramonto, sospeso tra il cielo e l’oceano, pronto a raccogliere briciole d’infinito per delimitare almeno un poco il mio incerto orizzonte.
Ascoltavo in silenzio il mormorio del mare, la voce delle onde che ricamava la battigia. I miei pensieri solitari s’impigliavano nel volo dei gabbiani per portare l’ombra dei ricordi lontano dalla mente, per disperdere il dolore delle memorie.
Il buio cominciava ad avvolgere ogni cosa col suo manto nero.
La luce del faro accendeva un punto nell’oscurità.
Una giornata difficile quella di oggi, proprio come quella di ieri.
Mi sentivo un tutt’uno con l’acqua, insicura e instabile, arrabbiata e persa in una bufera che non riuscivo a superare.
La mia vita era sprofondata in un abisso senza luce, si era incagliata nel profondo, nei fondali, dove nessuno sarebbe mai riuscito ad arrivare.
Eppure desideravo la bonaccia per sconfiggere i temporali che oscuravano la mia vita.
Avevo lottato con tutte le mie forze, ma come nella tormenta, non ero riuscita a domare la furia dei marosi, a trasformare il pianto in canto.
Come una barca, l’intera essenza della mia persona cavalcava l’orlo del destino, anche quando i boati violenti dei tuoni accecavano il cielo, come un  eterno moto d’onda ero sbattuta dall’ira del vento.
La tormenta non si placava, non c’era presagio di quiete.
Era un giorno che si svolgeva al tramonto, mi sentivo inevitabilmente vecchia, le rughe sul mio viso, piccole e fitte ragnatele sottili, indurivano la mia espressione, le mie ossa stanche e malandate cigolavano, proprio come quando manca l’olio ai perni della porta, a quel passaggio d’anima che avevo chiuso, intriso dall’odore delle mie amarezze.
Quanto passato e quante notti mi sono persa nel deserto delle solitudini ad ascoltare il bisbiglio delle onde, dolce come una nenia, eppure inesorabilmente ostinato e spietato come la fuga del tempo.
La marea avanzava lentamente consumando la vita, corrodendo lo spirito un anno dopo l’altro, svuotando l’anima proprio come resta la spiaggia dopo una mareggiata, un groviglio di rancori e litigi accesi dal fuoco della rabbia e inceneriti dai rimpianti.
Ero travolta dal tunnel cieco della disperazione, schiacciata dalla depressione, andavo sempre più giù, trascinata dalla corrente implacabile del dolore.
Quante volte ho chiesto conforto ai barbiturici per affrontare una notte indenne da sonni irrequieti di desolazione e di abbandono.
Non sono mai riuscita a difendermi dal suo sguardo di ghiaccio, dall’intensità di quegli occhi grigio mare, quando impassibile mi ha lasciato.
Mi aveva dato il mondo, era l’unico uomo che avevo amato e così, senza un apparente motivo, una sera di maggio, se ne andò.
Volevo invecchiare con lui, perché gli avevo dato la mia giovinezza, avevo deposto le mie speranze e i mie sogni nello scrigno dei suoi sentimenti.
Avevo amato il ricamo dei suoi capelli d’argento e ogni volta che lo vedevo, mi batteva forte il cuore, proprio come al primo appuntamento.
Lo amavo senza limiti, come il litorale quando si confonde con il cielo, come un accordo appassionato tra la luce del giorno e i colori del tramonto.
La sua espressione di marmo, simile a un’imperterrita scogliera che vuole arenare l’impeto del mare, non era riuscita a frenare la costante tempesta che ancora mi squarciava il cuore.
Prigioni di silenzi mi annientavano. Le parole non dette, i perché senza alcuna risposta. Dove avevo sbagliato, cosa c’era in me che non andava?
Ero rimasta sola, completamente sola.
Stanca come una domanda che aspetta ancora una risposta.
Guardavo l’enorme distesa d’acqua e m’immergevo in essa, mi sentivo senza contorno, eppure, non riuscivo a liberarmi dalla catena del mio amore fallito, perso dentro a chissà quale aspettativa che non sono riuscita a concretizzare.
Lungo la riva facevo lunghe camminate con la speranza di vedere il suo viso, un sorriso, ma come l’onda cancellava le mie impronte sulla riva, i giorni sbiadivano i ricordi. Il dolore, quello no, era una spina costante che si conficcava sempre più nel cuore.
Avrei voluto rimpicciolirmi e sparire, magari dentro a una conchiglia e farmi cullare dall’infinita dolcezza dei flutti.
Ero una piccola e minuta donna che svaniva nel deserto di una spiaggia smisurata come la sua sofferenza.
Gli occhi erano rigati da un pianto senza rimedio, un niente davanti, un domani fatto di nulla.
Nessun conforto, solo la pace dei sensi con i sonniferi mi accarezzava, così oscillavo come un relitto abbandonato sulla superficie di un mondo che non riusciva a vedermi e dal quale mi ero, consapevolmente, allontana.
            Si può morire per amore?
            Può un amore essere più di tutto, più di tutti ?
            Amare così, senza sogni, con le ali spezzate dall’assenza assoluta di una  minima speranza?
            Mi mancava la sua essenza, il suo corpo che credevo fosse mio, invece, era solo apparenza.
Forse che anche lui mi aveva amato ?
E poi, così, d’improvviso era passato, un sentimento che viene come un’influenza e poi se ne va.
            Ma per me, non era così, lui era diventato un’ossessione che non riuscivo a far tacere, un susseguirsi di ricordi sbiaditi.
La mia mente era continuamente torturata dal pensiero di quello che avrei potuto fare invece di quello che avevo fatto, ero tormentata da una serie illimitata di errori che mi facevano sentire una persona sbagliata,  un essere senza senso e insignificante, e per tale motivo nessuno era riusciuto a volermi bene veramente, con profondità, sino a sfiorare le intimità più recondite del mio essere.
            Avrei voluto librarmi in un soffio di vento, essere leggera come la brezza marina, senza peso nè confini, una parte d’azzurro.
            Per oltre un anno avevo cercato una luce, anche se fragile, per difendermi dal buio tenebroso della notte.
            Invece nelle mie vene scorreva un uragano d’angoscia.
            Nemmeno la casa al lido della nonna si poteva definire oramai una dimora. Tutt’intorno non c’era alcun senso nella disposizione delle cose, disordine ovunque, il letto disfatto sempre.
            Confusione negli anfratti della mia interiorità, scompiglio nel profondo, sconvolgimeneto nella mia testa. Il dolore trabboccava da ogni poro della pelle. Oramai il mio volto impallidiva sempre più, due cerchi lividi mi nascondevano gli occhi, ero dimagrita a tal punto che le mie ossa sporgevano, non parlavo più, ero l’ombra di me stessa.
            Inutilmente avevo invocato il suo nome, disperatamente lo avevo cercato, ma lui non c’era...  Non c’era più.           
            Era una sera di settembre, stavo sulla battigia, ero vestita a festa, come la prima volta che lui mi aveva dichiarato il suo amore.
            La luna cinerea galleggiava nella nottata inoltrata, poche stelle filtravano l’oscurità e il silenzio avvolgeva l’aria immobile in un sospiro di vento.
            M’ incamminai verso l’acqua, sino a sfiorala coi piedi, avanzai lentamente, il freddo mi avrebbe aiutata ad abbracciare il volto imperturbabile della morte.
            Pensavo agli orizzonti mai raggiunti, al respiro del mare, alla voce di sirena che mi chiamava, che mi stava aspettando per portare via il mio sconfinato  dolore.
Il mare stava per accogliere la mia preghiera di quiete.
            I graffi dei silenzi si sarebbero placati, il mio cuore trafitto dalle lame affilate dei ricordi si sarebbe semplicemente fermato.
            Il nero della notte appariva come il colore dell’infinito, senza confini, senza limiti, una macchia d’inchiostro pronta a cancellare la vita, la sofferanza atroce della mia solitudine.
            Avanzavo dolcemente, mi sentivo stordita.
            Una luce di serenità si stava insinuando in me, come fosse venuta dal nulla, sentivo un batter d’ali di farfalla, ero sospesa tra l’acqua e l’immenso, finalmente stavo abbracciando un sonno dove spirava il mio sogno.
           
            La tempesta era passata, il mare sembrava un acquerello sotto la debole luce della luna. Una distesa illimitata di pace falciava il tormento, un tremito blu cobalto faceva intravedere l’orizzonte.

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