giovedì 29 marzo 2012

AL DI LA' DELL'ORIZZONTE di Gloria Venturini, Lendinara (RO)


“Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti…
… mi porto un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità…
… ce ne andiamo come siamo venuti”

NAZIM HIKMET




Era un giorno settembrino al calar della sera, l’aria ancora tiepida.
Mi trovavo seduta sopra un grosso ramo arenato sulla spiaggia, con lo sguardo agganciato al tramonto, sospeso tra il cielo e l’oceano, pronto a raccogliere briciole d’infinito per delimitare almeno un poco il mio incerto orizzonte.
Ascoltavo in silenzio il mormorio del mare, la voce delle onde che ricamava la battigia. I miei pensieri solitari s’impigliavano nel volo dei gabbiani per portare l’ombra dei ricordi lontano dalla mente, per disperdere il dolore delle memorie.
Il buio cominciava ad avvolgere ogni cosa col suo manto nero.
La luce del faro accendeva un punto nell’oscurità.
Una giornata difficile quella di oggi, proprio come quella di ieri.
Mi sentivo un tutt’uno con l’acqua, insicura e instabile, arrabbiata e persa in una bufera che non riuscivo a superare.
La mia vita era sprofondata in un abisso senza luce, si era incagliata nel profondo, nei fondali, dove nessuno sarebbe mai riuscito ad arrivare.
Eppure desideravo la bonaccia per sconfiggere i temporali che oscuravano la mia vita.
Avevo lottato con tutte le mie forze, ma come nella tormenta, non ero riuscita a domare la furia dei marosi, a trasformare il pianto in canto.
Come una barca, l’intera essenza della mia persona cavalcava l’orlo del destino, anche quando i boati violenti dei tuoni accecavano il cielo, come un  eterno moto d’onda ero sbattuta dall’ira del vento.
La tormenta non si placava, non c’era presagio di quiete.
Era un giorno che si svolgeva al tramonto, mi sentivo inevitabilmente vecchia, le rughe sul mio viso, piccole e fitte ragnatele sottili, indurivano la mia espressione, le mie ossa stanche e malandate cigolavano, proprio come quando manca l’olio ai perni della porta, a quel passaggio d’anima che avevo chiuso, intriso dall’odore delle mie amarezze.
Quanto passato e quante notti mi sono persa nel deserto delle solitudini ad ascoltare il bisbiglio delle onde, dolce come una nenia, eppure inesorabilmente ostinato e spietato come la fuga del tempo.
La marea avanzava lentamente consumando la vita, corrodendo lo spirito un anno dopo l’altro, svuotando l’anima proprio come resta la spiaggia dopo una mareggiata, un groviglio di rancori e litigi accesi dal fuoco della rabbia e inceneriti dai rimpianti.
Ero travolta dal tunnel cieco della disperazione, schiacciata dalla depressione, andavo sempre più giù, trascinata dalla corrente implacabile del dolore.
Quante volte ho chiesto conforto ai barbiturici per affrontare una notte indenne da sonni irrequieti di desolazione e di abbandono.
Non sono mai riuscita a difendermi dal suo sguardo di ghiaccio, dall’intensità di quegli occhi grigio mare, quando impassibile mi ha lasciato.
Mi aveva dato il mondo, era l’unico uomo che avevo amato e così, senza un apparente motivo, una sera di maggio, se ne andò.
Volevo invecchiare con lui, perché gli avevo dato la mia giovinezza, avevo deposto le mie speranze e i mie sogni nello scrigno dei suoi sentimenti.
Avevo amato il ricamo dei suoi capelli d’argento e ogni volta che lo vedevo, mi batteva forte il cuore, proprio come al primo appuntamento.
Lo amavo senza limiti, come il litorale quando si confonde con il cielo, come un accordo appassionato tra la luce del giorno e i colori del tramonto.
La sua espressione di marmo, simile a un’imperterrita scogliera che vuole arenare l’impeto del mare, non era riuscita a frenare la costante tempesta che ancora mi squarciava il cuore.
Prigioni di silenzi mi annientavano. Le parole non dette, i perché senza alcuna risposta. Dove avevo sbagliato, cosa c’era in me che non andava?
Ero rimasta sola, completamente sola.
Stanca come una domanda che aspetta ancora una risposta.
Guardavo l’enorme distesa d’acqua e m’immergevo in essa, mi sentivo senza contorno, eppure, non riuscivo a liberarmi dalla catena del mio amore fallito, perso dentro a chissà quale aspettativa che non sono riuscita a concretizzare.
Lungo la riva facevo lunghe camminate con la speranza di vedere il suo viso, un sorriso, ma come l’onda cancellava le mie impronte sulla riva, i giorni sbiadivano i ricordi. Il dolore, quello no, era una spina costante che si conficcava sempre più nel cuore.
Avrei voluto rimpicciolirmi e sparire, magari dentro a una conchiglia e farmi cullare dall’infinita dolcezza dei flutti.
Ero una piccola e minuta donna che svaniva nel deserto di una spiaggia smisurata come la sua sofferenza.
Gli occhi erano rigati da un pianto senza rimedio, un niente davanti, un domani fatto di nulla.
Nessun conforto, solo la pace dei sensi con i sonniferi mi accarezzava, così oscillavo come un relitto abbandonato sulla superficie di un mondo che non riusciva a vedermi e dal quale mi ero, consapevolmente, allontana.
            Si può morire per amore?
            Può un amore essere più di tutto, più di tutti ?
            Amare così, senza sogni, con le ali spezzate dall’assenza assoluta di una  minima speranza?
            Mi mancava la sua essenza, il suo corpo che credevo fosse mio, invece, era solo apparenza.
Forse che anche lui mi aveva amato ?
E poi, così, d’improvviso era passato, un sentimento che viene come un’influenza e poi se ne va.
            Ma per me, non era così, lui era diventato un’ossessione che non riuscivo a far tacere, un susseguirsi di ricordi sbiaditi.
La mia mente era continuamente torturata dal pensiero di quello che avrei potuto fare invece di quello che avevo fatto, ero tormentata da una serie illimitata di errori che mi facevano sentire una persona sbagliata,  un essere senza senso e insignificante, e per tale motivo nessuno era riusciuto a volermi bene veramente, con profondità, sino a sfiorare le intimità più recondite del mio essere.
            Avrei voluto librarmi in un soffio di vento, essere leggera come la brezza marina, senza peso nè confini, una parte d’azzurro.
            Per oltre un anno avevo cercato una luce, anche se fragile, per difendermi dal buio tenebroso della notte.
            Invece nelle mie vene scorreva un uragano d’angoscia.
            Nemmeno la casa al lido della nonna si poteva definire oramai una dimora. Tutt’intorno non c’era alcun senso nella disposizione delle cose, disordine ovunque, il letto disfatto sempre.
            Confusione negli anfratti della mia interiorità, scompiglio nel profondo, sconvolgimeneto nella mia testa. Il dolore trabboccava da ogni poro della pelle. Oramai il mio volto impallidiva sempre più, due cerchi lividi mi nascondevano gli occhi, ero dimagrita a tal punto che le mie ossa sporgevano, non parlavo più, ero l’ombra di me stessa.
            Inutilmente avevo invocato il suo nome, disperatamente lo avevo cercato, ma lui non c’era...  Non c’era più.           
            Era una sera di settembre, stavo sulla battigia, ero vestita a festa, come la prima volta che lui mi aveva dichiarato il suo amore.
            La luna cinerea galleggiava nella nottata inoltrata, poche stelle filtravano l’oscurità e il silenzio avvolgeva l’aria immobile in un sospiro di vento.
            M’ incamminai verso l’acqua, sino a sfiorala coi piedi, avanzai lentamente, il freddo mi avrebbe aiutata ad abbracciare il volto imperturbabile della morte.
            Pensavo agli orizzonti mai raggiunti, al respiro del mare, alla voce di sirena che mi chiamava, che mi stava aspettando per portare via il mio sconfinato  dolore.
Il mare stava per accogliere la mia preghiera di quiete.
            I graffi dei silenzi si sarebbero placati, il mio cuore trafitto dalle lame affilate dei ricordi si sarebbe semplicemente fermato.
            Il nero della notte appariva come il colore dell’infinito, senza confini, senza limiti, una macchia d’inchiostro pronta a cancellare la vita, la sofferanza atroce della mia solitudine.
            Avanzavo dolcemente, mi sentivo stordita.
            Una luce di serenità si stava insinuando in me, come fosse venuta dal nulla, sentivo un batter d’ali di farfalla, ero sospesa tra l’acqua e l’immenso, finalmente stavo abbracciando un sonno dove spirava il mio sogno.
           
            La tempesta era passata, il mare sembrava un acquerello sotto la debole luce della luna. Una distesa illimitata di pace falciava il tormento, un tremito blu cobalto faceva intravedere l’orizzonte.

mercoledì 28 marzo 2012

New York - Faial (Azzorre) con Vittorio Malingri

Non ci sono parole per descrivere il clima che si è instaurato a bordo di Elmo's Fire durante la navigazione che, tra giugno e luglio dello scorso anno, ci ha portati da New York alle Azzorre. Duemilatrecento miglia circa, sedici giorni, nei quali si sono succedute tutte le bizzarrie del meteo.
Questo è il fotoracconto del viaggio, con la colonna sonora che realmente ci ha fatto compagnia. Credo che descriva bene quello che abbiamo vissuto. 
Un grazie di cuore alla crew, all'Oceano, e al grande "Ugo".




martedì 20 marzo 2012

LA SEDIA SUL MARE di Veruska Vertuani, Aprilia (LT)


E’ l’alba.
Mi stai guardando andare via, lo sento dal freddo che fa sussultare le mie scapole.
I tuoi occhi di ghiaccio si stampano sulla mia pelle bollente, tento di non pensarci
mentre slaccio i sandali.
Sulla battigia c’è una sedia rivolta verso il mare. La risacca la lambisce lievemente,
il ricamo delle onde dipinge la sabbia degli stessi colori del marmo.
Sembra che il cielo l’abbia abbandonata lì solo quando sicuro che me ne  fossi
accorta, visto che intorno non ci sono neppure impronte di gabbiani; intuire che è
stata messa  per  uno scopo preciso, vedere che l’orizzonte mi si srotola innanzi
come un telo da cinema, fa diventare riverenti i passi che faccio per raggiungerla.
Ho paura di rovinare la perfezione di questo attimo. Ripetere gli errori.
Scosto il vestito, mi siedo. Lo sapevo che il tempo impiegato a sceglierlo sarebbe
stato accartocciato dall’indifferenza con la quale mi hai guardata, ma stanotte
volevo sentirmi bella, fosse anche solo per me.
Il primo fotogramma a cui ripenso ci vede al centro commerciale, io imbambolata
ad osservare una riproduzione del quadro di Vettriano, “Singing Butler”.
Sconosciuto lui, sconosciuta la sua opera.
Ricordo che quella coppia ritratta mentre danzava in riva al mare ti infastidì anche
se  di fondo ero io  ad infastidirti, sempre a vivisezionare i movimenti, le istanze
degli artisti, il sottobosco dell’anima che si portano dietro. Ricordo che ho fatto
naufragio nello sguardo di quelle due figure, così assoluto da sembrare noncurante
del tempo fisico, della pioggia, del maggiordomo e della governante che tentavano
invano di proteggerle con gli ombrelli. Sarebbero potuti essere in qualunque altro
luogo ed anno perché  su quella spiaggia c’erano solo loro, spogliati di ogni
riferimento spazio-temporale.
Che sciocca ad aver sperato, con un vestito, di ricreare la magia che ho letto loro
negli occhi! Quella magia che, sono sicura, li avrà seguiti fino al giardino del loro
amore, perché non ce la puoi fare a tagliare il filo di uno sguardo che va oltre te.

Come è successo a noi fino a dieci minuti fa, vicino a quella piccola imbarcazione,
non ci siamo neppure spogliati. Eppure, come se nulla fosse successo hai avuto il
coraggio di spezzare il filo che porto negli occhi e ne hai preteso la tua parte,
lasciandomi in dote un miscuglio di fotogrammi scheggiati.
L’ultimo film insieme, la mia schiena sulla pancia della barca. Poi i titoli di coda, si
va a casa.
Distolgo l’attenzione dal panorama, riportata alla realtà dalla sabbia così densa che
mi risucchia i piedi, se ne intravedono solo le unghie laccate di un rosso profondo.
Sembrano dieci piccole albe che si affacciano sul mondo nello stesso istante. Ho la
certezza che queste dita abbiano affondato il nostro matrimonio, sempre ad
inseguire passi di danza invece che i nostri obiettivi di vita insieme.
Sfilo la fede e la premo nella rena una volta, poi un’altra, con l’illusione di essere
tornata bambina e di giocare con le formine; poi, in un istante sospeso, la lascio
libera di affogare nella sabbia liquida. Mi abbandono alle lacrime e all’idea di averle
detto addio.
Sono stata una vigliacca, non ho avuto il coraggio di lasciarti né di sedermi su
questa sedia. Vuoi sapere quale è l’immediata conseguenza di un matrimonio che
ha fatto naufragio sull’isola del Nulla? Questo bel  vestito strappato dai relitti di
conchiglie.
Il pianto sconvolge le mie mani, assumono la forma di mostri ancestrali che
scavano. Riconosco il morbido del filtro di una sigaretta, tento di pulirlo dai granelli
di sabbia e lo avvicino al naso, un concentrato ammaliante di salsedine e nicotina
mi abbraccia.
Me lo porto alla bocca mentre penso che sarebbe stato più semplice nascere
sigaretta e farsi spegnere dal mare, senza preavviso, senza un perché.
Il mare, il mare dentro, quello non riesco a spegnerlo.

mercoledì 14 marzo 2012

L’ANIMA ERRANTE di Valentina Mattia, Cuneo


"Ti racconto il mare..." mi ripeteva sempre il nonno lungo il porto di Civitavecchia che, per 
molti secoli, aveva rappresentato il fulcro degli scambi e dei contatti tra i popoli dell’antico “Mare
Nostrum” e che ancora oggi si configurava come punto nodale del moderno traffico passeggeri e
merci a livello europeo e internazionale. A distanza, adesso, di circa cinque anni qualcosa era
cambiato. Intendiamoci il porto era rimasto quello di sempre, trampolino di lancio e foriero di lauti
guadagni. La mia vita e quella del nonno, invece, era cambiata. Il nonno non c’era più. Ed io…
Immobilizzata in un letto d’ospedale, con un respiratore artificiale che manteneva inalterate le gravi
condizioni della mia salute, quelle parole pronunciate cinque anni fa dal mio adorato nonno
sembravano insistentemente entrare nel vortice inaccessibile della mente ancorata nel più profondo
abisso del coma.   Di quello stato che non era né vita né morte, ma un riassunto di essi, uno
specchio di ciò che ero e che sarei stata in futuro. Un improvviso lampo di memoria mi folgorò la
mente nell’arco di pochi secondi facendo sussultare il corpo inerme e il groviglio di tubi legati al
respiratore artificiale che emise una serie di roboanti e ravvicinati bip-bip. D’un tratto mi sentii
leggera. Quella scossa interiore aveva destato la mia anima dal torpore quasi mortale cui versava
facendola animare al punto tale da staccarsi per un po’ da quel corpo che, per ora, non dava segni di
ripresa. E fu così che iniziai di nuovo a vivere. Incominciai a percorrere distanze inimmaginabili e
buie del mio essere con una leggerezza mai conosciuta prima, fino a giungere in prossimità di un
tunnel che irradiava una luce meravigliosa.
Arrivai, con bramosia, a quell’inaspettata meta che mise davanti ai miei occhi, illuminati dal
bagliore, un paesaggio familiare, rassicurante.  Il mare, oceano infinito di ricordi e spumeggianti
schizzi di vita. La vastità di quel mare dalle mille sfumature riluceva di piccoli bagliori scintillanti
che colpivano lo sguardo già accecato dai potenti raggi del sole d’Agosto. Mi sembrava di volare
insieme alla brezza marina che generalmente interessava le zone costiere creando dei piccoli moti
ondosi che andavano ad urtare contro la riva risucchiando piccoli granelli di sabbia o grandi
ammassi di pensieri. Era una specie di altalena che muoveva l’acqua dall’alto verso il basso, i
pensieri dalla mente al cuore. Io mi divertivo, cullata da quel soave movimento. Da lontano notai
una sagoma piuttosto familiare sospesa tra il cielo e il mare che avanzava con i piedi nudi e piagati
verso di me, incontro all’unica persona che avesse amato come il suo primo amore: il mare. Era il
nonno. Il suo sorriso smagliante pareva quello di sempre. Sembrava che per lui il tempo non fosse
passato mai. Forse lo era anche per me. Anzi, era senz’altro così. La mia anima e cioè quell’essere
incorporeo e cosciente di sé era rimasta ancorata ai ricordi dell’infanzia, a quella spensierata età
vissuta con il nonno allora settantenne. Ora guardandolo più da vicino, notai che teneva in una
mano la rete da pesca e nell’altra due cappelli per riparare l’inaspettato miraggio d’umanità dal
solleone estivo. Feci anch’io un bel sorriso e, tacitamente, ci incamminammo verso il peschereccio
un tempo chiamato Mareluna50 e ribattezzato simpaticamente Rebbica per via delle due iniziali che
componevano i nomi di Rebecca e Carmelo, rispettivamente io e il nonno.
Nonostante l’aspetto semplice e malandato quel peschereccio mi piaceva. Era dotato di radar, di
ecoscandagli necessari per misurare la profondità dei fondali, e di piccole stive refrigerate per la
conservazione del pescato. Il nonno accese i motori e così iniziò il nostro viaggio. O meglio iniziò
la proiezione di quello che sarebbe stato il nostro ultimo e doloroso incontro.
Il vento era cessato e le onde si erano frantumate  definitivamente in quell’immenso specchio
d’acqua salata. Il tempo passò così velocemente che ci ritrovammo a guardare il tramonto
spettacolare che solo in quel periodo dell’anno regalava una luce così rutilante e appagante.
Abbracciati l’uno all’altra, rimanemmo così per un  tempo indefinibile. Probabilmente in quella
dimensione pura il tempo non esisteva neanche. Solo l’alternarsi della luce e del buio scandiva il
nostro tempo. Solo la bellezza di quel mare, primordiale e immenso, dettava le ore del silenzio e
quelle caratterizzate dal suono degli elementi di Madre Terra, vera panacea del corpo e dello spirito.
I numerosi banchi di acciughe, attratti dalla luce  delle lampare, si erano dirette verso l’alto
radunandosi nella parte di mare che li avrebbe consegnati direttamente nelle reti della pesca e in un
rendimento sicuro. Stavolta avrebbero avuto un destino migliore. Avrebbero fluttuato, indisturbate,
nelle acque profonde di quel mare generoso visto che gli unici pescatori presenti non erano lì per
pescare pesci ma attimi fugaci di tutta una vita passata in mare. All’orizzonte non si vedeva, infatti,
nessun altro peschereccio. Solo il cielo era il narratore del film muto che si stava svolgendo davanti
ai nostri occhi. Quegli scorci di vite umane stavano andando alla deriva.
In quella direzione, infatti, la corrente era diventata più forte, forse a causa delle differenti
temperature cui erano costituite le masse d’acqua e delle variazioni di salinità, e si stava
trasformando in una vera e propria autostrada sottomarina d’acqua in movimento. Il peschereccio,
così, aveva cominciato a vacillare insieme ai sentimenti che galleggiavano su di esso. Qualcosa era
andato storto. Il nonno aveva fatto forza sul timone per cambiare direzione ma a nulla era valso quel
tentativo poiché l’imbarcazione era entrata nel forte vortice di un gorgo che avrebbe sicuramente
risucchiato l’unico grammo d’umanità presente, intrecciata e fragile nello stesso tempo. Da quel
momento in poi il nostro ultimo incontro rimase visibile a rallentatore. Il nonno, preoccupato e in
balìa di una forza più grande della sua, aveva cercato di lanciarmi una corda che prontamente mi ero
cinta in vita. Poi il buio aveva inghiottito ogni cosa, persino le nostre vite, inabissando i ricordi che
albergavano in esse. Così avevo visto per l’ultima volta quell’uomo così premuroso e gentile che
proprio a quel mare che aveva tanto amato, era stato restituito. Egli stesso era divenuto un
vagabondo di mare simile  a quelle creature che, trasportate dalle correnti e dalle onde, non
sarebbero state più in grado di muoversi autonomamente. I titoli di coda di quel film scorrevano a
fianco delle immagini riguardanti le scene, scartate per un errore degli attori. Forse solo adesso
avremmo vinto il Premio Nobel come migliori protagonisti. Adesso che l’anima del nonno aveva
fatto ritorno a quell’ultimo e cruciale istante restituendomi quell’addio allora negato dalla tempesta
di acqua, vento ed emozioni annacquate. La vita era stata alitata sul mio spirito temporaneamente
errante.  Fu così che tutto il buio attorno a me diventò misteriosamente luce. Quel surreale paesaggio svanì
lentamente divenendo simile alla bruma di un sogno. E, chissà, probabilmente anch’io ero stata
parte di esso. Ad un tratto vidi un bagliore così forte che quasi mi rese cieca. Poi la luce si
assottigliò diventando più naturale. Avevo aperto gli occhi…
Al mio capezzale notai i visi crucciati dei miei genitori aprirsi di colpo in un grande sorriso di
sollievo. Mi guardai intorno. Il respiratore artificiale era andato in tilt. Il mio petto, adesso, aveva
ripreso a muoversi ritmicamente da solo. L’alta marea aveva restituito la mia anima a quel corpo
tremebondo e sofferente. Io, naufraga in mezzo ai ricordi dell’infanzia, ero riemersa in terra ferma.
Toccai con mano quella sottile linea che avrebbe aperto nuovi orizzonti nella mia vita. Ma
soprattutto tenni stretta quell’anima speciale che  avrebbe sempre alitato sulla mia coscienza le
preziose parole "Ti racconto il mare...";  



venerdì 9 marzo 2012

FINE DI UN INCANTO di Laura Ardito, Palermo


Le stelle della sera galoppavano d’incanto, facendo invidia alla luna che
sfumava languida e immobile su se stessa. Tadzio non aveva mai visto tante
stelle cadenti in vita sua; e in una sola sera era arrivato a contarne tredici di
scie luminose di polvere d’oro. Cadevano dolci da una parte all’altra del cielo,
facendo chiarezza e luce per un solo secondo.
Quando il via vai di stelle sembrò essersi placato, Tadzio accese una
sigaretta interrompendo l’incanto naturale. Il collo del giubbotto era alto fin
sopra le orecchie e le mani gelate dormivano dentro le tasche.
La barca era ferma da un pezzo, il mare sembrava olio nero pronto a
ingoiare, la gente accanto solo un contorno bisbigliante di voci pronte a
godersi lo spettacolo. Quando venne fuori dal mare la prima scintilla il
paesaggio si fece tetro, oscuro e incantevole; l’incandescenza del fuoco,
eruttato dalla crosta sul mare, si mostrò in tutta la sua ferocia; la lingua di
Tadzio venne fuori da sola per lo stupore, il paesaggio si fece rosso in un
lampo e le pietre di lava sgridarono il cielo con forza. Le stelle egocentriche
furono messe a tacere, il piccolo vulcano diede inizio alla sua performance.
Tadzio era arrivato a Stromboli quel pomeriggio di Giugno senza particolari
pretese, annoiato dalla primavera sonnolenta e dall’estate incipiente; aveva
scelto di viaggiare da solo per una volta. Aveva subito fatto il bagno in un
mare dall’odore acre, spiato angoli nascosti, fatto il giro dell’isola più volte,
pagato per un giro serale nella barca dei pescatori e infine aspettato
l’eruzione dello Strombolicchio.
Adesso che il cielo lo folgorava con quegli schizzi rossarancioni, si
compiaceva della sua scelta. Sentiva una profonda gioia derivante dalla sua
solitudine generosa, dal placarsi del suo spirito selvatico alla vista di quello
spettacolo.
Gli occhi azzurro limpido si facevano di un turchino acqueo, opachi e turgidi
di lacrime, il cervello piumato, come avvolto in un calore da caminetto. La
pelle del viso si arricciava sorridente agli angoli della bocca mentre il mare
speziava l’aria di sale e crema solare, si avvinghiava alle narici e le bruciava.
La pace interiore fu sconvolta dalle parole di una donna dagli occhi color
cenere, le labbra brillanti come chicchi di melograno, la pelle rossa arsa dal
fuoco dei lapilli, le mani incollate alle gote per l’emozione e i capelli biondi,
ciocche lunghe come reti, increspate dall’umidità. La bella aveva detto “che
meraviglia” con un’ enfasi tale da far voltare il resto dei passeggeri. Poi aveva
preso il suo cappello e l’aveva lanciato come un frisbee sull’acqua. Ma un
istante dopo si era zittita di colpo, ripristinando un silenzio morto che
avvelenava l’aria. Tadzio istintivamente aveva riso, le aveva stretto il braccio
con un vigore istintivo, ma un attimo dopo, resosi conto del gesto, aveva
chiesto scusa alla donna. Elena gli aveva fatto venir voglia di dar di nuovo
fiducia al genere umano.
Tadzio aveva provato subito un grande affetto per lei per via della sua
spontaneità e allegria. Intuì che, se fosse riuscito a conoscerla e insinuarsi
nel suo mondo avrebbe goduto di realtà nuove, integre, sane, non più malate
come quelle delle persone che conosceva.
Cinque minuti dopo, quelle ali battenti dei gabbiani sperduti che correvano
nel cielo, avevano convinto il comandante a ritornare al molo e rompere un
incanto ormai, per lui, privo di senso. I passeggeri avevano invece sbuffato, lo
spettacolo era già finito, le tasche più vuote, il giro in barca durato troppo
poco.
Si tornava al molo, si tornava sulla terra ferma.
Quando Tadzio aiutò Elena a scendere dalla barca aveva già pensato di
chiederle di fare una passeggiata in piazza; aveva trovato splendidi il suo
sorriso giovane e la sua freschezza trasparente. Le strinse la mano con
dolcezza equivoca e l’accompagnò sul muretto di arrivo. Lei lo ringraziò e
accettò la sua proposta di continuare la serata insieme. I due si
presentarono, sussurrando nomi che parvero perfetti per essere accostati. Le
bocche a mezza luna mostravano una serenità priva di ogni responsabilità,
ridevano di cose sane per una volta e svelavano denti bianchi e lucenti.
Tadzio ricompose il puzzle della sua vita; non ricordava l’ultima volta che
aveva provato un tale senso di benessere. Un principio di inettitudine,
sempre presente e latente, si insinuava in lui ogniqualvolta si fermava un
attimo, quando stava fermo a pensare o quando si incantava a guardare api
ronzare oppure prima di dormire. Lei, invece, con questa sua maliziosa
innocenza, lo rinvigoriva d’un tratto, e lo rendeva adatto alla vita, lo
inorgogliva fieramente, lo isolava dalla sua vera essenza.
Giunti davanti al bar principale della piazza ordinarono un gelato e presero a
passeggiare.
Elena si trovava a Stromboli, da sola, perché aveva trovato la pace tra le
onde selvagge di quella “terra di Dio”; aveva deciso di viverci per un po’, per
finire il suo romanzo. Era una scrittrice di professione, pubblicava un
romanzo all’anno e scriveva regolarmente su riviste mensili; in una di queste
aveva una rubrica intitolata “Baccopoli” dove scriveva di vini, e di cibi da
accompagnare ai vini. Un discreto successo letterario e non, le consentiva di
vivere bene attraverso la sua arte.
Tadzio procedette lento e pensoso con accanto la sua bella, attento a non
parlare, a non fiatare, a non rovinare la magia di quelle parole con le vuote
rovine della sua vita. Poi porse le labbra di scatto, annientato dai fumi di una
grappa al melograno che gli aveva fatto trasudar la pelle di febbre spiritosa.
Lei lo guardò seria e scostò il viso con amaro risentimento; o almeno così era
sembrato. Ma il suo contegno venne smentito due minuti dopo, quando prese
Tadzio per le mani e lo sfidò: propose di camminare su un muretto pietroso a
ridosso del mare, ad occhi chiusi, per godere del vento forte e sentire il vero
contatto con la natura.
I due sfidarono un muretto malfatto e lo percorsero in equilibrio; sotto stava
solo la pietra sbriciolata e selvaggia, seguita, pochi metri dopo, dal mare
nero.
Fu Tadzio a perdere l’equilibrio, a far scivolare il piede sui sassi sbagliati.
Elena lo vide precipitare, volare giù di almeno sei metri, sbattere la testa sulla
sabbia pietrosa e posarsi con un tonfo sordo, a metà tra la battigia e le onde.
Elena gridò “aiuto!” con una voce che fu meglio di una sirena d’ambulanza, e
avvertì un pescatore che, poco distante dal ragazzo, corse subito a salvarlo.
Tadzio ci mise un po’ ad aprire gli occhi, a capire che era ancora vivo.
Sembrava sano, aveva ancora occhi azzurri, gambe e braccia, sebbene
sembrassero ancore di ferro arenate su una spiaggia troppo buia.
Solo dall’espressione stupita e terrorizzata Elena capì che aveva perso la
memoria.
Lei intuì subito che la sua colpa in tutta questa storia era enorme, ma poi si
andò giustificando da sola, si disse che in fondo era stato lui ad accettare la
sfida, e avrebbe anche potuto rifiutare. Poi ancora si incupiva e si attribuiva la
responsabilità dell’accaduto e si chiedeva perché fosse stata così stupida da
proporre na cosa simile.
Gli occhi di Tadzio brillavano ancora sotto una patina grigio fumo che ne
offuscava la vista del passato. Il medico di Lipari aveva spiegato che il
ragazzo era disorientato, ma che probabilmente col tempo il suo passato gli
sarebbe tornato in mente. Questa amnesia retrograda non dava via di
scampo e Tadzio si sentiva un po’ ebete e un po’ colpevole. Certo, un
profumo o un sapore prima o poi l’avrebbero ricondotto a casa con la mente,
ma ancora, dopo cinque giorni, c’era il vuoto. Nessun indizio della sua vita;
niente carta d’identità, niente telefono cellulare. Forse erano caduti in mare, o
forse era uscito senza, da casa. “Dove alloggiava?”chiedeva il dottore. Lei ,
Elena, rispondeva rassegnata “Non lo so, non so nulla di lui, lo conosco da
così poco tempo”. E lui non ricordava nulla, niente di niente, nemmeno
un’ombra, non un barlume di luce si sarebbe infiltrato nel suo cervello prima
di chissà quando.
Le ore si facevano ticchettii infiniti e i capelli di Elena divennero presto, per
Tadzio, rincuoranti e familiari.
Decisero di vivere insieme per un po’. Non sapevano dove andare. I due,
imbevuti di manzanillo montaliano si guardavano inebetiti e si piacevano. Una
casa Elena l’aveva, a Messina, ed era anche troppo larga per abitarci sola.
Aveva due lettini; li separò, invitò Tadzio, dormirono sotto lo stesso tetto. Il
giorno dopo li riunì. In fondo Tadzio aveva messo fine ad un brutto periodo
della sua vita, cancellato persone e ricordi spiacevoli e aveva ottenuto, senza
farlo apposta, la compagnia constante di quella donna che, un po’ per un
ovvio senso di colpa e un po’ perché si stava innamorando, non lo lasciava
solo nemmeno un momento.
Messina offrì un porto sicuro ai novelli amanti. Il giro della Sicilia proposto da
Elena non diede scosse alla memoria incancrenita, ma non dispiacque a
nessuno. Furono giorni incoscienti e migliori.
Il loro, superato l’imbarazzo iniziale, divenne un vivacissimo e vitalissimo
rapporto, di un biancore primigenio e ingenuo.
Una mattina si passeggiava lungo la via principale, immersi un una luce
accecante, davanti lo stesso mare blu increspato dalle onde argentate, tutto
solito, tutto uguale, un misto di ovvietà fuori dalle loro bocche.
Quando Elena chiese a Tadzio il motivo del suo nome insolito, lui rispose:
“Mia madre adorava Morte a Venezia di Thomas Mann”.
Fu lì che gli occhi sgranati di Elena confermarono che la memoria gli era
tornata e che questa era la fine di un incanto.

giovedì 8 marzo 2012

LA VOCE DELLA SIRENA di Angela Maria Amico, Caltanissetta


Sotto l'albero d'olivo nodoso e storto all'angolo della casa del custode della tonnara, in una
notte di luna piena, Nicola e sua moglie trovarono un fagotto, e nel fagotto una neonata con gli
occhi aperti. Non chiudeva gli occhi, e non piangeva; guardava il custode e sua moglie con
un'espressione adulta e seria, quasi volesse studiare visi e mosse, prima di giudicare. I suoi capelli
chiari erano ricci, come acconciati col ferro caldo, ed erano anch'essi adulti, rigogliosi. La portarono
dentro casa, e la bimba accettò con serena condiscendenza il calore e gli indumenti asciutti che la
moglie del custode le offriva. Donna Marastella, a sua volta, accolse senza sorpresa né stupore quel
ritrovamento; piuttosto si sentiva al contempo sollevata e grata al cielo per quella maternità che era
arrivata di notte, dopo anni di grembo sterile e di lacrime ingoiate insieme ai rimedi casalinghi e alle
preghiere a Sant'Antonino, lui che libera il mare dai pesci cattivi e che accoglie le suppliche delle
donne che vogliono restare incinte. Nella casa del custode, costruita a ridosso della spiaggia stretta
della tonnara, il silenzio della notte era accarezzato dalle onde del mare improvvisamente calmo
dopo la burrascata che nessuno aveva previsto, e dalla cantilena di una ninna nanna antica quanto il
mondo. Donna Marastella rimirava la bimba posata sulle sue ginocchia, la guanciotta rosa
appoggiata al grande seno morbido e cascante che tutto a un tratto era divenuto fertile e materno.
“Dai gendarmi la dobbiamo portare” disse il custode, stringendo con la sua mano grande il ditino
della piccola trovatella.
“Per che fare dai gendarmi? Per farla portare all'orfanotrofio di Caltagirone?” ribatté donna
Marastella.
“E allora dalle suore...”
“Si, così la fanno monaca! Questa figlia nostra è! Tu invece domani mattina vai all'anagrafe e la vai
a denunciare. La chiamiamo Regina, come la Madonna del Mare, figlia di Nicola e Marastella
Amato”
“Ma chi ci crede che tutto d'un tratto ci è nata una figlia?
“Alla gente non gliene deve importare niente, basta che è registrata. E poi alle carte tutti ci
credono.”
La bambina stava tranquilla nella culla improvvisata da donna Marastella dentro un cassetto di
comò, su cui aveva poggiato un cuscino di piume e un lenzuolino di lino con gli angioletti ricamati,
tratti dalla credenza e odorosi di lavanda. Aveva aspettato tanto, la moglie del custode: quelle
lenzuola con le loro copertine, e anche decine di coprifasce e di bavette, li aveva ricamati anni e
anni prima, quando la speranza di uno o più figlioli sembrava una promessa che presto avrebbe
preso la forma di una pancia rotonda sotto il grembiule. Alla vista della bimba avvolta del
lenzuolino finalmente utilizzato ancora di più in Marastella si raffermò la convinzione che mai e poi
mai avrebbe rinunciato alla bambina, manco se fosse venuto il sindaco in persona a pretenderla.
Manco se fosse venuto il diavolo, perché l'aveva portata Sant'Antonino quella creatura. Inzuppando
la cocca di un tovagliolo pulito nella brocca del latte lasciava ciucciare la bambina, che gorgogliava
serena e si guardava intorno come a valutare la sua nuova casa.
Naturalmente il custode fece quanto la moglie aveva deciso, e la gente non mise in giro chiacchiere,
o, se anche le mise in giro le chiacchiere durarono il tempo di un giorno e si infransero contro la
calma risolutezza di Marastella e lo sguardo adulto della bambina.
Donna Marastella insegnò a sua figlia le filastrocche e le storie del mare. La fece crescere sana,
senza capricci o stupide paure; Regina imparò a nuotare, ad arrampicarsi sull'olivo e a pescare
telline, ma anche a rigovernare, a stirare e a ricamare. Le fu trasmessa la devozione per
Sant'Antonino e per la Vergine del Mare, a cui ogni sera prima di dormire madre e figlia
rivolgevano la preghiera della quale non tutte le parole riuscivano a comprendere, ma il cui ritmo
dava pace al cuore dopo una giornata faticosa.

Regina del mare,
che dalle stelle ti volgi quaggiù
dona un tuo sguardo di luce.
Forse nella tempesta c'è ancora una barca,
ma la luce del faro non disperde la nebbia,
non entra nel cuore di vite e uragani.
Su questa spiaggia adesso cattiva,
nelle notti di reti strappate, t'invoco:
sii porto a chi piange nel vento.
E in questo mare di sorriso e tremore
dona il tuo amore a chi naviga senza senso.
Stella del mare, guida noi poveri marinai
nella nostra rotta della vita.

L'unica cosa selvatica, in Regina, era quella chioma riccia e folta, che cresceva con una
velocità impressionante. Bastavano tre mesi, e di nuovo, nonostante fossero stati tagliati all'altezza
delle orecchie, i capelli della bambina arrivavano alla vita. In quei capelli, dalle bizzarre sfumature
colore del rame, Donna Marastella percepiva una minaccia, una paura oscura e muta che covava
sempre nel cuore: temeva che un giorno la sua bambina se ne sarebbe andata, per dove e per come
era venuta, senza una parola né un pianto, senza una spiegazione. E pure se la vita le aveva
insegnato che le cose accadono spesso senza spiegazione, perché così vuole il cielo, lo stesso
Marastella si arrovellava, chiedendosi come Regina fosse arrivata fino alla tonnara, e di chi fosse
figlia, e perché fosse stata abbandonata. Ma non ne faceva parola né con Nicola né con Regina,
temendo che la parola, una volta pronunciata, assumesse consistenza di realtà.
Regina cresceva, e Marastella e Nicola invecchiavano. Il tempo lo si leggeva dalle rughe sul viso e
dal bianco nei capelli, e anche da una certa svagatezza che offuscava a volte il carattere deciso di
donna Marastella. Era sempre stata così energica, una cummananti, come la chiamava il marito con
affetto e rispetto, e adesso pareva che la sua mente si allontanasse lungo la spiaggia bianca, mentre
il mare si portava via, piano piano, le impronte lasciate dalla vita, i ricordi, i nomi, il senso del
tempo.
“Regì, l'abbiamo pulito il pesce per la zuppa? Ma pulito bene, che non ci restano interiora?”
“Mamà, il pesce ieri l'abbiamo cucinato. Oggi fagioli ci sono.”
“Ah si...? Ma l'aglio per la zuppa l'hai spicchiato, Regì? ”
“Si, mamà. Ma quello ieri fu. State tranquilla che tutto pronto è...”
“Regina mia, la vita non vale niente senza i figli, ricordatelo.”
“Me lo dite sempre, Mamà.”
Regina sospirava desolata mentre guardava fuori dalla finestrella della cucina, affacciata sul blu del
mare e sempre opaca di schizzi e di salsedine. Si sentiva sempre più sola. Avrebbe voluto qualcuno,
una sorella magari, con cui parlare di piccole cose, con cui scambiarsi segreti e sogni. Perché, ben
oltre la concreta solidità della vita di Marastella e Nicola, lei aveva sogni senza nome e senza volti,
che la incontravano di notte e la facevano risvegliare col batticuore.
Dalla finestra vedeva le muciare in mare e da lontano poteva distinguere la maglia bianca di Nino, e
già quel puntino bianco le faceva tremare il cuore. Nino l'aveva baciata, sere prima, e lei si era
sentita rimescolare senza saper placare né il turbamento né il calore che l'aveva accesa. Ma, allo
stesso tempo, percepiva una forza che la chiamava in qualche modo straniero e impellente verso un
altro posto, verso un'altra casa. Non sapeva dare forma a quella sensazione, non comprendeva cosa
fosse. Poteva solo chiedere a Sant'Antonino di darle forza e alla Madonna del Mare di
accompagnarla, ma sentiva, comunque, di dovere andare. Solo non si capacitava di dove andare, né
di come.
Quello che le capitava, e non osava spiegarlo neanche a Marastella, era che le sue gambe si
tendevano tanto da dolerle, quando la notte giaceva nel letto; e quando provava a stenderle sotto le
lenzuola per sgranchirle, loro non obbedivano ma la portavano giù per scale anguste e di corsa
verso la spiaggia stretta, sotto la casa del custode. Lì il sale del mare le bagnava la faccia, i capelli
ondulavano nella stessa direzione del vento, come rami di acacia, e si sentiva forte. Ma sulla
spiaggia ancora di più le gambe le dolevano, le prudevano, come se si allungassero prepotenti, come
se le indicassero una fuga. Di fronte c'era solo mare. Regina del mare, pregava la ragazza, sii porto
a chi naviga senza senso. Ma nessuna risposta veniva dal mare o dal cielo, e la ragazza tornava a
casa sfinita e zitta, per non svegliare i genitori.
Poi, in una mattina in cui, a mattanza finita, si facevano le pulizie della tonnara e si preparava la
festa, donna Marastella disse a Regina:
“Prima che me lo scordo, ti devo raccontare come fu che arrivasti qui, Regì.”
“Che volete dire, mamà? Mi volete raccontare la storia della cicogna? A scuola ce lo spiegano come
arrivano i bambini...”
“E tu diversa sei, Regì. A te sotto l'olivo ti abbiamo trovato, una notte di luna piena.”
Regina si intristì; sua madre stava perdendo il senno.
“Ah si, mamà? E chi mi ci ha portato sotto l'olivo?”
“E questo non lo so, ma fu strano assai. Manco piangevi, lo sai? Stavi con gli occhi aperti come una
grande...te lo sto raccontando perché non sa mai Dio viene qualcuno a reclamarti, capace che vero
tua madre è, ed giusto che ci vai, con lei...tanto io tra poco...”
Maristella si perse di nuovo nelle sue nebbie, e riprese a spazzare il pavimento. Regina rimase
perplessa e sentì di nuovo nelle gambe quell'urgenza a muoversi, a mettersi in cammino. Il colore
del mare oltre il muro della tonnara cambiava rapidamente col vento, e milioni di colombelle
bianche increspavano l'acqua, segno di vento forte e di mare pericoloso. Anche l'odore dell'aria si
intorbidava di sabbia e sale, e i capelli della ragazza si increspavano di più. Erano lunghi e così ricci
da sembrare corde, forti e lanose da scorticare le mani.
Le pulizie erano compiute e presto le donne sarebbero arrivate dal paese per addobbare di fiori e
coperte ricamate le pareti della tonnara, quando si sollevò improvvisa la furia del maestrale che le
colombelle sull'acqua avevano preannunciato; adesso il vento umido e freddo arrivava da nord ovest
a strapazzare gli arbusti e le canne sul pantano, spingendo granelli di sabbia sotto le unghie, tra i
capelli, dentro i vestiti. Turbini di polvere e sterpi roteavano lungo la strada, e le finestre serrate
sembravano cedere all'impeto delle raffiche. Regina era corsa verso il mare e adesso stava in piedi
sulla spiaggia, senza fiato ma per nulla intimorita, quando in uno dei turbini le parve di intuire un
lampo di azzurro, una sbavatura argentea che si muoveva sinuosa. Ma era difficile vedere, in mezzo
al vento e agli schizzi d'acqua che la facevano rabbrividire. Dal turbine vennero fuori due lunghe
braccia, una chioma folta e riccia, un viso di donna. Regina non riusciva a vedere bene, e forse era
solo una visione, un'ombra nel vento. O era davvero una donna, coi lunghi capelli che le coprivano
il busto, e le mani sottili, eleganti, così simili a quelle di Regina. E le gambe, le gambe...non c'erano
gambe, ma una coda argentea e pinnata. Una sirena, era quello che Regina vedeva. La voce della
sirena fioriva come un giglio selvatico, e poi si tramutava in una bocca vorace che al cuore di regina
si avvinceva, in un morso dolcemente doloroso. La sirena in lacrime tendeva le braccia verso la
ragazza, la chiamava, la invitava ad avvicinarsi. E le gambe di Regina ripresero a dolere, come a
costringerla a camminare verso la sirena, e le sembrava che le gambe si unissero, si fondessero in
una coda, con una pinna in fondo... la vertigine che prese Regina la confuse e la disorientò.
Sembrava così facile lasciarsi andare, scivolare verso la sirena, e insieme nuotare con naturalezza
nel grande mare blu, come in un abbraccio, come nel ventre di una madre. Eppure qualcosa la
tratteneva, e non sapeva definire cosa. Aveva paura di muoversi e insieme voglia di andare, aveva
desiderio di partire ma anche nostalgia di casa.
A Regina vennero spontaneamente alle labbra le parole della preghiera che le aveva insegnato
donna Marastella. “Stella del mare, su questa spiaggia adesso cattiva, ti invoco: guidami nella rotta
della vita...”
“Vieni bambina, vieni con me...” sussurrava nel frattempo la sirena, come in controcanto alla
preghiera.
La voce melodiosa della sirena era come lo scroscio dell'acqua; ma Regina sentiva qualcosa di
stridente, di tagliente, come cocci di vetro sugli scogli. La dissonanza la confondeva e la
spaventava; eppure si sentiva attratta dal mare.
“Vieni bambina, torna nel mare con me, vieni con me...” insisteva la sirena.
Il vento, a tratti silenzioso e quieto, irrompeva con raffiche cattive e portava via la voce della sirena,
lasciando il rombo dei cavalloni a coprire ogni altro suono.
Regina esitava. Il mare era l’avventura, il fascino del viaggio, l’andare lontano e il perdersi senza
remore, senza punizioni. Ma, alle sue spalle, come un un sasso bianco solido contro il vento, la casa
del custode era l’abbraccio, l’affetto, la realtà di una vita scandita dai ritmi antichi del lavoro e della
tonnara. Le gambe spingevano, gli occhi resistevano. Regina sentiva il suo corpo dilaniarsi, la sua
volontà piegarsi. La sirena chiamava, la voce suadente perforava le orecchie. Il mare tuonava.
Poi, improvviso, il vento concesse una tregua. Come comandata dal tridente magico del dio del
mare, o come se la Madonna avesse disteso il suo manto celeste, la spiaggia tornò immobile e
silente, e il mare si acquietò. Una manciata di ragni ripresero a punteggiare il bagnasciuga e i
gabbiani si lanciarono in tuffi a capofitto nel blu, per pescare. Nel silenzio improvviso che seguì alla
burrasca, Regina udì Marastella chiamare.
“Regina, comincia la festa! Dove sei, figlia mia?”
Della sirena rimase solo un bagliore azzurro che mandava lampi deboli dietro la duna. Forse non
c’era stata nessuna sirena ed era solo il vento dispettoso che aveva ingarbugliato le immagini e i
pensieri di Regina. Forse.
Dal balcone, i panni stesi e ormai asciutti sventolavano come bandiere. Nino fischiava, di
ritorno dal paese ed era ora di prepararsi per la festa. Regina raccolse dalla rena una conchiglia
spezzata e tornò verso la casa del custode, sussurrando la sua preghiera: in questo mare di sorriso e
tremore, Regina, dona il tuo amore.

mercoledì 7 marzo 2012

RADICI di Mariagrazia Nemour, Borgiallo (TO)


Gli schizzi sono freddi. E il freddo a volte brucia.
Il mare è denso e muove la coda di continuo. Un animale sempre all’erta.
Questo, è il mare più bello in assoluto. Almeno tra quelli che ho visto io.
Quando il mare ti entra nel cuore, allaga tutto; mettiti tranquillo perché avrai i piedi bagnati per tutta
la vita. Così, diceva mio padre.
La costa di Lampedusa è bianca, occhieggia da lontano. La roccia sa dove aprire la braccia e farti
attraccare.
Non sembra poi tanto lontana la mattina in cui partii.
C’erano gli stessi schizzi freddi di mare.
Fu l’alba in cui conobbi la paura e le feci spazio sotto la giacca rattoppata con lo spago. Ancora me
la porto dentro, insieme al mare.
Lasciai mia figlia abbracciata a una bambola di stoffa. Addormentate, entrambe.
E lasciai mia moglie; piangeva lacrime secche sotto le palpebre tremanti, chiuse a forza. Non riuscii
a salutarla. Me ne andai di notte.
Solo mio padre mi accompagnò al molo. Lo sento ancora il suo abbraccio sulle spalle. Forse se lo
sentiva che non ci saremmo più rivisti.
“Va! Se pensi che sia la cosa giusta, va”. Me lo disse come un regalo e solo Dio sa quanto ne avessi
bisogno.
E poi ci imbarcammo. Io e la paura. Un viaggio lungo.
Pensavo di conoscere bene il mare, ma mi sbagliavo.
Non conoscevo la violenza con cui sa far crescere onde alte quanto case di città.
E non sapevo quanto potesse diventare simile a un carcere con un’unica grande cella, quando una
nave ci galleggia sopra, lontano, lontano dalla costa.
Quanta disperazione e quanta speranza si possono caricare su una nave. Sono sentimenti che non
vengono pesati prima dell’imbarco, ma incurvano le schiene di chi sale. E con le ore gonfiano, fino
a schiacciare ogni altro pensiero.
Fu un viaggio senza notti in cui dormire, poco cibo da mangiare e uno spazio troppo piccolo da
occupare. Eravamo troppi. Quella volta, eravamo davvero troppi. E anche una valigia con un
cambio di vestiti e due fotografie – due bambole di porcellana: mia moglie con il vestito da sposa e
mia figlia il giorno del battesimo – era ingombrante.
“Niente bagaglio” - mi urlò il marinaio che la buttò in mare - “hai pagato un solo biglietto”.
E in mare finirono anche tre persone. Due si aprirono la pancia a coltellate la prima notte. Qualcuno
disse che si erano sfidati per una donna, altri dicevano per soldi. Comunque fosse, si ammazzarono
e furono buttati in mare. L’ultimo a morire fu uno dell’equipaggio. Febbre. Che fesso, in mare non
ci si può ammalare.
No, quello non era il mio mare. Mi chiesi per tutto il viaggio perché mi fossi imbarcato.
Spalancai la bocca, quando vidi quella grande statua con una fiaccola in mano che ci aspettava. Non
sapevo se quella signora la fiaccola la tenesse accesa anche per me, ma ci sperai.
Quando scesi dalla nave e calpestai l’America, avevo le risposte.
Partii perché un uomo che non porta a casa la cena per la sua famiglia ha già scelto quale fossa
occupare al cimitero. Ma partii anche perché ero convinto di aver diritto a una possibilità, a un
lavoro, alla dignità di chi non deve chiedere favori - da rendere - per faticare. Volevo un futuro
diverso, più lungo e più largo.
Soprattutto, partii per avere la possibilità di ritornare.
E adesso aspetto su questo scoglio.
Gli schizzi freddi sulle mani e sulle guance mi fanno rabbrividire, come quel giorno di quasi
settant’anni fa, in cui partii.
Non ho una fiaccola in mano, ma ho portato delle coperte e delle bottiglie.
So che stare in mezzo all’acqua per lunghe ore e non poter bere, può fare impazzire un uomo.
È da una settimana che arrivano barconi tutte le notti.
Quando scappai da Lampedusa, non avrei mai scommesso che per altri sarebbe diventato il posto
dove andare.
Non è strano come siano vicini l’inizio e la fine delle cose? La vita continua a sorprendermi. È per
questo - forse - che non mi sono ancora ammazzato.
Ieri c’era la televisione a riprendere gli sbarchi.
Una giornalista mi ha chiesto di potersi sedere vicino a me, sullo scoglio. “S’accomodi”.
Una bella ragazza. Con cinquant’anni di meno avrei potuto permettermi un colpo di testa e invitarla
a fare una passeggiata. Ma alla mia età l’unico colpo di testa in cui posso sperare è un ictus.
“Chi sta aspettando?” mi ha chiesto. “Perché viene qua tutti i giorni?”.
Vengo ad accogliere chi arriva da lontano perché non ho altro da fare, mia moglie è morta da
vent’anni e mia figlia vive a Torino, avrei potuto risponderle. Ma soprattutto vengo perché ho
imparato che non ha importanza da dove parti e dove sei diretto. Quello che conta è poter tornare a
casa, anche se poi non lo farai.
Chi vede degli stranieri in questi uomini, di sicuro non è mai dovuto partire. Per il momento.
Chi non riconosce la propria disperazione negli occhi lucidi di chi scende da questi barconi, mi fa
ridere. Mi fa ridere di gusto. E a novant’anni battuti da un po’, ridere è un gran bel lusso. Un lusso
che mi sono permesso poco da giovane. Anche questo mi fa ridere, ora.
Mi sono alzato, ho allungato la mano verso la giornalista che se ne andava e ho urlato: “Vengo qua
perché voglio misurare quanto sono lunghe le mie radici e so che per farlo devo allontanarmi
dall’albero”.
Per mettere insieme queste parole mi ci è voluta una vita lunga troppi anni.
La giornalista aveva già piazzato il microfono sotto i baffi di un carabiniere e non mi ha sentito. Ma
lo Scirocco, sì. Ha preso le mie parole e le ha disperse in mare. Forse le ha soffiate fino alla costa
africana del Mediterraneo.
Là, ci sono schizzi che fanno rabbrividire la pelle di un vecchio su uno scoglio.
Quel vecchio presto partirà con la paura sotto la giacca, una vecchia amica.
Sta pregando che Dio non lo consideri uno clandestino, quando morirà, e sbarcherà su una terra
diversa da quella in cui è nato. Mentre le lacrime si infilano nei solchi delle rughe sul volto, ride.
Ride di gusto.

martedì 6 marzo 2012

LA DAMA SMARRITA di Giacomo Rossettini, Arzignano (VI)

Okay, me l’ero cercata. Il capitano Shogen mi aveva detto
chiaramente di non mettere piede in sala macchine, ma come mio
solito non ho voluto prestargli ascolto. Philip Shogen,
soprannominato Zeus per il suo ricorrente “tuoni e fulmini” tipico
della gente che solca più il mare che le gambe della propria moglie,
si arrabbiò a tal punto da svelare qualche vena pulsante sulla tempia.
Non lo avevo mai visto così furibondo. L’esplosione era stata forte,
ma io vi giuro che non c’entravo nulla. Ivan Ross, mio padre, era
accorso immediatamente per assicurarsi che stessi bene, e soprattutto
per togliermi dalle grinfie del capitano.
«Sono sicuro che sia stata lei, tuoni e fulmini!» sbraitò Zeus
sputacchiando da tutte le parti, tanto che il berretto da ufficiale di cui
andava tanto fiero rischiò seriamente di cadere in acqua. Io piangevo,
sicura di essere dalla parte della ragione. La caldaia non era esplosa
per colpa mia, io volevo solo vedere come funzionavano tutti quei
congegni strani che fanno andare le navi. Solo questo. Non ho
toccato nulla.
«È solo una bambina Phil! Di sicuro qualche aggeggio si è
surriscaldato. Hai mandato il segnale alla guardia costiera?»
Zeus sputacchiò un’altra volta. «Ovvio che l’ho fatto, ma non
risponde nessuno. Siamo isolati, tuoni e fulmini!»
Papà guardò verso di me, mi accarezzò le guance e si strofinò il
mento rimuginando sul da farsi. «Probabilmente l’esplosione ha
intaccato i sistemi di comunicazione. È stata bella forte.»
«Ashley!» chiamò la mia matrigna, accorrendo tutta preoccupata
dopo essersi sicuramente spaventata a morte a seguito del boato
assordante. Le risposi che no, non mi ero fatta nulla, e sì, non avevo
toccato niente. Roberta mi scrutò da cima a fondo, forse incapace di
credere alle mie parole. Ma la verità era quella. Niente di più e niente
di meno, e se non voleva credermi era affar suo. Non la odiavo,
questo mai, ma sicuramente non rientrava nelle mie grazie come
papà. O presumibilmente come la mamma, se mai l’avessi
conosciuta. La donna che mi aveva messo al mondo era fuggita
all’estero insieme a un ballerino di samba. Contenta lei.
Joe, un ragazzo brufoloso con le mani sempre sporche di grasso,
accorse insieme a Roberta e Veronica come era logico aspettarsi, e
una volta che tutti i passeggeri della Beverly si furono riuniti
all’entrata della sala macchine, il capitano mise bene in chiaro la
situazione nella quale ci trovavamo.
«Sembra che sia esplosa una parte del motore ancora da
identificare. Io e Ivan abbiamo estinto l’incendio prima che potesse
propagarsi per tutta la nave, ma siamo fermi e isolati, tuoni e
fulmini!» Papà mi abbracciò ancora una volta, dopodiché mi
abbandonò tra le braccia ruvide e grassocce di Roberta per riuscire
finalmente a guardare negli occhi Zeus in modo da dirgli la sua
opinione.
«Io dico di restare fermi, prima o poi qualcuno si accorgerà di noi.
In questo tratto dell’Atlantico non c’è campo, l’unico collegamento
con la civiltà era la radio.»
«Ma sono le dieci di sera Ivan!» esclamò Veronica dando sfoggio
a tutta la sua arroganza. Era la figlia biologica di Roberta, e a
differenza della matrigna – che bene o male sopportavo – la
detestavo profondamente. La classica ragazzetta magra, bionda e
viziata. «Cosa faremo?! Lo sapevo che non dovevo venire! Lo
sapevo!»
Il suo piagnucolio mi dava il voltastomaco. Io e papà eravamo di
origini modeste, e siamo sempre vissuti grazie al suo lavoro di
grafico pubblicitario e fotografo. Io avevo quindici anni quel giorno,
ma quando lui e Roberta si sono messi insieme non ne contavo più di
undici. Veronica invece già ventidue. Loro, al contrario, provenivano
da una famiglia agiata, forse l’ex marito era un senatore, e potevano
permettersi una bella nave come la Beverly con cui andare tutti
insieme in ferie sull’oceano Atlantico. Per consolidare i rapporti.
Roberta poteva permettersi di avere Zeus, e addirittura il suo
secondo, Joe. Due uomini di mare, due uomini esperti. Due uomini
alla deriva esattamente come noi.
«Dobbiamo resistere in qualche modo. Dobbiamo…»
La voce di mio padre si smorzò. Shogen lo guardò per qualche
secondo, dopodiché capì perfettamente. La vidi anche io.
Una nave immensa, un transatlantico, spuntato fuori da chissà
dove. Ogni luce all’interno di quell’affare mastodontico era accesa, e
molto probabilmente i suoi passeggeri si stavano godendo una
piacevole crociera. Non trascorsero che pochi minuti prima che
l’equipaggio della Dama Smarrita – così si chiamava secondo la
grande scritta di poppa – notasse il nostro segnale rosso di soccorso
sparato in cielo da Joe. La nave da crociera si avvicinò a noi di poco,
altrimenti ci avrebbe risucchiato come una formica in una tempesta
date le sue dimensioni, e grazie a una scialuppa di salvataggio
riuscimmo a salire a bordo.
Il ponte era meraviglioso, tirato a lucido come uno specchio.
Molti passeggeri ci scrutarono curiosi, altri si avvicinarono
presentandosi. Notai immediatamente un particolare: erano tutti
molto pallidi, e magri anche. Probabilmente si trattava di una di
quelle vacanze speciali, pensate apposta per le persone meno
fortunate, tuttavia alcuni di loro portavano eleganti abiti laccati, altri
addirittura sfarzosi completi antichi che forse non aveva mai visto
nemmeno la mia bisnonna.
I marinai della Dama Smarrita si dimostrarono gentili e cordiali
con noi, e ci condussero immediatamente alla cabina del capitano. Il
signor Dominic – non si era presentato con il cognome, solo
“Dominic” – ci accolse con grande sorriso e preoccupazione per la
nostra imbarcazione, che al confronto del transatlantico sul quale ci
trovavamo sembrava più una canoa per guadare fiumi.
«Naturalmente vi offriremo una stanza.» dichiarò il capitano della
Dama non appena ogni convenevole fu sviluppato. Era un vecchietto
molto gentile, dai tratti dolci e raffinati, ma anch’esso pallido e
magrolino. Le sue mani, tuttavia, si rivelarono forti e solide quando
me le strinse, e dopo averci assicurato che la guardia costiera ci
sarebbe venuta a prendere ci accompagnò tutti e sei alla nostra
cabina.
Sfortunatamente erano rimaste libere solo quelle di prima classe,
quindi dovevamo accontentarci. Proprio un peccato. Veronica si
trovò subito a suo agio in mezzo a tutto quel lusso, e mentre Joe e
Zeus discutevano sul da farsi, io e papà ci stringevamo l’uno con
l’altra trascurando la mia matrigna, che nel frattempo si era sdraiata
sul suo materasso e si stava godendo quella crociera inaspettata.
«Un gentile omaggio da parte delle cucine della Dama Smarrita,
signori.» disse Dominic in tono plateale porgendoci un piatto colmo
di dolcetti mentre faceva capolino nella nostra cabina. Considerando
che avevamo chiuso a chiave, doveva possedere una specie di passepartout.
Lo ringraziammo con un sorriso e, poiché sembrava
maleducato rifiutare quei dolcetti sebbene avessimo cenato da poco,
assaggiammo tutti quanti quelle specialità dal dolce profumo.
E poi fu il buio.

* * *

Non ricordo esattamente che sapore avessero quei dolci, né cosa
successe dopo averli mangiati. Quando ripenso a quei momenti è per
me oscurità più totale. I miei ricordi iniziano in una cabina, del tutto
diversa dalla suite sulla quale mi trovavo prima. Ed ero sola.
La stanza era più che altro uno sgabuzzino, colmo di vecchi
attrezzi da lavoro e ragnatele sulle quali abitavano grossi e pelosi
ragnacci. Non ho mai avuto paura degli aracnidi, ma quelle bestie mi
spaventarono più di quanto avrebbero dovuto fare. Tentai di uscire,
ma la porta era sbarrata. Battei i pugni facendo un gran baccano, ma
nessuno sembrò udire le mie parole. Il panico mi pervase.
«Gentili ospiti, benvenuti all’Esame.»
La voce era quella di Dominic, ma non capivo da dove provenisse.
Non v’era traccia di altoparlanti, ben che meno di microfoni. La voce
rimbombava dappertutto, trasudando dai muri. Pareva essere la nave
stessa a parlare.
«D’ora in poi sarete soli. Completamente. Siamo in mezzo
all’Atlantico, e vi assicuro che nessuno verrà a cercarvi. Non potete
salvarvi in nessun modo, se non in quello che vi dirò adesso.»
Ero spaventata. Parecchio, anche. Volevo il mio papà.
«Avete a disposizione tutta la nave. Se riuscirete a tornare nella
mia cabina, quella del capitano, la vostra vita sarà salva. Ma badate
bene, miei cari esaminandi. Solo uno o una di voi sarà ammesso alla
mia cabina, pertanto l’unico modo che avete di sopravvivere è…
eliminarvi tra di voi fino a quando non ne rimarrà soltanto uno.»
Le mani mi tremavano. Che aveva detto?! Eliminarci?!
«Le porte si apriranno tra un minuto esatto a partire da adesso.
Non vi sarà consegnato cibo, ne acqua, e non ne troverete in giro.
Non vi saranno consegnate armi, mappe, o qualunque cosa possa
aiutarvi. Come ho già detto, sarete soli. Sarete smarriti e vulnerabili,
come la prima persona che ha comandato questa nave. Proprio
come la Dama. Il percorso che compirete per giungere fino alla mia
cabina è univoco e senza possibilità di ritorno. I corridoi e le stanze
sulle quale entrerete sono tante, ma tra di esse parallele,
perciò prima o poi vi incontrerete sicuramente. Ricordate, cari esaminandi.
Solo uno. Che l’Esame abbia inizio.»
La pesante porta di metallo davanti a me si aprì di scatto, ma
dietro di essa non c’era anima viva. Nessun rumore, nessun
passeggero, nessun membro dell’equipaggio. Come era possibile che
tutti fossero scomparsi in quel modo? Dov’erano finiti? E chi era
Dominic in realtà?
Mi avviai a passi incerti lungo lo stretto corridoio della nave,
ripensando alle parole del capitano. Senza possibilità di ritorno.
Mi voltai. Avevo camminato per pochi metri, in direzione
perpendicolare alla stanza sulla quale ero rinchiusa. Secondo ogni
logica, dietro di me avrei dovuto vedere ancora quello sgabuzzino,
tuttavia le cose non andarono così. Buio. Era tutto buio.
Le luci al neon illuminavano debolmente il percorso d’innanzi a
me, mentre alle mie spalle non c’era altro che oscurità. E gelo. Di
sicuro sarebbe stato pericoloso procedere, ma senza dubbio sarebbe
stato peggio tornare indietro e addentrarsi in quelle tenebre. Andando
avanti avevo una possibilità su sei di salvarmi, ma retrocedendo…
Camminai ancora per qualche minuto prima di sentire l’urlo. Un
urlo folle, spaventato, simile a un guaito. Joe stava correndo verso di
me, spuntato da chissà quale stanza adiacente al mio corridoio, e
poco prima che mi si avventasse contro notai che brandiva una
spranga. Il Secondo scagliò il primo colpo, centrando in pieno la
parete alle mie spalle. Avevo i riflessi pronti, merito delle lezioni di
hip hop. Chissà cosa avrebbe detto la signorina Lyla se mi avesse
visto muovermi così in fretta.
Joe scagliò il secondo colpo urlando come un forsennato, e questa
volta colpì la mia spalla slogandomela. Il dolore fu atroce e
insopportabile, il sangue uscì a fiotti. Giurai persino di vedere lo
spuntone del mio osso che fuoriusciva dalla carne, ma ero talmente
spaventata da non distinguere nulla. Ecco il terzo colpo, dritto dritto
alla mia faccia. Ero spacciata.
Poco prima che la spranga di Joe mi offrisse un discutibile
intervento di chirurgia estetica, una sedia di legno andò in frantumi
sulla testa del Secondo facendolo stramazzare sul pavimento. Papà
era venuto a salvarmi.«Tuoni e fulmini!» esclamò papà. No, aspetta…
Il mio papà non aveva mai usato quell’affermazione.
Solo una persona era talmente antiquata da utilizzarla, solo… Zeus!
Il capitano mi tirò su afferrandomi per il braccio sano, dopodiché
pulì via tutto il sangue dalla mia t-shirt e mi spazzolò ben bene in
modo che la polvere se ne andasse. Forse se ne andò, ma lo stesso
non potevo dire del dolore alla spalla. Faceva male da morire.
«Cristo, cosa è saltato in mente al mio secondo?! Tuoni e
fulmini!»
Zeus mi prese per mano, e insieme ci avventurammo lungo il
corridoio. La mano del capitano era più fredda di quanto l’avessi mai
sentita, e sudava. La sua impeccabile divisa bianca era tutta
macchiata, e del cappello nemmeno l’ombra. Mentre ci
allontanammo dal cadavere di Joe, decisi di voltarmi per dare un
ultima occhiata al ragazzo brufoloso. Le tenebre lo inghiottirono
mano a mano che noi ci allontanavamo. Non lo rividi più.
Non ci volle molto prima che rimbombasse il secondo urlo.
Questa volta era meno disumano, più acuto però. Un urlo del genere
poteva appartenere a una sola persona.
Veronica corse verso di noi senza alcuna arma, tutta sporca di
sangue. «Tu! Tu! Tu!» urlò verso di me, oppure verso Zeus, non si
capì con chiarezza dato che entrambi eravamo mano nella mano.
«Aspetta Veronica! Possiamo parlare, possiamo…» Le parole del
capitano servirono a ben poco, perché la smorfiosa non dava segno di
averle udite. Era tutta spettinata, e sporca, non l’avevo mai vista così.
Ed era terrorizzata, molto terrorizzata.
Si avventò su di me, e mi abbracciò come per soffocarmi. Io urlai
spaventata, e Shogen la strappò via prima che potesse farmi qualsiasi
cosa, per poi sbatterla violentemente contro il muro. L’impatto si
rivelò fatale per la mia sorellastra, poiché la sua testa si spappolò sul
muro insozzandolo di sangue.
«Piccola troia, tuoni e fulmini!» imprecò Zeus visibilmente
sconvolto. Come mai Veronica aveva reagito in quel modo? Cosa
voleva fare senza nemmeno un’arma? Perché si era avventata su di me?
«Voglio il mio papà!» piagnucolai quasi in lacrime. Lo volevo
con tutte le mie forze. Il capitano mi fissò con espressione grave,
senza però alcun segno di ostilità nei miei confronti.
Chissà cosa avremmo dovuto fare se fossimo rimasti solo noi… Chissà se
Dominic ci avrebbe concesso una grazia. E poi, cosa significava
quell’Esame come lo chiamava lui? A che scopo tutto ciò?
«Avanti Ashley. Stiamo andando dal tuo papà.»
La voce di Zeus era rassicurante, ma nulla lo sarebbe stato più di mio
padre mentre spuntava da una delle stanze adiacenti. Mi voltai, e le
tenebre inquietanti dietro di noi inghiottirono definitivamente anche
Veronica. Eravamo solo io, Zeus, forse papà e forse Roberta. Chissà
come se la stavano passando…
Non passò molto tempo prima che me ne accorgessi.
La mia matrigna stava accorrendo nella nostra direzione, brandendo
una scure antincendio rossa e bianca. La sua espressione rasentava la
follia più estrema. «Vi ammazzo! Uscirò viva da qui! Vi ammazzo!»
Zeus si frappose tra me e Roberta rischiando di essere colpito
dalla pesante lama della scure, forse un po’ troppo pesante per la
forza di cui disponeva la mia matrigna. La sua reazione fu molto
lenta, e Shogen le fu addosso prima ancora che potesse accorgersene.
Uomo e donna lottarono strenuamente rotolandosi sul pavimento, e
io non potei fare altro che assistere inerme a tutto ciò.
Certo, avrei potuto raccogliere la scure e scagliarla sulla testa di
Roberta, ma la mia corporatura esile e soprattutto il dolore alla spalla
erano contro di me. Guardai e basta.
Dopo quella che sembrò un’eternità, il capitano ebbe la meglio su
Roberta salendo sopra di lei e bersagliandola di pugni al volto. Io mi
lanciai contro l’uomo, ma mi scagliò via con una sola mano
continuando a tempestare il volto della mia povera e spaventata
matrigna. Il sangue sgorgò sul pavimento, e ben presto di Roberta
non rimase che il corpo riverso a terra e il volto tumefatto. Era morta.
«Perché?! Perché lo hai fatto?!» esclamai.
«Voleva ammazzarci! Non potevamo portarla con noi, era pazza,
tuoni e fulmini!»
Zeus tese la mano verso di me, ma io mi ritirai. «Vuoi uccidere anche
me?» chiesi titubante. L’uomo sorrise.
«Non potrei mai ucciderti, Ashley. Finora ti ho salvato, oppure mi
sono difeso. Voglio uscire da qui, e voglio farlo insieme a te e tuo
padre. Costi quel che costi. Andiamo, Ashley!»
Rimuginai. Non potevo fare che proseguire, avanzare, addentrarmi
nell’ignoto. Fidarmi del capitano.
Pochi passi, e le tenebre dietro di noi inghiottirono anche il corpo
della mia matrigna. Poveretta, pensai. Che fine orribile aveva fatto.
Che ne sarebbe stato di noi?
Zeus mi prese per mano, e a quel punto fui più speranzosa che
mai. Mio padre sarebbe arrivato a momenti, la mia gioia prematura
era alle stelle. Silenzio.
La pesante porta di legno con su scritto Captain in lettere dorate
comparve davanti a noi in tutta la sua maestosità, ma di mio padre
nemmeno l’ombra. Mi voltai di continuo, ma non lo vidi ancora.
Dove poteva essere papà? Perché non veniva a prendermi?
Zeus mi lasciò la mano. Alzò la scure. Non lo avevo notato
mentre la raccoglieva, e fu il mio più grande sbaglio.
«Mi dispiace ragazzina. Ho ucciso io tuo padre, poco prima di
salvarti da Joe. La tua sorellastra ha assistito alla scena, ma mi è
sfuggita. Per questo ti ha abbracciata, voleva proteggerti da me. Ma
ormai è troppo tardi. Stammi bene, Ashley.»
Il colpo di scure sferzò l’aria dritto dritto alla mia faccia, e Zeus
sarebbe pure riuscito a colpirmi se in quel momento le mie gambe
non avessero ceduto. Mi accasciai al suolo, e la scure mi mancò.
«Piccola puttana!» imprecò Shogen prima di far partire il secondo
colpo, ma promisi a me stessa che non glielo avrei permesso. Prima
che la scure potesse colpirmi, la strappai di mano al mio assalitore
con un sonoro calcio da lui inaspettato, e con mia grande sorpresa la
lasciò cadere a terra, evidentemente molto provato dagli scontri
precedenti.
La scure si schiantò a terra con un tonfo, dopodiché accadde tutto
in un lampo: Zeus si avventò su di me per tempestarmi di pugni, ma
io fui più veloce e gli feci uno sgambetto. Non intendevo
assolutamente ucciderlo, e a dire il vero non so proprio cosa
intendessi fare in quel momento. Il capitano perse l’equilibrio
cadendo a terra, e subito dopo fui investita da grandi schizzi di
sangue.
Aprii gli occhi e osservai il cadavere. Shogen era caduto con la
testa proprio sopra l’ascia, e ora giaceva immobile sul pavimento.
Prima che avessi il tempo di fare qualsiasi cosa, la porta della cabina
alle mie spalle si aprì, rivelando Dominic che mi tendeva la mano per
potermi aiutare a rialzarmi.«I miei più sinceri complimenti, cara esaminanda.
Vieni dentro e siediti, tutto ti sarà chiarito.»
La voce di Dominic era soave, cristallina, sincera. Sebbene lo odiassi
e disprezzassi con tutta me stessa, ubbidii alle sue parole quasi
involontariamente. Entrambi sedemmo l’una di fronte all’altro
nell’unico tavolo all’interno della cabina del capitano.
«Tu hai superato l’Esame, cara fanciulla. Vedi, questa nave è stata
maledetta tanti, tanti anni or sono; ogni dieci anni ha bisogno di un
nuovo capitano, e fino a pochi minuti fa ero io. La Dama Smarrita
viaggia sul fondo più oscuro dell’oceano alla ricerca di anime,
anime, anime. Tutti coloro che muoiono in mare tornano qui, a bordo
di questo transatlantico e, ogni dieci anni, esso sale in superficie per
eleggere il suo capitano. Il modo con cui lo fa l’hai appena vissuto
sulla tua pelle. Le mie felicitazioni, capitano Ashley Ross.»
Dominic si alzò in piedi con aria solenne, guardò il soffitto e… si
dissolse pian piano come polvere nel vento. Un rimbombo devastante
si sprigionò per tutta la nave, e immediatamente l’intera struttura
galleggiante fu invasa dall’acqua.
Morii in pochi secondi, giusto il tempo necessario affinché i miei
polmoni si riempissero di liquido senza più spazio per l’ossigeno. Fu
una morte dolce, silenziosa, e le tenebre circondarono tutto ciò che
mi stava intorno.
Quella ero io, la giovane Ashley Ross, prima di diventare
capitano della Dama Smarrita. Ora potete trovarmi qui, a bordo del
transatlantico mentre solco il buio fondale oceanico dando ordini al
mio equipaggio di uomini pallidi, magri e sorridenti. In questo
momento sto tenendo la mano di mio padre, ma vicino a me ci sono
anche Veronica, Joe e Roberta. Non so dove sia finito Philip Shogen,
né mi interessa saperlo, ma a bordo non l’ho mai visto. Tutti i
passeggeri mi fanno i complimenti per come dirigo la nave, e mi
sono resa conto che anche i miei familiari sono diventati come loro.
Passeggeri. Ospiti.
Ospiti di una nave fantasma, ospiti di un transatlantico maledetto
che vaga per l’eternità raccogliendo le anime di tutti coloro che
perdono la vita in mare. Altri ospiti che entreranno a far parte della
meravigliosa e mastodontica Dama Smarrita.
Potete trovarmi proprio qui, nella cabina del capitano o sul ponte
di prua, e se volete salutarmi passate pure, senza timore.
Ogni dieci anni però, mi raccomando.

IL MARE IN TASCA di Ida Giugnatico, Paola (CS)


La pioggia batteva forte sull’impermeabile giallo di Brizio e lo sciabordio delle onde agitava la sua barca di qua e di là, in mezzo al mare. Altri al suo posto sarebbero stati agitati o nervosi, ma lui no. E del resto il maltempo era stato annunciato dal bollettino meteo di quella mattina. Brizio era solito seguire il ritmo del mare in ogni sua variazione e ripetizione, come un danzatore si lascia attraversare dalle note sulle quali sta ballando.
«Chissà che riuscissimo a salvarci le chiappe anche stavolta!» - imprecava suo fratello dall’estremità della barca.
Enzo nella vita faceva l’impiegato contabile. Passava le giornate in ufficio tra le scartoffie e questo, a dire il vero, gli piaceva molto: era stato sempre un tipo mansueto di carattere, odiava gli imprevisti ed adorava pianificare ogni cosa. Quel pomeriggio aveva litigato con la moglie Mirella, e, come tutte le volte in cui si prendevano a male parole, aveva chiesto al fratello se poteva accompagnarlo a pescare. Brizio aveva quarantacinque anni e da quando ne aveva sedici faceva il pescatore a Santa Maria di Leuca. Non si era mai sposato, nonostante molte ragazze gli avessero fatto il filo quando era poco più che ventenne. I capelli brizzolati, gli occhi di un bellissimo grigio con delle striature azzurrine, le labbra strette e scure.
Dopo un’oretta smise di piovere. Le nuvole lasciarono il posto alla luna, che si faceva spazio timidamente, illuminando i volti dei due fratelli. Le luci della Marina di Leuca tornarono a brillare ridenti e indisturbate sulla costa. Era uno spettacolo bellissimo vederla da lì.
«Che è successo stavolta tra voi?» - chiese Brizio al fratello.
«Niente di grave… Mirella dice che passo più tempo in ufficio a fare gli straordinari che a casa… Sta sempre a lamentarsi..»
«Un po’ ha ragione però eh!»
«Senti chi parla! Certe volte ti invidio, non ti sei mai voluto accasare, ma prima o poi dovrai smetterla di pensare solo alla tua barca… dovrai scendere sulla terraferma e allora ti accorgerai che la vita vera è un’altra».
Ogni volta che Enzo gli rimproverava di aver pensato solo alla sua Iulia, evitava di rispondergli. Si avvicinò all’orecchio la conchiglia appesa alla sua collana e, con l’orecchio teso, ascoltò quel suono misterioso e profondo. Era una musica dolce, ma al tempo stesso lo inquietava. Lo ammaliava come il canto della sirena Leucasia, che secondo molte leggende trovò rifugio in quegli antri rocciosi.
«In tutti questi anni non mi hai mai detto perché sei così legato a quella conchiglia...» chiese Enzo a Brizio.
«É una vecchia storia...»
«Hai tutto il tempo di raccontarmela però. Ci vorranno ore prima che qualche pesce si decida ad abboccare».
Era una giornata settembrina del 1978 e Brizio se ne stava accovacciato ad osservare una lucertola che prendeva il sole su una pietra in un piccolo ruscello, che tagliava l’orticello di casa sua. Come tutti i bambini della sua età, da ogni cosa che aveva intorno, anche la più piccola, riusciva a tirarne fuori una storia. Quanti stimoli gli offriva quello stupendo paesaggio! Ed ecco che da una nuvola veniva fuori la storia di un fante, da una formichina che trainava un filo d’erba un trampoliere… tutto era una bellissima storia... infondo che cos’è la vita se non un insieme infinito di storie? Alcune reali, altre inventate, altre belle, altre brutte.
«Mamma, se la lucertola cade dalla pietra dove va a finire? Sotto c’è l’acqua» - chiese Brizio alla madre Rosetta appena la vide sul porticato, con la cesta del bucato in mano.
«Nel mare va a finire tesoro, e dove sennò?»
«Mi ci porti mamma?»
«Chiedi a tuo padre Brì».
È incredibile come un bambino viva immerso nell’immanenza. Per lui la vita è tutta lì, ed è solo nelle cose che ha davanti. Non c’è un oltre, non c’è un dio, e, probabilmente non c’è un tempo. E chissà cosa prova quella lucertola, stesa su una pietra così piccola, su un continuo fluire di acque sotto di lui. Per un adulto immerso nel tran tran della sua vita quotidiana essa è invisibile. Ma per un bambino no.
Brizio al mare non c’era mai stato. Eppure non era lontano. Distava da loro una decina di chilometri, ma raramente a casa di Brizio c’erano giorni liberi per andarci. Di domenica sua madre andava a raccogliere origano e ghiande, che poi rivendeva per pochi spiccioli; mentre il padre faceva piccoli lavoretti come idraulico spostandosi nel paese con la sua cassetta degli attrezzi. In più nessuno in famiglia sapeva nuotare e Brizio non chiese mai al padre di portarlo al mare, sapeva già quale sarebbe stata la sua risposta. C’erano cose più importanti a cui pensare, come il mutuo da pagare.
«Da che parte si va per il mare?» - domandò due giorni dopo al vicino di casa, un signore anziano che a Brizio stava simpatico soprattutto perché non faceva mai troppe domande, anche quando sentiva odore di marachelle.
«Scendi di qua e vai sempre dritto figliolo, quando arrivi all’incrocio delle tre strade prendi quella di sinistra e sei arrivato…».
Si incamminò di buona lena, il passo svelto. Sapeva che non ce l’avrebbe fatta a tornare a casa per l’ora di pranzo, ma non gli interessava. In fin dei conti qualche ceffone gli sembrava il prezzo giusto da pagare per vedere il mare da vicino, ne valeva la pena.
Sarà stato mezzogiorno quando Brizio arrivò in spiaggia. Rimase immobile a contemplare quella immensa distesa d’acqua che aveva davanti per qualche minuto. Poi mise a fuoco tutto il resto. I gabbiani gridavano rauchi, c’erano delle strane piante grasse e con molte spine che spuntavano di qua e di là e parecchi mucchietti di alghe sulla riva. Sugli scogli c’erano degli uomini che pescavano, altri invece sbrigliavano le reti. Nonostante la stanchezza che avevano dipinta sui loro volti, le loro voci erano concitate ed allegre.
Chissà cosa ci trovavano loro di tanto bello, nel mare.
Si tolse le scarpe per sentire i granelli di sabbia solleticargli le piante dei piedi. Corse verso la riva, gli occhi chiusi, i polmoni pieni dell’odore pungente di salsedine. Riaprì gli occhi solo quando i suoi occhi incontrarono una forma nuova.
Prese quella strana cosa tra le mani. Sembrava una pietra, ma era molto più leggera. Era lunga più o meno quanto il suo pollice, ma sotto aveva un forellino e aveva dei bellissimi colori cangianti: il verde pallido confinava con il marrone tenue, fino a chiudersi in gradazioni di rosso. Se la rigirò tra le mani, pensoso.
«Sai che cos’è?» - gli disse un pescatore avvicinandosi.
«Una strana lumaca signore… una lumaca di mare»
«Ah, ah… questa è bella!» – il pescatore non smetteva di osservarlo incuriosito e le labbra gli si aprirono in un profondo sorriso – «è una conchiglia, ragazzo!»
«Una conchi… conchi ché?»
«Conchiglia, conchiglia... di un po’, non ne hai mai vista una eh?»
«No signore…»
«Sai cosa ha di bello una conchiglia?»
«Veramente no…»
«Cosa ti piace del mare ragazzo?»
Brizio rifletté. Non lo sapeva ancora cosa gli piaceva del mare. Ci era arrivato solo per il gusto di sfida e di scoperta.
Rimase in silenzio un attimo, poi disse: «Non posso vederne la fine signore»
«E ti piace per questo?... a me fa paura proprio perché è troppo grande!»
«Signore ma allora cosa ha di bello una conchiglia? Non mi avete risposto prima»
«Ah però! Vedo che non ti sfugge nulla, ragazzino! Appoggiati questa conchiglia all’orecchio e dimmi cosa senti» - Brizio obbedì.
«Cosa senti?» disse dopo un minuto il pescatore
«Il mare»
«Ecco perché adoro le conchiglie, c’è tutto il mare qui dentro… Il rumore del vento che fischia forte nelle orecchie quando ti trovi sulla barca d’inverno, la risacca del mare… è una musica talmente profonda e misteriosa che non l’ho sentita suonare da nessun musicista in vita mia»
«Posso portarmela a casa, signore? La conchiglia dico» - disse Brizio osservando ammirato prima il pescatore, poi la conchiglia.
«Certo ragazzo. Te l’ha regalata il mare».
Brizio si mise subito in tasca il piccolo guscio, quasi temendo che qualcuno potesse portargli via quel tesoro che aveva appena trovato.
«Voi siete fortunato signore. Non avete bisogno di conchiglie. Lo sentite tutti i giorni da vicino il mare»
«Hai ragione ragazzo. Quando mi sento solo mi basta venire qui per dimenticare tutto. Mi metto sulla mia barca e prendo il largo… Non immagini nemmeno quante cose belle ho avuto la fortuna di vedere… Certo, non ho una donna, non ho una famiglia. Ma ho il mare, è tutto ciò di cui ho bisogno. Il mare è la mia vita, la mia donna, la mia famiglia»
«Da grande voglio essere come voi signore»
«Ah ah! un vecchio lupo di mare come me! È la prima volta che mi sento dire una cosa simile»
«Toni è ora! Andiamo!» - un altro pescatore richiamò al lavoro il nuovo amico di Brizio. La barca stava per lasciare la riva.
«Adesso devo andare, arrivederci ragazzo! Che Dio t’assista!».
Da quel giorno Brizio capì che la sua vita sarebbe stata il mare. Voltando le spalle a quella immensa distesa d’acqua capì che non avrebbe più potuto farne a meno. Corse felice verso casa. Adesso aveva il mare in tasca.