martedì 28 febbraio 2012

SULLA SABBIA di Ivano Mingotti, Desio (MI)


E' assordante.
E' assordante quella merda di musica.
E dire che mi sono preso una settimana solo per rilassarmi. Rilassarmi e basta. Una cazzo di
settimana di vacanza.
E invece mi ritrovo qui, sulla spiaggia.
Da solo.
Sotto la luna, mentre a qualche decina di metro quella fottutissima discoteca spara le sue maledette
casse su per il culo della gente.
Basta, basta.
Ho le orecchie che mi fischiano, non ne posso più.
Le orecchie che mi fischiano e, per di più, il culo pieno di sabbia.
Ma chi me l'ha fatto fare.
Chi me l'ha fatto fare di accettare.
Io che volevo una vacanza tranquilla.
Magari coi miei, sì. Ma chi se ne frega.
Non è certo indispensabile andare ''a caccia di figa'' come dicono loro.
Come dicono i miei amici.
Già, gli amici.
Saranno dentro quella fottuta discoteca a sbavare per qualche minchiona.
Qualche minchiona che gli gira attorno facendogliela annusare.
E a fine serata avranno speso tutti i loro soldi in drink e pasticche.
Senza concludere una beneamata fava.
E domani, domani sarà lo stesso.
Domani vorranno la stessa, identica cosa.
La caccia, la figa.
E otterranno lo stesso maledetto risultato.
Dio, Dio quanto li odio.
Ma perchè li ho seguiti, perchè?
Chi me lo ha fatto fare?
Ho sempe avuto pessimi gusti a scegliere gli amici.
Forse ho scelto determinate persone solo per sentirmi meno escluso.
Meno fuori dal gregge.
E questo il risultato.
Io, al freddo, sotto la luna.
Su questa fottutissima spiaggia, solo.
Il mare, le stelle.
La sabbia che mi entra nel culo.
Le orecchie che fischiano, fischiano e rimbombano.
Casse di merda.
Guardo il mare.
Non posso fare altro che questo.
Il mare.
Almeno questo.
Avessi fatto il bagno una volta.
Una sola volta, da quando sono qui.
No, dovevo seguire loro.
E rimanere sveglio fino a tarda notte. Seduto sui divanetti a guardare gli altri ballare.
A commentare la prima ragazza che passa, sorseggiare il drink.
Venire storditi dalla musica e dalle luci. Rimanere immobili, fare quattro passi in pista.
Cercare di dimenarsi, mentre tutti ti schiacciano, tutti ti spingono, tutti ti soffocano.
Ti strozzano.
E il tuo fottuto drink si rovescia, mentre cercano di sgusciarti intorno.
No, no.
Dannazione no.
Oggi non potevo sopportarlo.
E alla prima occasione, me ne sono andato.
Alla prima.
Si staranno chiedendo che fine ho fatto.
Nemmeno troppo, secondo me.
Non hanno notato quando sono sgusciato via, urlando più volte permesso.
Non hanno notato quando sono stato spintonato, gettato a terra.
Quando mi sono tirato fuori con la forza della disperazione.
Con le lacrime agli occhi per la disperazione.
L'umiliazione di essere nel posto che odi e non riuscire a uscirne.
Ma in fondo, a loro che importa. Loro si divertono.
Là, là in mezzo.
Tra gli sguardi che non ti guardano e gli spintoni.
Tra le stesse urla, gli stessi schiamazzi, la stessa musica. Ogni sera. La stessa identica cosa ogni
sera.
Con la stessa gente, gli stessi posti, le stesse facce.
Le stesse espressioni e gli stessi eventi. Ogni sera.
Ogni sera, lo stesso copione.
Ma a loro, in fondo che importa.
L'obiettivo è la caccia.
La caccia, null'altro.
Il mare mi scroscia nelle orecchie.
Mi bagna il tallone. Schiuma.
Come quando spilli una bella birra. Fresca.
Fresca, quando ti bagna le labbra. Quando senti i brividi scorrerti sulla pelle, fermarsi per un attimo
e poi ripartire al prossimo sorso. Alla prossima onda, la prossima schiuma.
Guardo la luna riflettersi sull'acqua.
Deformata, tra le piccole increspature.
Bianchissima.
E questo bellissimo silenzio rovinato da quella musica di merda.
Basta.
Mi volto. Verso sinistra. L'isola che si getta nel mare.
Un lungo braccio di spiaggia, bianchissimo, interminabile.
Per chilometri e chilometri.
La baia. La sabbia bianca, qualche casa.
Le palme.
E poi il nulla, il buio. Il rumore del mare.
Quelle casse assordanti.
E il culo pieno di sabbia.
Fanculo.
Fanculo loro e questa vacanza di merda.
Devo muovermi.
Devo fare qualcosa, devo.
Non posso restare qui a sprecare gli ultimi momenti.
A buttare ancora la mia giornata a stramaledirli.
A stramaledire loro e la loro maledetta prassi.
No, basta.
Io vado.
Vado. Là. Dove non so, vado e basta.
Mi sollevo. Scuoto il mio grosso culo con le mani, cercando di fare uscire la sabbia, e vado.
Verso l'ultimo lembo di terra all'orizzonte.
Spiaggia a non finire.
Affondo i piedi nella sabbia.
Cammino.
A fianco a me il mare.
La musica della discoteca sempre più sottile, sempre più sottile.
Lieve fino a sparire alle mie spalle.
Davanti a me il buio.
Il mare.
La sabbia.
E continuo ad affondare i piedi, ancora, ancora.
E più mi allontano, più la luna diventa l'unico lampione.
L'unico faro.
Bianchissima.
Sul mare.
Onde.
Silenzio e onde.
I miei passi sulla sabbia.
Acqua che mi bagna i piedi.
E onde.
E avanzo.
Ancora e ancora e ancora.
Per chissà quanto.
E' come quando cominci a nuotare. Verso il largo, sempre di più, sempre di più.
E poi ti volti, avendo paura di essere troppo lontano. Di non riuscire a tornare a riva.
E vedi gli ombrelloni lontani.
Il tuo, quello dei vicini.
Il porta vivande, minuscolo, lontano.
E torni indietro a fatica, lo fai col terrore.
Perchè potessi, andresti avanti. Ancora avanti.
Io non mi giro.
Io continuo.
Schiaccio la sabbia coi piedi.
Morbida.
Soffice.
Sento l'acqua fredda bagnarmi le dita.
E guardo la luna.
L'orizzonte.
La baia.
Nient'altro.
Avanti.
Ancora, ancora.
Le stelle.
Il buio.
Più avanzo, meno vedo.
Non che mi importi molto, per carità. Non me ne importa niente.
Non riesco a trovare un motivo valido per cui dovrei tornare.
Sì, sono stanco.
Sì, sono solo. E quindi?
Chi si spingerebbe fino a qui? Per farmi cosa?
Sono solo, appunto. E non c'è nulla di meglio.
Sono libero.
Respiro, sorrido.
E vado avanti. Ancora, ancora, ancora.
E pensare che questa spiaggia è così bella.
E abbiamo sempre vissuto tra il villaggio e la discoteca.
Non abbiamo percepito nulla. Non abbiamo mangiato, annusato, tastato niente di quest'isola.
Niente. Abbiamo vissuto solo quel che ci siamo portati dietro.
Le idee di questo posto. Nient'altro. Lo sballo, la discoteca, la figa.
Basta.
Invece il mare è così bello. Così calmo.
Penso quasi di entrarci. Ma cammino. L'acqua è fredda, troppo fredda. Preferisco andare avanti.
Sento che più in là mi aspetta qualcosa.
Più in là.
Non so come spiegarlo. E' come quando un artista prende una tavolozza e si mette davanti alla tela.
E sta per creare un capolavoro, lo sa bene.
Lo sente, lo sente pienamente.
Ma non lo fa, non lo fa ancora.
Resta a guardarla, respira.
Lascia il suo cuore battere, annusa l'aria.
L'odore di tintura, di legno, di alcool e olio.
Ma non fa altro.
Osserva e basta.
Aspetta solo il momento giusto.
Io cammino. Cammino, respiro e annuso.
E lascio il mare sporcarmi i piedi.
Fino all'orizzonte.
Là, là in fondo.
Che mi aspetta là?
Mi sono perso.
Mi sono perso per un attimo nei miei pensieri.
Non capivo più dove fossi, chi fossi.
Un black out. Un black out nel buio.
Ho perso la percezione.
In questo mare di assoluto silenzio e spiaggia e piedi e onde e luna.
Ho perso coscienza.
Mi è sembrato di essere in un sogno.
Un sogno opaco, caldo.
Avvolto in una coperta, stretto, immobile.
Eppure cammino, cammino ancora.
Fino a là, là in fondo.
Là.
Che Dio mi fulmini, là.
Là, un'ombra.
Una sagoma, una persona, qualcosa.
Là. Là c'è qualcosa.
E non mi fermo. Non mi fermo, anche se ho paura, no.
E' arrivata fin qui, come me. In fondo la ammiro, la rispetto.
Ma chi è, chi è, cosa ci fa qui?
E avanzo, avanzo schiacciando altra sabbia.
E altre onde, altre onde e altra luna.
No, non può essere una persona.
E per un attimo aguzzo la vista, procedendo.
Aguzzo la vista, per capire se non mi sbaglio.
Così lontano, in mezzo al nulla, non può essere una persona.
Strizzo gli occhi, li strizzo forte.
Cercando di smentirmi, di dire che ho torto.
Hai torto, dannazione hai torto. Non avere paura, procedi.
Calmati cuore calmati. Non rimbombarmi nelle orecchie.
Silenzio, voglio silenzio.
Non tremare, non tremare.
E mi sento umido, umido e freddo.
Umido come il mare mentre procedo.
E non può essere, non può essere una persona.
Ma lo è.
E mentre mi avvicino, ne ho la certezza.
Una persona.
Qui.
In mezzo al nulla.
E cosa devo fare?
Cosa devo fare, salutarla? O tornare indietro?
Magari è un malintenzionato, magari abita qui intorno.
Un covo, chissà cosa. Una baracca di clandestini, una barca. Qualcosa.
O forse è solo come me.
Come me.
Lontana da tutto, nel silenzio.
Davanti al mare.
Davanti al mare, coi piedi stesi verso le onde.
Davanti al mare, sotto la luna, il culo nella sabbia.
E gli occhi al cielo, gli occhi al cielo e i capelli lunghi.
Lunghi sulle spalle, splendidi.
E' meravigliosa.
Meravigliosa.
E più mi avvicino, più la sento parte di me.
Un mio doppio, un mio simile.
Lontano, lontano da tutti.
No, non tornerò indietro.
No, il chiasso della discoteca e gli amici morti di figa no.
La saluterò.
La saluterò e magari comincerò a parlare.
E magari sentiremo il silenzio insieme, stesi nella sabbia.
Sì, sì, ho deciso.
La saluterò.
Non c'è nessun pericolo, non qui.
E lei è troppo bella per essere pericolosa.
Sotto la luna, coi piedi stesi nell'acqua.
Stesi nell'acqua.
E sono vicino, vicino.
Un passo avanti all'altro, affonda nella sabbia.
Sono vicino, sotto la luna, le onde sui miei piedi.
Acqua fredda e silenzio. Silenzio, scrosciare, cuore che batte.
Sono dannatamente vicino.
Salutala.
Salutala su.
Vicino.
I miei piedi. I miei piedi vicino a lei.
Lei, stesa verso il mare. Stesa verso le onde.
Ma, un momento. I suoi piedi.
Non ci mette molto.
Non ci mette molto ad accorgersi di me. No.
Sono fatte così. Sono fatte così, penso.
Steso sulla sabbia, la mano intorno al collo.
Le onde portano via il mio sangue, un pò alla volta.
Il resto bagna la soffice polvere di quest'isola.
La stringo nell'altra mano, mentre guardo il cielo.
La luna piena.
Il mare.
Mentre sento il mio cuore pompare il mio sangue.
Il mio sangue fuori, sulla sabbia.
Mi ha morso. Mi ha morso al collo.
Ma d'altronde sono fatte così. Sono tutte fatte così, le sirene.
Bellissime.
Bellissime e letali.
E mentre muoio, penso ai suoi capelli.
Ai miei amici che ballano in discoteca.
Al rumore assordante delle casse.
E mentre muoio, mentre le onde si portano via il mio respiro, guardo le stelle.
E annaspo, tentando di respirare.
Morirò qui, su questa spiaggia.
Morirò qui, maledizione.
Vorrei aver la forza di piangere.
Morirò qui, stringendomi il collo.
Avrei tanto voluto farmi un bagno.

2 commenti:

  1. Divertente, a tratti brillante. Forse in alcuni punti poco immediato, troppo carico. La critica ai coetanei è ben esposta ma si dilunga troppo.
    Perché cavolo hai dovuto rovinare tutto con quella sirena vampiresca?

    N.M.

    RispondiElimina
  2. perchè il genere di questo racconto è più o meno horror..e l'idea era quella dall'inizio :)

    RispondiElimina