martedì 16 ottobre 2012

RICORDI DI MARE E DI VELA di Giancarlo Basile



Pubblicato il nuovo libro di GIANCARLO BASILE



Presentato in anteprima al Salone Nautico di Genova è finalmente disponibile il libro di Giancarlo BasileRicordi di mare e di Vela (Editrice Incontri Nautici, 265 pagine, 16 euro). Per l'autore, Comandante della Marina Militare Italiana, skipper con all’attivo vittorie in importanti regate d’altura e collaboratore di vecchia data della rivista Bolina, si tratta del terzo libro dopo il manuale Parola di skipper e il Vocabolario del Velista. Ricordi di mare e di Vela è un'autobiografia, un’appassionata cronistoria di avventure di mare a partire dall’immediato dopoguerra, quando ancora bambino a Polignano a Mare (Bari) Basile si recava al porticciolo di Cala Ponte per apprendere i rudimenti di marineria dai pescatori, fino ai successi ottenuti in importanti regate d'altura. Tra tanti ricordiamo il record alla Giraglia del 1966 che rimase imbattuto per 18 anni e la vittoria nel 1968 della Bermuda-Travemunde a bordo della Stella Polare.
Senza cedere a pathos, autoreferenzialità e nostalgie, come spesso accade nei racconti in prima persona, Ricordi di mare e di vela si caratterizza per una narrazione equilibrata, asciutta, capace di coinvolgere un pubblico vasto, purché appassionato di mare, vela e regate d’altura. Tra le righe abbondano descrizioni tecniche, nozioni di teoria della navigazione e d’arte marinara, nonché tattiche di regata.

mercoledì 5 settembre 2012

Nostimon imar il giorno del ritorno a casa




-portiamo le cose in barca e poi prendiamo una birra... ma...tutto quello ?.
-ci sono pure la cambusa e lenzuoli -protesto
-bravi -sorride
 dopo cena stefano ci aspetta già sull'Elissa e si parte inmediatamente. Rimango con lui mentre
gli altri sono vinti dal sonno. Mi sfotte per l'uso impacciato della barra e mi consiglia di puntare una
stella e tenerla ferma tra le cime e l'albero. Mi lascia e torna con un apparecchio nero che offre al cielo
che in cambio ci dice il nome della stella, Aldebaran.
 Verso le tre e mezza non ce la faccio più a stare in piedi e approfitto del ritorno di Gabriele per
andare a letto.
 Mi sveglia l'odore del caffè appena fatto e il cinguettio della vocina di Pietro. Un bambino duro,
con gli occhi furbi, sei anni circa e tante traversate sul corpo. Mi colpisce la forma del padre di trattarlo
da grande -su, forza, coraggio- e di allontanarlo al minimo acennno di coccola. Si stabilisce tra loro un
intima complicità, quella dei vecchi giocatori di poker, quella maschile dove mamme e fidanzate
difficilmente riescono a entrare.
 Dopo meno di un’ora ci arriva  uno schiaffo di aromi di fico,  origano, basilico di Fano, che
sembra galleggiare sull’acqua come un cappello dimenticato. Il vento ci impedisce di attraccare e
continuiamo a navigare verso Merlera dove restiamo. I tempi non c’entrano niente con quelli a cui sono
abituata, è come se tutto durasse deliziosamente di più, là cullati dall’acqua. Daniele non ha smesso di
sorridere da quando siamo in barca. Dopo due giorni di cucina greca elaborata da albanesi, di tramonti
dal Fiki bar, di tuffi in acqua, di pescare per mangiare, riusciamo ad arrivare a Fano. Andiamo
direttamente da Babis con i vari presenti e lui ci ricambia con le patatine fritte più  buone al mondo.
Babis, l'eremita greco dalla lunga treccia sa che è il mio compleanno e ci offre l'anguria e il prosecco,
mi fa un bell’augurio e ci godiamo il polpo arrosto mentre penelope e rebellaki, i suoi gatti, ci girano
intorno. A volte si siede con noi e parla mezzo greco, mezzo italiano, mezzo inglese e grida
“catastrophi” riferendosi alla situazione dell'isola, della Grecia, dell’Europa. Ridiamo.  Gabriele
mangia poco e parla ancora meno. È un uomo  senza tempo, è Argantonio, Alessandro Magno,
Magellano. Ha la durezza degli uomini sensibili.  In barca si muove agile e audace tra le cime, apre e
chiude randa e genoa, andare in mare in fondo è una conversazione col vento, un gioco, un tirare su e
giù vele e corde ed aspettare le  risposte, sapere prendere l'onda,  un’arte in cui tecnica e urgenza
diventano una cosa unica. Quando suona il telefono e si allontana discretamente so che parla con Lucia
e quando la nomina gli brillano gli occhi. L'altro amore è l'Elissa. Quando chiedo di lei mi porge un
libro destinato a soddisfare la mia curiosità ma rimane fregato perchè mi serve solo da spunto per
seppellirlo di ulteriori domande. Resta chiaro che è stata Elissa a scegliere lui, che puzzava già di vita
quando l’ha trovata, che c’è del mistero intorno. La tratta come si tratta la donna che si ama. Per quello
è una sorpresa quando al ritorno mi sporgo per vomitare e oltre a un rimprovero lontano di Stefano, sento il peso del suo corpo che mi butta in ginochio sulla coperta e mi ferma ferreo con le braccia
lasciando la testa in avanti. -Ora vomita quanto vuoi, e la prossima volta non te ne fregare niente della
barca, in un niente cadi fuori bordo-. Detesto vomitare su questa barca che ci ha accolto cosi generosa
nella sua enorme pancia da mammifero, eppure sono fuori gioco. Il mare è incazzato nero. Stefano e
Gabriele sanno starci dentro senza battere ciglio come due adolescenti abituati ai cazziatoni degli adulti.
Mi spavento perchè non trovo più Daniele e quando mi giro con difficoltà lo vedo verde nel pozzetto di
poppa. Tanti delfini ci passano accanto e decidono di salutarsi saltando in gruppi di tre offrendoci un
meraviglioso spettacolo. Io continuo ad essere ridotta a un ammasso di carne in un angolo. Riesco solo
a scherzare sulla corporeità tra vomito e vomito e affermo che è peggio che partorire. Ridono. Anch'io
rido, perchè in realtà mi sono innamorata di questo cazzo di mare in rivolta, perché non me lo aspettavo,
e perché so che adesso avrò mal di terra finché non ci tornerò.

Pilar Martin Pitto

venerdì 6 luglio 2012

LECCE SBAROCCA di Franco Ungaro




LECCE SBAROCCA alla  Scuola Vela Smaré di Santa Maria di Leuca

con Franco Ungaro, Maria Occhinegro, Antonio De Mitri e le letture di Fabrizio Saccomanno


20 luglio 2012 ore 20.30
Smarè Scuola Vela – Via doppia croce, S. Maria di Leuca

 Nel cuore di Santa Maria di Leuca, immersa nel verde all'interno di un canale naturale ricco di vegetazione e con accesso diretto al mare, sorge Smaré Scuola Vela, un'associazione sportiva, un gruppo che coniuga la passione per il mare e la vela insieme a quella per la cultura.
Ed è proprio in questa splendida cornice, che venerdì 20 luglio alle ore 20,30 (INGRESSO LIBERO) Franco Ungaro presenterà il suo libro LECCE SBAROCCA (Besa editrice) insieme a Maria Occhinegro, docente e critica e Antonio De Mitri, scrittore mentre Fabrizio Saccomanno, attore di Koreja, leggerà alcuni brani significativi tratti dal libro. A seguire aperitivo con degustazione di vini gentilmente offerti dall’azienda vitivinicola Candido di Sandonaci (Br)

[…] Si parla di Lecce, dichiara Goffredo Fofi nella postfazione del libro, di quel pezzo di Salento fatto di sole e ombra, di guglie e di bassi, di broccati e stracci, di leccornie e friselle. Di carrozze e di fruste. Di apparenze e sostanze […] una Lecce che ha atraversato i secoli e si trova, disarmata e provinciale, davanti alle sfide della globalizzazione. Franco, sostiene ancora Fofi, non ha chiuso gli occhi sull’incerto, sull’ambiguo, il brutto, ma lo ha fatto da innamorato esigente […]

Un po' autobiografia, un po' romanzo e un po' cronaca teatrale, Lecce Sbarocca sorprende per la ricchezza degli argomenti e specialmente per lo sperimentalismo con cui frammenta il materiale narrativo, lo rimescola e lo aggrega con un piacevole disordine logico-temporale dentro una struttura aperta e mobile.
Storia e cronaca locale, pagine autobiografiche, testi di canzoni, proverbi, aneddoti, raffinate citazioni di poeti e scrittori, pagine di diario, riflessioni sul teatro e sull'arte, memorie di viaggio, racconti d'amore e di malavita a puntate, proposte culturali, italiano e dialetto si susseguono in apparente disordine in questo piccolo zibaldone, ma come le tessere di un mosaico tracciano poco alla volta l'immagine preoccupante di un Sud che non vuole o non sa rinnovarsi. Ancora una volta l'amore-odio per questa terra e questa città anima l'impegno civile e le battaglie culturali di un operatore teatrale di lunga esperienza, conosciuto e stimato in Italia e all'estero, che ancora non si è rassegnato alla logica imperante della mercificazione e del profitto e non è disposto a condividere l'idea volgare e peregrina che "con la cultura non si mangia".

INFO:
Cantieri Teatrali Koreja, via Guido Dorso, 70 – tel. 0832.242000 / 240752
www.teatrokoreja.it

venerdì 22 giugno 2012

FERIAE TUAE, MORS MEA di "TRAP" Mario Trapletti, Roma


Sorbole, cos’è ‘sto casino?! La terra vibra, vibra come se una mandria di bisonti ubriachi stesse ballando il tip tap con gli scarponi da sci. Fosse un terremoto? Devo aspettarmi di essere scosso dai conati di vomito dello tsunami? No, un sisma non dura così a lungo, non ha frequenze sonore così minacciose.
Che giorno è oggi, o Nettuno tridentato Signore degli abissi? Sabato 21 giugno…?  
Primo  giorno d’estate…? PRIMO GIORNO D’ESTATE?!
Per Poseidone scuotitore della terra, il tempo fugge così veloce che non lascia tracce nemmeno sulla sabbia più tenera, e il Sole non riesce a cavarci un’ombra né all’alba né al tramonto. Cullato dalle soporifere maree, quest’anno nemmeno me n’ero accorto, dell’incombere della ciclica tortura. Meccanismo di difesa, lo chiamerebbero i succhia-anima umani: ho completamente rimosso anche il solo ricordo dell’esistenza di parole come ferie, vacanze, Orda di barbari… Come quando, l’avrete presente, le onde cancellano le scritte che gli amanti hanno inciso nella sabbia. indelebili come i loro amori.
Porca paletta e santa Cunegonda, ricomincia come tutti gli anni che Zeus manda in terra: un autentico supplizio della ruota, di una ruota affetta da moto perpetuo. Eccoli che arrivano, come in preda a isterismo collettivo: donne, uomini, gay e ogni altro genere che son riusciti a inventarsi; ricchi e poveri; di ogni razza e colore; belli e brutti; sani e malati. L’Armata Brancaleone del popolo dei vacanzieri. Guardali là, sporchi del loro smog di città, con addosso quella poltiglia di afrori vari e vari profumi da supermercato, e creme protettive e lenitive. Plebaglia!
Arrivano in massa, come greggi veicolate da invisibili cani pastore. Fanno tutti le stesse identiche cose, come marionette telecomandate: urlano, e fanno urlare le loro radio, i loro mangia-CD, le loro televisioni portatili. Calpestano la sabbia senza riguardo, come fosse il pavimento di casa loro; la feriscono con i loro ombrelloni. E poi, poi… AIUTO, MI VENGONO DENTRO!
Tutti al mare, tutti al mare / a mostrar le chiappe chiare!, diceva bene Gabriella Ferri buonanima.
Bimbi, adulti, anziani, alcuni supportati e sopportati da badanti di umore luciferino, perché non possono godersi le amenità della vita da spiaggia (sic!). Tutti, senza distinzione, baccanti in preda ai fumi della salsedine, abbacinati dal miraggio della sana vita all’aria aperta, dei benefici del nuotare in ambiente marino e non nella solita piscina fetida di cloro. E capace che ci credono pure, quei cervelli di medusa. Marasma brulicante di lombrichi bianchicci che strisciano tutti insieme verso… VERSO DI ME!
Le legioni dei vacanzichenecchi è su di me che marciano caoticamente bellicose. Gli ombrelloni, nelle mani di questi donchisciotte da suburra si trasformano in temibili lance e durlindane; lettini e sdraio e materassini diventano per sortilegio farseschi scudi che non li proteggono nemmeno da se stessi.
Mi vengono addosso, mi sciamano dentro con le loro repellenti poltiglie di sudore, creme abbronzanti, puzza di piedi, ascelle in putrefazione, aliti da fossa biologica in abbandono. Scivolano nelle mie acque trepidanti e impotenti; calpestano le mie onde le mie alghe le mie sabbie i miei sassi. Terrorizzano le mie piccole creature, che vivono nel mio grande ventre sentendosi protette e non sanno come difendersi. Non si contano, quando piombano qui gli zombi della città, gli infarti e i collassi.
Si immergono, loro; si rilassano, loro. Rilassano tutto, per dirla fino in fondo: stuprano le mie fragranze con le loro flatulenze; contaminano l’azzurro immacolato delle mie correnti con il giallo paglierino (quando va bene) delle loro urine. I più audaci, i più laidi, si lasciano andare a subacquei amori solitari, confondendo il loro seme con quello dei pesci. Poi dice che l’ospite puzza come il pesce…  Per la barba del dio Nettuno, è il pesce che puzza come l’ospite, per chi conosce i miei ospiti!
Vedete come sono ridotto, io che un tempo cullavo le Nereidi, civettavo con le Potameidi, giocavo a rimpiattino con le Pleiadi, offrivo loro rifugio quando Orione le inseguiva… Io ora vengo profanato dalle emorroidi dei vacanzieri. Turpe macchinazione del Fato, invidioso della mia maestosità, dell’essere io il vero Signore dell’orbe terracqueo. Io, che ho visto nascere dalle mie acque Venere, una bellezza che placava anche le risse fra le più bizzose delle mie onde; io ora godo una sterminata, inesorabile panoramica di trippe femminili degne dell’attenzione più di un Fellini che di un Botticelli. Se la trippa è democratica, io sono un vecchio aristocratico conservatore, perdutamente innamorato del Bello classico. Al punto che - e nessuno, per Zeus Pantocratore, osi mettere in dubbio la mia maschia natura! - io, vinto dalla loro bellezza, stentai non poco a cedere i Bronzi di Riace alla razza degli Umani.
Come compenso che fanno le femmine di quella specie ingrata? Mettono in ammollo qui i frutti dei loro stravizi, della loro depravazione: galleggiano sulla mia superficie seni e posteriori siliconati, tali da ben figurare in un museo della plastica. Trippe organiche e inorganiche! Che schifo, per Tritone! Mi sento, dopo un solo giorno, già tutto appiccicaticcio e fetente, con l’urgenza di farmi una doccia come si deve. Ma questa non è stagione di piogge: Giove Pluvio, invidioso come sempre, non mi è alleato nella mia epica battaglia contro la marmaglia zozzona. Non piove, Olimpo ladro, hanno anche fortuna, quelli!
Se penso che andranno avanti per almeno altri tre mesi a inzuppare le loro miserie nelle mie liquide carni e indifese…
Vacanze, le chiamano; ferie! per loro, mica per me! Dopo centinaia di migliaia d’anni di quieto e sano vivere – giusto qualche disturbo geologico ogni po’ di secoli - m’è toccato aggiungere al mio vocabolario il sostantivo stress. Io, che a Debussy ispirai ‘La mer’. Io, nel quale il Leopardi trovava dolce naufragare! Oggi, solo le petroliere provano gusto a fare naufragio, tanto per guastare la festa a questi vandali delle spiagge. Che ci proverei pure gusto, non fosse che l’olio minerale mi uccide fin nelle fibre mie più profonde, deprime ogni spirito vitale che in me si agita.
Dov’è più Capitan Nemo, impavido cavaliere a bordo dei suo Nautilus, curioso di conoscere i miei misteri, ma ventimila leghe lontano dal violare la mia più intima natura?
Dov’è più quell’Achab che si strugge per Moby Dick di un amore così inconfessabile da costringerlo a organizzarne la caccia perpetua pur di starle sempre vicino? Fino alla morte, come in tutti i grandi amori della Letteratura.
I grandi Capitani oggi sono stati sostituiti dagli skipper, prezzolati autisti di imbelli nababbi che mi sfruttano solo come passerella per pavoneggiare le loro smodate ricchezze e vanità.
Ma al presente… ma i vacanzieri… ma l’Orda… di giorno è uno strazio continuo per le mie carni. E la notte, quando io dovrei dormire cullato dallo sciabordio delle mie onde, vegliato da Luna e stelle, questi vengono in coppie numerose e sparse, non già a dedicarsi ispirati sonetti amorosi, languidi e romantici canti che vanno dritti al cuore. No! vengono qui, sulle mie sabbie, a scopare, come dicono loro con cinica prosa da operatore ecologico.
E come non bastasse, quando hanno consolidato le loro prodezze amatorie, insozzano le mie incolpevoli e disgustate acque lanciandovi quei viscidi palloncini grevi della loro lascivia. Nemmeno i Radicali hanno mai osato tanto su piazza S. Pietro! (Questa frase, tengo a precisarlo, non è certo opera mia, bensì dell’autore, porco eretico. Nota del Mare).
Credete non lo sappia, perché gli umani provano tanto gusto a fiondarsi dentro di me? Perché non di gusto si tratta, ma di istintiva impellenza: essi da me sono usciti, e in me bramano rientrare per tornare nella Casa primordiale. Allo stesso modo che i maschi della specie sempre anelano a tornare nell’utero materno. O in suoi succedanei. Ma io non ce li voglio, nel mio ventre! Non tutti insieme, per lo meno.
Vacanze… ferie…. non vedo l’ora che passino, che riaprano le fabbriche, gli uffici, le scuole, i negozi. Che arrivino l’autunno… l’inverno…
L’inverno, ecco: con la sua solitudine, i suoi silenzi, la sua pace. Come cantava il poeta Ruggeri con struggenti note, vagando solingo sul lungomare di una Rimini novembrina:
“Il mare d'inverno
è un concetto che il pensiero non considera.
E' poco moderno,
è qualcosa che nessuno mai desidera.”

Inshallah!

domenica 10 giugno 2012

TI RACCONTO IL MARE: i vincitori della prima edizione



Il racconto vincitore della prima edizione del concorso di narrativa "TI RACCONTO IL MARE", organizzato da "Smarè Scuola Vela" e "Salento Factory", è: 

RADICI di Mariagrazia Nemour, Borgiallo (TO)



RADICI ha vinto
per aver saputo trattare un tema attuale e di cronaca con una grande umanità e attraverso l’uso di una scrittura lineare, incisiva e mai banale, priva di formule stereotipate sul mare.






Secondo classificato:
LA VOCE DELLA SIRENA di Angela Maria Amico, Caltanissetta



LA VOCE DELLA SIRENA vince
Per l’originalità della storia e l’atmosfera degli ambienti e dei paesaggi, che sembrano familiari anche a chi quei luoghi non li ha mai visti.



I vincitori saranno presto contattati dagli organizzatori.
Grazie di cuore a tutti gli autori e ai lettori di questo blog.



venerdì 1 giugno 2012

Quarantadue autori per il concorso "Ti racconto il Mare"

Sta per concludersi il nostro lungo viaggio nelle emozioni che ci avete regalato permettendoci di guardare il mare attraverso i vostri occhi.
Un numero così grande di autori non ce lo aspettavamo e non sapevamo nemmeno che, leggendo i vostri racconti, saremmo entrati, un pò, nelle vostre vite.
Siamo davvero felici.
Adesso a noi rimane il compito più difficile, quello di dover decidere a chi assegnare i premi in palio.
Inutile dire che la scelta, non decreterà il racconto più bello ma solo quello che a noi avrà suscitato più emozioni.
Abbiamo dieci giorni per rileggere, riflettere, decidere e... sognare ancora, con le vostre storie, con voi.
Grazie a tutti



SCRIVERTI di Sara Malpetti, Varese


Mi è sempre stato detto che di notte l’acqua del mare è calda e morbida e che infilarvi dentro un piede è come sentire un piacevole solletico sulla pelle.
A Buolouris, di notte, l’acqua del mare è fredda.
A piedi nudi, con le scarpe in mano, sono entrato lentamente nel mare fino a quando l’acqua arrivava alle mie ginocchia. Speravo di sentire quel solletico caldo, di rabbrividire dolcemente dentro me, ma soltanto un tremore freddo ha percorso il mio corpo.
Sono stato qualche secondo con le gambe immerse in mare, immobile. L’acqua mi accarezzava.
Poi ho iniziato a camminare.
L’acqua scivolava tra le dita dei miei piedi. La guardavo. Era limpida.
Ho provato a calpestarla ma non ci sono riuscito. L’acqua si muoveva dolcemente sopra i miei piedi, mentre io continuavo a guardarli –i miei piedi nudi, che si muovevano in quell’acqua salata di mare.
Guardavo i miei piedi accarezzati dall’acqua. E pensavo a te.
Sulla sabbia umida, fuori dall’acqua, i miei piedi lasciavano orme. Mi sentivo leggero. Leggero e libero.
Ho camminato sulla sabbia ascoltando il rumore del vento, il rumore del mare.
Ho respirato il profumo di pace, il profumo dell’acqua che sapeva dei tuoi occhi.
Ho pensato a te. Il tuo nome mi è stato urlato nella testa.
Ora tutto è finito. Tutto mi è scivolato sulla pelle come l’acqua del mare sui miei piedi, e si è allontanato da me.
La tua voce calma, la tua vita senza me. Tutto è passato.
Non importa. Ormai sei soltanto un ricordo.
Ho inseguito le onde calme del mare, camminando. Un passo, poi un altro sulla spiaggia umida.
Sapevo che l’onda che mi bagnava i piedi forse non me li avrebbe bagnati mai più, forse sarebbe stata sommersa da un’onda più veloce, catturata e poi sarebbe tornata indietro nel mare, oppure semplicemente si sarebbe adagiata sulla spiaggia –facendola diventare ancora più umida.
Non importava. Era bello pensarlo.
Un passo più veloce, poi un altro. Ho iniziato a correre verso il mare. Inseguivo quelle onde che continuavano a rincorrersi, che calpestavano la spiaggia umida, che cancellavano le mie orme.
Un passo, poi un altro nel mare. Rincorrevo le onde.
Le rincorrevo, anche se sapevo che mai le avrei inseguite come loro si inseguivano, veloci, imperterrite, sicure.
E continuavo a rincorrerle.
Un passo, poi un altro verso il mare, sempre con la speranza di catturarle, anche solo per qualche istante.
Rincorrevo le onde. Anzi, correvo nelle onde. E le guardavo, le osservavo, le catturavo -e mi ritrovavo a nuotare in un mare di ricordi.

IL MIO PEZZO DI MARE di Samuele Bovini, Villa Pitignano (PG)


Una volta quel pezzo di mare era mio. E io suo.
Adesso sono costretto a guardarlo da quassù, sopra questo
pezzo di ferro che mi fa sentire vuoto e impotente, manco
fossi l’omino di latta del mago di Oz.
Dicono che proprio laggiù, sotto questa scogliera, ci sia
il punto esatto dove si incrociano l’Adriatico e lo Ionio.
Dicono che c’è una sorta di meccanismo rotatorio,
una specie di frullatore subacqueo naturale, che mescola
di continuo le acque dei due mari. Dicono che il senso di
questo grande mulinello cambi con una cadenza fra i sette
e i dieci anni. L’effetto è una sorta di costante dialogo,
uno scambio di nutrienti, sostanze, esseri viventi
che popolano due mondi apparentemente distanti e diversi.
Sembra la metafora perfetta per un mondo perfetto,  un
mondo di pace.
Di sicuro qui c’era la mia, di pace.
Qui ero me.
La spiaggetta, laggiù, di mattina è battuta dalle barchette
che con venticinque euro accompagnano i turisti
più avventurosi. Di pomeriggio cambia la marea e la gente
diminuisce. Fino al tramonto, quando non rimane nessuno,
oppure soltanto i più solitari tra i surfisti. Come lo
ero io. Come lo è lei.
La osservo da più di un mese ormai. Sarebbe bello dire
che trascino la mia sedia a rotelle fin qui almeno  due
volte la settimana perché mi piace guardare lei e rivive-re
le stesse emozioni. Sarebbe ipocrita, non bello.
Vengo qui perché mi manca, perché su quella tavola
vorrei esserci io. Vorrei sentirla io l’acqua in faccia, cadere in
mare, resistere alle onde più inaspettate. Riempirmi gli
occhi di emozioni allo stato selvaggio. Fare un pieno che
dura giorni. Sentirmi gli occhi che si arrossano ma anche
che crescono, fisicamente, per contenere tanta semplice
perfezione e voglia di vivere.
E invece quella tavola non è la mia. Quello non sono io.
È lei. Io sono qui. Ogni volta che ne ho voglia il  mio
amico Andrea, quello che quel maledetto giorno era laggiù
con me, mi accompagna in macchina fin quassù, poi guida
la mia fuoriserie delle sedie a rotelle tra i massi per
lasciarmi qui, nel punto in cui vedo tutto ciò che ho bisogno
di rivedere: il mare, anzi i due mari; il cielo,
che ad essi si fonde con rispetto; le poche e lontane
barche; le rarissime tavole da surf; lei.
Il sole è prossimo al tramonto. Manca poco al momento più
bello.
Dicono che quaggiù, in estate, il mare inghiotte il sole
in due soli minuti. Due minuti.
Io avevo imparato che non appena il sole sfiorava il dorso
dell’acqua, dovevo tornare a riva, prepararmi, e sbrigarmi
a tornare su, sulla scogliera, dove sono adesso.
Il sentiero è ripido, spigoloso, scomodissimo da percorrere
con una tavola da surf sottobraccio. Ma ne vale la pena.
Si che la vale. Sono in pochi quelli come me e come lei
che osano spingersi laggiù; ma quei pochi sanno che poi
laggiù si diventa liberi per davvero.
Lei è tornata a riva. Si è fermata un minuto a riprendere
fiato sul bagnasciuga e poi si è infilata nella spiaggia
sotto la scogliera, scomparendo dal mio campo visivo.
Di solito ci mette tra gli otto e i dieci minuti per sbucare
quassù. Mi piace pensare che questa variazione sia dovuta
non solo al suo livello di stanchezza, ma anche a quante
volte si gira a osservare estasiata questo tramonto irreale
dai colori troppo saturi, come un video musicale.
Mi sbrigo a srotolare la tela che ho sotto la seggiola.
Prendo i colori. Il mio quadro è quasi completo. Questo e
un altro paio di tramonti e ce l’ho. Avrò catturato uno
degli elementi che mi rendevano libero.
In quegli otto o dieci minuti che dipingo, riesco a entrare
talmente in contatto con il mio pezzo di mare che
mi riesco a dimenticare quel vincolo di ferro, plastica e
stoffa che mi tiene bloccato.
Sento i passi. Lei sta per arrivare da giù con la solita
andatura che, nonostante appare stremata, non perde i
tratti di leggerezza e femminilità che lo contraddistinguono.
Valentina è di dieci anni troppo giovane per potermene
innamorare e almeno dieci o quindici anni più
vecchia per poter sentire verso di lei una qualsivoglia
forma di istinto paterno.
Eccola. Il momento perfetto di oggi è distante da me solo
pochi attimi.
Non è ancora sbucata del tutto che già protende la  mano
in segno di saluto; segno a cui segue puntuale il solito
“Ciao”, che lei vorrebbe far uscire squillante ma rimane
irrimediabilmente graffiato dal fiatone.
“Ciao”, rispondo io.
Eccola, sta per guardarmi dritto negli occhi.
L’istante in cui le sue pupille affaticate e grandi entrano
in contatto con le mie, mi raccontano le emozioni di cui
hanno appena fatto il pieno. Me le riversano dentro con
estremo impeto, come se fossero stipate sul cassone di un
camion che all’improvviso aziona il ribaltamento;
allo stesso tempo, però, c’è gentilezza nel suo
gesto, come se Valentina avesse capito di essere
il tramite tra me e il mio pezzo di mare.
Oggi mi pare addirittura che si soffermi un istante in
più indugiare lo sguardo, e ho la sensazione che esso si
faccia più stretto e cupo, come se attraverso di lei il
mio mare volesse chiedermi scusa per quella volta in cui
mi ha tirato giù dalla tavola e mi ha rubato un bel pezzo
di vita.
E io non riesco a lanciargli addosso la mia ira. Anzi, la
mia bocca si incurva in un sorriso genuino, pacato, sereno.
Non penso al pezzo di vita che il mio mare mi ha tolto, no.
Penso ai pezzetti più piccoli che continua a regalarmi.
E lo perdono.  

giovedì 31 maggio 2012

IL PESCHERECCIO SANTA MARIA di Antonio Toma, Maglie (LE)



Erano in prossimità dell’isola di Fano che da Otranto costituisce l’approdo più vicino con le
coste della Grecia. Il peschereccio “Santa Maria”, ormeggiato in prossimità della battigia, taceva nel
buio delle stelle pulsanti nella notte: dall’interno non proveniva il minimo suono e d’intorno, nulla
muoveva, né vibrava, né un uccello in aria, né una nuvola in cielo. I prossimi sarebbero stati gli
ultimi giorni di pesca e la stanchezza si era impadronita dell’equipaggio che, spossato, aveva ceduto
le stanche membra all’abbraccio di Morfeo.
Solo il comandante faticava a prender sonno:  il  più giovane del personale di  bordo, egli
aveva  assunto il comando  poche settimane prima e continuava a chiedersi se sarebbe  stato
all’altezza del compito assegnatogli. Così, pensieroso, si aggirava  in su  e in giù per il ponte
preoccupato, da un lato, di conquistarsi la fiducia dell’equipaggio del quale conosceva poco o nulla,
e dall’altro, per la scarsa quantità del pescato. Con le stive quasi vuote e gli uomini che nel corso
della navigazione avevano diffidato  dei suoi  comandi, si trovava alla stretta  finale:  nei giorni
seguenti avrebbe perciò conquistato la loro fiducia oppure il suo nome sarebbe stato dileggiato. La
tensione  tra i marinai, poi,  era arrivata alle stelle:  uomini resi coriacei dalle continue traversate,
abituati a  lottare con la furia degli elementi, consapevoli del fatto di  poter precipitare  da un
momento all’altro in mare, di scomparire per sempre tra le onde e, ciononostante, messi in uno stato
di prostrazione  per via della prolungata assenza  da  casa. Le prossime  quarantott’ore, dunque,
sarebbero state decisive: nonostante le condizioni del tempo non promettessero nulla di buono, il
comandante decise di levare le ancore di primo mattino.
Fin dalla partenza, uno stormo di gabbiani seguì l’imbarcazione quasi senza sbattere le ali;
volteggiando in ogni  dove e puntando verso il mare aperto, alla fine si ricongiunsero con il
peschereccio, per poi scomparire.
L’imbarcazione continuava a spingersi verso l’orizzonte, ove il cielo forma una linea ideale
con il mare: d’intorno non vi era traccia di terra emersa e quanto più si procedeva al largo, tanto più
il giovane capitano si arrovellava in mille e mille pensieri. Mentre era così assorto, il suo secondo,
notò una frotta di gabbiani che, in prossimità di una secca, si muoveva cambiando continuamente
direzione, segno inequivocabile della presenza di pesci. Il comandante ordinò, quindi, di tenersi
pronti: di lì a poco avrebbero calato  il lunghissimo palamito. La concitazione  cominciò  a
impadronirsi dell’intero equipaggio  che nei giorni passati  aveva inutilmente battuto in lungo e in
largo le coste italiane  sino a lambire  quelle della Grecia, senza  alcun risultato. Se sino a quel
momento ogni giorno trascorso in mare, era parso congiurare contro il giovane comandante le ore a
venire, invece, avrebbero avuto un sapore del tutto diverso.
Improvvisamente  però, si alzò il vento e l’imbarcazione fu costretta a  rientrare. Il mare
agitato rendeva  difficile qualsiasi  avvicinamento alla costa greca e l’imboccatura  dei moli,
avvolgendo di schiuma, rumore e pericolo tutti gli approdi al riparo. Nel momento in cui il vento
sembrò essersi calmato, il peschereccio tentò nuovamente di allontanarsi, ma una tempesta sorprese
l’imbarcazione che fu costretta a dimenarsi tra i flutti, scossa, sballottata, schiaffeggiata dalle onde.
Il cielo e il mare si unirono al punto che non fu possibile distinguere l’uno dall’altro elemento: fu
questione di un attimo e un’enorme massa d’acqua,  accompagnata da chicchi  di grandine grossi
come noci, si abbatté sulla nave.
Come Ulisse e i suoi uomini, dopo aver superato le insidie dell’isola delle Sirene, s’imbattono al
largo delle coste della Sicilia, in Cariddi, orrendo mostro che sconvolgendo l’acqua del mare
terrorizza i compagni di Ulisse (1), allo stesso modo i marinai del peschereccio sconvolti, ridevano e
piangevano, come impazziti, sballottati come birilli, innanzi alla furia dei marosi. Trascinata dalle
onde alte diversi metri, a un certo punto la tempesta parve avere la meglio sulla Santa Maria che,
con lo stridore delle lamiere, aveva dato l’impressione di cedere, lacerandosi.
D’improvviso, com’era sopraggiunta, la tempesta si placò. Il comandante, sebbene il mare
non fosse del tutto calmo, ordinò di calare il palamito. I marinai dopo giorni e giorni di attesa, non
stavano più nella pelle: dopo aver innestato a uno a uno i grossi ami, li fecero scorrere attraverso un
occhiello per stendere la lunga lenza in mare.
Fatto sta che uno di essi, durante le operazioni di pesca, forse per stanchezza o sbadataggine,
rimase impigliato con l’amo  in un braccio. Il poveretto, contorcendosi tra mille spasmi, si trovò
catapultato fuori dal peschereccio e trascinato dalla corrente, urlò con tutto il fiato che aveva in
corpo.
«Maledizione!  Questa è la peggiore sciagura che possa capitare …» – pensò e  sé il
comandante. 
Immediatamente  fu lanciata una cima  per soccorrere il malcapitato. Le operazioni non
furono facili per via del mare agitato. Una volta issato a bordo, il comandante non fu tenero con
l’uomo il quale fu investito dalle parole del superiore che come una furia tuonò:
«Ma  che accidenti ti salta in mente? Armeggiare con quei grossi ami come se fossero
stuzzicadenti? Non hai pensato che ogni azione a bordo  deve essere ben ponderata? Soprattutto
nelle fasi della pesca?».
«Si … ma io veramente … » fece quello.
Il superiore non gli diede il tempo di rispondere, ma a bruciapelo chiese:
«Dimmi, piuttosto, da quanto tempo sei marinaio?».
            «Da vent’anni» fu la risposta.
«E in tutto questo tempo … eh? … non ti è mai venuto in mente  che, con questo tipo di
pesca, basta un nonnulla per cadere in mare, rischiando di annegare?».
«Ha ragione, comandante ….. ma … ma …  dopo  giorni e giorni  di navigazione, i miei
riflessi …».
«Ah,  questa  poi,  è davvero bella!. E gli altri? … Credi forse che non si trovino nelle tue
stesse condizioni? … E soprattutto: non hai considerato che col tuo comportamento sconsiderato hai
rischiato di mandare all’aria giorni e giorni di duro lavoro?».
«Si, ma …
«Basta discussioni».
            E poi, rivolgendosi al resto dell’equipaggio:
           «Sia ben chiaro che, da questo momento in poi, non tollererò più alcuna leggerezza!». 
Dopo questa lavata di testa, utile per stabilire i paletti tra chi comandava e chi era tenuto a
eseguire i comandi, si ripresero le ricerche  per rintracciare  la boa di segnalazione che, nelle
concitate operazioni di  soccorso del malcapitato,  si era allontanata  di  qualche miglio. Con  un
rampino, fu recuperata la lenza tagliata  e agganciata al palamito. Le operazioni  di recupero della
lenza richiesero del tempo.
Intanto il sole, come una palla infuocata, emanava gli ultimi bagliori all’orizzonte e le acque
del mare, che andavano  assumendo  varie  sfumature, dal rosso fiammante a quello più tenue,
finirono per incupirsi.
Nelle ore che separarono quella notte dall’alba del nuovo giorno, il comandante riuscì ad
addormentarsi. Avendo tratto in salvo l’imbarcazione dalla tempesta e recuperato sano e salvo uno
degli uomini dell’equipaggio, consapevole  di avere svolto sino in fondo il suo dovere,  di buon
mattino ordinò di calare il palamito. I marinai erano in fermento; tra l’altro parecchi di essi, in una
sorta di gioco, si sfidarono  a scommettere sul pesce più grosso che, nelle  attese di tutti, doveva
essere di dimensioni non inferiori ai cinque chili. 
All’imbrunire, col verricello si  cominciò a raccogliere la lenza. All’inizio la pesca fu
deludente: soltanto piccoli pesci di passo e squali di piccole dimensioni gettarono nello sconforto
quanti si erano prodigati in quella che avrebbe dovuto costituire il riscatto, la rivincita di tanti
patimenti e sofferenze vissute sino a quei giorni.
«Lo sapevo, lo sapevo» – fece un marinaio – «queste sono acque maledette da Dio e dagli
uomini. Che cosa diranno mia moglie e soprattutto  i miei figli?  Sono  giorni che percorriamo in
lungo e in largo la Penisola senza riuscire a pescare  qualcosa che sia degno di tale nome. Basta,
rinuncio a questo gioco!».
Il poveretto, evidentemente esasperato  da tante ore di navigazione aveva abbandonato il ponte
quando intervenne il comandante che, senza mezzi termini, gli intimò  di riprendere quanto stava
facendo.
«Marinaio, riprendi subito il tuo posto. E non provarci più, altrimenti sarai messo sotto
coperta».
Il giovane capitano avvertiva che quello non era un caso isolato. Il malumore cominciava a
serpeggiare nell’equipaggio; doveva fare qualcosa prima che la situazione a bordo degenerasse. Si
sentì, perciò, di fare un discorso. Chiamati a raccolta quanti erano sul ponte, cominciò col dire:
«Ascoltatemi,  perché  queste saranno le ultime parole  che sentirete pronunciare dalle mie
labbra. Tutti voi avete un bel modo di affrontare le difficoltà della navigazione e l’impetuosità dei
venti e delle tempeste!. Quanti nei giorni scorsi ho avuto modo di conoscere meglio, consideravo
marinai di lungo corso,  abituati alla furia  degli elementi e perciò in grado di  affrontare il mare
grosso che ci ha investito al largo della costa della Grecia. E invece no! All’infuori di pochi, tutti a
disperarsi come agnellini! In quei giorni sembrava di avere a che fare con una ciurma di disperati!
Se non fosse stato  per  un pugno di voi che non  hanno  mai perso  il controllo della situazione,
probabilmente oggi questo peschereccio sarebbe uno dei tanti relitti a giacere nel Canale d’Otranto.
Non nego che anch’io, in passato, ho avuto a che fare con cicloni, trombe d’aria e burrasche; e ogni
volta  ricordo, come fosse oggi, quali pene e tormenti ho dovuto sopportare nella speranza, mai
abbandonata, di vedere spuntare la luce di un nuovo giorno. Ciò che vi rimprovero è che in mare
non bisogna mai perdere il controllo e anche quando la situazione è disperata occorre essere sempre
presenti a se stessi perché la lucidità di uno di voi può voler dire la salvezza di un altro compagno in
difficoltà. Più di qualcuno, poi, al momento del recupero del palamito, si è spinto a maledire queste
acque, lamentandosi dell’esiguità del pescato. Ma non è forse vero che voi tutti e i vostri Padri, da
tempo immemore, hanno tratto sostentamento dal mare, portatore di vita e di abbondanza? Si è poi
detto che il Mediterraneo non è più pescoso come una volta e non nego che ciò corrisponda al vero:
ricordo ancora, come fosse ieri, il tempo in cui, con i miei amici, aspettavo in riva al molo, l’arrivo
dei grossi pescherecci, che preceduti da frotte di gabbiani, rientravano con le stive colme di pesci.
Anche a quei tempi  però,  non tutto ciò che  luccicava, era oro; quante volte capivamo dal volto
segnato e fiero di quegli uomini che  non  sempre  la pesca non  si era svolta secondo le  attese.
Tuttavia, anche allora, non vi era alcun cenno  d’ingratitudine  o livore nei confronti di
quell’immenso custode di civiltà verso il quale la comunità tutta era ossequiosa.
Però adesso dovete credermi,  perché questa sarà la volta buona!  Quella moltitudine di gabbiani
rivela  la presenza di un enorme banco e, a  costo di  diffidare delle comuni  regole applicate in
marineria,  vorrà dire che, quanto è vero Iddio, sono pronto a giocarmi la reputazione di
comandante!  Forza!  Del resto non sono stati recuperati che i  primi metri di lenza! Non bisogna
perdere tempo, dunque, perché ci attende un duro lavoro».
I marinai, sebbene non del tutto convinti dalle parole del comandante, ripresero ad avvolgere
il palamito e, in effetti, dopo una ventina di metri, nel bagliore dei flutti, cominciarono a intravedere
uno spada di almeno quindici chili di peso. Il morale degli uomini cambiò repentinamente, facendo
dimenticare il peso delle fatiche e degli sforzi vissuti sino a quel momento.
«Dai, dammi una mano Pagliara, per tirare su questo bestione».
«Ci vuole un altro raffio» - fece  Del Toma, uno dei più esperti  maneggiatori di
quest’attrezzo a bordo del peschereccio.
L’eccitazione  a bordo  era palpabile.  Gli stessi marinai  che fino a poco tempo  prima  erano parsi
abulici e rassegnati, ridevano sguaiatamente, avventandosi l’uno dopo l’altro sulle prede per evitare
che queste si slamassero.
«Mai visto tanta grazia di Dio» - disse un altro marinaio.
           «Attento a non distrarti; altrimenti sarà molto difficile venire a recuperarti in mare» - replicò
un compagno.
Da quel momento le catture seguirono copiose: lecce, spada, ricciole,  pesci di passo  e  poiché  le
grosse taglie aumentavano una dopo l’altra, allo stesso modo cresceva l’eccitazione a bordo.
L’euforia era tale che i marinai non avvertivano più le ferite alle mani, che sebbene impregnate di
salsedine, parevano anestetizzate. Era una lotta senza esclusione di colpi: da una parte, gli uomini
impegnati, nello sciabordio delle onde,  nel tirare a bordo quei bestioni dalla livrea lucente, dagli
occhi vitrei e dai colori argentei e, dall’altra, questi ultimi che si contorcevano, dimenandosi, scossi
da spasmi di morte. Nel bottino rientrò anche  un calamaro che, una volta addentata l’esca, trovò
riparo sotto la chiglia del peschereccio avviluppandosi così saldamente con i tentacoli, che una volta
issato a bordo, inondò da capo a piedi d’inchiostro lo sciagurato marinaio che per primo l’ebbe tra
le mani.  Nel frattempo, durante le fasi del recupero, un pesante olezzo di sangue e di bile aveva
ricoperto il ponte.
Ciascun marinaio conosceva i  compiti assegnatigli: chi si occupava di ripulire il ponte da
quel fetore nauseabondo, chi era addetto a  eviscerare  e  a  tranciare testa e coda, chi  a spingere
sottocoperta i pesci, chi a riempirne di ghiaccio il ventre, chi infine a provvedere alla sistemazione
del pescato in colonne perfettamente parallele nella stiva.
Nel momento in cui fu recuperata la lenza, il capitano decise che fosse giunto il momento di
rientrare definitivamente in porto, nonostante il malumore di qualche membro dell’equipaggio che
innanzi a tanta grazia piovuta dal Cielo, era disposto a prolungare la permanenza in mare.
Sulla rotta del rientro, il mare tornò a incresparsi, a farsi minaccioso, a incupirsi ma nessuno parve
curarsene nonostante il procedere a fatica del peschereccio a pieno carico.
Fu una giornata memorabile: in sole due ore furono stipate tonnellate di pesce che una volta
sistemate nella ghiacciaia, fecero ritorno al porto di Otranto.
L’orgoglio dell’intero equipaggio fu una spada di oltre cento chili che richiese l’intervento
di quattro uomini per essere issato a bordo.
Quella pesca miracolosa sopravvive nel ricordo di un anziano marinaio, unico testimone
che, ogni sera, sulla stessa banchina del molo di Otranto, con lo sguardo rivolto verso il mare, scruta
l’orizzonte.  Quel vecchio lupo di mare  dall’età indefinibile,  con  gli occhi blu cobalto,  il volto
rugoso segnato dal vento e dalla salsedine, la spalla curva dal trascorrere degli anni, non si stanca
mai di  narrare l’esperienza vissuta a bordo della  “Santa Maria”.  Il suo racconto  si sofferma
immancabilmente sulla “fortuna di aver fatto parte dell’equipaggio di quel peschereccio, ormai
entrato nella storia della marineria” e sul rispetto “tra subalterni e comandante quando era di prassi
dare del “signore”, e non come oggi, dove si è persa qualsiasi forma di considerazione e di stima”.
E, d’improvviso, gli occhi di quell’anziano marinaio si riempiono di un pizzico di nostalgia
e gratitudine, al ricordo di quel comandante dagli occhi chiari, allora neanche quarantenne e della
memorabile impresa a bordo della “Santa Maria”.  

(1) Odissea –Scilla e Cariddi- Libro XII, vv. 253-284.



CARTOLINA DAL MARE di Anna Teresa De Santis, Bitonto


Può mille cose fare il mare, quel tale, che per profondo e vasto quale
appare, sconosciuto mi rimane.  Nel narrare, la biro–barca sento oscillare,
l’onda la sospinge, la incresta e la corrente la prevale. Salastra, a galla,
qualcosa risale: è una prosa diversa di versi da guardare. Miro il mare
incontrare l’orizzonte, in là, di fronte, posso ideare un ponte perché quel
solco non è un monte che l’anima chiede di scalare, soltanto un confine
tracciato e da varcare.
Se di invece, oltre non riuscendo, mi finisse chiusa la vista in quella linea
lontana, come saprei, dico, chi mi ruffiana una visione avuta così tanto
arcana? Supplisco, e così solo posso, spaziando di immaginazione intanto
che delle acque scopro ogni tonale colore. Prosegue disteso il manto del
mare e si funge coperchio del suo stesso fondale. A profondità immersa,
sotto coperta, ogni esistenza è segreta, perduta e dispersa. Da qui nasce
l’anima del soffio vitale che di iodio e salsedine sento spirare. Spuma la
schiuma, si alza il maestrale, mi incanto stupita: che bel contemplare!

DAHUD di Nicola Orofino, Ravenna


Il vento continua impietoso a scaricare acqua in faccia ai marinai: un misto di mare, pioggia e lacrime per la fatica immane a cui gli uomini sono sottoposti. Si sa, quelle tratte non sono mai state oggetto di sicuro rifugio.
Fino a qualche attimo prima, la costa era a portata di sguardo. Ora non si intravede più neanche una luce lontana. L’equipaggio è sconsolato, il capitano privo di qualsiasi inventiva e si crogiola nel suo dolore urlando sul ponte frasi incomprensibili ai pochi che ancora stanno ad ascoltarlo.
Non è difficile immaginare cosa stia per succedere quando le stive si riempiono all’inverosimile nel giro di pochi istanti.
Cessano le urla, incalzano le preghiere, e qualcuno si mette a cantare.
Oh cielo! Chi diamine si mette a cantare con voce talmente soave andando incontro a siffatta ingloriosa fine?
Gaudio celestiale! L’armonia che proviene dall’inumana voce sembra condurre dritti al paradiso. O all’inferno: forse è il demonio che aspetta tutti!
È di sicuro una voce di donna, il capitano non ha dubbi; qualcun altro ha bevuto bourbon e sente il medesimo cristallino canto?
“Ho fatto uno strano sogno.” disse, svegliandosi di soprassalto.
La vecchia signora lo guardò bonariamente, poi gli chiese di raccontarle.
Lui e il suo equipaggio si trovavano a largo delle coste bretoni, allorché la tempesta li aveva costretti a manovre d’emergenza per non distruggere gli alberi: avevano così perduto la rotta e si erano incagliati in una scogliera quasi invisibile che aveva affondato loro la nave. In quel momento, mentre erano tutti prossimi alla morte, gli angeli del paradiso avevano promesso loro la vita eterna accogliendoli con meravigliosi cori celesti.
L’anziana donna si fece seria; tossì, si passò una mano tra i capelli, esitò qualche istante e disse: “Non devi per nessun motivo intraprendere questo viaggio. Vedi, quello che ti è apparso in sogno è un monito del destino e guai a chi osa non prestargli ascolto. Il canto che tu hai indubbiamente sentito era quello di una o più sirene, le quali vi hanno trascinato con loro negli inferi. Devi impedire che questa partenza avvenga!” sentenziò infine.
“Gli uomini hanno una famiglia da mantenere, il viaggio non comporta alcun pericolo conosciuto e non posso ritirarmi dal comando della nave in virtù di un sogno. Non sai da quanti anni navigo i mari e gli oceani? E dovrei preoccuparmi di un tranquillo viaggio nelle acque del Mediterraneo? Suvvia, non farmi ridere! L’avvertimento di stare attento alle sirene è lontano dalle mie preoccupazioni. Grazie dei tuoi saggi consigli, ma un sogno è solo un sogno. E, che Dio ce la mandi buona, stasera la nave salperà. E speriamo che le sirene siano almeno di bell’aspetto, così da risultare cosa gradita per i miei uomini”.
Bevve la sua acqua, o qualunque cosa fosse il liquido all’interno del bicchiere nel suo comodino, poi congedò la donna che aveva iniziato a mormorare qualcosa tra sé.
La navigazione procedeva tranquilla: non vi era nessuna perturbazione atmosferica, la visibilità dell’orizzonte era discreta, il moto ondoso non particolarmente vivace. Il cuoco annunciò che la cena era pronta e tutti si recarono a tavola. L’equipaggio aveva tutte le intenzioni di mangiare il più possibile poiché, si sa, durante una navigazione si mangia bene solo i primi giorni: poi diventa tutto scatolame e conserve varie…
A un certo punto sembrò più buio del solito; il comandante bestemmiò e tutti erano d’accordo mentre diceva che c’è la vita eterna per starsene in penombra. Tuttavia, nessuno diede a ciò molta importanza e il pasto proseguì, lasciando ignari i marinai di quanto stesse invece accadendo di fuori.
Il primo che decise di andare sul ponte per respirare a pieni polmoni qualche zaffata di tabacco chiamò urlando il capitano, scongiurandolo di accorrere tempestivamente.
Si ritrovarono sperduti non si sa dove; la bussola non funzionava più, attorno c’erano solo tenebre e il vento sembrava non fosse mai passato da quelle parti, tanto che anche i capelli più lunghi restavano immobili, come i pensieri del gruppo nell’accorgersi dell’assurdità dell’avvenimento.
“Tutto nella norma!” esclamò il capitano. “Stiamo andando nella giusta direzione. Per giungere a destinazione bisogna percorrere una tratta in cui il sole non arriva e, a causa dei golfi vicini, le correnti si annullano a vicenda e sembra quasi non tiri un soffio di vento. Ricordo bene che da ragazzo, le prime volte che viaggiavo e passavo di qui, il terrore mi attanagliava, quindi comprendo che qualcuno di voi abbia avuto un attimo di sbandamento. Direi che è alquanto normale, ma non preoccupatevi! Tra qualche ora lasceremo questa desolazione e torneremo a panorami a voi più familiari.”
Non so in quanti cedettero alle sue parole. Non che fosse un equipaggio di gente inesperta, ma se lui diceva così ne sapeva certamente più di tutti.
Qualcuno titubò nel sentirlo raccomandare prudenza ai mozzi nello scrutare con la massima attenzione ogni lato della nave per evitare collisioni con ostacoli o altre imbarcazioni, ma in quella notte scura come la pece era anche comprensibile. Ordinò di procedere a velocità regolare e si ritirò.
Il nostromo Manuel, però, che aveva navigato per decenni e godeva di molta stima tra i membri dell’equipaggio, restò a riflettere immobile sul cassero. Non poteva capacitarsi del fatto che il capitano non ne avesse parlato prima.
Se le cose stavano realmente così, perché non aveva rassicurato l’equipaggio in un momento antecedente a quello in cui tutti sarebbero giustamente caduti in preda allo sconforto?
Si convinse che era una mossa dettata dall’esigenza di non seminare il panico prima che ci si potesse rendere effettivamente conto della situazione, quindi scese in coperta e si addormentò.
Non passò molto tempo prima che i sensi gli imponessero di svegliarsi. Lì per lì fece fatica a capire perché si fossi destato di soprassalto, poi si accorse del rumore che sentiva in sottofondo. Un lamento. Qualcuno che chiedeva aiuto, pensò Manuel.
Ancora semi-addormentato, si recò sul ponte come in trance, cercando di raggiungere quella voce che cominciava a pensare esistesse solo nelle sue orecchie.
Quand’ecco, nell’immobile incresparsi del mare mentre la nave procedeva regolare, sembrò che le onde tornassero indietro, come se avessero trovato un ostacolo. Le parole risultavano incomprensibili, ma ora la voce era chiara, nitida, distinta.
L’urlo disumano del nostromo richiamò il capitano in una manciata di secondi. La nave si arrestò, probabilmente a seguito di un suo ordine. Le onde continuavano a sbatterci contro. Era chiaro: coperto alla loro visuale, qualcosa provocava quelle onde che venivano a infrangersi contro la chiglia.

Non si poteva procedere. Se si era in prossimità di una costa era ragionevole pensare che si fosse vicini a una collisione o comunque all’incaglio. La pessima visibilità non lasciava spazio ad altre opzioni: bisognava essere sicuri di dove si trovassero. L’aria sembrava leggera e pulita, eppure non si capiva se c’era nebbia o soltanto buio.
Non c’era altro da fare: occorreva calare una scialuppa e fare un giro di perlustrazione, prima d‘incorrere in problematiche molto serie, considerato anche che – nonostante quanto dicesse il capitano – in molti restavano convinti che nessuno avesse la più pallida idea di dove si trovassero.
Non riuscendo a trovare un volontario per la spedizione, il capitano che fosse il nostromo a presidiare la spedizione, visto che s’era accorto lui del rilevante particolare del ritorno delle onde. Ad accompagnarlo nel suo fortunato premio di merito, i due mozzi che invece non si erano ravveduti di nulla, come una sorta di punizione (il che rendeva il premio di difficile comprensione).
La scialuppa fu calata, a Manuel fu affidata una lanterna, e i tre si ritrovarono in mezzo a quella fitta “notte”.
Doveva essere all’incirca mezzogiorno.

Nel silenzio tombale cui i tre uomini erano avvolti, un suono li colpì, melodioso. Era la voce di una fanciulla che intonava un triste canto, ne erano certi.
D’improvviso, la scialuppa urtò qualcosa e si ritrovarono tutti e tre in mare, ma nessuno ebbe la forza, o la voglia, di urlare e richiamare l’attenzione della nave: il canto era troppo piacevole da interrompere.
Mentre la piccola imbarcazione si eclissava dalla vista, il nostromo e i suoi due malcapitati compagni si ritrovarono seduti su quello che a prima vista pareva uno scoglio, ma non lo era. Sembrava più simile al merlo di un castello, tanto erano regolari gli intervalli di roccia su cui si adagiarono.
Ed ecco, bella come una Venere, si presentò ai loro occhi una figura di donna dal corpo perfetto, le labbra sottili e armoniose, e un raggio di luce sembrò l’accompagnasse nella sua apparizione. Si avvicinò a loro e, con voce rassicurante, iniziò a parlare: “Giovani esploratori del mare e della vita, mi presento a voi. Abito questa terra da tempo immemore. Anni fa ero una giovane fanciulla che tutti amavano. Mio padre regnava sulle popolazioni che qui abitavano, con sapienza e magnanimità, ma un giorno, a causa dell’invidia di una giovane donna invaghitasi di mio padre, io venni accusata dei più turpi sotterfugi perché, fu detto, volevo impossessarmi del trono del mio amato genitore. Questi, oscurato dalla delusione e da un sortilegio effettuato dalla mia antagonista, volle credere a quell’estranea e condannò me, la sua adorata figlia, nelle segrete, a pane e acqua. Il mio dolore fu ineguagliabile, e mai gli dei assistettero a scena più pietosa della mia che, col cuore infranto, giorno dopo giorno cantavo, supplicando il mio amato padre di tornare in sé, e verificare le accuse che mi erano state mosse. Gli dei s’impietosirono e inviarono nella nostra bella isola un giovane straniero, il quale, seguendo il mio canto, giunse alla mia prigione sotterranea. Venuto a conoscenza della mia triste storia, decise di liberarmi; ma, senza nessuna voglia di vendicarmi per il trattamento subito, pregai il ragazzo di non fare del male al re, e che se era stato il Fato ad aver deciso che quella donna maligna dovesse stare accanto a lui, allora che il destino si compisse. Il mio salvatore decise quindi di portarmi nella terra che abitava lui. Insieme montammo a cavallo e ci avviammo, ma c’è un particolare che voi dovete sapere. La città  sulla quale ora sedete era edificata al di sotto del livello del mare. I mercanti e gli stranieri potevano accedervi solo una volta a settimana, quando mio padre apriva le dighe che ci proteggevano dalle acque del mare, sempre troppo calmo per assicurarci un rifugio sicuro; va da sé che con la stessa frequenza era concesso uscire, giacché chi si fosse trattenuto sull’isola oltre la bassa marea avrebbe dovuto aspettare la successiva apertura, ovvero trascorsa una settimana. Ora, a causa della mia situazione di prigioniera, era impossibile sperare di restare nascosti per così tanto tempo e fuggire indisturbati durante l’apertura ordinaria. Bisognava dunque rischiare e lasciare immediatamente questo luogo che tanto amavo. Per farlo, occorreva venire in possesso delle chiavi delle dighe, che solo il mio amato padre possedeva. Non fu difficile per me presentarmi dalla mia vecchia nutrice, spiegarle la situazione e farmi accompagnare nella camera del re; quindi afferrai le chiavi e tornai di corsa dal mio salvatore. Ma l’aiuto degli dei era stato effimero: difatti, una volta giunti alle porte, ci rendemmo conto che il livello del mare era troppo alto per sperare di fuggire e le avversità non finivano qui.”
Si fermò un istante, visibilmente commossa. I tre uomini non proferivano parola, quindi proseguì: “La perfida donna che aveva ammaliato mio padre, avendomi visto allontanare a cavallo dal castello, aveva deciso di seguirmi e me la ritrovai di fronte prestissimo. Io e il mio giovane cavaliere, spediti, tentammo di allontanarci ma ahimè! Stupidamente avevo lasciato le chiavi nella toppa della serratura. Allora lei, incurante dei pericoli a cui esponeva il nostro regno, come per punirmi e farmi annegare, girò rapidamente la chiave e le dighe si aprirono: subito litri e litri di acqua marina invasero le nostre strade e le nostre case, sommergendole. Tornata a castello informai subito mio padre dell’accaduto il quale, senza pensarci due volte, mi caricò sul suo cavallo e veloci fuggimmo verso la costa, abbandonando colui che mi aveva sottratto alla prigionia ma anche tutto il nostro popolo a un evidente destino. Giunti sul punto più alto dell’isola, una voce parlò a mio padre, e ne ricordo ancora la demoniaca intensità. Gli disse che io ero stata la causa della distruzione del suo regno e che il demonio in persona s’era impossessato della mia anima. Lo ammonì infine che un sacrificio gli era richiesto, se voleva salvarsi: doveva liberare il mondo dal male e quindi da me. Ancora una volta il mio amato padre, senza curarsi della verità, mi afferrò tra le sue braccia e mi scaraventò al di sotto della scogliera, per purificare la sua isola dal male che vi aveva dominato. Ma il dio delle acque, resosi edotto degli avvenimenti, volle intervenire. Mosso a compassione, considerata la mia abnegazione nei confronti di mio padre e i sentimenti puri che vivevano in me, mi donò la vita eterna tramutandomi in sirena e ponendomi a custodia di questo tratto di Mediterraneo e della nostra cara isola ormai sommersa; ma non ci furono preghiere che lo fecero desistere dal suo intento di punire colui che mi aveva condannato a morte. Pare che anche a lui sia stata donata l’immortalità, ma non come una sorta di premio. Si dice che il dolore lo accompagnerà per l’eternità e mai il suo senso di colpa avrà termine. Non so in che forma di essere vivente o non vivente sia stato mutato, se in pianta o in scoglio, in animale o in statua; sta di fatto che per sempre conserverà la sua coscienza e il ricordo di quei tristi avvenimenti. Per questo voi mi sentite sempre cantare: spero che la mia voce possa giungere al mio amato padre, cosicché lui sappia che io l’ho perdonato e che passerò la vita a fargli compagnia.”
Tacque. Nessuno era in grado di proferire parola.
Allora la sirena chiese: “E voi, perché mai vi trovate a passare da queste parti fuori da ogni rotta? È forse finita per incagliarsi la vostra nave? Io posso aiutarvi se così fosse! Basterebbe che mi portaste vicino a essa e mi inabisserò a liberarla dagli ostacoli che la trattengono, cosicché possiate riprendere la rotta.”
Mentre riflettevano sul fatto che non fossero sicuri di ritrovare la strada, anche perché il racconto li aveva parecchio disorientati e non sapevano con certezza quanto si fossero spostati dal punto di partenza, scorsero la scialuppa legata accanto a loro.
Eppure erano tutti e tre sicuri di averla vista affondare… Non vi era altra soluzione, per cui fecero capire alla stupenda creatura di seguirli e si rimisero a remare.
Lei li anticipava, come se li guidasse verso il posto dove dovevano condurla loro. I tre uomini, intanto, restavano in silenzio senza scambiarsi neanche uno sguardo.
Dopo un certo lasso di tempo impossibile da definire, tanto era difficile calcolare il passare del tempo, il gruppo giunse alla nave. Non si sentiva battere ciglio a bordo, tanto da lasciar pensare ai marinai di essere mancati troppo e aver costretto qualcuno a calare una seconda scialuppa per andarli a cercare.
Ma le scialuppe erano tutte al loro posto e l’atmosfera divenne surreale.
“Capitano!” chiamarono, ma nessuno rispose.
Nel silenzio più spettrale che mai orecchio umano abbia percepito, alcuni membri dell’equipaggio si sporsero dal ponte. Furono calate le cime e recuperati a bordo gli uomini, ma il capitano continuava a fissarli in silenzio.
Poi, d’improvviso, parlò: “Queste acque sono la dimora di Dahud. Costei era una giovane fanciulla che parecchi anni fa viveva in un’isola sotto il livello del mare, dove regnava Gradlon, re del Bosforo, sovrano amato e rispettato. Dahud era la figlia di Gradlon, ma di simile al padre non aveva nulla: era una fanciulla senza valori, che maltrattava la servitù e dava spettacolo con orge e bagordi ogni giorno, tanto che il popolo cominciò a mormorare che Gradlon, se non era in grado di crescere una figlia, non poteva certo essere la persona adatta a guidare un regno. Fu così che il popolo decise di spodestarlo, affidando il trono a un giovane marinaio straniero, che un tempo aveva amato Dahud. Lei si era divertiva solo a umiliarlo e sbeffeggiarlo e più volte l’aveva deriso davanti agli altri ragazzi, tanto che per vergogna quel ragazzo aveva lasciato l’isola per ritornarci solo parecchi anni più tardi, in qualità di pescatore. Nell’apprendere la notizia, l’ira della fanciulla fu talmente sproporzionata che decise di punire questo irriconoscente popolo e, impossessatasi delle chiavi della città, aprì le dighe che custodivano l’isola dalle acque del Mediterraneo, lasciando che venisse sommersa. Re Gradlon, che tanto amava la figlia, cercò di mettersi in salvo con lei, ma il dio delle acque, adirato per l’accaduto, ammonì il sovrano dicendogli che di sua figlia era ormai rimasta solo un’illusione, poiché il suo corpo e la sua anima erano già da tempo tempio del demonio. Così, se intendeva salvare la propria vita, avrebbe dovuto abbandonare la figlia al suo triste destino. Il re vide la figlia annegare, ma questo non è tutto. Colto dal rimorso e da un ineffabile dolore per l’omicidio commesso,  si racconta che l’uomo non abbia ancora trovato il riposo eterno, e vaghi alla ricerca della figlia così da poterle chiedere perdono per quanto accaduto e poter raggiungere il regno della felicità perpetua. È risaputo che anche Dahud non abbia trovato pace e sia stata condannata dal demonio a adescare le anime dei marinai per portarle agli inferi e accrescere il numero dei dannati, in modo da riscattare la propria libertà. Nessuno conosce nemmeno vagamente il numero esatto dei disgraziati che dovrà consegnare all’inferno!”
Il capitano si avvicinò così alla prua, e si sporse aldilà della polena.
La sirena che aveva ricondotto nostromo e mozzi alla nave era lì, che lo fissava.
Tutti restavano in silenzio.
“Sarò libera prima o poi, non preoccupatevene: mancano poche consegne, molto poche!” sogghignò lei; poi, guardando con aria di sfida il capitano, aggiunse: “Salve, padre!” e cominciò a cantare.

mercoledì 30 maggio 2012

IL CANTO DEL MARE di Jessica Vettese, Cassino (FR)


Inutile. Una giornata inutile: è tutto ciò che riesco a pensare, seduto sulla sabbia umida, guardando mio
nonno esaminare ogni angolo della sua barca - la barca di suo padre, di suo nonno, dei suoi avi - per
essere sicuro di non averne tralasciato nemmeno uno in questi tre giorni di duro lavoro.
Un timido raggio arancione ferisce il mio sguardo quando tento di alzare gli occhi dalla sua figura esile,
china sulle assi di legno, curva sotto il peso degli anni e della fatica.
Sebbene mio padre abbia un buon lavoro in paese e io abbia già trovato un impiego come garzone, mio
nonno non ha mai voluto rinunciare alla pesca e al rimanere ore sotto il sole cocente, a volte senza
portare a casa nulla.
Finalmente, con un mezzo sorriso, si rialza e viene verso di me; il fruscio delle onde, il loro infrangersi
sugli scogli poco lontano da noi, il verso stridulo dei gabbiani - che non ho mai sopportato - fanno da
eco ai suoi passi pesanti sulla sabbia.
«Come va, ragazzo?»mi chiede, lasciandosi cadere accanto a me.
«Bene. Domani avrò il mio primo salario. Voi invece siete troppo affaticato a mio parere.»
Un altro sorriso gli tende la pelle scura e secca, evidenziando le rughe sul viso scarno.
«La vecchia Mary mi ha fatto preoccupare, stavolta.»
«Forse è il caso di abbandonarla, o di farne legna per l'inverno. Non può reggere ancora per molto.»
Una smorfia gli indurisce il volto, mentre un raggio di sole illumina i profondi tagli che ha sulle mani.
«Maledetto sia colui che abbandona la sua nave, ragazzo. Per te, che sei giovane e hai trovato la pace
nella terraferma, è difficile capire: un marinaio resta sempre a fianco della sua barca, anche a costo di
morire con essa.»
Scuoto la testa, mentre il forte odore di salsedine penetra nelle mie narici, portato dal vento che mi
scompiglia i capelli.
La mano di mio nonno mi sfiora il ginocchio. Mi volto e trovo davanti i suoi occhi, azzurri come i miei,
lucidi e tristi.
«È perché non ti ha ancora chiamato.» mi dice tremante.
«Chi?»
«Il mare. È difficile capire, finché non ti chiama. Sono stato anche io giovane e forte, tempo fa. E
anch’io mi annoiavo, quando mio padre mi portava con sé a pescare e rimanevamo soli in mezzo al
mare, giorno e notte. Preferivo rimanere a terra, occuparmi delle reti con i miei amici, corteggiare le
ragazze.
Elise, per esempio. Dio mi perdoni, quanto ho fatto soffrire quella donna; perdevo giorni interi a
pescare e lei mi aspettava, ha rifiutato cinque buoni partiti per aspettarmi.
Quando finalmente riuscii a sposarla, avevo solo la mia barca. Ogni giorno la spingevo in mare con
rabbia e inveivo contro la mia sfortuna.»
Fa una pausa, sospirando. Il vento scuote i suoi capelli bianchi. Lo stridio dei gabbiani si fa più forte.
«E poi?» chiedo, ansioso di conoscere una storia che nessuno mi aveva raccontato.
«Un giorno - una domenica mi pare  - passeggiavamo qui vicino.  Elise  mi stava raccontando della
settimana in cui ero mancato, accarezzandosi la pancia che avevo visto crescere troppo rapidamente.
Improvvisamente mi resi conto che non la stavo ascoltando: c’era uno strano canto che copriva la sua
voce, un suono familiare che però non riuscivo a riconoscere. Qualcosa che mi attirava verso sé. Solo il
tocco di Elise mi risvegliò.»
«Che suono era?»
«Mille campanelli. Un canto celestiale. Un grido di dolore. Il pianto di un bambino abbandonato.»
Fa una pausa, reggendosi la testa con le mani.«No, non ero pazzo. Solo che non riesco a spiegarlo.
Il richiamo del mare è qualcosa di indescrivibile, lo senti e basta.
Il giorno dopo sono tornai a pescare: non trovai nulla. Mentre borbottavo lo sentii di nuovo. Identico al
giorno prima.  Alzai  lo sguardo e non vidi nulla intorno a me.  Solo  le onde che si alzavano  e si
abbassavano, sospingendomi dolcemente verso il largo.
Eppure sentivo di non essere solo. Sentivo una sorta di pace riempirmi il cuore.
Rimasi lì ad ascoltare, guardando il blu, chiedendomi cosa si stesse muovendo sotto di me, senza che
me ne accorgessi, mentre quel canto mi svuotava la mente.
Quando la sera tornai a casa, sentii la nostalgia invadermi l’animo.
Cominciai a svegliarmi sempre prima e a tornare sempre più tardi, anche quando la pesca mi portava
più guadagni del solito. Uscivo  la mattina presto, sotto lo sguardo triste di Elise, e ammiravo l’alba
insieme ai delfini. Rientravo dopo il tramonto, e trovavo la povera Elise già addormentata.
Non ho nemmeno visto tuo padre nascere. Ho solo ritrovato Elise, esausta e circondata da donne, che
reggeva un fagottino in braccio.»
Sorride debolmente, mentre una piccola lacrima brillante gli scende sul viso.
«Tentai di rimanere insieme a lei, per aiutarla nei primi giorni; ma dopo una settimana non riuscivo più
a trattenermi chiuso dentro, il rumore delle onde mi faceva restare sveglio la notte e inquieto il giorno:
fu la stessa Elise a dirmi di andare e io non opposi resistenza.
In tutta la mia debolezza uscii e andai a pescare, calmandomi unicamente quando rimasi solo in mezzo
a questa grande distesa d’acqua e inspirai a fondo il suo odore»
Si passa lentamente la mano sul volto, per asciugarsi gli occhi
«Una settimana dopo Elise fu colpita da un’emorragia. Tornai in tempo solo per darle l’ultimo saluto:
vederla morire tra le mie braccia fu la punizione divina per il mio egoismo.
Quando tuo padre raggiunse i quattro anni, decisi di accettare una proposta che da tempo mi
affascinava, ma che prima non potevo permettermi: esplorare l’oceano, spingermi oltre l’infinito su un
veliero che portava merci in Europa.»
«E quindi?»
«Mi imbarcai su un clipper diretto in Inghilterra, insieme a tuo padre.
Fu il periodo più felice della mia vita: non riuscivo a credere di essere uscito dalla baia e di essere così
totalmente immerso nell’oceano.
L’immensa distesa d’acqua, le albe, i tramonti, i giochi dei delfini, la maestosità delle balene… ti
toglievano il fiato, ogni volta, tanto che non credevi di poter riuscire a respirare di nuovo, se non per il
vento che ti scuoteva i capelli e penetrava con forza nelle tue narici; il vento che gonfiava le vele e
rendeva il viaggio più semplice; il vento che faceva volare la nave sulle onde, tanto veloce e silenziosa
da fare a gara con delfini e gabbiani.
Il vento che scuoteva le onde e ti veniva contro, costringendoti ad aggrapparti con tutte le tue forze per
non cadere; e se il cielo si riempiva di nuvole grigie e le onde raggiungevano altezze che qui non si
sono mai viste, allora non rimaneva altro che pregare: pregare e lottare, sebbene sia una lotta persa in
partenza.»
Fa un lungo sospiro, mentre il cielo sopra di noi si tinge di rosso.
«Non puoi lottare contro l’oceano, ragazzo: è come se volessi lottare contro un gigante dalle cento
braccia, non importa quanto grande o resistente sia la tua armatura, o quanto tu sia esperto nella lotta;
se vuole, ti vincerà. Anzi, farà di più: ti mostrerà la sua potenza, chiamerà il cielo a testimoniare della
sua forza, urlerà talmente forte da gelarti il sangue nelle vene e i tuoi sensi si offuscheranno tanto che
non riuscirai più a parlare, per la paura che ti invaderà il cuore e che ti ricorderà ogni istante quanto tu
sia piccolo e debole.
Non ti resterà che pregare: pregano le donne a casa, perché i loro mariti facciano ritorno, e pregano i
marinai sulle loro navi, per calmare l’oceano.  Pregano  affinché si calmi o  affinché li trascini con
dolcezza nei suoi abissi, perché davanti a tanta forza potresti anche desiderare di morire, perso nel suo abbraccio.»
«E tu per cosa pregavi?»
Non risponde. Si alza a fatica, zoppicando, e si dirige verso la sua barca. Lo vedo spingere con la poca
forza che gli è rimasta. La  vecchia Mary non oppone resistenza. Scivola silenziosa nell’acqua. Mio
nonno sale a bordo e comincia a remare.
A un tratto diventa un piccolo punto nero sul grande cerchio di luce rossa che si specchia nelle onde.
Silenzio, solo l’infrangersi delle onde sulla sabbia e sugli scogli.
E un canto che rompe il silenzio, ma che lentamente svanisce, soffocato dal grido dei gabbiani.

...STESSA SPIAGGIA, STESSO MARE... di Mariangela Pede, Cellino San Marco, (BR)


Lendinuso ha sempre rappresentato il mio rifugio, il mio posto ideale dove avrei
vissuto non due, ma dodici mesi l’anno. Ho trascorso qui tutta la mia adolescenza e
parte della mia giovinezza; ha segnato tappe importanti della mia vita, mi ha vista
protagonista di parecchi episodi. Poi, però, la vita ti conduce in vicoli stretti, senza
via di fuga, dove non puoi tornare indietro, ma sei costretto a seguire una determinata
rotta, che non ti saresti mai aspettato di seguire. Quante emozioni su questa spiaggia,
ricordi stampati sulla pelle. Profumo di mare e di momenti indelebili.
- Nonna, nonna...
Michele mi tirava per il braccio e mi conduceva dove sua madre stava piantando
l’ombrellone. Per alcuni istanti mi ero soffermata  a guardare il mare, a respirare
quella salsedine che mi mancava e chissà cosa avrei fatto pur di respirarla negli anni
passati.
- Nonna, perché ti sei fermata? La sabbia scotta già… ;) Dai su togliti i vestiti
come ho fatto io e andiamo a farci il bagno. Dai dai… ;)
Il suo sorriso mi faceva impazzire, mi metteva un’allegria che difficilmente si può
spiegare a parole. E, solo per un attimo, ho dimenticato tutto e mi son tolta i vestiti, in
procinto di prendere il bel caldo sole di inizio luglio. Da un paio di anni a questa
parte è sempre così: ogni volta che metto piede su  questa bellissima e semplice
spiaggia, vengo avvolta dai ricordi, e, improvvisamente, un sorriso si colora sul mio
viso.
- Michele, lo sai che la nonna non può farsi sempre il bagno. Tu vai in acqua, ti
aspetterò qui, così quando tornerai giocheremo un po’, ok?
- Ok, va bene nonna. Mamma vado a farmi il bagno, vieni subito!
- Si vai pure Michele, ma non allontanarti dalla riva. Ora arrivo.
Francesca, mia nuora, una donna unica, una donna tale e quale a me; mi amava da
impazzire, sapeva capire quando stavo mentendo e quando no, quando c’era qualcosa
che non andava. Ed infatti subito dopo aver risposto a suo figlio, volgendosi a me
soggiunse:
- Mamma, che ti prende? Ti vedo cupa… a cosa pensi?
- Mah… niente di che… alla mia giovinezza… sai che ho trascorso qui alcuni
anni della mia vita…- Si lo so… vado a fare il bagno con Michele, appena torno mi racconti. ;)
E con un sorriso si dirigeva verso l’acqua; sapeva benissimo che al suo ritorno io non
avrei più parlato della mia vita, né tantomeno di ciò che stava riaffiorando nella mia
mente. Sdraiandomi sull’asciugamano steso pocanzi sulla sabbia, iniziai a prendere
un po’ di sole.
Il richiamo di Michele unito ad una spruzzata di acqua sul mio corpo, mi hanno
svegliata. Non che stessi dormendo, ma quel sole caldo e quel frastuono di gente, mi
avevano messo una tranquillità tale che stavo per prender sonno. Ovviamente non
potevo sottrarmi alla promessa fatta prima al bambino; e così, mentre lui iniziava a
scavare un pozzo, suo fratello minore, Davide, iniziava a costruire, tutt’intorno al
pozzo, delle belle mura di un castello. Il castello non c’era, vi era solo un pozzo, ma
la fantasia dei bambini supera ogni barriera, perché, nelle loro menti, il castello era
rappresentato da loro due, dalla loro madre e da me.
Francesca prendeva il sole, mentre io ed i bambini  giocavamo sulla sabbia. Ad un
certo punto si avvicina incuriosito un bambino, ad  occhio e croce aveva l’età di
Michele. Io lo invito ad aiutarci a costruire le mura del castello, ma nel momento in
cui lo sto invitando  ad aiutarci, si avvicina la madre e lo porta via, rimproverandolo
per essersi allontanato senza il suo consenso. Resto ammutolita, ma è pur sempre una
madre, giustamente, preoccupata. Ripensando al bambino, mi tornano in mente i suoi
occhi, e tutto il suo viso. Era molto familiare. Poco dopo il bambino ritorna, questa
volta accompagnato dal nonno. Ed è quando vedo il nonno che capisco tutto, ed
istintivamente esclamo:
- Michele!
Ed in men che non si dica, tre uomini mi guardano:  mio nipote, il bambino
sconosciuto e quell’anziano signore. Io inizio a ridere divertita, quell’Arcangelo ci
stava unendo nuovamente, come aveva fatto tanti e tanti anni prima su quella
spiaggia. Lui non stava capendo nulla, era un uomo, e gli uomini si sa, neppure se
una cosa gli viene spiegata la capiscono! Figuriamoci non spiegata… La mia
intuizione si era rivelata fondata e giusta. Ci avevo azzeccato alla grande, e me la
ridevo divertita. I bambini tornano a giocare, fanno amicizia e si divertono con poco.
Lui invece inizia a fissarmi, ed io distolgo il suo sguardo guardando il mare. Ridendo
e giocando, i miei nipoti e quel bambino col quale  hanno subito fatto amicizia, si
spostano sul bagnasciuga per inventarsi una nuova storia, per fantasticare e per
abbronzarsi, a loro insaputa. Lui, così, si avvicina incuriosito a me. Ma prima di
iniziare a parlare, continua a studiarmi. Col piede gioca sulla sabbia, poi guarda i
bambini, poi si rigira verso di me. Io, divertita,  continuavo a guardare il mare,
guardavo anch’io i bambini, e ricordavo quell’estati trascorse a rincorrerlo con lo
sguardo, a capire la sua vita piena sempre di donne, ad ammirarlo, a soffrire perché
ero l’unica donna in quella spiaggia che lui non vedeva e non guardava.
Ad un certo punto, attacca bottone brutalmente, facendomi sussultare:
- Ti ricordi di me?
Stupida domanda, quasi scontata di un uomo. Se non mi fossi ricordata di te, ti avrei
chiamato per nome? Ma ricordiamoci che è pur sempre un uomo, e, non sapendo che
dire, (perché anche lui iniziava a ricordare tutto), ha detto la prima cosa banale che gli
è venuta in mente.
- Si, certo che mi ricordo di te! Come potrei non farlo, hai segnato la mia vita, le
mie estati…
Lui scoppia in una fragorosa risata. Ovviamente non vi era nulla da ridere, ma non
sapendo che dire, rise. In realtà, la sua risata era giustificata, e per capirlo dobbiamo
fare un salto indietro, e ritornare a quella famosa estate dove tutto ebbe inizio.
Ferragosto. Ore 12 circa. Il sole picchiava assai.  Si stava benissimo in acqua, in
spiaggia l’aria era irrespirabile. In acqua, però, c’erano centinaia di persone, donne,
uomini, bambini che giocavano, ragazzi che facevano tuffi, ragazze che giocavano
con la palla. Non si riusciva a stare tranquilli da nessuna parte. Ma, in fondo, era il 15
agosto, il picco dell’estate, uno degli ultimi giorni per parecchia gente, quindi, come
si dice dalle mie parti “oggi oggi, tanto poi domani tutti lavoreranno”. In questo gran
caos, mentre ero con due mie amiche in acqua, ad un certo punto sento qualcosa sulle
gambe: pensando fosse un pesce, istintivamente mi metto a galla e sollevo le gambe
dal fondale marino. Ma, perdendo l’equilibrio, bevo e d’istinto, riappoggio le gambe
a  terra. Tossendo un po’ per l’acqua bevuta, mi ritrovo accanto un ragazzo che mi
dice:
- Tutto bene? Non volevo farti spaventare. Scusami tanto. Stavo facendo una
gara di nuovo con un mio amico.
Un po’ arrabbiata gli rispondo:
- Ma ti sembra la giornata adatta per fare una gara di nuoto? Non vedi quanta
gente c’è?
- Si si, scusami ancora…
E va via. Io e le mie amiche scoppiamo a ridere per l’accaduto, ed inizio a non
perderlo di vista. Lo osservo, lo ammiro. Era bellissimo. Moro, mediterraneo,
carnagione scura, occhi verde scuro, uno sguardo che faceva impazzire, ed un sorriso
che illuminava anche la più triste giornata. Caspita, rivoglio uno spavento peggio del
precedente! Ma non ci fu.
I giorni trascorrevano ed io continuavo ad ammirarlo. Era fidanzato, o almeno così mi
sembrava. Aveva, comunque, una ragazza che gli girava attorno. Lui non mi notava
mai. Quasi fossi trasparente. Quell’estate terminò  così, col ricordo dei suoi occhi e
del suo sorriso.
Le successive estati trascorsero come da copione, sin quando, una notte di San
Lorenzo, sempre sulla solita spiaggia, avvenne che i suoi occhi incrociarono i miei e
fu lì che scattò la scintilla: lui prese ad avvicinarsi a me e a non mollarmi più. In
quell’estate non esisteva più nessuna ragazza per lui, ma vi ero solo io, finalmente.
Una frequentazione durata pochi mesi, ma molto intensa, di quelle che ti segnano per
l’eternità, quelle che vorresti rivivere sempre, quelle che non ti lasciano né ferite e né
cicatrici una volta che finiscono, ma ti stampano un sorriso in faccia ogni volta che
pensi a lui. Né una lacrima né un rimpianto e/o rimorso, ma tanta allegria per il
traguardo raggiunto: far innamorare, anche solo per poco tempo, il ragazzo per il
quale ti batteva forte il cuore ogni volta che veniva, anche per sbaglio, pronunciato il
suo nome.
Non sapevo, però, che, in quei mesi in cui sognavo ad occhi aperti, lui era fidanzato,
sempre con la tipa dell’estate in cui lo conobbi.
- Vedo che i nostri nipoti hanno gli stessi nomi: il mio ha preso da me, ed il tuo?
- Il mio ha preso dal mio consuocero, il padre di mia nuora, scomparso
prematuramente…
- Capisco… comunque, se ti interessa, insomma se ti fa piacere…
- Dimmi…
- Sono vedovo da anni… :D
Risata di entrambi. Come si sa, il lupo cambia il pelo, ma non il vizio! Ed un dolce
sguardo ci avvolse risvegliando dolci emozioni mai tramontate.