giovedì 8 novembre 2007

Traversata Atlantico in auto

Erano anni ormai che raccontando di questa impresa agli amici, mi ritrovavo ad essere scrutato con sospetto.
All'epoca di questa atipica traversata vivevo in Liguria, terra dei protagonisti del viaggio, per cui potevo leggere gli articoli del Secolo XIX, inoltre ad impresa conclusa l'auto in questione è stata ormeggiata, per un pò, nel porto di Lerici ed ho potuto fotografarla. Ora ho finalmente trovato questo pezzo e mi rendo conto ancora una volta, rileggendolo, di quanto forti possono essere gli uomini spinti dalla passione.
Gabriele




"In mare avevamo paura della profondità, ma il mondo che ci eravamo creati era il nostro mondo, e dovevamo affrontare soltanto i nostri giudizi. Ora dobbiamo rimetterci a confronto, tutti i giorni, con le aspettative degli altri. E a prima vista, a parte la felicità di rivedere le nostre famiglie, il mondo di terra non è poi un granchè."


Il 4 maggio 1999 quattro navigatori salpano dalle Isole Canarie con l’obiettivo di raggiungere l’America. Sono i fratelli Amoretti – Marco, Mauro e Fabio – insieme a un loro amico, Marco De Candia. Le difficili condizioni della parte iniziale della traversata inducono Mauro e Fabio Amoretti a rinunciare prima del limite delle 60 miglia, limite che una volta superato comporterebbe complicazioni per un’eventuale operazione di soccorso. Marco Amoretti e Marco de Candia proseguono la loro navigazione nelle acque dell’Oceano Atlantico. Tutto ciò non assumerebbe un particolare rilievo se i 4 formassero l’equipaggio di un confortevole ketch in acciaio ben equipaggiato di gps, autopilota e collegamento satellitare per meteo e saluti a casa. Non sorprenderebbe nessuno nemmeno se si trovassero al timone di una di quelle piccole imbarcazioni progettate appositamente per questo tipo di imprese, per esempio i Mini Transat 6.50. Beh, poi ogni tanto si sente parlare anche di qualcuno che queste cose le fa in canoe a remi come Alex Bellini, Al-One 2005, sulla scia di Gerard d’Aboville, 1980. Il fatto è che i 4, semplicemente, non sono nemmeno salpati a bordo di un’imbarcazione: hanno preso il mare spingendo in acqua una Ford Taunus dell’81 e una Volkswagen Passat dell’87 riempite di poliuretano espanso per renderle inaffondabili.
Marco, Mauro e Fabio sono figli di Giorgio Amoretti. La vita è fatta di scelte, per cui ognuno di noi può scegliere se definire Giorgio Amoretti un personaggio stravagante o uno che si è battuto per tutto ciò in cui credeva e per un ideale di avventura che non ha nulla di confezionato o di conformista. Tanto per dare un’idea: nel 1950 effettua un lungo giro del mondo in Lambretta; nel ’57 reagisce a una delusione sentimentale con la traversata invernale del Lago di Garda, 50 km a nuoto in 23 ore e 55 minuti; percorre 2 volte il Sahara, prima in fuoristrada quindi con un paracadute ascensionale. Dal momento che non è un superuomo ma un uomo normale che vive nella società degli uomini e che pensa anche che questa potrebbe essere migliore minaccia di non iscrivere all’anagrafe il figlio Marco se il Comune di Imperia non pianterà un albero per ogni anno fino alla maggiore età. Vince la sua battaglia e la pratica di piantare un albero per ogni nato diventerà Legge dello Stato Italiano nel 1992, una delle tante Leggi dello Stato ovviamente disattese.
L’idea di navigare con un’automobile galleggiante nasce nel ’68, confortata anche dall’esperienza del medico francese Alain Bombard (1924-2005), il naufrago volontario che nel 1952 aveva dimostrato che abbandonati alla deriva si approda da qualche parte, che il pericolo maggiore si trova nella mente e che si può sopravvivere in mare nutrendosi di pesce e plancton, ricco di vitamina C, e bevendo – con moderazione – acqua salata. Nel 1978 con un VW Maggiolino si mette in mare per la sua crociera nell’Atlantico, partendo sempre dalle Canarie, ma viene fermato dalle autorità spagnole come dieci anni più tardi verrà bloccato da quelle inglesi mentre, dopo aver navigato fino a Calais sul Canal du Midi con una Ford Taunus, tenta di attraversare la Manica.
Si arriva al 1999: la crociera viene preparata in fretta e con una certa approssimazione. È, in un certo senso, inevitabile. Giorgio Amoretti sta morendo di cancro. I figli vogliono a tutti i costi che giunga un riconoscimento che renda giustizia a tutto ciò in cui ha creduto il padre. Partono insieme a lui – prima che debba essere ricoverato in ospedale, dove morirà il 28 maggio – a bordo delle due auto e di un camper. Giungono alle Canarie, nel giro di due mesi completano l’allestimento delle vetture e salpano. Il contatto del mondo esterno con Marco Amoretti e Marco di Candia si interrompe presto. Il sistema a celle fotovoltaiche che alimenta il telefono satellitare soffre salsedine e umidità. Ma il 5 luglio riescono a ripristinare i contatti. Le cose stanno procedendo nel migliore dei modi, addirittura al di sopra di ogni previsione. Vele di fortuna permettono ai due di percorrere 30 miglia al giorno, l’abbondanza di pesce e plancton lascia intatte le riserve di viveri e il 12 luglio attraversano il 40° meridiano ovest. Il 31 agosto, finalmente, toccano terra in Martinica.

Quella che sembra l’affascinante cronaca di un’avventura o la biografia di uomini al di fuori di ogni griglia rivela, come sempre accade, sotto la superficie, molti altri aspetti. È anche l’esempio di come il mondo della comunicazione sia brutalmente sensibile solo a certi stimoli. L’impresa – a parte poche eccezioni, tra le quali Riccardo Tivegna per RadioRai e il quotidiano Il secolo XIX di Genova – venne sistematicamente ignorata dai media, un silenzio che continua tuttora e che trova complicità negli stessi protagonisti dell’impresa, forse scottati proprio dall’ostilità e dallo scetticismo di stampa e tv. Troppe cose non quadravano, troppe cose non piacevano. Troppe cose lontane dal modello dominante in fibra di carbonio e scarpettine Prada della Coppa America, dagli strateghi da tavolino che guidano i navigatori solitari, troppe cose lontane da quel totem che è ancora in Italia l’automobile. Alla fine, almeno per me, l’unica trasmissione che in fondo rese veramente giustizia alla loro impresa fu una puntata di un talkshow in onda su MTV nel quale furono invitati Marco Amoretti e Marco Di Candia. Ricordo vagamente questi due ragazzi totalmente oltre – al contrario di Fabio e di Mauro Amoretti una componente importante nelle motivazioni dei due Marco era rappresentata dall’allontanarsi dal mondo degli uomini per esplorare sé stessi – fuori dalla realtà anche per il vj Andrea Pezzi, piuttosto imbarazzato. Se non altro sfuggirono a qualsiasi strumentalizzazione, mantenendo una loro personalissima e spontanea dignità. Così, con dolore, come i ricordi del replicante Roy in Blade Runner, anche l’impresa della famiglia Amoretti si perde come lacrime nella pioggia.

4 commenti:

  1. Ho conosciuto Carolina, figlia di Giorgio Amoretti...la sua vita è la danza. Come il padre rincorre i suoi sogni, rinunciando talvolta a qualcosa. Non ho mai conosciuto Giorgio, mi sarebbe piaciuto. Sento che abbiamo qualcosa in comune, ho qualcosa in comune anche con i suoi figli...solo che io non sono capace di riunciare ad alcune cose. L'idea "pazza" di attraversare l'oceano Atlantico può farti ridere, può farti pensare, può farti paura. E se comincia a farti paura, sei già dentro il sogno ed inizi a riflettere su come tu avresti affrontato questa impresa, come avresti fatto a... Beh, loro lo hanno fatto, loro ci sono riusciti. Loro sono IL SOGNO...

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  2. Io, un'estate in montagna, ho conosciuto il figlio Mauro... non si trovano mai le parole adatte per descrivere una persona meravigliosa.
    Vedendomi interessato, mi regalò il libro di suo padre "polvere di continenti", diario di un giro del mondo in Lambretta apponendo una dedica per me e per quella che di lì a un po' di anni sarebbe diventata mia moglie.
    Un giorno vengo a sapere della traversata oceanica in macchina.... con un sorriso mi sono venute in mente le serate al pub con una buona birra in mano. Non l'ho mai più rivisto.
    Mauro, ti abbraccio forte e se ricapiti in Val di Fiemme lo farò di persona.

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  3. Non ho mai conosciuto gli Amoretti, ma quando seppi che tentavano la traversata atlantica pensai che fossero un po matti. Li seguii sui giornali e a poco a poco li iniziai ad ammirare. Fui contento quando riuscirono nell'impresa e mi dispiacque il fatto che non fu dato assolutamente risalto alla loro grande impresa. Indubbiamente i più fortunati sono stati loro che hanno potuto fare una esperienza del genere. Noi possiamo solamente ammirarli ed un po invidiarli.

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  4. Non ricordo esattamente quando e come ho incontrato Giorgio, ne avevo sentito parlare da amiche comuni che avevano condiviso un’esperienza londinese nei primi anni “60”, esperienza che, data l’epoca, era inconsueta e osservata da molti con un certo sospetto, ma vista con entusiasmo da Giorgio .
    E’ entrato nella mia vita in punta di piedi con un crescendo che non mi sarei aspettato e così anch’io ho cominciato a sognare con lui imparando a farlo senza timore, perché lo faceva con il candore di un bambino ed il senso di responsabilità di un individuo maturo, incurante del “conto” che poteva essergli presentato.
    Ha conquistato la mia sincera amicizia, sapeva parlarti “dentro” e capivi che non ti avrebbe mai imbrogliato e da lui nulla di male ti sarebbe giunto, era un po’ come volare, spaziare con mente libera da timori di strumentalizzazioni o etichettature di qualsiasi tipo.
    Nella nostra società attuale ove la “sicurezza” individuale e collettiva deriva dalla quantificazione delle etichette applicabili all’individuo e alla sua monetizzazione, Giorgio era spesso guardato con atteggiamenti di presuntuosa sufficienza associati a sorrisetti (un po’ ebeti) che esprimevano la totale incapacità di capire i suoi sogni, le sue proposte e i suoi progetti, progetti che spesso implicavano l’inutilità e l’assurdità di certe strutture sociali. Ricordo la “bottega delle parole”, la “negazione delle relazioni affettive personali stabilite da contratto” e una valanga di altre idee tutte mirate allo sviluppo dell’individuo, al senso di responsabilità e alla sua maturità.
    Sono felice che i suoi figli abbiano attuato un grande sogno paterno, dimostrando che i sogni, se vissuti con determinazione, sono attuabili e ti fanno vivere con entusiasmo.
    Dall’intervista radiofonica a Marco, che dedicava al padre il successo della traversata atlantica con un’automobile resa inaffondabile, ho appreso la morte di Giorgio. L’ultima volta che lo vidi fu a Padova il 20 luglio 1969 in casa dell’anziano padre, dove mi recai per assistere con lui all’allunaggio del LEM, per vedere un avvenimento che alimentava un entusiasmo condiviso e contagioso, mentre il piccolo Fabio trotterellava per casa.
    Covavo l’idea che un giorno ci saremmo incontrati. Viste la sua morigeratezza, la prestanza fisica, la longevità del padre e la capacità di sognare l’ho sempre pensato vivo ed entusiasta. La “ciccia” di Giorgio è morta ma la sua luce è sicuramente viva in tutti quelli che hanno avuto la fortunata opportunità di incontrarlo.
    Un abbraccio a tutti gli Amoretti.

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